Colpevole

Ah sì,

dillo che sei colpevole.


Hai dimenticato. Eppure… eppure eri l’unico custode di quei ricordi.

Ricorda, però, quanto era affollata la casa.


Diceva di non dimenticare.
Diceva di ascoltare attentamente e di scrivere. Erano storie magnifiche, storie da non perdere. Storie da regalare a qualcuno pronto a riceverle.


Ricordare… un corpo a corpo… una fatica che ti lascia senza forze. Lottare contro qualcosa che sembra andare perduto.


Semplici spettatori. Passaggi nel mondo.

Avrà abbastanza tempo davanti per recuperare?


Eccellere in qualcosa per poter essere ricordati. Chiedersi sovente  che cosa si sia conseguito. Per rimanere.


Ma ha prestato poca attenzione, è stato disattento e ora si sente colpevole.

Merito di essere genitore di qualcuno

Nessuno ha il diritto di scegliere per me.
Nessuno. E persino nulla.

Lo penso da quando ero bambina e la mia famiglia ne sa qualcosa.
Testona. Crapone. Testa dura. E chi più ne ha più ne metta.
La mia mamma mi vestiva con dei pezzi bellissimi, da bambina. Io, già all’asilo, mi strappavo via tutto.
È rimasto un vestitino mai indossato, nonostante abbia quasi la mia età; è pieno di buchi, dovuti ai miei strappi vigorosi.
Ora lo guardo e lo trovo tanto bello.


Un maschiaccio. Picchiavo e mi difendevo. E difendevo chi amavo.
Sono ancora così. Anche se non picchio. Ma sapete…. mi piacerebbe tanto essere ancora in età per farlo!

Nessuno decide per me. So sempre la cosa giusta da fare. Anche se poi non si rivela in quel modo. Ma se penso sia giusto… vado.

Se qualcosa si mette in mezzo… Che fare? Sbraito ma accetto.
Come è successo per la mia malattia.


No, a dire il vero è l’unica cosa per la quale non ho mai creduto fosse una cosa ingiusta: nemmeno pensavo ad una possibilità del genere per la mia vita.
Ma l’ho presa e messa in tasca.


Ma c’è una cosa per la quale mi sono sempre girate le balle… una cosa che non ho scelto e non ho voluto.
Accetto anche questa. L’ho ben digerita sapete… ma la trovo comunque un’ingiustizia bella e buona.


Questo pensiero è scaturito dopo aver letto un articolo bellissimo, un’intervista ad una attrice che nemmeno conosco.
Questa è la frase che ho amato.

Sì. Lo avrei meritato anche io. E quel qualcuno avrebbe meritato me.

Signor Drummond

Gli orari di lavoro sono attaccati al frigorifero… sono fermi a febbraio.
Sì. Il soggetto fragile, che è anche un numero di pratica, non sta lavorando. Le cose sono due: o trovano il vaccino oppure la cura per uscire dalla sclerosi multipla.


Che cosa ho fatto?


Ho fatto parecchi corsi. Qualcuno di scrittura, per poi passare alle cose più assurde, per un soggetto come me.
Ho scritto tanto. E creato cose.


Sto monitorando la felicità di Belen Rodriguez… Google me lo sta imponendo da quando ho voluto sapere quanti anni avesse… 🤦‍♀️
Al giorno d’oggi è felice. Ora spero possiate stare tranquilli quanto me.

La mia neurologa mi ha chiesto se non mi annoiassi… Beh… Sì. Quando gli hobby diventano la tua quotidianità…
Ma altre alternative non ci sono. 

Non avendo ancora un balcone agibile,
passeggio tanto per Milano. Stando sempre nei dintorni di casa… Ovvio.
Esco col buio.
Per non dare troppo nell’occhio…


Ormai conosco tutti i buttafuori dei supermercati, quelli che ti accolgono sparandoti il termometro in testa.
Sono gli unici che hanno voglia di dire due parole senza troppa paura.


Appena tutto questo finirà… ho già allertato tutti… faremo un pranzo spettacolare. E staremo tanto insieme.
Per un po’ smetterò di leggere il giornale così da evitare quella faccia da oltre tomba del mio edicolante e per pensare solo a svolazzare in giro come un’ape regina!

La cosa che mi ha tenuta a galla è stata la mia voglia di fare: una vera fortuna.

Pensare di trovarsi in gabbia e starci da febbraio… Impazzirebbe persino quel serafico del Signor Drummond!

“Per un bell’abito Olga perse le penne” – Recensione

È un libro decisamente particolare quello di cui sto per parlarvi, una nuovissima pubblicazione dell’autrice Alessandra Marcotti, che ho avuto la fortuna di conoscere grazie al mio Blog (potete trovare il suo qui). Ho avuto modo di constatare con i miei stessi occhi la bravura e la capacità di Alessandra nel penetrare le emozioni più […]

“Per un bell’abito Olga perse le penne” – Recensione

Provarle tutte

Eh sì. Le ho provate tutte.

Ho fatto delle ricerche.

Nulla di fatto.

Li ho lavati col sapone e fatti asciugare all’aria.

Ho infilato sotto la mascherina un fazzoletto di carta, come i medici giapponesi.

Nulla. Nebbia non solo in Val Padana.

Nebbia ovunque. Palloni al posto dei semafori. Annebbiati.

Il puffo Quattrocchi sarebbe fregato anche lui.

Il puffo Brontolone urlerebbe Io odio gli occhiali.

Mascherina sui miopi è una cosa che non s’ha da fare.

Non basta mai

Resistere alle perdite subite.


Sopravvivere, chiudendo gli occhi,  cercando di ritrovare quel modo di parlare, quella lingua così familiare.


