Ora ti credo

Sì, ho la calamita. Me lo dicono tutti, soprattutto le persone a me più care. Ho la calamita verso i soggetti più strambi e verso gli anziani.

L’altro giorno uno che poteva essere il mio nonno mi ha parlato dei problemi che ha con la sua mamma. Lo guardavo attonita e, dentro me, mi chiedevo come potesse essere possibile.
Ci saremo visti quattro o cinque volte. Eppure… eppure ha deciso fossi la sua miglior confidente. E ha ancora una mamma…


Oggi vado a yoga…
Nuova amica… stramba forte… già che non mi avesse insultata l’ultima volta doveva farmi riflettere… Oggi mi dice così dal nulla… Ci ricordiamo solo ciò che vogliamo.
Eh sì… dico frettolosa… ora scappo pensando già a che cosa potesse offrirmi il menù alla locanda… Sì, perché la fatica fisica va sempre ricompensata.


Attiro le persone più assurde… basta un sorriso e si fermano. Me lo diceva anche lo psicologo di tagliare corto…

Quando raccontavo di certi incontri strani al mio amico Gigi, non poteva crederci fin quando mi ha detto…
Solo quando sono con te capitano delle cose al limite dell’improbabile…

Beh… ora mi crede. Ora crede a tutto.

Anche solo per una domenica sola

Guarda! È uscito il sole.
Chi lo avrebbe mai potuto immaginare?
Un venticello leggero mi scompone i capelli di poco. Tiro giù la maschera. Sento profumo di pino.

Senti! Un silenzio ovattato e leggero nelle orecchie. È domenica. Ed è ora di pranzo.

Immagino una famiglia attorno allo stesso tavolo. Oggi è giorno di festa e ci sarà il dolce. Immagino un vassoio di pasticcini, il fiocco d’oro e la carta blu. Dentro ci sono le fiamme e le chiavi di violino. Qualche cannoncino, qualche bignè. Io mangerei in ordine, la fiamma, la chiave di violino e poi quello con sopra la fragola.

Emozione sta in un  abbraccio forte.
È sentire col proprio corpo pulsazioni e battiti accelerati.
È stare insieme a raccontarsi cose.
È riprendere la vita per mano a qualcuno a cui tieni.
È ritrovarsi finalmente.

Stare ancora dove eravamo abituati a fare cose. Stare lì, in quel punto, lo stesso.

E ti ho visto con gli occhi lucidi.

E tu che pensi alla domenica a quel tavolo.
Ed io che penso al mio e a quel vassoio con dieci pasticcini. La carta blu che spiccava sulla tovaglia arancione a quadretti.

E darei una fiamma e una chiave di violino per tornare su quel tavolo rotondo anche solo per una domenica sola.

Sinistrati

Lo potevo sentire. Me lo vedevo davanti. Ma quanti sinistrati… E avrebbe avuto ragione, senza alcun dubbio. C’era di tutto  a quel funerale.


La mia zia con una parrucca improbabile, sotto chemio.


Suo nipote che lo chiamava zio Pino con la sindrome di down e che, quando lo vedeva, gli saltava addosso riempiendolo di pugni nella pancia.


L’altro nipote in sedia a rotelle per un incidente in moto.


Suo genero, sempre in sedia a rotelle, e anche lui per incidente motociclistico.


Io guardavo da fuori e sentivo le sue parole…
Avrebbe mostrato il suo ghigno, portandosi la mano sulla fronte.
Sinistrati. Sì, avrebbe detto così… ma in modo affettuoso.


Solo qualche anno fa ho risentito quella parola da un amico. E ho riso. Ricordando il mio nonno e quel suo modo vero, crudo ma senza alcun tipo di cattiveria. Perché lui era così. Era una persona sincera che buttava fuori verità in modo assurdo e diretto. E lo amavo per questo. E quel suo modo mi fa sorridere ancora.

Soffrivo ma sorridevo dentro. Soffro ma sorrido ancora.

Del proprio meglio

Decisioni importanti da prendere nel giro di poco. Ale, sei pronta? Ale, che cosa vuoi fare o che cosa puoi fare?
Vai. Buttati, ovunque ma non sotto la metro, se no poi sai quante maledizioni…
Sì, nel giro di poco anche se ti piace sempre rimandare al domani.
Ma la vita può cambiare, evolversi, può ricominciare, a qualsiasi età. Per forza. Deve essere così. Altrimenti abbiamo già perduto in partenza.
Se poi cambia perché sono io a deciderlo mi piace… Cose nuove, persone nuove, storie diverse anche se, fondamentalmente, son tutte uguali. O comunque tendono sempre alla stessa meta.

Ricordo una stanza piena di libri e di giornali vecchi, impilati. Potevo sceglierne uno, solo uno, lo potevo leggere ma dovevo rimetterlo al suo posto e rimettermi sotto nei giorni a venire. Questa era la regola.

Ho imparato ad amare i libri e ad esserne gelosa, a non prestarli, se possibile, ad averne cura. Ho imparato a leggere il giornale e tenerlo stretto fin l’ultima pagina.

Ho un poco la nausea di tutti i morti e di quel sangue che leggo. E pensate quanto potesse essere deleterio per una bambina…. Ma la voglia di restare aggiornata mi fa desistere dal non comprarlo. E poi… il giornale serve sempre. Per metterci sopra le scarpe bagnate oppure per pulire i vetri o per girare le luci di Natale e tenerle via ordinate per l’anno successivo.

Come un vecchio debito di riconoscenza… Resto all’erta.
Un’espressione dolce può tramutarsi in un lampo, facendoci chiudere credendo siano tutti dei nemici.
No, questo no. Tengo fede al patto, quello verso di me.
Nessuna chiusura. Nessuna paura verso le persone.

Situazioni grandi, enormi nelle quali barcamenarsi, cercando di tendere alla cosa giusta, facendo del proprio meglio.

Rimorso verso occasioni d’amore perdute, verso cose non fatte o parole non dette, verso l’impossibilità di aver potuto cambiare il corso degli eventi.

No. Tutto questo non è pervenuto. Ho imparato. Dai libri, dai giornali, dalle persone e dalle loro storie che, fondamentalmente, son sempre uguali alle nostre.

Da come hai detto ciao

Rientrare nella classe di yoga con tante facce nuove.
E la novità della telecamera per chi segue da casa.


