Informazione di servizio

Premetto che mi è successo anche poco tempo fa. Ma non con questi toni.
Premetto che credo che le persone non siano nemmeno delle proprie madri figuriamoci di compagni, fidanzati, amici e affini.

Detto questo. Oggi ho ricevuto una mail. Molto brutta. Un’altra proveniente da questo blog.

Il blog è personale. Lo gestisco io. Scrivo io e di tutto ciò che scrivo me ne assumo la responsabilità. Piena.
Non costringo nessuno a leggermi.
Non ho mai bloccato o cancellato messaggi nemmeno quando erano un poco offensivi. Fa parte del gioco.

Sulla mail odierna vedrò che fare. L’altra persona è già stata sistemata.
Questa mail non la pubblico.
Ma se ne seguiranno altre credo lo farò. Con tanto di nome e cognome.

Per concludere. Non voglio problemi oltre a quelli che ho. Se colui che credi sia di tua proprietà allora dillo a lui e non a me.

Per quanto riguarda la mia morte… beh… a quanto pare moriremo tutti prima o poi, ma guarda un po’. Non solamente io che, certo, accadrà. Ma fortunatamente è cosa democratica.

Sul funerale grazie ma non so ancora se avrò voglia di averne uno. Le faremo sapere, Signora.

E questo è quanto. Scusate ma non potevo non rispondere.

Per quanto riguarda questo blog… continuerò a scrivere di tutto ciò che vorrò.

Chiama

mi manchi perché la vita insieme era più divertente.
mi manchi perché quando mi arriva un messaggio e non sei tu io sono triste.
manchi perché mi prendevi in giro. e io te.
manchi perché non succederà mai più nulla che offenderà il tuo cuore.
manchi perché non ci credo che puoi stare bene senza casini e io sono un casino.
mi manchi ogni giorno. e sì, perdonami perché stiamo perdendo tempo prezioso e le battute mi mancano. e anche la nostra complicità.
manchi. no, non puoi chiudere il tuo cuore. sarebbe un vero peccato.
manchi perché è così. quindi dai. aspetto un tuo messaggio. riavvicinati. ne vale la pena per un’ape. e poi…
le api portano vita. lo dicono tutti anche i più bravi scienziati dell’universo.
ok, non sarai uno scienziato DOC… ma a me manchi tanto. mi manca il mio amico. lo so è una scommessa… ma non puoi stare meglio senza me. solo peggio. lo dicono anche le suore.

https://youtu.be/ZH2nIOk9JB8

So… Call me…

Passato e presente.

Perché la vita continua.
Accanto a un uomo che muore la vita scorre. La gente è felice, beve e ascolta un ragazzo che canta.
La vita va così. Accanto a persone che piangono ci sono persone felici.

Da che parte sto io oggi?

Guardo un uomo che muore e ascolto un ragazzo che canta nel pieno della sua vita.

Sono venuta qui per rivivere il mio passato, quello di me felice. Tanto felice. Una bambina felice. E non per fossilizzarmi su quello ma per potere andare oltre. Il passato lo guardo attenta. Il futuro non lo vedo, forse se avessi un figlio lo vedrei di più. Vedo il presente però. E me lo vivo.

Perché, nonostante la mia vita sia sempre stata un casino e costellata di problemi e di drammi, io sono stata una bambina felice. Dentro di me sto ritrovando quella bambina piena di gioia. L’avevo perduta. Non sarà un percorso facile. Sarà lungo ma sto ritrovando quella bambina.

Ho iniziato e finito un libro oggi. Non so se sia stato casuale ma mi ha ricordato la mia bimbetta interiore. Quella che prendevano in giro perché aveva un occhio strabico e che, poi, quell’occhio  e quello sguardo sono Stati quelli che mi hanno regalato più gioie in assoluto. Hanno fatto girare tante teste e tanti si sono soffermati anche per altro.

La bimbetta è una donna che ne combina di tutti i colori. È brillante e divertente e in tanti amano la sua compagnia. Ha cercato di esser cosa buona. Non sempre le è riuscito. Sente le persone. Troppo. Ha cercato di fare del bene. Ma ha fatto anche parecchio male anche non dipendentemente dalla sua volontà.

Ma la vita è fatta così. È come esser dalla parte di chi muore mentre un ragazzo canta.

Quando era morto il mio papà ricordo di essermi ritrovata da sola seduta a un parchetto perché volevo stare un attimo solo con me stessa.
Dietro di me un ragazzo diceva
mi ha scritto dicendo mi manca l’odore della tua pelle… che palle le ho risposto sono venti giorni che non mi lavo.
Mi ha anche fatta ridere. Quanto siamo diverse dai maschi.
Bello anche così. È la vita. Faccia schifo o meno… è la vita.

E la mia… No, non fa schifo. È particolare. La vedo in modo speciale. E mi manca tanto un amico speciale. Ma anche questa è la vita.

Ehi.

vedo una cosa e dico è giusta per lui… la prendo… poi mi viene da lasciarla giù. ma che fai Ale…ehi Ale. Non puoi.
e se poi non la vuole..
e che te ne fai..
la aggiungi nel sacchetto…
si farò così.
la metto nel sacchetto. si sa mai.
eppure è mio amico.
eppure…
che strano non sentirlo e non sapere.
mi sento anche male.

Va bene senti… usciamo a mangiare bene e stiamo fuori a bere fino all’alba…. Fammi bene fammi bere fammi ridere.
ho bisogno di non pensare.
devo stare bene. io devo stare bene. e qui sto bene.
i tempi si accorciano.
devo andare in ospedale l’occhio peggiora a vista… sembra un ossimoro.
quanto sto bene.
il molo.
saluto il mio papà.
quanto stava bene qui.
lo vedo nella sua camicia gialla mentre cammina davanti a me.
papà… cazzo papà…
vado a bere, vado a vivere.
vivo.

Ma quanti lividi sulla pelle. E una morsicata di animale non specificato sull’occhio destro, quello sano🤦‍♀️

Mi vedo ancora

Forse perché è stato tornare a casa… sì, a casa…
ma io così felice non mi sentivo da molto tempo.
Ho lasciato tutto il dolore a Milano.
Qui vivo.
Mi nutro.
Respiro.
E non occorreva andare dall’altra parte del mondo come mio solito.
Quest’anno volevo stare a contatto del mio essere interiore. A casa. Nei miei posti. Negli odori che nemmeno ricordavo più.
Sto bene.

L’odore del pane salato, della sabbia mischiata alle creme al cocco, l’odore del basilico.

Questa Ale non la vedevo più. Ora la vedo e la sento.

Sì, ok. Ci sarebbe anche il mare. Ma, per me, è solo un dettaglio.

Ho bisogno di casa. Di famiglia. Di affetti. Di affetto. Di ridere senza problemi. Di sentirmi scema. Di tornare spensierata. Di fare o dire cose stupide. Di mangiare. Di trovare orme e passi da seguire. Di stare nel presente preservando ciò che sono stata.

B. C. Amico.

Buon compleanno a una persona a me cara e tanto speciale.
Mi vide da lontano. Si sentiva sperduto.
Corse ad abbracciarmi forte per qualche minuto. Mi tenne stretta.
Ero lì. Per lui.
Scrive e scrive bene.
Lontani. Sì. Fisicamente lontani ma così vicini.
Hai colmato un pochino il mio cuore quando era ferito. Mi hai chiamata quando il mio papà se ne è andato.
Non dimentico.
Sei una parte essenziale per la mia vita scalchignata ( non so se è italiano o milanese ma poco importa: il significato è quello).
Buon compleanno tesoro.

Battiloro.