La voce no, impossibile ritrovarla cristallina. La imbastardiamo con frammenti di ricordi e di dialoghi, improvvisati nella nostra mente.


Mi spazzolo i capelli e riconosco quegli stessi gesti.
Un fatto banale che mi regala un sorriso, ma che pesa  almeno quanto un baule pieno di cose da gettare.


E se il segreto fosse quello di lasciare andare?
Ma se anche riuscissimo in questa impresa…

…riproduciamo gesti come fossimo specchi, impregnati di una vita vissuta insieme a qualcuno. A stretto contatto.


Vita sufficiente o meno… no, non basta mai.

Atti effimeri di comunicazione. Sara Provasi. Raccolta di poesia.

Libro: Raccolta di poesie.

Autrice: Sara Provasi

Ho comprato uno dei due libri di Sara Provasi


L’ho finito e, ora, posso ordinare l’altro. Mi piace fare le cose precise e non accumulare libri che, poi, ho paura di non riuscire a leggere.


Sara mi sta simpatica. La trovo un’anima bella e geniale.  Mi fa tanto ridere, mi fa sorridere e mi fa pensare tanto.
La penso in fermento e nel procinto di creare… ma… questo libro l’ho letto senza farmi influenzare dal mio giudizio su di lei.


Eppure…


Lei è un’anima delicata e questa cosa si respira nelle pagine.
Ha ragione: rileggiamo le cose e non sembra quasi le abbiamo scritte noi, siamo persone in costante evoluzione e, mai fermi, capita di non riconoscerci.


Eppure… in ogni parola, non buttata mai là per caso, a me sembra di riconoscerla.
Potevo decidere se ingurgitarlo oppure se assaporarlo poco a poco. Ho scelto la seconda opzione.


Ogni poesia è corredata da una descrizione.

Andrea Fasani

“Sono dell’idea che si sia persa l’abitudine di stampare le proprie foto, assieme a questo anche la passione di osservarle, di custodirle, di tenerle tra le mani, sentirne l’odore, quel profumo particolare che la carta fotografica acquisisce dopo anni, profumo di ricordi – ha proseguito il fotoreporter -. Non abbiamo più quei pacchi di fotografie da far sfogliare ai nostri ospiti, ci limitiamo a far osservare lo schermo di un freddo dispositivo elettronico. Abbiamo cellulari, computer, cloud pieni di foto ma si è smarrito il gusto per l’unicità e la magia che può restituirci una foto stampata. Avevo bisogno di rendervi partecipi, donarvi un immagine che potesse rappresentare una linea di fuga dalla vostra quotidianità e che spero vi spinga a fermarvi ed osservare. Ho sentito il bisogno di farlo in strada, perché la strada è il mio ufficio, da sempre ne respiro l’odore”. 

https://www.milanotoday.it/attualita/foto-andrea-fasani-fermati-istante.html

E così…. Ci sono andata. La passeggiata è concessa a Milano. Ci volevo andare assolutamente, l’ho trovata un’idea bellissima da subito. E qualche foto l’ho fatta.

E poi ecco… Durante la passeggiata…

Passaggi dalle mie parti

È passata e ha saccheggiato tutto ciò che le serviva. Rimane sempre qui attorno, per tenere tutto sotto controllo. Dove la natura è generosa, lei porta via.


Del mio benessere me ne prendo cura io. Ci provo, ce la metto tutta.
Posso fare tutto. Nel mio giardino segreto e incantato, scrivo. Con amore. Con dedizione. Scrivo di me e di ciò che mi commuove.

La ragazza cresce e colpisce. Non ha un bell’aspetto. Forse ha gli stessi miei diritti, però.

Mi occupo di me. Forse non ho sempre ragione, ma so io che cosa sia giusto e cosa no.


Lei sconfina sovente. Ho imparato ad accettare questo suo aspetto. Accettare. E prepararsi a riceverla. Ogni volta, ad ogni visita indesiderata e inattesa.
Tornare nella vita di qualcuno, entrando sempre dalla stessa strada.
Accogliere senza protezione alcuna.


Accetto. Con cautela. Con riguardo.
Restano segni tangibili del suo passaggio? Sì. Sono evidenti.


Eppure lei sta seguendo la donna sbagliata.

Il mio compito è quello di proteggermi. Quindi, qualche volta, può solo farsi da parte… tanto si vede ugualmente.


Sono passati così tanti anni che stento a ricordare il suo primo passaggio dalle mie parti.

Errori di calcolo

Ero il numero sedici alla scuola elementare. Stavo nel mezzo dell’elenco.


Dovevamo sempre ricordarci il nostro numero e scriverlo sempre accanto al nome. La maestra, diceva, faceva prima quando correggeva i temi e li doveva restituire.


Dovevamo scrivere il numero sui biglietti del tram quando andavamo in gita. Lei li ritirava e li timbrava per noi, così da avere sotto controllo chi avesse consegnato i biglietti e chi no.


Poi arrivò la campana per il ritiro della carta. Era una novità, fuori da scuola. Così facevamo un sacchetto e, a turno, lo andavamo a buttare.
La maestra aveva impostato la cosa così: si andava  in ordine di numero. Ogni settimana, per un mese, ogni numero andava a buttare il sacchetto. Un mese… quattro volte toccava ad una persona sola… ma che senso aveva? Avrei dovuto aspettare sedici mesi…. più di un anno scolastico…


Ci tenevo. Ma la campana arrivò in terza elementare e il mio turno non arrivò mai.


Ci tenevo. Mi maledivo perché il mio cognome mi aveva imposto una metà classifica. Non era giusto.

Una mattina alzai la mano e parlai di quella ingiustizia. Avevo anche una proposta… Non si poteva turnare una volta la settimana? Così saremmo andati tutti a buttare la carta.