Entriamo zuppi, sia io sia il mio tappetino. Sul più bello è arrivata la pioggia. Sì, si poteva percepire. Ma non l’ho percepito, anzi, ho sperato di sfangarla fino alla scuola. Così non è stato.


Entro buttando acqua ovunque. Mi levo le scarpe lanciandole credendo di essere a casa mia. Colpisco una ragazza che mi sorride. E, nonostante il danno, continua a sorridermi in modo aperto e dolce. Mi vado a posizionare, girando il tappetino dalla parte che doveva essere asciutta ma così non è, non del tutto. La ragazza continua a sorridermi mentre incrocia il mio sguardo.

Riscaldamento.


Mi alzo e corro per andare in bagno, sarà stata tutta quella pioggia che mi ha stimolato… La maestra mi chiede se sto bene… Sì sì benissimo, vado in bagno.
Passo davanti alla telecamera naturalmente e, mentre me ne accorgo, mi blocco lì davanti, non sapendo se tornare indietro o proseguire. Proseguo. Ritorno e stessa scena. Ripasso davanti agli studenti a casa.

Durante il rilassamento finale, mi rendo conto che sto per addormentarmi… un attacco di panico mi fa sobbalzare ma, poi, mi rilasso davvero.

La lezione finisce. Meno male doveva essere soft… Qualsiasi cosa è stata messa a dura prova… mi fa male tutto.
Vado a recuperare le scarpe che avevo lanciato e il mio giubbotto zuppo.

La ragazza mi sorride e mi chiede come mi chiamo e che lavoro faccio. Parliamo un po’. Devo farla ridere così zuppa perché mi regala grasse risate. Scusa per prima, scusa se ti ho colpita, sono un danno. Ride. L’ho capito subito che eri simpatica, da come hai aperto la porta e hai detto ciao.

E sono felice. Mi ha rallegrata. E nemmeno se l’è presa per esser stata investita da scarpe e acqua piovana.

Io sono la mia SM

Scrivo da quando andavo alle elementari. Scrivo specie di diari su quaderni a volte scelti e a volte arrangiati. Li ho conservati tutti. Sono tanti e pieni della mia vita. Sono colmi di fatti e di pensieri. Sono pieni di me. Ho iniziato a scrivere per fermare cose, fatti, persone e ricordi.

Scrivo su questo blog perché amo farlo. E perché, credo, possa dare qualcosa agli altri.

Mi sono ammalata. E non c’è nulla di cui vergognarsi. Capita.
In famiglia ho già provato il dolore della malattia. È successo più e più volte. Poi è arrivata sulla mia pelle. Ma questa cavolo… questa malattia è diversa da quelle che hanno avuto parenti e amici. Per questa non c’è la speranza che se ne possa andare. Ecco. Quella parte non c’è.

Dicono che non siamo la nostra malattia. Io non credo sia vero.
Io sono anche questo.
Carina, strabica, allegra, malata, simpatica, capocciona, disordinata. E sono anche quella quarta parola.

Se sono ciò che sono è anche per la mia malattia. Se mi avvicino dolcemente alle persone e se, poi, le massacro per farle stare su col morale… è anche perché sono malata. Se sprono è perché conosco il dolore che porta la malattia. Quello fisico e quello interiore che, a volte, annienta le famiglie. O le modifica.
Sprono perché ciò che ho vissuto e ciò che vivo mi hanno fatto capire tante cose. E non voglio che nessuno si perda nello sprecare anche solo un secondo di vita. Soprattutto se si hanno belle carte nel mazzo. Ecco. Ricordiamocene e non dimentichiamo di tirarle fuori.

Io sono la mia SM.
Lei è forse quella che mi conosce meglio di tutti: colpisce dritta nei miei punti deboli. Ed è sempre con me. E guai a non prenderla in considerazione: te la fa pagare cara come una bambina viziata… un po’ come sono io. Accudita, amata, viziata e stra viziata. I più piccoli della famiglia hanno quella parte che mettono via e tirano fuori al momento giusto.
Quindi accetto di venire viziata e stra amata e considerata e benvoluta. E quando sento che tutto ciò vacilla… Ah sì… non va bene per nulla. E me lo vado a riprendere. Perché sì… i regali mi piacciono tanto e ancora. E anche le sorprese e gli abbracci. E le parole belle. E le feste. E il divertimento.


Io sono la mia SM. Eh già. E sapete? Lo dico e me la tengo stretta alla faccia di chi crede possa essere un punto a mio sfavore.

Ecco… voi vedete Ale o vedete una persona malata che si chiama Ale?

Io vedo Ale.

Discriminazione

Quando si è in cerca di una nuova amicizia oppure di un lavoro nuovo, ci si deve assolutamente presentare esprimendo il proprio orientamento sessuale e con in mano la scheda sanitaria dettagliata.

Quando intendono dati personali, non si deve levare di tasca la carta d’identità poiché non sono là dentro i dettagli che interessano.

Quindi per farvi un esempio

Eterosessuale, razza bianca, malata, Alessandra.

La discriminazione si verifica quando una persona viene ingiustificatamente trattata in modo diverso o esclusa da un servizio o da un’opportunità (un lavoro, una casa, una prestazione sociale o sanitaria, un mezzo di trasporto pubblico, ecc.).

Esistono forme di discriminazione che possono essere dovute alla razza, alla religione, alle convinzioni personali, a una disabilità, all’età, all’identità sessuale o al genere.

La discriminazione è un comportamento (un’azione o una omissione) che causa un trattamento non paritario di una persona o un gruppo di persone, in virtù della loro appartenenza ad un determinato gruppo sociale.

Lingua e palato

Nonno parsimonioso e nonna sprecona.


Diecimila lire. Questa era la mancia settimanale della nonna. Appena la prendeva, ci portava in paese dall’ Uggetti. Lei andava matta per la biancheria di casa e per tutto ciò fosse inerente ai filati.  Andavamo subito a comprare fili di cotone e passamanerie. Ne aveva a bizzeffe, chiuse in ceste di paglia. Ci abbelliva tovaglie e asciugamani.


La vedo ancora sulla sedia a cucire. Si toglieva gli occhiali con le lenti spesse e iniziava a lavorare.