Angelone

Perché mi ha letteralmente salvato la vita.
Perché quando sono in crisi lo sogno.
Perché quando stavo per buttarmi giù dal balcone c’è stato lui.
Non era il mio migliore amico. Mi ha però salvata.
Non l’ho nemmeno mai detto ai suoi amici più cari perché era una cosa nostra.
Mi ha salvata.
Se oggi sono qui è solamente merito suo.
Per ironia… non c’è più lui.
Perché ogni volta che vado al parco lo penso: lo avevo visto lì, in moto, l’ultima volta.
Perché era allegro come me. Ma come me aveva qualcosa dentro.


La cura per la malattia a base di interferone mi mandò, piano piano, in una depressione così nera che potevo avere sollievo solo con la morte.
Sospensione del farmaco, antidepressivi, cambio farmaco e psicoterapia sono stati la mia rinascita.
Ma rimangono scie dentro.
E se quella malattia del cavolo portasse solo cose fisiche… no. Si insinua. Ti cambia.

Ma se oggi sono qui a fare danni su danni, ma anche tanto di bello, è solo grazie a lui.
E non me lo posso scordare. E stanotte l’ho sognato.

Non è facile parlare di sé. Non è facile parlare della propria mente.
Si ha paura di parlare di cose che si conoscono poco.
Si ha paura delle cose che non sono fisicamente vedibili. Io stessa sono la prima ad avere una paura della mia mente enorme.

Ma così sono. E allora penso solo alle vacanze ma ho flash dell’Angelone che, oggi, valeva proprio la pena ne parlassi. Perché sono qui e sono viva. Con un cervello marcito ma felice di potermi godere la vita. Ed è solo e soltanto grazie a lui che mi ha fermata.

E ieri ho riletto un post vecchio di Evaporata e uno di Low Profile che non avevo mai letto prima. E grazie a chi ha coraggio sempre di aprire anche la propria mente oltre che il cuore.

Hey Ho Let’s go!

We’re ready. Let’s go!

Davvero è tutto?
Eh sì. Davvero.
Ma scusa, hai solo un trolley cabin bag? Eh sì.
Ma non ho capito… hai intenzione di cambiarti ogni tanto?
Eh ma mi offendi. Ho dentro roba per cambiarmi due volte al giorno per almeno quindici giorni.
Ho vestiti mignon. Ci sta tutto. La apro e vuoi vedere?
Ho cose piccole ci sta tutto che devo fare? Non ho jeans ma ho una felpa che è la cosa più ingombrante. Ho vestiti che, piegati, tengono il posto di un paio di mutande. Che devo fare? Vedrai…
Ho paura di che cosa possa saltare fuori…
Ellamadonna addirittura? Fidati e vedrai. Ho anche lo zaino per le medicine. Quelle sono ingombranti.
Ora si può partire?
Poi, però, cambiamo musica.
Ci vuole il punk per questo viaggio.

Bimba

Ho fatto cose imperdonabili.
Ho chiesto scusa.
No, non basta. Non basta mai.
Qualcosa mi stordisce. Mi fa tornare a ciò che sono e ciò che voglio essere.

Una malattia subdola.
Un cervello sotto attacco continuo. Non posso controllare corpo e mente.
Non io.
I farmaci, quelli sì.

Una cura per curarmi.
Il resto non si può curare. Non si potrà curare mai. Mai più.

Ora cambia tutto.
Senza buttare nulla, nemmeno le cose che vorrei cancellare con una gomma profumata e colorata. A forma di pinguino.

Mi perdono io? Non posso. Non lo farò mai.
Ma posso ritrovare quella bimba dentro. Prendermene cura e farla essere  qualcosa di meglio. Di meglio per me e per gli altri.
Combatto per questo.

Un mostro che non ha capito subito che cosa stesse succedendo. Un mostro pieno di sé. Questo sono stata.

Chi ti dà qualcosa. Chi ti dà anche troppo. Ma non l’ho capito. Non ho voluto vedere. E non si può essere come la mamma che accetta senza discutere, perché sei uscito da lei.

Ho accumulato emozioni in un contenitore. L’ho tenuto lì, senza prenderlo e metterlo dentro la mia anima. Eppure sì, credevo di essere qualcosa di bello.
Sono stata un disastro. Sono un disastro.

Un cervello spappolato. Smangiato.

Anche l’anima.

E allora prendo per mano la bimba. Cerco di dirigerla nel suo mondo più bello, quello un po’ più consono per vivere con gli altri.

E curo e annaffio i miei fiori. E annaffio ciò che ho di bello. E qualcosa di bello ho.

Una nuova visione di me e sul mondo.
Durerà perché ora sono schermata. E ho una cura buona che renderà la mia vita dolce e semplice.

Capirò cose di me che già so ma è tanto difficile mettere in pratica. La bimba lo farà. E cercherà di perdonarsi, un giorno.

Le rane sparite

Da due giorni pulisco casa perché devo partire. E non ho ancora finito. Il tutto per poi tornare e ripulire tutto. Sia mai la polvere…


Chissà quando starò via i mesi…


Non so quando torno. Ma starò via poco. Avrei del cortisone da fare… sto cercando di rimandarlo. Che poi… La neurologa mi ha detto Alessandra corri in pronto soccorso. Mmm. No. Anche no. Aspetto diventi grave per andare in PS.


Mi merito questi giorni.
Ho lavorato tanto. E sofferto tanto. Me li merito. E mi merito che quell’aereo parta davvero per Amsterdam a fine mese e senza problema alcuno.


La prima volta ad Amsterdam eravamo noi quattro. Ricordo la casa di Anna Frank, Van Gogh e le biciclette. E ricordo che avevo trovato un ristorante che aveva un grosso vaso pieno di caramelle che erano rane verdi smeraldo. Gommose. E ricordo che, e non so perché, rubavo bustine di zucchero da qualsiasi bar. E sempre odiato lo zucchero. Avevo così tanto zucchero che dovetti rovesciarlo nel portamonete. Avrò avuto sei o sette anni. Mi fermarono ai controlli. All’epoca non capivo la lingua. Mi trovarono zucchero dappertutto. Avevo messo anche delle bustine nelle tasche. Non vi dico i miei genitori. Volevano scappare dalla vergogna. Avranno pensato ti avessimo fatto portare droga in Italia. Ma da dove arriva quello zucchero? e bla bla bla. Non si fa, non si fanno queste cose. Bla bla bla. Le solite cose che dicevano per ogni mia mossa errata. Mio fratello… Non vi dico la faccia… Ho sempre fatto cose assurde e strane. E i metal detector erano quelli a mano. Quindi me lo passarono ovunque,  anche sul sedere. Che poi me lo diedero anche a mo di schiaffo. Sempre sulle natiche. Mi fecero passare continuando a ridere.

Poi ci tornai ancora per la gita di quinta liceo. Ma questa è un’altra storia e sarebbe ancora più lunga. Ma tornai anche da lì. Ma le rane erano sparite.

Ape in quattro parole

Mi piacciono i miei occhi. Ma detesto che si perdano cose.


Mi piace andare a correre anche se detesto correre.


Mi piace la crema al caffè e mi piacciono le scaglie ghiacciate triturate dai miei denti.


Mi piace il profumo del bucato anche se non trovo mai l’ammorbidente giusto.


Mi piace la pizza. Meno roba c’è sopra e meglio è. Una focaccia allora? No. Pizza ma senza olio e solo origano.
Mi piace mangiare e chi mangia. Mangio di tutto. Pesce? No. Formaggi? Men che meno, nemmeno la mozzarella. Ma mi piace mangiare. Mmm… ma se mangi come un uccellino? Eh va beh.


Mi piace sapere che ho un numero diretto con l’ospedale. Ho un faro nell’occhio. Cazzo. Detesto quella risposta. Fa presagire cose mica belle.


Mi piace guardare come mi stanno i pantaloni allo specchio.
Anche se guardo altro.


Faccio le prove. No. Non vedo.
Lo so già l’iter.
Cortisone a valanga.
Possiamo aspettare? Devo andare via.
Eh.
Eh.