Sai, Alessandra. Le cose non vanno sempre come vorremmo noi. Imparalo adesso e tienilo a mente bene.


Una cosa la imparai. A volte gli adulti commettono delle vere e proprie ingiustizie per non riconoscere e ammettere i loro errori di calcolo.

Giorno 1

Milano, 6 novembre 2020.


Primo giorno del nuovo lock down.


Sensazioni ed emozioni: delusione, tristezza, solitudine.


Ho fatto un salto a comprare il giornale. La città è abbastanza vuota, nonostante il tg3 abbia detto il contrario. Ho in tasca l’autocertificazione nuova.
Ho in tasca anche la tristezza e una punta di preoccupazione per chi è stato investito da quello che avevamo iniziato a sentire un poco più lontano.

Come quando ti ritrovi a passare un dolore che avevi già vissuto.
Come quando, brillantemente, esci da un problema e, poi, ti si ripresenta.
Come quando vinci e poi riperdi ancora.
Come stare bene dopo una lesione e, prontamente, ti si ripresenta.


Così.

Ci si sente sconfitti e senza la stessa voglia che si aveva prima di combattere.
Poi capisci di non avere alternative. Accetti e vai avanti. La forza la ritrovi, il telefono lo rimetti sotto carica.
Ma è dura. Ripiombare nella stessa difficoltà che hai già superato, non ti fa venire la forza di riaffrontarla. Non subito.
Allora ti poni nell’ottica che devi trovare la ripartenza, anche questa volta.


Come ha fatto la tua mamma al secondo tumore e, poi, anche al terzo.
Come hai fatto tu alla seconda neurite e alla seconda ondata di attacchi di depersonalizzazione.


Ci si prova. Ci si mette davanti a un Western di terza categoria e si riparte. E mentre ti dici… ma porca miseria che cosa sto guardando? sorridi.


E si può anche decidere di cambiare telefono

Milano è tanta roba. Cit.

Sai? Diecimila passi. Almeno diecimila passi al giorno, per me.

Per rafforzare la muscolatura. E per evitare i mezzi pubblici in questo periodo.

Cammino. Nella mia città. In questa giornata nebbiosa.

Raggiungo l’ospedale. Aspettando la visita dalla neurologa.
Febbre provata, sono stata igienizzata e la mia mascherina è risultata perfetta.

Un ospedale che sembra una vecchia città. Lo stanno ricostruendo sai, purtroppo. Peccato, un vero peccato. Ogni palazzina era tanto carina. Certo…. in via di disfacimento…

… il vecchio pronto soccorso… dove a sei anni mi portarono per essere finita in una vetrata. Un mese di medicazioni giornaliere al braccio sinistro mezzo staccato.

Io, la mamma e mio fratello , sullo stesso autobus di oggi. La 94. Rimasta a fare il medesimo percorso di allora. Cicatrici ancora sulla pelle… cresciute insieme alla mia altezza.

Sai… Ho rivisto il dottore che mi ha salvato la vita. Solamente qualche anno fa. E il primario. Di nuovo qui. Sì, sono di nuovo qui.

Guardo bene e vedo che, anche qui, può nascere vita nuova.

Come hanno riportato me a nuova vita, donandomi nuova linfa.

Curata, accudita, seguita. Amata anche.  E parecchio.

Sai… Quanto è bella Milano, anche da vuota…

Milano… Tanta roba, sai?

Te la vorrei fare scoprire. Vorrei che la guardassi con i miei occhi e la amassi almeno un poco, non dico quanto me, ma un poco.

Festeggio tutto

Eccome! Sì, festeggio qualsiasi cosa.

Festeggio i compleanni e gli onomastici e tutte le feste.

Ho solo un nome ma ne festeggio due.

Mi chiamano Elisabetta in casa perché festeggio il compleanno per tutta una settimana, peggio della Regina.

E così… Hanno iniziato a farmi il regalo e gli auguri anche per Santa Elisabetta. Mica male, no?

Festeggio i vivi e i morti.

E stasera festeggio anche quella che De Luca ha chiamato Americanata.

Sì, lo è… Ma… Come direbbe un mio amico speciale… Chi se ne ciava?

Ci stanno per richiudere. Il mio sottofondo è tornato ad essere quello delle sirene.

Quindi?

Festeggio. Per i vivi e per i morti. E per me. E anche per la Regina.

Tutto ciò che desideri

Un momento nel quale bisogna stare lontani.
Chi si avvicina viene guardato con sospetto.


Sorrisi perduti. Ancora per chissà quanto.


C’è chi manca più di altri.


Come entrare in una sala di Brera e non trovare più tutte quelle tele che fanno ormai parte del palazzo.


Così.


La mancanza di chi entra e irrompe nella tua vita come se dicesse Eccomi. Ecco. Sono qua. Col suo caos oppure con la sua stabilità. Sì. Dice Eccomi. In modo diretto e involontario.


Chi ti guarda in quel modo… con quella padronanza di sé e ti acquieta e ti porta a pensare che è tutto a posto, sotto controllo. Oppure, se così non fosse, ti convince che si può divenire pronti ad affrontare tutto.

E ti senti come se potessi avere tutto ciò che desideri.

Sentirsi accolti

Passare sotto quel balcone.

Prendere il treno e girarsi, per controllare ci sia
ancora quella casa gialla che, per anni, ti ha ospitata.


La mamma pronta a salutare, con un braccio alzato e, con l’altro, a mandare baci. Anche se avessimo litigato, poco prima di uscire.


Girarsi e avere la certezza di quel saluto felice. Sì, felice.


Nutrirsi sempre di emozioni, di sensazioni e di profumi.