Non appena sentivamo il nonno arrivare da lavoro in macchina, lei raccoglieva tutto velocemente e lo buttava nella stanzetta dove dormivo io. Ci faceva correre giù ad aprire il cancello e metteva sul fuoco qualche pentola a caso… tanto poi avrebbe fatto tutto il nonno : era lui il cuoco ufficiale.

La mia nonna era un disastro in cucina. Ma le piaceva mangiare e tanto.  Soprattutto amava il pane caldo. Sarebbe stata capace di mangiare un chilo di michette nel giro di molto poco.


Mentre il nonno parcheggiava, ci metteva in fila tutto quello che serviva per la tavola. Metteva le posate dentro ai bicchieri e ci diceva di fare presto. Ogni giorno una tovaglia pulita. E ogni giorno si sprigionava quel buon profumo di bucato steso al sole per tutta la sala.

Appena il nonno saliva in casa, gli saltavamo addosso felici di vederlo e iniziavamo a spogliarlo di cappotto e cappello per farlo iniziare a cucinare il prima possibile. Lo vedo davanti ai fornelli in camicia, con le maniche rimboccate e il cucchiaio di legno in mano.
La nonna si sedeva in cucina sulla sedia di paglia e se lo guardava da dietro mentre  spadellava. Io gli stavo addosso fin quando non era il momento di assaggiare poiché ero proprio io il giudice preposto a controllare sale e cottura. Soffia, soffia… e puntualmente mi scottavo lingua e palato.

Il sogno nel cassetto

Momenti di solitudine che vorresti colmare, in qualsiasi modo. Ad ogni costo.

Occorre una bella trovata.


Migliorare il bello. Renderlo ancora più dolce. Ricordare. Qualcosa o qualcuno. Accettare cose belle e donate in modo disinteressato. Fare altrettanto. Donarsi. Una volta, due volte, più volte. In modo spontaneo, facendo finta, a volte, ti sia stato richiesto. Darsi. A sé stessi e agli altri.

Quanto abbiamo da recuperare? Me lo ripeto sempre.


E quando sono in gioco, non mi tiro indietro e decido come poter agire e subito, in un breve istante. Farsi coinvolgere. Perché no, del resto?
Si vive in relazione con altri. Si convive con qualcuno, ogni giorno. Si realizzano cose o sogni insieme a compagni di viaggio. Sì, perché si sogna ancora, fortunatamente. Anche se non siamo più bambini. Ma lo siamo stati. E sì. Si può sognare ancora, anche in grande.


Qual è la cosa più bella che custodisci nel tuo cassetto più prezioso?


Il mio è tanto stracolmo che potrebbe esplodere da un momento all’altro.

Piena

Arriva quel periodo della vita nel quale ci si scambiano i ruoli.
Prima ti proteggono e sono i tuoi punti di riferimento poi tu diventi il loro.
Anche nelle scelte o nei consigli. Sì, perché ti hanno cresciuto bene e ora puoi prendere il timone e fare loro strada.  Anche solo con la tua presenza.

Le fragilità, la stanchezza, gli acciacchi, le malattie… La vita insomma. Ed è sempre la vita a farti cambiare ruolo. Da accudita a colei che accudisce. Con le stesse cure e lo stesso amore. Sì, perché in quella casa di amore ce ne è sempre stato tanto.
Gli abbracci che ricevevi ora sei tu a darli.
Le braccia tese e le orecchie aperte e attente sono le tue.
La dolcezza è la stessa perché hai avuto l’esempio.
La forza e la grinta anche.
La voglia di esserci per chi c’è sempre stato dandoti tutto ciò che fosse possibile dare.
Quando cadevi c’era sempre qualcuno.
Ora sei tu a raccogliere. E se cadi ci sei sempre tu anche per te stessa. Perché? Perché ti sono stati regalati e impressi gli strumenti giusti e adatti.

Quanto è bello essere cresciuta in una famiglia piena di affetto e amore. Piena di litigi ma piena di riappacificazioni.
Piena di urla e di risate.
Piena di caos.
Piena.

Nomi, cose, città…

Nomi, cose, città, animali, fiori.
Quante volte ci abbiamo giocato e, a tratti, magari ci siamo anche divertiti.


Sorteggio… A.


Alessandra, il mio nome.
Attenzione, quella che devo mettere e che mi sfianca.
Alessandria, quasi come il mio nome.
Asino, come mi sento oggi. Animale simpatico ed empatico.
Anemone. Non so nemmeno come sia fatto.


E se scambi la A per la E?
Può capitare….
Come trovarsi sul treno sbagliato verso la destinazione sbagliata.
E magari nella città errata ci arrivi pure.


U
Umberto, Umiliazione, Udine, Upupa, 🤔🤷‍♀️🤦‍♀️


Scrivi Alessandra, scrivi.
Ricorda.
Sforzati.
Ripeti.
Leggi.
Fai foto e imprimile nella tua memoria fotografica.


S. Sandra, come mi chiama il mio amico, Sclerosi, ‘sta maledetta, Sondrio, città del primo amore, Sorcio, Soffione… quanto mi piacciono. Ma lontani dalla zia che è allergica!

Che casino sto cervello.

Associazioni…Post it attaccati al cellulare per ricordare nomi e cose da fare… Sfiancante trovare sempre la soluzione B poiché della A te ne sei già dimenticato.

Quando nasce qualcosa di bello

E poi fai un incontro magico dal quale crescerà qualcosa di speciale.


Incontrare un’anima bella e pura e allegra e piena di vita.
Guardarsi negli occhi, simili nella vivacità.
Voglia di fare, di creare e di lavorare insieme per un progetto comune.
Qualcuno che crede in te e ti scova.
Qualcuno che scommette su qualcosa di tuo.


Quanto può renderci felici un incontro?
Quanto può lasciarci?
Quanto è bello buttarsi nelle cose e nelle relazioni?
Tanto.
Così tanto da riempirci e da lasciarci del bello dentro.

E io… ho bisogno del bello.
Ho bisogno di anime delicate accanto, ho bisogno di quella cosa dentro che ti fa essere famelico e ti invoglia  a ingurgitare costantemente.

Ho bisogno di persone che vogliono avermi accanto, che vogliono esserci per me e proprio perché sono io difetti e pregi compresi. Esserci senza perdere tempo o senza perdersi nulla. Nulla di me.