APE is back

Il periodo è quello che è.
Poi arriva lui d’improvviso.
Leggerezza Ale, la tua, quella che ti faceva urlare i Queen a squarciagola.
Ah beh… se lo dice lui…
Non so quasi mezza canzone dei Queen. Cioè… le saprei anche ma mi invento le parole.
Le canto da quando ero piccola ma a modo mio.
Dubito di averle cantate  ma se l’ho fatto… aiuto. Per me e per chi mi avrà sentito.
Eppure ricordo risate epocali con lui.
Leggerezza… sì, anche. Ma anche molto di altro.

E allora sai che c’è… va bene mi farò carina e si esce.
Certo la faccia sembra abbia preso un sacco di mazzate. Mi sento gli occhi di Bud Spencer da quanto ho pianto. Vedo anche poco ma questo è per la maledetta che nel mio peggior momento della vita si è infiltrata. E te pareva.


E allora bevo una birra ghiacciata.E mentre un mezzo crucco mi racconta le sue vicende amorose più assurde di tutta la mia vita, rido.

E mi arriva un video. Inaspettato. Per me. Da lui che mi è stato accanto e mi guardava da lontano mentre una banda assurda suonava fuori dal funerale del mio papà. E rido. Mi mostra una birra con un’etichetta disegnata da me per il suo compleanno. Brinda a me.
Eccomi.


APE is back. Sì. Canto i Queen a squarciagola a modo mio davanti a un cantante vero che mi guarda tra l’inorridito e il divertito.


Lacrime non ne ho più. Mi sento leggera questa sera. Vi farò anche un fermo immagine della mia faccia e dei miei occhi strabici. Mmm, no meglio di no. Ma sì. Sì, APE is back.

Le tue cose

Vendere la tua cosa più preziosa.
Staccarsi da quella parte ferma della nostra vita.

Liberare la tua macchina. Metterla in moto. Toccare le tue cose.

Sì. Mettere mano in ciò che era tuo. Nella tua intimità.

Quanto può pesare.

Non vorrei entrare nel tuo mondo ma mi ci vedo costretta. Toglierò tutto cercando di non spiare nelle tue cose che rimarranno tue.

È un po’ come liberarmi di te. E la cosa mi fa paura. Ogni giorno perdo qualcosa.

Occorre andare avanti. Occorre farlo.
Non avrei voluto. È come togliere di mezzo le tue cose, le cose alle quali più tenevi.

Sai. Spero di averti fatto solo bene in vita. Perché ora sai… sento che ti sto tradendo.

Ti amerò sempre, papà. Si chiude un ciclo. Sono viva. Non so perché ma io sono viva. E vivrò perché così volevi. E spero di rendere onore alla tua persona sempre.

Scusami se ci dobbiamo separare dalle tue cose. Scusa se ti sentirai deluso. Ma non possiamo fare altro se non del nostro meglio sempre, per quanto sia dura.

Tornerò presto io. Te lo prometto.

Il dolore

Arriva il momento di dare parola al dolore.
Quando non è condiviso diventa ancora più forte. Quasi ingestibile.

Lo tutelo. Non lo posso nascondere.

Si potrebbe anche andare oltre.
Decido di fermarmi. Anche se non è da me.
Lo uso come modo di venire condotta a un’attenzione maggiore verso la vita.

Sono viva.

Ciò che sto provando non passerà così, da solo.

Le esperienze ci plasmano e ci trasformano anche inconsciamente.

Questo dolore enorme che provo mi desta. Mi fa svegliare. Come quando ti danno un pizzicotto sulla faccia mentre sei assorto.

La cosa da fare ora è tenere lo sguardo aperto verso ciò che accade.
Cambio direzione.

Non riesco a non farmi toccare. Non riesco a distaccarmi. Non riesco a farmi anestetizzare. Ciò che provo lo provo e lo sento. Lo sento dentro e lo sento sulla pelle.

Mi prenderò cura di questo dolore che provo. E mi prenderò cura di me. Continuerò a chiedere un aiuto, uno stop momentaneo per farmi ascoltare.
Continuerò a fare domande anche quando non mi verrà data risposta.
E risponderò a chi vorrà fermarsi perché ne varrà la pena.

Perdere un riferimento è destabilizzante. La mancanza degli affetti può distruggere. Si chiede aiuto, a volte in modo vano. So che ci sono stata per chi mi ha chiesto di fermarmi e sempre sarà così.
Chiederò anche io.
E lo chiederò anche alla me di adesso e alla me di mesi fa.

Mi farò prendere la mano.
Darò la mia.

Buon compleanno PAPÀ

Userò tutta la dolcezza che ho nel cuore.


Oggi sarebbe stato il tuo giorno.
Oggi è un giorno speciale.
È il tuo compleanno.
Auguri al mio papà.

Avremmo dovuto festeggiarlo alla grande. Dopo tutto questo periodo strano ce lo eravamo ripromessi.

Lo festeggio io per te.

Nessuno potrà mai amarti quanto me, dicevi.
È vero, sai?

Non si può essere amati più di quanto possa il proprio papà. Solo un papà ti mette davanti, e sempre, a qualsiasi cosa.

E il tempo passava e io mi allontanavo sempre un pochino di più per la mia sete di libertà.
E mi guardavi mentre uscivo la sera…
Mi sembra che hai esagerato col trucco, la gonna non ti sembra troppo corta? Se ti offrono da bere Non accettare, chissà che cosa ti mettono dentro al bicchiere. Non è che non mi fido di te, sono gli altri che mi preoccupano.

Eh sì. Più crescevo e più mi guardavi da lontano.

Andavo e venivo ma per il tuo giorno ero sempre qui, per te.  Perché ci tenevo. E so che per te era importante.

Oggi festeggio. Te lo meriti. Te lo sei sempre meritato.

Mi hai dato più di quanto potessi chiedere.
Mi hai donato e ricoperta di amore illimitato, di beni materiali, di tutto. Mi hai fatta studiare, mi hai insegnato ad essere indipendente anche se so bene quanto ti fosse costato. Eppure tornavo tra le tue braccia e col viso tra le tue mani. Sempre.

Ho un castello enorme di ricordi con te. Cose fatte, posti visti, luoghi scovati e litigate epocali. Questo rende più dolce il mio dolore.
Sai, si sa che arriva quel momento. Si sa che prima o poi siamo costretti a dire ciao. Ma non credevo così presto e, sinceramente, non credevo sarebbe capitato davvero.

Sono grande. Ero piccola dentro e un poco infantile ma la testa era grande anche allora.

Oggi ti festeggio. Oggi mi manchi. Oggi vorrei addormentarmi e sapere che, se avrò bisogno, verrai tu a portarmi un bicchiere d’acqua. Sì, come quando ero piccola e gridavo di notte Papà, ho sete.

Te ne sei andato sapendomi felice, sapendoci felici. E pieni. E soddisfatti. Credo non ci sia regalo più bello che potevamo farti. Per te.

Mi hai regalato un fratello meraviglioso. E più lo guardo e più rivedo te. Sì, è maturo e un grande lavoratore. Siamo due persone talmente tanto diverse che la cosa ti lasciava sempre basito. Come si può essere tanto differenti nonostante si è nati e cresciuti nella stessa famiglia? Eh ma le fondamenta sono le stesse. E sì, questo lo sapevi bene. Ed eri tanto fiero di entrambi.

Buon compleanno Lucio. Buon compleanno a quell’uomo eccezionale che era il mio papà. Che è e sarà il mio papà sempre.

Al mio amico

Ritorno qui, fugace. Per te.
Auguri di cuore.
A te che mi hai vista ridere a crepapelle e piangere disperata.
Siamo cresciuti negli ultimi anni, nostro malgrado.
Io ho tenuto te e tu hai sorretto me.
Abbiamo pianto insieme.
Hai sofferto per me. Io per te.

E ora sì, ci capiamo nel profondo. Quel dolore enorme ci accompagna sempre ma lo abbiamo reso un poco più dolce insieme. E tu mi racconti del tuo papà e io del mio.