Il profumo del bucato al gusto di sapone di marsiglia.
Il profumo di talco di un piumino rosa sulla pelle.
Il profumo della saponetta alla lavanda che, nel mio bagno, non è così forte come in quel bagno là.


Alla base di tutto… che cosa c’è?


C’è quel sentimento che nemmeno te lo sogni di pensare sia vero o meno. C’è. È un dato di fatto. Si nasce così: amati. Non facciamo domande.


Essere salutati da un balcone, venire
aspettati sulla soglia e con la porta ben spalancata.

Essere accolti.

Ti fai male

Presente tutte quelle volte che fai cose sbadatamente e ti fai male?

Quando non pensi tanto, o affatto, e non presti attenzione e ti fai male?

Quando pensi ma ti fai male lo stesso?

Quando sai che il forno è acceso ma ti scotti ugualmente e ti fai male?

Quando stai stirando e ti bruci e ti fai male?

Quando usi la colla a caldo e ti appiccichi le dita, e non solo, e ti fai male?


Ecco.


Fuori da casa c’è un ponteggio: stanno rifacendo i balconi. Il mio è già stato tirato giù. Ho aperto la finestra per fare cambiare aria e l’operaio mi ha urlato Occhio signora! Ma certo. Faccio solo entrare un poco di aria o soffoco.


Bene.

Conoscendo il soggetto in questione… Ho deciso di mettere un cartello alla tenda… non si sa mai.

Noria Nalli. Sclerotica.

Dare voce ad un ricordo e riportarlo in lettere.
Dare valore a Lei, che, oggi, non è più qui. Ma c’è stata, eccome e ha scritto e tanto.
Io la leggevo e sorridevo e ridevo.
Questo insegna che la morte esiste. Io già lo sapevo da un po’.
Un ricordo per Lei, i quali scritti mi lasciavano in armonia. E allora le dedico un pensiero. Perché? Se non lo facessi sarebbe un peccato verso di Lei e verso quelli che non ne hanno mai sentito parlare.

Noria Nalli e la passione per l’informazione al servizio della società, ciao Noria!

https://www.sclerotica.it/

Cos’è casa

In treno, sul lato destro, accanto al finestrino.

La nebbia sale, lievitando verso l’alto, e le nuvole si abbassano e a me sembra di stare in mezzo ai fumi.

Ricostruisco un paesaggio, a mio modo. Vedo cose stupende se alzo lo sguardo. Sembra tutto diverso dal solito. È tutto completamente differente da ciò che ho già guardato in precedenza. C’è quel punto esatto di collisione, quello, proprio quello nel quale la nebbia si scontra con le nubi. Un impatto forte, così tanto da sembrare di vivere in un mondo magico, quello che conoscono bene i bambini. Ma non solo loro.

Tutto appare tranquillo. Tutto, sopra di me, è libero. È un caos ma sembra tanto pulito e ordinato.

Dirigo i miei occhi là sopra. Li mantengo. Respiro.

Dietro di me sento un vociare leggero e mi tiene compagnia. Come quando accendo il forno, butto dentro le patate e mi allontano.

Il profumo di un luogo, a me vicino e conosciuto, mi regala malinconia. Una dolce sensazione di casa, quella coi vetri perennemente appannati, nelle domeniche invernali. Quel gas sempre acceso sotto vecchie pentole robuste. La polenta. Il brasato. Il mio naso sempre rosso per il freddo. Un abbraccio dentro un golf di lana al gusto di dopobarba e pulito.

Sempre gozzovigliare

Ogni gozzovigliata alla quale non partecipi, la lasci indietro. La perdi. La lasci qui, non usufruita.


Ogni occasione è buona per festeggiare. Insieme a qualcuno o no. Anche da soli si può festeggiare. Che cosa? Sé stessi. Ogni piccolo passo va celebrato. O si perde per sempre.


Ale è entrata fieramente nel tubone.
No. Cioè sì, ci è entrata ma non fieramente. E non eroicamente. Ma l’ha fatta. Meno di due ore, immobile. Senza fiatare. Forse è addirittura rimasta in apnea, per paura si potesse protrarre il supplizio.


Ale ha iniziato a contare. Arrivata al centomila si è fermata… e ora? Che numero c’è ora? Ha pensato alle lire. Che cosa veniva dopo la banconota da centomila lire?
Là dentro non le è sovvenuto. Ha ripreso a contare da zero, fino allo sfinimento. E ne è uscita, sfinita. Come dopo un allenamento di basket. Come dopo una corsa da dieci chilometri. Come cinque fermate di metro. Anche meno. Ma ce l’ha fatta.

Basta poco affinché diventi un soggetto docile. Basta una risonanza.

Prima e dopo, a questa Ape potete chiedere di tutto. È scoperta, è senza protezioni. Diventa tanto buona.


Stasera Ape si celebra, prima dell’arrivo degli esiti.
Ha cucinato le polpette più buone del mondo poiché c’era quella bottiglia meravigliosa e speciale che la aspettava da tanto.
Oggi era giorno. Oggi la gozzovigliata è un diritto.
Buon tutto Ape.


E grazie a tutti voi.

Sai Ale…

Perché sei qui?
Perché credo di essere in gamba. E ho qualcosa da dire.


Ho conservato un oggetto e mi crea così tanti ricordi… Che cosa ha significato quella persona per me? Ciò che ne è rimasto lo tengo stretto.


Sai Ale, è stata una giornata bellissima.

Ho dialogato e ho chiesto cose. Ho accolto. Sono stata attenta. Mi sono guardata intorno. Ho spalancato gli occhi. Ho notato un viso. Ho notato lo sguardo di stupore.