I progetti non si possono fare da soli, i progetti vanno condivisi e dar loro forma, insieme.

E fu così che, sedute ad un tavolo con una birra davanti, è nato qualcosa di bello, tanto bello.

Quando nasce qualcosa di bello… A me fa sentire in pace. Alessandra si sente bene e si sente a suo posto e a suo agio col mondo fuori.

Al mare

Profumo di mare, quello che ritrovi anche nel pane e nel bombolone che mangi in spiaggia e la crema cade ovunque e mangi i granelli di zucchero che sembrano quasi mischiarsi alla sabbia.


Quando rovisti per cercare le conchiglie e quell’erosione dell’acqua dona loro quel buchetto centrale, perfetto per le collanine.


Quando la pelle è salata davvero anche se usi il bagnoschiuma al cocco.


Quando i teli si impregnano di crema solare, la stessa che capti in giro mentre cammini.


Quando la pelle è un po’ color biscotto e ti sta bene qualsiasi colore di maglietta.

Ogni anno è un braccialetto nuovo e un nuovo desiderio.


E la sabbia la ritrovi ovunque nonostante continui a passare l’aspirapolvere.


Eppure non sono amante del mare d’estate. Ma tutti quegli odori mi sono entrati dentro e me li porto dietro da quella casetta dove stavamo dentro tutti ed eravamo spensierati.
Quanto si stava bene perché c’eravamo tutti all’appello e bastava quello. E si stava bene anche se il vicino ci urlava di non fare caos e non voleva che vivessimo. E quella porta a scatto che ci chiudeva sempre fuori perché nessuno si ricordava di prendere il mazzo doppio. E andare dal vicino a chiedere di farci scavalcare il suo balcone. Lui ci faceva fare e sicuramente sperava che qualcuno scivolasse giù sull’asfalto.

Questo è il mare. Per me.

Reverse

Reverse.
Sì.
Filmarsi mentre si fa un puzzle.
Reverse.
Tornare ad avere in mano una tessera sola.

Avere la SM è un po’ come mettere un video in reverse.
Ogni frame all’indietro è un pezzo di sé che si perde via.


Vista. Tac.
Ricordi. Tac. Via.
Memoria. Via.
Attenzione. Via, eliminata.
Concentrazione. Tac. Via.
E così via.
Via. Via tutto. Un poco alla volta. Lentamente.

Poi, mentre ti fai bella per uscire e passi veloce davanti allo specchio, ecco. Ti fermi. Ti soffermi. Caspita. Come sono cambiata. Quante tessere di puzzle mancano all’appello.

Aspetta, aspetta. Fermati. Soffermati per un tempo più lungo. Resta qui, davanti allo specchio. Che c’è ancora di ciò che c’era?
Che cosa rimane del bello che esisteva?
Eh sì… perché c’era…
E lo vedi? Lo vedi ancora?

Mmm… sì. Lo vedo ancora.
Posso vedere ancora. Anche se chiudo gli occhi. Vedo ancora. Ti ricordi quando eri incredibilmente felice prima di uscire con le tue amiche per la festa dei sedici anni?
Sì. Con quel vestitino blu, increspato davanti e così corto da lasciare il nulla all’immaginazione…
Sì. Ricordo bene. Ricordo tanto bene.
E ora? Dove sono quei sedici anni? Dove è quella festa, la prima fuori casa?

Mmm… Sì. È dentro. Ancora con me.


Reverse.


Ma con un frame in avanti prima di andare indietro.

Casa è…

… e poi si torna a casa.
Si torna nel proprio luogo sicuro con persone che ti amano e con quelle che ti amano meno ma, nonostante questo, sono comunque liete di vederti.
Si torna nel posto più accogliente, pieno di persone che parlano e ridono. E che litigano persino per un nonnulla.

E poi vieni coccolato anche solo con del cibo. Mai panino più buono mi sembra di aver mangiato in vita mia. Eppure era un panino vegetariano.

E poi ti sembra di non esser mai andata via. Eppure sì, lo hai fatto. E per parecchio.

C’è un tempo giusto per tornare. Un tempo giusto per dare e ricevere un abbraccio anche in questo periodo dove non si potrebbe. Ma ne vale la pena e allora non ci pensi.

Restare per un poco in braccia amiche e protettive, dove tutto sembra tornare a posto. Anche  un’anima che sobbalza come la mia ritrova ristoro.

E poi si torna a casa, in famiglia, si torna dove senti amore, dove non ti sembra di esser fuori luogo mai.

Si torna. Si torna a stare insieme, a parlare, a ridere e a litigare come polli in una stia.

Quanto è bella la sensazione del ritorno. Il mio animo è sereno e puro come fosse stato resettato in silenzio.

Riprendo vita. La mia.

Tre di settembre

Cammino sotto un sole caldo. Mi fermo per attraversare la strada. Sono lì da tanto fin quando mi accorgo che non c’è semaforo ma semplici zebre. Vado. Quasi atterrata da un nanerottolo con bici con rotelle. Si vedono bene mutande che spuntano dai pantaloncini e riga che spunta dalle mutande. La madre dice a me di stare attenta. Lui si gira, mi tiro giù la maschera e gli tiro fuori la lingua. Lui va veloce. Ha paura. Si vede e fa bene.


Mi butto in tram. Una ragazza piange disperata. L’amica più grande la consola. Io che do la colpa a un uomo, poi scopro che, invece, è stata bocciata per la seconda volta. Ecco.


Attraverso un viale. Un bimbo cinese pacioso è seduto  a un tavolino fuori dal supermercato. Sta su uno sgabello che chissà come ci è arrivato. Le gambe a penzoloni e un pacchetto gigante di patatine tra le mani. Soddisfazioni. Si vede dal suo viso. È felice. L’unico suo problema arriverà quando sarà in fondo al pacco.


E poi ancora sole ma quello che scalda e sembra  avvolga piacevolmente la pelle. 

E poi ancora visi e vite che scorrono, parallele alla mia.


Tre di settembre.

E, mentre metto gli occhiali alla foto della settimana enigmistica, penso a che cosa posso mangiare stasera.

Buon anniversario Robi&Dani.