Sei entrato nella mia vita un po’ tirato a forza… ma sei rimasto.
Rimanere è per scelta. E, alla fine, ci siamo scelti.


E i miei messaggi assurdi senza articoli per fare presto a dirti tutto. Una sfilza. Uno via l’altro. Mentre interrompi dicendo oddio ora muoio.
Le foto senza senso. Il dirci tutto nel minor tempo possibile per non perdere cose. Ma io ti interrompo di continuo. Eh ma anche tu.

Sei buono, onesto e leale. E cavolo quanto sei diventato grande. Sei davvero in gamba.
E lo so che sei lì. Sempre.

Stasera gnoranza a oltranza.

Grazie per aver deciso di stare nella mia vita, assurda come me.

Sei il mio amico.

Buon compleanno Luigi.

Ciao

Questo blog si prende una bella pausa.

Forse momentanea o forse per sempre.

Non ho bello da dare e non ho da dire niente.

Ma…

Grazie di cuore a tutti voi che mi avete letto e a tutti voi che mi siete stati accanto in modo puro.

Per ora va così.

Vi abbraccio forte.

Ale.

Dal cuore al piloro

Non vi ho letto. Ho scritto poco.
Non avrei messo attenzione e quando leggo di qualcuno vorrei farlo in modo attento.
Non è periodo, non sono giornate.
Un susseguirsi di avvenimenti dei quali parlare è dura.
Ma sono qui perché ho voglia di essere qui.

La malattia è calma e questa cosa mi mette in allarme. Quando tornerà lo farà in modo devastante ma superabile, come sempre.

La mia mamma me lo disse: si risolve tutto, a tutto c’è una soluzione tranne alla morte.
Ovvio.
Ma dirlo a una bambina che piange disperata sulle ginocchia  di un adulto ecco… la bambina rifletté parecchio a quelle parole.

La bambina ero io.

La bambina sono io.

Ho fotogrammi precisi nella mente.
Domande continue sulla vita che mi riescono a togliere il fiato.

Ho tanti perché che non hanno risposta alcuna.

La mancanza degli affetti può fare sanguinare il cuore e farlo piangere così tanto da renderlo debole.

Sono stata una bambina felice e allegra. Piena di gioia. Ma qualcosa dentro era tanto radicata, una malinconia del cuore, quella che ti mette in allarme anche se hai pochi anni. È quella cosa che mi porta ad avvicinare le persone e a farle avvicinare. Qualcosa che rimane attaccato alla paura di poter perdere ciò che hai, all’improvviso.
E ciò che temevo di più è capitato.

La mancanza dei miei affetti mi stritola anche le budella. Fino al piloro, avrebbe detto il mio nonno.  Ma chissà mai che sarà ‘sto piloro, si chiedeva la bambina.

E tutto ciò mi ha portato a te. Tutte le lacrime interne mi han portata qui, nello stesso punto dove ti trovi tu.
Con le stesse paure e gli stessi bisogni. Tutto ciò che è passato dietro è servito a trovare te. Ecco. Te lo volevo dire. Dal cuore fino al piloro.

Rewind

E ti ritrovi più grande.

La pelle riporta qualsiasi tuo frammento di vita. Ogni ricordo vecchio o recente.

Caspita. Sono proprio grande, è ufficiale stavolta.

La mia firma vale qualcosa.

Le mie decisioni anche. Che fare? Che cosa avrebbe scelto per sé? Che cosa avrebbe voluto? Mi spremo le meningi, devo ricordare assolutamente.

Tatuaggi guardati con sospetto, quasi con rabbia. Ma perché devi rovinarti la pelle?

Quelle cicatrici enormi sul braccio, sulla schiena, sulle gambe, sulle dita, sul viso. Ovunque in una sola frazione di secondo.

Mi guardavo allo specchio. No, non può essere. Rewind.
Se si potesse tornare indietro ma non si può.

Sono così grande.
Mi volto a guardare quanto fossi felice anche solo un anno fa.

Saltellavo. No, non andare là sopra, la piastrella è rotta rischi di farti male.
Io ci vado ma piano.
Rewind.
Cinque punti sul piede, ospedale al mare, medici più impauriti di me.

Ehi ciao. Ci vediamo sabato.
Sì. Ci siamo rivisti ed era sabato.

Senso

Ho imparato ad andare piano. Ho imparato ad andare sempre un poco più forte.
Ho imparato che era bello andare in bici con le rotelle e così brutto senza.
Imparai a cadere meglio per non aver troppo male alle ginocchia.
Ho imparato a non strappare le croste per non sommare le cicatrici.

Ho imparato che le mamme per baciarti ti spostano i capelli dal viso. Anzi, te li spostano sempre: forse per tenertelo libero da far ammirare al mondo.

Ho imparato a sorridere anche morendo dentro.

Ho imparato a cadere in modo indipendente. E alzarmi da sola.
Ma qualcuno dietro mi guardava e forse mi guidava anche.

Ho imparato a convivere col dolore.

Mi vedo bella per ogni volta che esco dalle gallerie. Mi vedo bella per ciò che conservo dentro.

Ci sarà altro di bello riservato per me?
Sì. Deve essere così… altrimenti nulla ha un senso.

Scorro

E, per il momento, decido di rimanere senza meta.
Vago.
Rispondo ai messaggi.
Leggo le mail, finalmente e dopo tanto.
Sono rimasta indietro. Mi capita spesso, ultimamente.

Vago. Senza cercare nulla.
Fluttuo.
Il caldo e il sole rovinano la mia pelle. Non riesco nemmeno più a contare le macchie nuove.
Iniziano a ricomparire le lentiggini, nonostante la crema a 50 di copertura che metto anche in città.

Come se poco avesse ancora importanza vitale. Ascolto il mio respiro. A volte è strano, a volte è come si bloccasse nel momento del sonno. Salto in piedi e lo faccio tornare.

Rispondo a un ciao di qualcuno che nemmeno conosco. Ma il sorriso era così bello che mi ha lasciato qualcosa di meraviglioso dentro.

Riempio la mia parte che dorme ancora.

Condivido del vino bianco fresco e millesimato e del cibo parlando di quanto era bello anche solo un anno fa.

Ricordiamo vecchie cose e momenti rimasti in così tante foto che il telefono non aveva più memoria. Ma che bello era. Come ci siamo divertiti. Ogni giorno sceglievamo dove andare a mangiare. Un’ora di scampo, un’ora preziosa.

Troveremo altri posti ancora. Troveremo le nostre mete.

Eppure ne ho fatte di cose, eppure ho stravolto la mia vita.
Eppure ora va… scorre.

Scorro anche io.

Rifiorire

Ti fotograferò fino a farti rifiorire dentro.
E così è stato.

Lascio ad altri quel fare di tutto per non essere in grado di guardare.
Mi tolgo da persone poco attente, dalla loro incuria e disattenzione.
Mi metto in situazioni allegre, non perfette ma spensierate.
Mi avvicino a chi non fa drammi per un nonnulla, a chi è capace di riprendersi, a chi sa stare al gioco.

Mi giro quando dicono il mio nome.
Mi fermo quando sento una mano sulla schiena.

Ehi ciao.
Raccontami un po’ di te.

Hai fotografato quel posto anche se condurrà a qualcosa di difficile?

Sì.

Mentre aspetto treni che vanno e vengono e accumulano ritardi, guardo il tabellone.
Quanti posti ancora potrei vedere.
Basterebbe fingere di aver sbagliato destinazione.

Dove vorrei andare…
Quale scelgo?
Il primo che parte.

Mi prendo una granita per sentire scaglie gelate nella bocca che sanno di limone aspro.

Soffio nella cannuccia forte, il liquido schizza e mi fa stringere gli occhi. Che gioco assurdo, lo facevo da bambina per infastidire mio fratello.

Prendo un  pacco di biscotti al Bazar del souvenir. Sì, prendo qualcosa per chi mi sta accanto in modo puntuale.