Ho capito di avere un disegno meraviglioso di fronte a me. E che qualcosa arriva. No, tutto no. Ma qualcosa di bello sì.


Sai Ale, a volte basta anche solo un sorriso. A volte dei denti sono capaci di creare un legame. È bello pensarlo.


C’è chi ti sostiene e crede in te. Come a casa.

E allora dici grazie.

Sai Ale, hai presente quando ti dicono non c’è nulla per la quale continuare a dire grazie…

Eh no. Dissento.

Ale, ringrazia sempre. E sorridi.

Rave claustrofobico

Prepararsi per andare in risonanza senza nessuno che possa venire con te.

Come quando saluti una persona alla quale tieni e te ne vai verso un treno, da solo. Lì, rimani con tutta la tua tristezza mentre facce sconosciute ti passano di fianco e sfrecciano nelle tue orbite.


Ecco. Quella sensazione di solitudine. Quella sensazione di smarrimento.
Quella.

Certo. Ci si mette poco a rimettere tutto nelle tasche in modo ordinato e andare avanti comunque. Sì, perché avanti si va sempre. E ce la si fa anche da soli, se proprio si deve. Sì, perché possiamo essere ottimi compagni anche per noi stessi.
Compagni. E amici. A volte dobbiamo fare con ciò che abbiamo. E lo facciamo. E piuttosto bene, addirittura.

Ma quando vado a quell’appuntamento così odioso e detestabile… è tanto bello trovare una schiera di persone che aspettano me. È tanto bello farsi coccolare e viziare.

Lunedì il tubone sarà solamente mio. E la vittoria sarà tutta mia. Mia e di quell’essere spregevole che mi costringe ad un esame tanto odioso.


Un weekend e poi il rave claustrofobico mi aspetta!

Per Sabri.

Un mondo nuovo con nuovi colori. Anche le sfumature possono essere interpretate come tinte diverse.


Tolgo gli occhiali in un lampo. I fari delle auto diventano palle giganti di fuoco. Gioco. Provo a schivarle. Anzi no. Ci vado contro. Entrare in una luce e chiudere gli occhi.


Li riapro e rimetto gli occhiali. Tutto al proprio posto. Tutto nitido e pulito.
Era più divertente il mondo nuovo.

Ritolgo gli occhiali. Gioco di nuovo. Guardo lassù… le stelle sono grandi quanto le ruote delle auto. I lampioni sono come palloncini colorati. Ma non volano via.

Questo corpo non si arrende mai. Si rimette sempre in piedi.

E sai… non ti permetto di abbandonare così…
Rimettiti in piedi anche tu. Almeno provaci. Prova a togliere gli occhiali.

Caro diario

Caro diario,

da qualche anno ti ho abbandonato nel cassetto per trasferirmi qui, su questo blog.

E qui, come ho fatto con Te, scrivo di me. Scrivo le mie emozioni, parlo dei miei drammi e di tutto il bello che mi circonda.

Qui c’è qualcosa in più. Qui ci sono persone che mi hanno supportato, sopportato, riso insieme a me, condiviso attimi e regalato scritti e parole da ricordare. E qui, essendo messe in digitale, le troverò per sempre. Oramai avrete capito bene quanto la mia paura, legata alla malattia, sia proprio quella di perdere la memoria. E so bene che ritroverò tutto, a tempo debito.

E ora voglio condividere l’ultima gioia. Sì, perché questo nuovo libro, è una gioia. È un lavoro che amo. E finalmente oggi è arrivato materialmente.

Ma prima vi allego il comunicato stampa, che ogni libro si meriterebbe di avere.

https://newsroom.notiziabile.it/newsroom/leggi/il-nuovo-libro-di-alessandra-marcotti.html

Per un bell’abito Olga perse le penne https://www.amazon.it/dp/8835899451/ref=cm_sw_r_wa_apa_i_h2WDFbJX97XJC

Per un bell’abito Olga perse le penne.

Daniele Peluso

È un periodo operoso, questo che sto vivendo. Operoso e felice.

Nuovi progetti, anche distanti anni luce tra loro, nuove collaborazioni, partnership rinsalsate, nuove costanti emozioni. È un periodo inteso e cerco di cavalcare l’onda, assecondando il mio furore creativo e la voglia di fare e provare, di impegnarmi e sbagliare, di mettermi sempre in gioco.

Alessandra è una delle mie scrittrici preferite. La seguo da anni, tramite il suo blog, e da poco ho letto tutti i suoi libri. Sì, da poco. E ciò nonostante Alessandra è una delle mie scrittrici preferite. Adoro il suo modo di scrivere e di raccontarsi, il garbo gentile, l’estrema vitalità e la gioia di essere e di esistere che mette in tutto quello che fa. Potrete ben capire, quindi, l’enorme gioia e l’onore che ho avuto (e che paleso ancora) quando mi ha chiesto di scrivere la prefazione al suo nuovo lavoro. Dapprima…

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Per un bell’abito Olga perse le penne.

Ecco l’ultimo piccolino.

Eccolo. Ve lo presento ufficialmente.

Il lock down mi ha illuminata… E ho creato questo.

Ho una prefazione meravigliosa e volevo ringraziare colui che me l’ha scritta.

Per il resto…. Non vedo l’ora di avere la copia cartacea e iniziare a fare i miei spot pubblicitari!!!!

https://www.ibs.it/per-bell-abito-olga-perse-ebook-alessandra-marcotti/e/9788835899310

La fretta

Ma perché trattenersi?
Perché stare col freno tirato?


Sarà che sono una esagerata in tutto e super spendacciona…  sarà che mi piacciono il frastuono e gli eccessi…
Non parlo… urlo.
Non vedo… invento.
Non percepisco i colori… li immagino.
Non penso… sono un vortice.