Settembre

Settembre è sempre il mese, per me, delle considerazioni.
Mentre la mia voglia di fare cresce in modo esponenziale, penso.
Quanto mi piace vivere.
Quanto amo le persone che lo fanno e ci provano.
Quanto amo chi ha il coraggio di far di tutto per la propria felicità.
C’è chi insegna ai propri figli ad esserlo, senza provarci sulla propria pelle.
Chi crede che i bambini non capiscono solo perché sono bassi, ma invece succhiano e sono empatici. Proprio quello che scordiamo noi sul nostro cammino.
Chi insegna ai bambini degli altri a non mollare mai, ma, alla fine, sono i primi ad averlo fatto.
Ci occupiamo dei bambini ma ci scordiamo che lo siamo stati tutti. E continuiamo ad esserlo. Io non ho figli e c’è chi, sovente, me lo ricorda. Tu non puoi capire, non hai figli. Vero. Non ho figli. Ma figlia lo sono e bambina lo sono stata. E so bene ciò che ricevevo e  che assimilavo. Anche in silenzio, senza bisogno di dirlo.
Ci si scorda che bisogna avere cura dei bimbi ma anche di quelli degli altri. La cura non si può riservare solo ai piccoli: troppo facile, sono teneri e indifesi.
Poi, nella crescita, si scorda o non si insegna abbastanza ad aver cura anche dei figli degli altri. Perché qualcuno che ci ama o che ci abbia amato lo abbiamo tutti. Se non vogliamo che feriscano i nostri figli. .. Perché decidere volontariamente di ferire quelli degli altri?


Bisogna stare attenti. Scappare, sparire, morire, come fossimo rubinetti che si possono chiudere a chiamata così da non far uscire più acqua.
Stimo chi pensa al proprio benessere in modo che poi, altri, possano prenderne esempio e rilasciarlo anche dai propri pori.
Stimo chi ci prova senza piangersi addosso.
Stimo chi ha il coraggio di levarsi da situazioni di comodo nelle quali crogiolarsi per non avere problemi. Chi pensa a sé per poter poi dedicarsi agli altri.
Ci vuole coraggio e impegno.
Solo così si può insegnare ad altri a non mollare mai.
Purtroppo ci dimentichiamo che la vita è solo una. Una sola possibilità. Vivere senza sopravvivere o stare a guardare sull’orologio la propria vita che scorre così. Senza arte né parte. O forse è quello che vogliono farti credere per un piano personale ben ordito. E crudele. Sì, quando pianifichiamo l’attacco è sempre cosa brutta. La peggiore.

Amo chi ride. Le perdite a volte sono insormontabili. Ma che fare se non trovare altri modi per gioire?  È un diritto e un dovere verso chi non c’è più  e non per proprio volere. Ricordo mia zia che mi disse… Non ho voglia di morire, ho iniziato a vivere troppo tardi.

Io vivo. Nonostante tutto, vivo ancora. Respiro. Cerco di non danneggiarmi troppo tra una paura e l’altra. Ci provo. Cerco di avere cura. Ma sopravvivere proprio no. Ci provo. Per me e per chi non ho più. Ci riesco? Ah no, non sempre. Ma ci provo. Non ho paura, nemmeno di questa malattia e nemmeno di come mi ridurrà in un tempo che sarà sempre troppo breve.

Non sono dipendente da tutti i ti voglio bene e i ti amo mi butterei nel fuoco per te… io di Giovanne D’Arco  ne conto una… ed è in un film. E odio l’odore di pollo bruciato come quando ti bruci i peli sul gas.

Son dipendente da me. Giusto o sbagliato? Non lo so. Ma davvero la vita è solo questa. Prendo tutto, prendo  adesso.
Giro pagina, come ad ogni settembre.

E un bel faccino mi dice CIAO, lasciandomi un sacchetto sul tavolo… Sono felice.

Goccia

Ogni goccia che scende è
una stilettata dritta che ti arriva dentro.
Ogni goccia è una bastonata in testa
e sulle ginocchia.

Ogni goccia è un furto infame di vita.

Belle le gocce ma quelle sul vetro e le segui col dito e non ti bagni nemmeno.

Belle le gocce ma quelle che rimbalzano dal rubinetto ai tuoi occhiali,
contenitori di tutto ciò che schizza
e si accumula fino a farti vedere sfocato.

Nemmeno io sono a fuoco.
Prendo la mira
con entrambi gli occhi bene aperti.

Ho sognato. Ho pensato.
Ho scritto e mi sono fatta tanta compagnia.

Quanto è colorata la mia borsa. E quanto è capiente. Eppure ci sono dentro cinque cose sole. Ma potrebbe contenerne il triplo. 

Ecco, come al solito, mancano i fazzoletti. La mamma lo ha sempre detto… mai scordarseli.
Mai li metto. Ma li chiedo, solitamente sul tram. Sapete in quanti si girano per dartene uno?
In tanti.

Quanto sono belle le mie calze gialle con l’orsetto. Bel cotone. Eppure nemmeno le volevo comprare.

Leggo. Cos’altro ancora poter fare per non dare ascolto alle stilettate?

Mi guardo le calze. Seguo una goccia col dito. Bella la borsa. Sogno. Penso.

Ping Pong

Navicella spaziale partita.


La guida, con gli occhi vispi, ha iniziato a raccontarmi tutto ciò che i miei occhi stavano guardando.
Passaggi di informazioni e riempimento immediato con parole e immagini belle.
A bordo della navicella, trovarsi come se ci si conoscesse da sempre.
Parlarsi con onestà. In modo libero.
Passarsi la vita, rimbalzata come su un tavolo verde di ping pong.

Raccontare la propria città, raccontarla con entusiasmo e conoscerla a fondo.

Entrare e uscire dai siti e continuare a guardare con la meraviglia di un contenitore nuovo e mai riempito prima.

Bersi la vita in un sorso, come fosse acqua fresca dopo dieci chilometri di corsa sotto il sole.

Accompagnate da nuvole al nostro passo e dal vento fresco sui nostri visi mezzi scoperti dalle maschere bianche.

Fare strada insieme. Vicine.
Se vuoi ci posso essere.
Che bella frase, penso.

Ridere, parlare fitto, raccontarsi segreti. Raccontarsi fatti.
Tra qualche caffè, spritz e vino. E un buon pranzo con accompagnatore speciale.