Stringo la cannuccia fra i denti, la mastico forte per far passare il limone piano piano.

Scelgo ogni giorno chi fa di tutto per voler restare e mi prende in toto coi miei difetti ma anche coi miei pregi.

Sei in forma oggi Ale… Sì, lo sono.
Quanto parli… Sì, lo so.
Perché urli sempre?
Per farmi sentire meglio, lo direbbe anche il lupo. Cancello il tempo perduto a stare dietro a chi significato non ha avuto, a chi, col tempo, è diventato un peso e qualcosa di non bello.

Mi faccio una birra. Brindo a me alla faccia di chi voleva affossare la mia anima spensierata.
Brindo a te, al mio papà che riguardo sorridente in foto perché accanto a me.

Torno piena

Il passato che amo che si intreccia col presente.
Basta un gesto che mi riporti a me, piccola e bassa davanti a quell’uomo alto che ho amato tanto.

Mi tengo quel momento, solo momentaneamente. Poi voglio farti sapere di quanto sia stato bello. Inaspettato.

Ehi. Ciao.

Questa è l’occasione per parlarti.
Ma me ne devo andare.
Hai fatto qualcosa per me. Non riesce a tutti.
Mi sembra di vivere un momento astratto, enigmatico ma che mi lascia tra le mani qualcosa di vero. Si intona con la mia pelle, mi sta bene, ci sto dentro a pennello.

Qual è il luogo dove sto bene?
Qui.
Sì, qui sto bene.
Qui sono a mio agio.
Qui c’è qualcuno che mi fa sentire preziosa. E bella, tanto bella.

Ti ho lasciato qualcosa?
Qualcosa da ricordare come una vecchia foto appartenuta a una famiglia sconosciuta. Ma esistita davvero. Un frame di un momento da ricordare, di qualcuno che, probabilmente, non c’è più.

Una foto gettata di un periodo felice.

L’ho raccolta sai… e la regalo a te.

Non getto momenti.

Torno piena, anche stavolta.

Ombra sul muro

Il momento nel quale esco.
Nessuna ombra può seguirmi, nemmeno la mia.
Cammino alle spalle del sole, la schiena è calda.
Sono alti i muri ma ho imparato a guardarli dal basso. Apprezzo altezze, apprezzo il sentirmi piccola. Più si alzano le cose e più mi faccio tascabile.
E poi mi prendi, mi curi, mi saluti.

Le mie ossa fragili, la mia pelle così bianca da rimanere bruciata anche in città.
Le zanzare che mi pungono le gambe e mi lasciano segni che sembrano indelebili.
Ma poi, col tempo, se ne vanno anche loro.

Tu non vai.
Ti ho sognato.
Eri bello.

Io che avevo paura di non vederti più. Sei comparso, ehi ciao sono qui, mi dici.

La mancanza che stritola forte il cuore, come uno straccio che va strizzato per non far cadere l’acqua in eccesso.

Sono piena di lacrime interiori. Ci provo a torcermi ma non se ne vanno.
Rimango impregnata dentro.

Mi scaldo. Il sole mi abbraccia. Mi faccio tenere, mi faccio circondare.

Manchi, sai?

Mi giro di continuo, faccio cose senza senso.

Rido ancora, sai?

Ma non mi sento spensierata, non più.

Continuo. Il dolore per te è qualcosa che avrò per sempre. Mi sento un’ombra, piccola. Mi vedo sul muro e mi ritrovo grande. In un battito di ciglia sono io di nuovo.

Fiducia saldata

Saldare un debito di un caffè.
Stamattina sono uscita presto.
Avevo quel pensiero. Non era solo saldare un debito ma anche ripagare la fiducia riposta. Ieri sono entrata in un bar. Per la prima volta. La barista mi ha subito sorriso. Le sorridevano anche gli occhi. Faccio per pagare e volevo nascondermi sotto alla cassa… non ho soldi… Avevo lasciato tutto nello zaino e meno male che mi era venuta voglia di camminare e ho raggiunto lavoro a piedi.
La ragazza mi dice Me lo paghi domani. Eh ma come fai a sapere che torno?
Perché mi fido.
Ringrazio ed esco.


Stamattina ho saldato conto e fiducia. Non sarai venuta qui apposta per pagare il caffè?
Sì sì invece. Avevo il pensiero da stanotte e un post it sul telefono.
Grazie.
No, grazie a te per la fiducia.

Paura? Non pervenuta.

Le sale di attesa mi hanno sempre regalato momenti di profonda umanità.
Anche il mio nonno lo diceva sempre.
Quando stai male è lì che gli esseri diventano umani.
Vero.
Accade quasi sempre che si iniziano a raccontare le proprie cose. Si dispensano consigli e si condividono esperienze. Non per farsi compatire come succede nella quotidianità, ma per essere vicini.
A me succede sempre così.
Ieri il gesto di una coppia che, nonostante fosse lì da tempo a causa del ritardo del medico, è stato bello.
Andate. Entrate che avete un treno da prendere. Grazie. 
Sono cose che, apparentemente, possono sembrare piccole e insignificanti invece hanno una valenza enorme. Gesti che riportano alla pace, che ti fanno vedere il mondo in maniera differente. Essere grati a qualcuno.

Condividere e aiutarsi anche quando nemmeno ci si conosce. Essere un sostegno o quel volto che, una volta fuori dalla stanza, rivedi e ti sorride. Ti cerca e ti saluta.

Nelle tragedie e nei momenti critici si trova un risvolto bello e appagante. Qualcosa che ti riempie.

Sapete, non ho più paura.
Saper trovare il bello ti fa scavalcare quel gradino.
Fermarsi venti minuti sotto una galleria del treno e non sapere nemmeno se e quando si ripartirà, sarebbe stata una cosa che, al solo pensiero, mi avrebbe fatta stare male.
Ho mantenuto il controllo, ho mantenuto i nervi saldi, non ho avuto terrore alcuno.
Non so se Ape sia cresciuta davvero oppure non ne possa più degli eventi tanto che, ormai, nemmeno si fa più toccare.
Non lo sa esattamente ma non ha più paura.

Alcatraz

Ritornare ai concerti.

Ritornare senza maschere.

Tornare a stare in mezzo agli altri. Senza paura.

Ritornare all’Alcatraz, finalmente aperto.

Ritornare tra buttafuori e bevitori di birra.

Non ha prezzo la vita. Nemmeno la felicità. Bisogna andare a prenderle e buttarsi nella mischia il più possibile.

E poi c’è lui…

Mi sento libera

Adesso sì che puoi vedermi.
Entra in me attraverso il percorso che preferisci.
Entra in me, nella mia sfera privata come fossi un dono.

Non ho più necessità alcuna di restare entro determinati confini. Invado lo spazio che mi circonda.

L’incontro con te mi ha permesso di rileggere il mio passato. Ora capisco meglio ciò che è accaduto e ciò che non andava, ciò che non era giusto, ciò che mi faceva così tanto male da passare alcune notti a piangere.

L’amore che provo per le persone e per ciò che faccio è linfa che mi spinge a fare e a comportarmi meglio.
Penso. Miglioro.
Studio.

Sono qui e sono come sono.

Mi vedi? Mi senti?

Fiducia riposta da entrambe le parti. Ricavo spunti.
Mi sento libera.

Stai qui

Resto qui.
Resto perché ne ho voglia.
Resto anche perché me lo hai chiesto.
Resto perché ne ho bisogno.
Resto… perché non dovrei?

Si cerca di restare sempre dove si sta bene e dove ci si senta speciali.
Si resta attaccati al passato, agli oggetti, alle persone che aiutano il cuore ad essere sempre un po’ più felice.

Si resta dove c’è un poco di odore di casa.

Resto accanto.

E allora sì, te lo chiedo.
Stai accanto a me.
Stai dove stai bene.
Stai qui, il tuo posto è vicino alla mia sedia.
Il tuo posto è tuo.