Ho sempre fretta.


Non cammino… corro.
Non mi fermo mai e non penso… esagero e faccio errori madornali.
Per qualcuno sono fastidiosa, è vero.
Ma amo gli esagerati, i clacson, il rumore, chi fa sentire che c’è. Il caos.


Ho sempre fretta, voglio fare tutto quello che posso ora che sto ancora ancora bene.
Voglio correre fin quando le gambe funzionano e guardare bene, per poi tenere da parte per un domani.


Sì! Ho fretta.

Odio aspettare; in cassa cambio la fila di continuo ed è per questo che ci metto sempre più degli altri, quelli che aspettano pazienti. Non aspetto mai il tram nemmeno per due minuti…. vado direttamente a piedi mentre nel tragitto me ne scorrono almeno quattro a fianco.

Ho troppa fretta.

PER UN BELL’ABITO OLGA PERSE LE PENNE.

Lo so. Ho latitato un po’ in questo periodo. Ma… C’è un motivo.

Ho scritto un libro.

Non vedo l’ora di averlo tra le mani.

Non vedo l’ora sia realtà vera e propria. E non vedo l’ora di condividerlo qui, con voi.

Ho una prefazione meravigliosa.

E mi sono tanto affezionata a questo ultimo prodotto.

Ecco. Ve lo volevo dire.

Stay tuned….

Azione e reazione

Siamo esseri spinti ad agire a seconda di ciò che la vita ci mette davanti.


Non c’è mai troppo tempo per analizzare gli imprevisti. Ma lo facciamo: non abbiamo altra scelta.  Azione reazione.

Sì. Bisogna reagire in un lasso di tempo piccolissimo. Trovare l’uscita di sicurezza più vicina. Sbarrare gli occhi e assicurarsi la via più breve che ci porti al punto di raccolta. La zona protetta. Facce care che non ci faranno del male mai.

A volte bisogna chiedere. Non possiamo aspettarci che qualcuno si accorga di un malessere. Soprattutto se lo accogliamo con un sorriso. Chiedere. Un aiuto, una mano, una condivisione, una risata. Sì. Perché si può condividere un momento brutto ma è ancora più speciale condividere qualcosa che ci faccia ridere. E sia in grado di farci scomparire le rughe. E smaltire le calorie.

I momenti tristi li vediamo come lontani, quasi da diventare dolci e rassicuranti. Come lo è un ricordo. Un momento bello e la comparsa, nella mente, di un odore ad esso associato.

Spiegare

Mi ha chiesto “Fammi capire, in prima persona”.


Ecco.


Senti il bisogno di vivere la tua vita anche se qualcuno ti segue sempre. E no, non lo puoi odiare. Però può non starti tanto simpatico. Quel qualcuno ti viene a trovare all’improvviso, ogni tanto.

Come un ospite inaspettato. Mentre sta salendo in ascensore, corri a riordinare e a dare una parvenza di normalità alla casa: anche quei pochi secondi possono essere essenziali.


A volte è come trovarsi nel gioco dell’oca. Arriva una folata di vento e non riesci a vedere la casella che ti aspetta. Non si vede nulla. Dove mettere i piedi?


Far accomodare l’ospite. Fare un sorriso e proporre un caffè.


Decidere di stare sempre davanti a ciò che accade. Ogni giorno.
A volte nessuno suona al tuo campanello. Hai la percezione di una mancanza. Continuare. Improvvisare sul momento. Quel che verrà in seguito a nessuno è dato sapere. Ma ha così tanta importanza? No.


Ora guardala. In faccia. Anche se un po’ fa paura. Perché arriva sempre a suonare alla tua porta e no, non hai avuto il tempo di sistemare i vestiti rimasti a terra.

Io, Ale.

Avanti tutta

Mi piacciono le persone che ce la mettono tutta. In qualsiasi cosa.

Mi piacciono quelli che hanno voglia di fare e di imparare. E quelli che si buttano in progetti totalmente nuovi. Anche dall’esito incerto. Ma che rendono qualsiasi cosa la migliore. E che riescono a rendere certo anche quel risultato.

Il risultato che si raggiunge è un onore e un privilegio per sé stessi e per gli altri. Per quelli che fanno da sfondo, gli spettatori.

Non conoscevo quel posto. Ma è tanto carino. Sì. Un luogo accogliente perché qualcuno ha fatto in modo fosse proprio così.

Io cerco di mettercela tutta. A volte con scarsi esiti ma ci provo. Sempre.

Faccio cose. E mi riempio. Quando sono colma… Sto bene. Due parole apparentemente semplici ma tanto belle da pronunciare.

Stare bene. Dicono tutto. E mi basta.

Il giorno del prelievo

Prelievo del sangue.
Mai che esca una volta con un sol buco. Non che sia così importante, ma è un allungamento dei tempi. Per tutti. E uno spreco di farfalline e aghi.

Gli esiti arrivano prima di subito. Una strage. Una serie di asterischi mi ricordano un cimitero americano in Normandia. O una vecchia schedina. Non ho fatto tredici. Ma dodici sì. L’unico valore che speravo non andasse… . Ecco è andato bene. Ed è quello che mi porterà dritta nel tubo, senza passare dal via.

Certo. Ho fatto più risonanze che ecografie… ma parlare di passeggiata sarebbe un oltraggio verso la mia paura. E quella paura, almeno quella, vorrei tenerla nella mia vita. Sì, almeno una, per potermi definire soggetto ansioso. Eh sì, un filo lungo dalla nascita al giorno d’oggi.

Entrerò in quel fracasso da rave che mi terrà compagnia per un paio di orette. E ne uscirò.