Poi risalgo sulla navicella. Poi  su un’altra ancora.
Poi, salendo verso la mia casa, incontro un tipo sospetto ma che mi sembra di conoscere… e lo vedo arrivare su una navicella, abbandonata.

Ciao. Sei per caso un ultracorpo?
Ne avevo sentito parlare…

Lo so che ci sei

Ma certo che mi ricordo di te.
Certo che non ti dimentico.
Mi vieni in mente spesso anche quando guardo le tartarughe.

Lo so che ci sei. Mi hai lasciato solchi indelebili, cicatrici stampate come tatuaggi appena scolpiti.

Sì, sì. Ti sento eccome. Anche quando corro e anche quando cammino e mi guardo le scarpe per capire bene dove si direzionino i passi.

Eccoti. Ti vedo e ti sento come la mano sicura che mi accompagnava nel mio lettino.

Sei con me di giorno e di notte e mi fai svegliare di soprassalto.

Sì, sì che ci sei. Ogni parte del mio corpo ha qualcosa di tuo.

Mi hai abbracciata stanotte. Troppo stretta. Mi hai tenuta così per una giornata intera.

Ti penso mentre ridi sguaiata e mi prendi in giro.
Ti penso mentre indichi proprio me con quel dito imperioso.

Sì, sì lo so che ci sei. Anche quando guardo le tartarughe.

Luogo lontano

Buon compleanno per te.


Vorrei regalarti il cucchiaino più lungo per arrivare fin ben in fondo ai barattoli.
Ti sistemerei le perle nella collana, perfette su quel vestito blu, fatto di tubi di baci perugina.
Ti sistemerei gli occhiali bene sul naso e ti darei tanti baci su quelle braccia morbide come mai più nulla lo è stato così.

Il piumino del talco che mi faceva tossire mentre aprivi il vasetto giallo.
La saponetta alla lavanda che profuma ancora i miei cassetti.
Il telefono appeso come quello di un vecchio bar di campagna.


La torta più bella e un buon vino, oggi, per te.


Il tuo nome, portato da un luogo lontano, tanto lontano come l’autogrill per andare a prenderti il cornetto al cioccolato.

La casa era quella

Ecco a voi la nuova me.
Ve la presento.

Ho buttato giù completamente per ricostruire.
Ho tolto le macerie. Ho costruito esattamente la stessa casa di prima.
Uguale identica.
Alla fine… mi stavo simpatica.
C’era solo da fare una bella pulizia e, per il resto, la casa era quella. Sì, era lei.
Ho pulito. Ho imbiancato le pareti e le stanze sono ancora più spaziose.
Per il resto…
È rimasta uguale, a prima vista.

Dico A mentre cambio idea e penso B per poi fare C.
Difetto? No. La chiamo fantasia spontanea.

La testa è rimasta sempre un vulcano.

Il cuore è rimasto la sala più grande; la parete a vetrate dà su uno spettacolo che ogni giorno è tanto diverso da essere cosa nuova.

Lo sguardo è rivolto a trecentosessantagradi che nemmeno un compasso può fare lo stesso giro completo e la punta che infilza il foglio scappa sempre un po’ via,  lasciando quel buco slabbrato.

Sono qui. Fragile ma tanto forte come un fuoco che scoppietta nel camino. E le fiamme vogliono uscire. E strabordano. E qualcuno accenna un soffio. Ed io mi faccio sempre più grossa. Anche in un corpo minuto.

Sono qui.

Ho parole care di un amico lontano che alimentano la mia dolcezza.

Ho necessità di esserci, ho necessità di alimentare il fuoco.

Le mani le tendo ancora anche se mi ustiono.
Difetto? No. Io la chiamo voglia di vivere il mio presente prezioso. Voglia di essere accudita e custodita come una figlia preziosa. Eh sì. Figlia di qualcuno e tale da dover essere difesa, rispettata, protetta, amata. E di difendere, rispettare, proteggere, amare . Sì, siamo tutti figli di altre persone. E questo è da tenere bene a mente. Sempre.


Vivere. Sì. Vivere oggi.

Grazie a chi c’è sempre stato. Qui e nella mia casa. A chi mi tiene in cura in quanto figlia di qualcuno.

Ciao

Ciao a tutti. Mi metto in pausa per un po’. Non so per quanto ma tornerò. Grazie per tutto quello che avete fatto per me e per essermi sempre Stati vicini e solidali. Con me e le mie vicissitudini. Voi non potete saperlo ma ora ve lo dico…

Siete stati fondamentali e sapere che mi avete letta e amata…

Grazie di cuore a tutti.

Molti di voi li sento privatamente. Grazie per avermi cercata. Grazie per avermi regalato sempre qualcosa di voi e delle vostre vite. Grazie perché se molte volte non mi sono sentita sola è anche grazie a quello che mi avete scritto.

Se avrete bisogno scrivetemi pure per mail.

Mi piace poter esserci.

Grazie davvero.

Spero di esser stata una cosa bella… Non dimenticatevi di me☺

Parole

Parole confuse
a volte inutili
a volte le chiedi
come una preghiera
sulle ginocchia sbucciate.

Parole vuote
a volte senza senso
a volte le riscrivi
come un diario fedele
sulle pagine strappate.

Ho sottolineato
letto e riletto
ho preso la matita senza punta
e ho solcato le pagine più vecchie.

Ho cancellato
guardato e riguardato
ho messo gli occhiali senza bacchette
e ho posato  la rosa  più bella.

Andate piano

Ho lasciato Giovanni per andare verso altri lidi.
Era davvero malinconico… mi ha detto che l’ho fatto divertire parecchio e mi ha regalato una bottiglia del suo olio super naturale.
Devo dire che conoscere persone nuove è sempre bello e stimolante. Ridere con qualcuno che non conosci è speciale. A volte ti trovi ad aver a che fare con persone che non c’entrano nulla con la tua vita ma, nonostante tutto, si crea una alchimia particolare.
E te le porti dietro. E te ne ricorderai per tanto tempo.
Magari non le vedrai più ma le porti comunque con te. La cosa che mi ha intenerita è quando ha detto andate piano che non vi corre dietro nessuno e state attenti.
Forse è questo lo scopo della mia vita: prendere e lasciare qualcosa. Non faccio cose epocali ma queste, per me, lo sono eccome. È stata una settimana intensa di persone conosciute e posti nuovi visti con degli occhi spalancati, quelli dei bambini che ancora poco hanno visto. Sono a metà del viaggio. Forse. E sono serena. E felice.