Stai qui perché vicini stiamo bene.
Stai qui a confondere il tuo odore con il mio.
Stai. Resta.
Sto. Resto.

Uno a uno

Niente di meglio scaccia via la malinconia come un abbraccio.
Uno di quelli veri dove stringi forte e vieni stretto forte.
Dove ti metti in modalità di venire accolto senza orpelli.
Sentire un pianto sommesso tra il collo e l’orecchio.
Senti e stringi.
Ti dai e vieni stretto.

E poi ci si guarda negli occhi.
Non badi alle lacrime ma nemmeno fai finta che non ci siano.
Prendi tutto il pacchetto.
E stringi ancora. Stringi forte come se fossi un adulto che si prende cura del proprio bimbo. O del bimbo di un altro ma bisognoso di cure immediate.

Sentirsi fragile. Sentirsi scoperto come un cavo elettrico senza la plastica attorno.

Si lavora sodo per crescere.
Si lavora sodo per esserci per chi ha bisogno.
Ci si affida e si prende in custodia come quando compri un biglietto di sola andata. Sì perché al resto, a tutto il resto, ci si occuperà poi. Al momento giusto. All’occorrenza.

Non esiste, per me, gestione oculata nei sentimenti. Arrivo dove desideravo. Da lì in poi mi lascio andare.

Stringo forte. Mi lascio trattenere per secondi che scadranno in braccia aperte. Spalancate per me.

Ributto sott’acqua teste inutili che non hanno avuto senso alcuno. Le spingo forte e me ne vado. E no. Non ho perso tutto perché ho sempre voglia di ricominciare.

Ricomincio. Da me. Da un abbraccio voluto e uno desiderato.

Se non ti dispiace

Vado e vengo spesso.
A volte ritorno. A volte attendo.
Ho trovato un luogo che pullula di vita.
Sbatto forte i piedi dentro l’acqua. Mi arriva addosso ed è fresca.

C’è fermento e qualcuno viene attirato dal baccano. Ci si ritrova nello stesso punto. Ehi. Rimani qui anche tu.

Quante volte mi hai ridato la vista?
Non le conto nemmeno più.
Le spiegazioni dei colori sono precise e puntuali.
Se mi aiuti posso ancora distinguerli.
Sai una cosa?
Sto bene nel mio corpo anche se ammaccato come una portiera dopo una precedenza non data.
Ma qui, proprio qui, la precedenza è stata rispettata.

Sì. Corpo e pelle stanno a loro agio e nella persona giusta.

Sai, grazie per avere parlato con me. Grazie per quell’abbraccio. È stato bello. Mi hai creato una sorta di protezione come la crema solare 50.
Vengo con te se non ti dispiace.

Non si scappa

Prima di entrare a lavoro vengo colta e coperta da un profumo alla mela verde. Che cos’è? Chiedo.
Il nostro igienizzante per le mani. Ma quanto è buono? Di che marca è?
Me ne regala una bottiglietta.

Ricordo il Campus, era il mio shampoo preferito da piccola.
Il colore era di un verde bellissimo, il tappo era a forma di pallone dello stesso colore del liquido. E il profumo… era qualcosa di eccezionale. Non me lo presero più quando provai ad assaggiarlo. Era davvero buono.
Solo shampoo trasparente da lì in poi, solo qualcosa che non fosse bello ingerire.
E quando sei piccolo puoi solo ascoltare e adeguarti alle regole.
Non si scappa.

Io e il mio papà

Ti prenderei la faccia tra le mie mani infantili.
Ti direi non avere paura.
Proteggere chi è diventato grande, così tanto da diventare fragile.
Vorrei ancora riempire le labbra e baciarti la faccia col sottofondo della barba che, di sera, iniziava a pungere.
Da piccola ti guardavo mentre la facevi, alzando il mento e dicendo state attenti se no il papà si taglia.
La pelle profumata di buono. Ti vedo mentre stendi il dopobarba picchiettando sulle gote e sugli zigomi che confondevo coi miei.

Ti vedo davanti alle specchio del corridoio mentre ti fai il nodo alla cravatta, al collo di una camicia stirata in modo perfetto.

Ti vedo mentre scegli i vestiti accuratamente e l’orologio giusto, sul tuo polso piccolo come i nostri.

Sai, Daniele ti assomiglia tanto. È un uomo. È un grande lavoratore come te. È onesto e serio.
Anche io ti somiglio nella faccia. Rivedo te, il mio papà.

La tua risata interrogativa sulle cose che raccontavo a macchinetta.

Il tuo affetto nei gesti e nel voler sempre esserci.

Le litigate per gli orari assurdi da rispettare. Ma come faccio a tornare a casa alle undici e un quarto se esco alle dieci?

Il tuo aspettarmi con la lucina accesa. E rientravo e sentivo clic. Buio.

I tuoi regali quando tornavi dai viaggi distrutto. Avevi sempre la forza di aprire la valigia e noi tre lì attorno ad aspettare che tirassi fuori le cose per noi.

Darei dieci anni della mia vita per avere indietro ancora cinque minuti di quei momenti. Magari quelli della domenica tutti insieme,  il pranzo in sala con la tovaglia che sapeva di bucato e le paste sul vassoio posizionate in modo ordinato. E tu in mezzo a noi per dividere i litigi e le botte che ci davamo per un nonnulla.

Nulla più è perfetto senza te. Nessuna festa sarà più all’apice della gioia. E sai. Ieri è stata una giornata triste e tu sai quanto amassi il mio giorno. Sì, ho festeggiato e lo farò ancora. Ma io rivoglio indietro te che sei il mio papà.

Solo il bello di me

Poi ho conosciuto lei.
Ha il cuore buono, forse il migliore mai conosciuto.
Mi ha accolto fra le sue braccia.
Le ho visto gli occhi lucidi per me. Cercherò di non farle male mai.

L’ho riconosciuta dal sorriso timido.
È come se avesse paura di non trovarsi nel posto giusto mai.
Come se dovesse chiedere scusa per esserci. È silenziosa ma io la sento eccome.

Le devo i miei pensieri migliori.
Non conosce il male, se non quello arrecatole. Sa amare in modo puro.
È capace di farlo e, forse, nemmeno lo sa.

Una persona tanto preziosa non l’ho mai conosciuta.
La riconosco in un bellissimo bicchiere di cristallo, di quelli col vetro tanto fine che sembrano spaccarsi solo allo sguardo.

E la guardo e mi sento bene così tanto da percepire che tutto può andare a posto.

E quando le sto accanto tutto va a posto davvero.

E allora grazie. E sai… non smetterò mai di dirtelo. Meriti solo il bello di me.

Per te che ami le rose. E i fiori tutti.

Il migliore dei regali

Ridarei indietro il più bello dei regali per la tua telefonata all’alba.
Auguri _ _ _ _ _ _ !
Quel nomignolo nostro, da quando ero ancora muta in un passeggino. Sai… non l’ho mai svelato a nessuno perché era cosa nostra.
Il tuo prendermi la faccia tra le tue mani.
Il tuo ultimo regalo l’ho mantenuto al polso.  Me lo guardo ed è bello sotto alla scritta Taxi.

Saresti sempre fiero di me.
Il tuo nome ancora in rubrica col tuo viso che mi sorride.

Oggi si festeggia. Non sarà la stessa cosa. Non è più così importante.
Manchi tu all’appello. Il tuo posto a tavola. Festeggio e ti porto dentro. Come ogni giorno, del resto.
Io, che ti somiglio così tanto. Mi faccio guardare da chi ti ha amato quanto me così magari ti ritrova un pochino.

Ciao Papà.
Sei stato tu il migliore dei regali.

E son 44…

Auguri Ale.