Sugli esiti… che dire? Credo che entrare in quel tubone sarà davvero tanto una vittoria che il verdetto passerà in secondo piano.

Eppure sento che la compagna mangia e mangia avidamente. E lo fa con gusto. Le piaccio. Le piaccio parecchio. E le piace il mio cervellone che sprizza idee e gioie da tutte le cellule. O ha buon gusto… o è una invidiosa.

A me piace pensarla così.

A me piace associarla a un volto. A me piace credere che siamo un po’ come cane e gatto. Lei torna col Topolino in bocca e io le do delle gran codate sul muso.

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La tana e il lupo

Uscire di rado dal tuo rifugio.
Sentire quel qualcosa dentro che dice qual è il tuo posto. Decidere di starci. Non occorre chiedere il permesso. È il luogo dove ti senti utile e dove ti senti a tuo agio.

Osare, allargare gli spazi. Come si fa con il cuore, quello che si occupa delle emozioni. In caso… si è sempre in tempo per tornare indietro e rifare i passi che, magari, ti riportano ancora lì. Proprio lì. Come in una tana. Come Cappuccetto Rosso quando ha incontrato il suo lupo.

Essere capaci di capire le ingiustizie, anche quando non ci riguardano direttamente. Vederle e capire e prendere una posizione. Essere in grado di farsi una propria idea.

Che cosa siamo non relazionati agli altri? Nulla. Costruire qualcosa, tessere relazioni, avere entusiasmo.

Valorizzare qualcuno. Valorizzare sé stessi.

Essere soddisfatti quando ti giri e capisci di non aver rovinato una cosa bella.

Non come il lupo.

Il tuffo

Tuffarsi dal trampolino della piscina. Vai giù, giù, giù e poi con la punta dei piedi tocchi il fondale e ti dai quella spinta verso la luce sopra di te. Esci. Fuori. Con la testa. Ti strizzi gli occhi e li riapri. E torni a vedere.
Così.

Poi arriva Lei. Arriva come me: un terremoto. Si sente. Urla quanto me.
Ma Lei la vedo solamente io, come fosse l’amico immaginario. Come quando parlavi al tuo peluche preferito da piccolo. Sì, al tuo peluche. Quello al quale confidavi la vita.

Torni giù. Un altro tuffo. Altra spinta verso l’alto.
Stavolta stai giù un po’ perché qualcosa ti trattiene. Picchi i piedi ancora più forte perché sopra ci vuoi risalire, sempre.

Poi torna Lei. Ti sconquassa e ti lascia stordita. Ti senti oltrepassata da un orango tango. Ma Lei, il tango, lo balla solamente per te perché sei la sua unica spettatrice.
Inizi ad ammirarLa. Lei vuole essere guardata. Vissuta. Lei vuole la tua attenzione anche quando, fortemente, ti giri dall’altra parte. Lei. Forse è il caso di prestarLe attenzione. Come quando un bimbo ti dà i pugni sul ginocchio perché non ti accorgi che vuole la tua mano. Tendi la mano. Le sorridi.

Torni giù. E se qualcuno si fosse buttato con te? Qualcuno che, magari, ha paura di restare sott’acqua. Torni giù. Gli prendi una mano. Gli tiri i capelli e lo porti fuori da quel liquido. Ora le teste sono libere entrambe.

Metti su un disco. Volume alto. Inizi a ballare.

InvitaLa a ballare insieme a te.

A 2 anni. Come a 42.

Ho trovato una mia foto a due anni. Era proprio il giorno del mio compleanno. Seduta e con le ginocchia ammaccate. Viso felice.

Me la tengo a mente perché quella bimbetta furba non voglio perderla mai. Voglio ancora un po’ di quegli occhi disincantati.

Oggi, entrando da Tiger, la mia amica mi ha detto “Che bello, entrare qui dentro è come tornare bambini”.Quanto è vero.

Tornare bambini. Tornare su quel seggiolone, che poi tanto seggiolone non era, con le ginocchia sbucciate. Le ginocchia in quelle condizioni sono l’anello di congiunzione di tutte le fasi della mia vita. Sì. Persino oggi ho un bel segnaccio nero sull’osso.
Ho le gambe piene di ferite in quasi tutte le mie foto. L’apice lo raggiunsi cadendo in bici nel fosso.

E poi ho rivisto quelle grandi mani. Sì. Ci salutava mettendoci in fila e avvolgeva quelle manone sulle nostre facce e, baciandoci, diceva Vivi Felice. L’ho preso alla lettera, l’ho sempre preso alla lettera.

Vivo felice perché, nonostante tutto, lo sono eccome.

Ma sì… Così.

Ma sì, perché stasera va bene così.
Perché doveva piovere ma poi il sole ha fatto capolino.
Ma sì, perché il cielo è sempre bello.

Da piccola mi sdraiavo a terra molto più spesso, guardando il cielo. Oggi lo fotograferei con una diversa angolazione perché, a terra, sull’erba, non mi sdraio quasi più. Ci sono cose che non faccio più. Ma ne faccio tante altre, persino quelle che non ho mai preso in considerazione prima.

Nello zainetto ho scordato di mettere azioni e modi di fare e di dire. Li ho dimenticati a terra, là, proprio là dove mi sdraiavo sul verde morbido.

Ma sì, va bene anche così. Perché io in mezzo alle nuvole guardo ancora, anche se in modo diverso e con una visione cambiata. E storpiata. Guardo e cerco delle figure… quel gioco che facevo tra me e me … ebbene sì! Lo faccio ancora. E dico Guarda… guarda là… vedi quel pallone? Ma sì… che importanza ha? Tanto lo vedo io quel pallone.

E se tornassi indietro? Prenderei altre cose per il mio zainetto, cose che, ora, considero essenziali.