Non vedo l’ora

In Grecia c’era Dimitris, qui c’è il signor Giovanni.


Giovanni è il capo della baracca, la moglie è in cucina a sfornare del cibo così buono che mi fa sentire una donna rinata.


Dopo le gite della prima parte della giornata, mi ritrovo in piscina, tra insetti che volano, formiche giganti da sembrare scarafaggi, friniti, ragli e miagolii.
La mia crema solare, rigorosamente cinquanta da farmi sembrare un alieno più che un  umano, attira tutte le api e le vespe del quartiere.
Bella la natura… sì, sì… come direbbe un amico della curva
… bella sì, finché non la vivi.


Giovanni mi cerca… di continuo. Se rido vedo la sua testa che spunta da qualche parte…
Io parlo tanto ma questo signore è davvero il numero uno.
Ieri sera, mentre era girato, ho cercato di scappare via in silenzio… eh no. Beccata. Due ore a parlare. Che poi… è anche piacevole… siamo andati dalla strage di Bologna alla strage dell’addio  di Lukaku…
Ma due ore… son troppe anche per me.
Mentre i commensali ci passavano dietro di volata, la moglie chiudeva la cucina
.. se ne andrà anche lui
… no.


Stamattina la stessa cosa. Mi racconta fatti interessanti ma dico… fallo dopo colazione… la colazione per me è sacra. Ho i miei riti e tutte le medicine da prendere in rigorosa fila… non posso sbagliare.
Stasera mi ha già detto che ci faremo un’altra bella chiacchierata delle nostre…


Non vedo l’ora.

Formica atomica

Però… Sto tanto bene. Mettere chilometri fra sé è le preoccupazioni fa rinascere. Ci voleva una pausa da tutto.

E ci credo ancora, a dispetto di chi non lo fa più e si rassegna.

Bimbe giapponesi

Sono ufficialmente in vacanza.
Della mia valigia ne ho già parlato svariate volte: un bagaglio a mano colmo di vestiti che potrei star via un mese intero cambiandomi anche due volte al giorno. Eppure non avevo considerato il fatto che potessi avere freddo. La mia felpa nera preferita e con cappuccio non ci sarebbe stata e quindi non l’ho portata. E ora me ne pento amaramente. Soprattutto dopo aver messo il dopo sole alla menta che fa scendere la mia temperatura corporea di parecchi gradi.  Però ho le mie All Stars preferite. Quelle bianche che ho deciso di lavare a novanta gradi per renderle perfette e come nuove per questo viaggio… Peccato che si siano ristrette e solo ieri me ne sono resa conto. Sono un disastro. Ma il panorama dalle colline pistoiesi è meraviglioso, così tanto da farmi scordare del freddo e della mia camminata forzata in scarpe piccole degne delle bambine giapponesi.
Per l’aria condizionata schiacciare il pulsante… altro che aria condizionata qui ci vorrebbe la pompa di calore!
Il cibo è tanto buono che ti rimette in pace col mondo intero… quindi non mi lamento e continuo a camminare in due scatolette di tonno bianche senza emettere gemito alcuno.

Pubblicità occulta: siete attorniati da caldo e afa? Ecco la risposta ai vostri problemi…

L’odore più buono del mondo

Qual è l’odore più buono del mondo?
Esiste? Sì. Eccome.

Sono uscita sul balcone per prendere un po’ di aria e c’era…
E non so perché lo ho sentito proprio lì.

L’odore delle matite misto alla gomma Stadler… l’odore tipico che si sprigiona quando apri un astuccio.
L’odore che diventa più forte quando temperi la matita e lasci dentro  quello che ne esce.
Quando la tempera si mischia e poi prendi una matita e ti rimane la polvere incriminata tra le mani.
Ecco. Quello è, per me, l’odore più buono in assoluto.

Come potersene dimenticare?

Quell’odore che ti porti dietro dalle elementari e poi capita che lo ritrovi, così, quando meno te lo aspetti.

Che voglia di ritornare a quei tempi,
quando la mamma controllava la cartella per vedere se c’era tutto. E ti portava in cartoleria a comprare i quaderni e le copertine colorate di plastica con l’etichetta in cartoncino. La calligrafia della mamma con scritto nome, materia e classe.

Vado ad aprire il mio astuccio.

Ali

Le ali sono spezzate.
Le rattoppo come posso.
Vorrei gettarle via
ma queste ho.
Non si modifica il passato
ma non mi faccio schiacciare.
Indietro non è possibile tornare
ma c’è ancora tempo
per dimostrare qualcosa di diverso.

Le ali sono lacerate
le cucio
per rimanere dalla mia parte
per renderle di nuovo il mio sostegno.
Non le getto, non le abbandono.

Le ali sono deboli
magari non posso volare
ma posso ancora ballare
e sorridermi.

Chi rattoppa le mie ali?
Io.
Chi controlla che siano cucite con lo spago?
Io.
Chi le accudisce con amore?
Io.

Sì.
Io.

Perché sì, io ci credo ancora.

Posso volare.

Come si allacciano le scarpe

Riempi la pagina bianca
inforca la macchina
e immortala visi per sempre.
Quante cose che danno gioia
più di quelle che non la danno;
sorrisi e risate da rendere eterni.

Riempi i vuoti
non lasciare spazi
abbonda anche di cose inutili.

Hai risate felici accanto,
non basta tanto di più.

Rialzarsi,
sapendo già come si allacciano le scarpe.

Il mio sostegno

Se sono felice, se mi sento sola, se mi batte il cuore, se ho paura, so che c’è una dimora sempre accessibile dentro di me. Eh sì, sono io la mia dimora.


Riprendo in mano le mie parole, le porto fuori per sentire e per vivere meglio.


Un filo di fragilità non sta troppo lontano da me.  Lo posso vedere, quasi toccare.

Una bocca che racconta ciò che c’è dentro. Sono dalla mia stessa parte, se non io… chi?


Sono il mio sostegno. E mi godo lo splendore.