Guardiano

Essere un guardiano.
Controllare la propria aerea senza invadere.
Ho rispetto del tempo. So che è limitato, lo so molto bene.
Non voglio andarmene via senza lasciare una traccia.
Non mi sento impaurita. Anche perché, e l’ho sperimentato sulla mia pelle, la paura fa fare cose folli.
Il mio riscatto è dato dallo sfuggire dalle sensazioni di pericolo.
Non c’è medicina contro l’incessare del
tempo.

Interesse ed attenzione non scemano.

Non lo so spiegare ma se lo credo davvero, i miei sogni si avverano, come una bellissima magia.

Sono un po’ particolare, lo so. Forse strana. Sono perfetta così per me perché mi sento in sintonia con ciò che sono davvero.

E finalmente ho un guardiano sulla pelle che guarda negli occhi quella piccola ape con l’ala spezzata. Ma sapete… il colore si è espanso… l’ala si sta ricucendo. Da sola. Senza appellarmi a nulla di esterno.

Costola di Ape

Servivano solo alcuni scatoloni per potere giocare e per costruirsi una casa.
E così… ebbi una lavatrice con l’oblò tagliato alla perfezione con un taglierino.
I pulsanti col pennarello nero.
Giocavamo a fare i grandi e a fare il bucato.
Raccoglievamo da terra i nostri vestiti e poi via, tutto in lavatrice. Per un po’.
Bastava davvero poco per esaltarci.

Il resto arrivò per Natale.
Un forno di legno e un lavabo che sarebbe dovuto funzionare per davvero. Ma ecco che qui arrivò mio fratello l’inventore che, nei panni di un idraulico, smontò tutto e ricompose. Il rubinetto non andò mai più.

Ci costruimmo anche la televisione senza tubo catodico.
Cambiavamo anche canale. Io ero al quiz, mio fratello al telegiornale.

Bastava davvero un non nulla.
Non che adesso mi ci voglia di più per divertirmi. Mi occorre ancora tanto poco. E ieri… caspita non ridevo così tanto da un secolo. Forse è stata la prima volta dopo la morte del mio papà.
Sapete quando sembra di aver fatto un centinaio di addominali?
Mi faceva male tutto, per un attimo ho anche creduto mi si fosse rotta una costola.

Non andrò via

Girovago nel mondo ma sento mi manchi qualcosa dietro.
Allora glielo dico.
È come se, dovessi mai cadere, mi manchi il cuscino dietro.
Mi prendi se cado?
Se non ingrassi, sì.
Ti prendiamo tutti.
È questo il tuo cuscino.

Mi fa ridere. Anche nel mio momento di sconforto.

La vita è davvero in gamba nel cambiare le priorità. Forse è l’unica che può farlo anche in un batti baleno. Decide per noi. I suoi snodi possono cambiare direzione in qualsiasi modo e in qualsiasi momento.

Ho imparato a dire le cose. A volte male. A volte meglio. Quando mi sento fragile cerco quella fonte di energia continua. Poi c’è lui in grado di ridarmi la carica.

Quando c’è un problema intervengo sempre. Non lo blocco, anche quando sarebbe meglio lasciare andare. Non mi viene da minimizzare nulla ma riesco a rimpicciolire le cose nelle loro dimensioni. Quando sono piccole si incastrano meglio senza patire.

Non andrò via.

Debitrice

Il caldo che colpisce.
I nervi che si stoppano.
Che poi… se facesse caldo senza farmi danni lo accetterei anche. Come tutti.
Magari solo qualche lamentela.

Nemmeno mi viene da lamentarmi.
E vorrei tanto. Ogni tanto, mica di continuo.

Ogni ritiro dei farmaci è un ringraziamento a chi paga le tasse per permettere anche a me di curarmi.
Poiché, diciamocelo, se così non fosse nemmeno potrei farlo.

Un sacchetto con dentro novemila euro. Per nemmeno tre mesi di cura.
E lo difendo con le unghie per poi correre a casa e porlo nell’armadio.
Non possiedo nulla di così prezioso se non quel sacchetto.

Me ne sto al fresco. Accendo l’aria. Ma oggi va così. Oggi me ne sto sul divano aspettando che passi.

La doccia dura circa mezz’ora.
Mi pettino in venti minuti.
Mi vesto in un tempo che sembra interminabile.
Meno male che non mi metto le scarpe, altrimenti sarebbe un’altra mezz’oretta perduta.

Rispetto i suoi tempi. Rispetto i miei.
Chi non ama lei o la maltratta farà la stessa cosa con me.
Chi non la capisce e non la vuole comprendere farà la stessa cosa con me.
Chi non la accetta e non accetta ciò che comporta e porta lo farà con me.
E così è stato in un passato nemmeno troppo remoto.

E sai, amica mia, ti sono debitrice della pulizia che hai fatto.

Viaggio tra colori

Aspettami. Vado a prendere la giacca e arrivo.
Mettiamo in campo un poco del nostro spirito di avventura. Andiamo là, nel luogo incantato.

Anche tu sei attratto dalla bellezza?

Ci avviciniamo con lentezza per godere meglio del panorama.

Che cosa ci offre questo luogo da esplorare? Andiamo sempre più all’interno, conosciamoci. Siamo a nudo, fragili e inesplorati. Ma sai che cresci in fretta? Ti stai espandendo. Sembri felice.

Dici che si vedono i colori. Mi chiedi ne hai mai visti di così brillanti? Ne hai mai visti così tanti tutti insieme?

Raccontameli. Descrivimi i colori che cambiano. Vedo che sono brillanti in una tonalità di grigi.  Anche una scala in bianco e nero può essere bellissima. Come si arriva a godere di tinte così belle? Guardando. Facendo attenzione al dettaglio. Prendendo tutto quello che la vita mostra.

Ehi. Raccontami qualcosa di te. Mi metto qui accanto. E poi faccio un passo indietro per metterti a fuoco.

Sai, in questo viaggio che mi ha portato qui, sono felice.

Il segreto di Napoleone

Stavo là. Mi passava i libri come faceva con le caramelle alla menta che la nonna gli metteva nelle tasche per le crisi di glicemia bassa.

Sì, nello stesso modo.


Lo leggi qui, lo finisci e lo rimetti a posto. I libri sono tesori. Non li presto.
Va bene nonno.
Ma sai… questi sono libri difficili per me.
Leggili. Non possono che farti bene.


E fu così che imparai tutto su Napoleone. E lo portai all’esame di quinta elementare.
La mia maestra e quella della Commissione rimasero senza parole quando parlai di quel personaggio. Conoscevo tantissime cose. Più di quante me ne avessero insegnate a scuola.
Immagino sia merito del nonno…
Mmm… no… farina del mio sacco, lui mi ha solo dato da leggere la biografia.
La bimba parla sempre del suo nonno.


Mica solo la bimba Ale. Anche la ragazza Ale. Anche la donna Ale. Prima e ora. Sempre.

E poi raccontai quell’aneddoto che, invece, lessi in una storia sul Topolino.  Risero teneramente. E rimasi un pochino offesa.

Topolino andò a ritroso nella storia e incontrò Napoleone. Fu così che, a dispetto di tante inchieste storiche, scoprì il motivo del braccio nella giacca:  aveva un pettine nella tasca interna. Ogni tanto Napoleone si guardava allo specchio e, vedendosi in disordine, si pettinava.

Pensai fu una scoperta geniale. Topolino aveva fatto centro. E lo dissi alle maestre in modo fiero.

Qualcosa di bellissimo

E come sta il tuo cervello?
Eh. Non saprei.
Certo, sa bene ciò che è successo.
Ha sempre fretta di riprendersi dopo ogni intoppo e quindi va veloce. Velocissimo. Come quando in banca contano le banconote. Veloce così.

Quando sa che non è facile va in un’altra direzione. Ha una capacità di prendere strade differenti al primo ostacolo. Come il nuovo aspirapolvere che sta per terra e non lo trovo mai ma, appena viene sfiorato, gira i tacchi e se ne va.