Ho guardato dentro però, visto che sono curiosa: straborda eppure non mi pesa sulle spalle. E c’è quella mano che, ogni tanto, esce e mi aiuta.

Quanto è bello sentirsi chiamare per nome?

Tanto. Alessandra. Quanto mi piace, me lo sento addosso, come un vestito. E pensare che avrei potuto chiamarmi Francesca. Ma poi… E poi no. Il mio nome, il mio abito. Io.

Alessandra, venga. Il Dottore la aspetta per la vaccinazione.

Antitetanica. Colpa di un taglio prima delle vacanze. Una sbadataggine, tanto per cambiare.

E poi entro in quel locale. Finalmente ho deciso di fiondarmi dentro, complici la pioggia e il fatto di essere completamente fradicia.

Accolta da una mascherina nera e da due occhi vispi e sorridenti più di una bocca.

Presentazioni. Mai successo che la persona dietro il bancone si introducesse.

Ci vediamo presto, Alessandra.

Bellissimo. Un nome che suona tanto bene, riecheggia nell’aria e la riempie.

E mi piace quando le persone se lo ricordano … Forse perché lo scandisco alla perfezione. Sì. Ne vado tanto fiera e credo non mi potessero chiamare in nessun altro modo.

Alessandra. O per il nonno, Lisandra.

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Alessandra

Fanciulle che ridono

Ti arriva un messaggio. Inaspettato. Inizi a ridere così forte come non succedeva da tanto. Pensi a quanto possa essere bello poterlo condividere con la persona giusta. Pensi a lei. Hai voglia di ridere con lei. Inoltri il messaggio. Già te la immagini mentre, basita, apre quel messaggio e inizia a ridere forte e di gusto. Sì. Hai immaginato giusto. Ti risponde con un vocale mentre ride come una matta. Ridi, sentendola ridere. Quanto è mancata quella risata? Tanto. Quanto manca ridere con lei? Tanto. Che bello. Le affinità permangono, anche dopo tanto e anche da lontano. A volte le giornate più fastidiose prendono una svolta del tutto nuova e in modo inaspettato. A volte un minuscolo particolare può cambiare il corso della giornata. Ecco. Sono queste le cose preziose che ripongo nella borsa. Sono queste le cose che testimoniano che può esserci sempre qualcosa di bellissimo dietro l’angolo in grado di salvarci nel momento giusto. Bisogna solo aver tanta voglia di condividere e di trovare qualcuno con il tuo stesso spirito fanciullesco, uno spirito che capisce e dà importanza anche alle cose più insignificanti.

Obiettivo

Immagino un viaggio.
Sento una brezza leggera.
Valuto la distanza dal mio obiettivo. Il mio istinto mi dice che manca poco.
Qualcosa mi travolge e mi lascia emozionata.
Mi faccio un bagno di sole per aumentare il mio buonumore. Mi scaldo.
Sento che qualcuno sta tirando fuori il meglio di me. Eppure rimango qui con gli occhi chiusi e mantengo lontane le voci altrui. Anche quando sento che si vogliono avvicinare.
Non si vive in un mondo senza suoni e senza odori. Anche il silenzio lo si può sentire nelle orecchie come fosse un ronzio. E quel profumo… lo ricordo bene quando aprivo l’armadietto in cucina. Quel rapporto tra lo zucchero e il caffè rimasti chiusi, vicini, al buio. I ricordi arrivano come flash, uno di seguito all’altro. Uno invita l’altro ad aggrapparsi nella mia mente. E ci stanno. Vedo persone in modo poco nitido e ripenso alle loro voci.
Tutto mi sembra tanto vicino. E la distanza dal mio obiettivo si fa sempre più minima.

Dopo il panino…

E dopo quel panino…. Praticamente sono rimasta senza connessione.

Ma sono tornata alla realtà…. Strano trovarsi senza connessione, soprattutto quando si è abituati a stare sempre connessi… E sapere tutto di tutto e di tutti.

Ho fatto tante foto. Ho mangiato tanto. Ho anche preso il sole, inavvertitamente. La crema a protezione totale mi ha comunque regalato un color biscotto.

Cercherò di recuperare ciò che ho perso di voi.

Il panino di Franco

Il signor Franco, dall’alto del suo banco, mi dice Fermati a mangiare il mio panino. Mi fermo. Panino con la sua porchetta. Un capolavoro. E poi era anche la michetta, col soldino in cima, il mio preferito. Cinque minuti di pura goduria per l’anima. Nessuna foto del suddetto panino a causa dell’unto che avevo fin sopra le dita e avrei sporcato tutto. Franco ha detto che tutte le api e le vespe che giravano lì attorno erano la prova della bontà del suo prodotto. Quanto aveva ragione. Mi ha fatto un panino che era un capolavoro, sotto sua stessa ammissione. A Milano te lo scordi un panino così… Come dargli torto?
Che paesaggi pazzeschi. Ma con quel panino in pancia anche meglio.

Per chi non è con me, ma solo fisicamente

Sono in Umbria. In qualsiasi angolo sento profumo di cibo meraviglioso. Da qualsiasi balcone vorrei intrufolarmi nelle altrui case e spazzolare tutto ciò che le mie narici colgono.
Qui tutto sembra eccellente. Da mettere su peso solo riempiendosi i polmoni.
Sì. Poi c’è tutto il contorno. Poi ci sono i borghi e le rocche. E le città. Ma il profumo dei soffritti ti fa davvero venire voglia di piombare in case sconosciute. Con una missione: sedersi e mangiare i loro cibi.

I profumi non si possono riprodurre ma le immagini sì!

Per chi non è con me, ma solo fisicamente…