Ecco. A volte è come se volesse andarsene quando qualcosa lo tocca e lo urta.
Ma c’è quella cosa in fondo che lo fa rimanere vigile. All’erta come le antenne che svettano sui tetti.

Mi faccio dare un passaggio.
Non voglio guidare, voglio lasciarmi trasportare. Non voglio fare le regole né seguirle fin quando vengo colta di sorpresa da qualcosa o da qualcuno. .

Arriva ancora il momento di farsi conoscere. Ci si spoglia degli orpelli e ci si presenta per come si è. Eccomi, sono qui, guardatemi. Ciò che sono. Ciò che penso.

Do la possibilità di risvegliare la vita.
Come un butto su quel pino spelacchiato. Ogni giorno prende acqua e sono io a portargliela.

Mi annaffio. Mi abbevero alla fonte e poi ritorno. Mi sento ancora viva. Pronta a farmi travolgere da qualcosa di bellissimo.

Ciliegi in favola.

Eh sì. Slogan per pubblicità occulta:

QUESTO LIBRO È QUALCOSA DI BELLISSIMO.

Qualcosa rimane sempre uguale

Torna per un giorno. Da molto lontano. Da un posto bello. Ed è me che vuole vedere.  Anche se quasi mai ci sentiamo. Ma ci ricordiamo l’una dell’altra.
Essere state complici. Compagne di lavoro. Amiche per quel poco che ci siamo godute.
Lei a chiedermi consigli. Come la vedi Ale? Tu che sei più grande… come è dalla tua parte?
Io a regalarle un poco di brio per tirarla fuori dalla sua serietà.
Lei a regalarmi un po’ di regolarità e anche di regole.

Ci saresti Ale?
Beh, non ti perderei per nulla al mondo.
Un aperitivo.
Un lasciarsi fisicamente ma portarsi sempre nel cuore. Ricordi che affiorano condivisi.
Qualche lacrima anche. Sua.
Farle da guida. Consigliarle solo il meglio. Vai. Vai. E poi vai ancora. Sei brava, vai a farti vedere in giro. Non restare. Non fermarti qui dove non avresti il palcoscenico che meriti.

Andata. Triste un pochino. Ma andata.
Sbocciata come il fiore più bello, bello come la sua pelle trasparente incorniciata dalle lentiggini simpatiche di un bimbo buffo.

Ritrovare qualcuno. Cercare nel fisico se qualcosa è cambiato. Ma il sorriso, ecco, quello è ciò che rimane sempre uguale.

Olivia

Il fermo immagine di una bambina buffa e tanto colorata di suo.
Le gote rosse su una pelle bianca come il latte. Inizia proprio lì, su quel bel visetto, il suo amare i colori.
Una faccia bianca e rossa è una faccia sana. La réclame della salute, come avrebbe detto la nonna.

Guardo la mia ape con l’ala spezzata.
Il colore si è espanso, così tanto da unirne i due lembi.
Un’ape che vola. Ora è un’ape integra. Allargarsi così tanto da ricostruirsi e rimarginarsi, come fanno le ferite con il loro tempo.

La bimba colorata sfiora il corrimano lungo la strada con di fronte il mare.
Un metro almeno davanti agli adulti.
Una corsa in libertà. Dietro di lei, una bimba con le gambotte ancora impacciate per camminare senza una supervisione.

Un’ape vola, scrutando ogni fiore che incontra. Viaggia sicura da sola.
La benda  è stretta bene, talmente tanto da far passare inosservato il suo modo incerto di andare.

Restare in equilibrio. Seguire una linea impercettibile con lo sguardo.

La serenità è nello stare al proprio posto, trovarlo sgombro e accomodarsi. Entrare, sedersi e restare. Volare con la benda, osservare una bimbetta, trovare il tempo per gustare un fiore.

Collimano i pezzi

Perdo a braccio di ferro.
Chiedo la rivincita.
Sì, così.
Mi devi la rivincita. Come riprendersi un pezzo di vita che è stato tolto.

Guardare sempre negli occhi, stringere forte la mano. Così mi ha insegnato, così ho fatto.

E poi mi metteva ad incollare oggetti piccoli. Prendevo l’Attack, poco alla volta con uno stuzzicadenti.
Si impara anche quello.
Le prime prove erano disastrose. Quel piccolo bastoncino di legno si appiccicava al mio oggetto.

Ripulirsi, ripulire.
Riprovare. Come avere la rivincita accordata.

Come un puzzle.

Pezzi ricostruiti, assemblati, messi insieme in modo meticoloso fino a renderli perfetti insieme.

Incastrare gli angoli. Incastrarsi.

Prima di iniziare bisogna sia tutto pulito e ordinato. Ora puoi organizzare il lavoro. Si impiega tempo solo all’inizio ma poi tutto va e si recuperano i minuti perduti.

Quindi faccio così. La tavola è sgombra, i pezzi sono lì.

Incollo facendo combaciare i bordi.
Pezzi che collimano e si incastrano.

Sai. È tutto perfetto.

Guardo da lontano come fossi estranea al mio corpo. Rivedo l’originale che era andato perso.

Sai. Oggi il mio cuore è più grande ancora.

Resta. Qui o chissà dove ma resta.

Là sto bene

C’è una cosa importante che il mio papà mi ha insegnato. Bere bene e mangiare bene.
A tavola si sta insieme, si gode del cibo e si brinda.
Mi porto dietro il piacere della tavola, di sedersi con qualcuno di fronte che ti guarda, ride e condivide.
Google foto me lo ricorda ogni mattina.
Nelle mie foto c’è sempre qualcosa da mangiare o da bere.
Mi arrivano spesso messaggi… Oggi andiamo a pranzo?
Sto andando a mangiare, vieni?
Domenica andiamo? Ho prenotato…

Eccome se voglio esserci e cerco di farlo.

Quattro anni fa ero a Bologna.
Caschetto ultra corto e frangia.
Ero al bar a fare colazione mentre aspettavo che la Robi si alzasse. Era il nostro viaggio dei quaranta.
Io super mattiniera, uscita dalla stanza all’alba per non svegliarla.

E fra non molto saranno 44.
Numero doppio. Due volte il quattro che, come numero, non è uno dei miei preferiti.

Dunque, cade di sabato…

Dove andare a festeggiare?
Voglio qualcosa di speciale.

E voglio un viaggio. Andare magari nella mia città preferita su quell’isola non così lontana.
Sì. Londra mi aspetta. Già da troppo.
E, nonostante tutto, ricordo una mangiata favolosa anche lì con due pinte accanto. Sì, è ora di tornare nella seconda dimora perché là sto bene e tanto.

Riempivi la mia vita

Sono arrivati.
Sono negativi.
Non ho quella forma di sclerosi, quella che mi avrebbe fatto ancora più male.

Papà, te lo dico.
Nemmeno sai che ero andata a farli.
Nemmeno sai che ho aspettato quasi un mese.

Ieri mi ha scritto il medico.
Buona notizia, no?

Mah, si, certo.

Non riesco ad essere così felice.
Non so. Forse lo so.

Sai… non lo dovrei dire… ma che me ne può interessare se non sarò con te a brindare?

Ho tasse altissime da pagare… non mi interessa nemmeno questo.

Non è che sono diventata apatica. È che adesso è tutto senza te e non sono più queste le cose che mi interessano.

La neurologa è di sicuro più felice di me di questa notizia.

Fra poco compio gli anni.
Io che festeggiavo per una settimana intera mentre mi dicevi basito Ma come fai ad essere così piena di vita?

Non avrò i tuoi auguri alle sette del mattino mentre mi ricordavi che scricciolo che ero.
Non avrò il tuo regalo personale, scelto per me.
Che bello farti i regali Ale… sei sempre così felice.
E il nostro pranzo fuori? Con la bottiglia migliore  da finirci io e te.

E le tue mani che si riempivano della mia faccia. Io che mi buttavo addosso e tu che mi tenevi stretta.

Il mio papà riempiva la mia vita.