La mia felicità

Crampi atroci.
Dolori che arrivano fin dentro al cervello.
Cammino. Faccio le scale. Su e giù. Di continuo.
Nausea dovuta al poco equilibrio.
Ma alle undici son già qui davanti alla porta.
Che faccia Alessandra.
Ma se si vedono solo gli occhi?
Gli occhi non mentono.
Eppure sto sorridendo.
Eh no, non sembrerebbe.

Eh.
Eh.

Fermata ospedale.
Vedo la farmacia interna da sopra l’autobus.
Una vecchiaccia vuole sedersi proprio dove sono io.
Ma perché?
Perché volete sempre sedervi al posto mio?

Oggi non è giornata nemmeno per me.

Mmm… penso al cibo.
Ho già fame. Anche con la nausea.
Mi vedo davanti agli occhi una michetta calda con dentro la mortadella, rigorosamente coi pistacchi.
E una birra rossa.

Wow che bella la vita. Stasera passo dal salumiere e dal panettiere, direzione la mia felicità.

Sorriso classico

Delicata, come una mamma che taglia la torta.

Dolce, come una nonna che ti porge il cucchiaio della nutella da leccare.

Piena, come quando impari qualcosa di nuovo.

Eccitata, come quando aspetti il giorno del compleanno.

Leggere lettere scritte da altri, appartenenti a un passato lontano. Eppure… si provano le stesse cose anche oggi come allora. Risento me in quelle parole. Cercare il modo per esprimersi e far sapere agli altri quanto c’è, dentro.
A che cosa porterà?
Forse a nulla, ma ci siamo tirati fuori da un guscio.

“… e poche ore mi basteranno per restaurare il mio sorriso classico… “

Gita

Prepararsi alla gita.


Voglia di vedere cose nuove e anche cose già viste. Ma con aspettative dovute a età diverse.


Voglia di mettere gli occhi in modalità on.


Guardare e portarsi a casa una meraviglia di colori.


Voglia di rubare il bello ovunque si trovi.


Voglia di riempirsi.


Ed è così, ogni volta che metto piede appena fuori da casa.

E poi…. Se c’è una cosa che mi fa ridere… Ecco… Sono loro… Mi rubano tenerezza e sorrisi.

A modo mio

Ti parlo di lei, dal momento che non hai la possibilità di conoscerla, in questo momento.
E, siccome credo sia un grosso peccato, allora te la racconto con i miei occhi.

Lei è leale e onesta. Le bugie non riesce a dirle, nemmeno quelle a fin di bene. E, se le dice, le si arrossano subito le gote e le scappa un sorriso di vergogna che copre con la mano.
Parla tanto, forse anche più di me.
Ha gli occhi di un verde bellissimo, un verde brillante. E tanto vispi. Soprattutto quando ride. E ride e sorride spesso.
Lei accoglie le persone. Lo fa con lo spirito e anche con le movenze. Allarga le braccia e fa posto. Fa entrare e non respinge. Non è prevenuta. Ma se qualcuno non le va subito a genio, è difficile che si sposti dalle sue convinzioni.
Legge molto. È una delle poche che legge ancora il giornale di carta. Dalla prima all’ultima pagina. Si informa e si fa le sue idee.
È ordinata ai limiti dell’assurdo. È veloce nel pensiero. È rassicurante perché ti convince che c’è sempre una via alternativa.

Ci sono alcune persone della mia vita che vorrei averti potuto presentare. E, anche se non sarà la stessa cosa, allora te ne parlerò e continuerò a raccontartele. A modo mio.

Sai, sono contenta tu sia venuto per ascoltare me.

Il primo ciao

Sentire la dolcezza di un abbraccio di una mamma scapestrata ma tanto centrata e severa.

Sentire la mano sudata e collosa di una bimba che ti dice Andiamo a giocare.

Sentire la voce in un messaggio vocale che ti sprona e ti chiede di uscire perché ha voglia di stare un po’ con te.

Accendere la radio e continuare a cambiare stazione fino a non sentire mai una canzone per intero.

Iniziare con la prima pagina di un libro nuovo. Toccare le pagine ruvide e guardare bene il carattere di stampa.

Aprire il quaderno nuovo e iniziare a riempirlo anche se poi la penna smette di scrivere. La prima pagina piena di segni intermittenti della penna incriminata.

Togliere il cartellino dalla maglietta nuova e continuare a guardarsi allo specchio per la paura di avere ancora qualcosa attaccato addosso.

Chi è la persona che, per prima, è comparsa nella tua giornata oggi?

A chi hai detto il primo ciao del giorno nuovo?

Il primo caffè preso nel solito bar dove ormai conosci tutte le facce e ne conosci gli stili mattutini alla perfezione.

Uno degli spettacoli più belli

Entrare in acqua e vedere i pesci nascosti che iniziano a muoversi.
Condividere acque poco profonde. Volete intimidire l’intruso? Esco: una soluzione che rende la vita più facile per tutti. Lo so, non aspetterete il mio ritorno.  Si teme ciò che è difficile da spiegare e da comprendere.

Mi metto sui gradini e inizio a parlare. Sai, io qui starò bene, te lo garantisco.
È bello averti qui. Esprimiamo un desiderio? Anche davanti l’evidenza più cruda credo sempre che si possa avverare.  Perché no?

Hai il viso pieno di dolcezza… questa foto non ti rende giustizia…

Mi aiuti sempre nei momenti peggiori ma è in quelli migliori che dai il massimo. Ci si può sentire tanto in alto anche in un tempo brevissimo.

Questo davanti è uno degli spettacoli  più belli.

Nuovo equilibrio

Mi chiamo Alessandra. Più volte nel corso della mia vita, sono passata da stato di fanciullezza a stato di serietà totale.
Alcuni eventi lasciano dei segni indelebili dentro di noi. Spesso ci si può chiedere perché?
Io credo che le cose capitino a chi le sappia affrontare e a chi si può permettere di farlo. Non tutte le persone reagiscono ai fatti della vita nello stesso modo. Alcuni, purtroppo, non riescono a farsi una ragione delle cose.
Tutti abbiamo paura di soffrire. Io per prima. Ma non ho mai fatto un passo indietro. Sono sempre andata incontro alle cose e mi ci sono buttata in mezzo.


Un giorno d’estate è arrivata la malattia. Prima in modo delicato e, poi, sempre un poco più di impatto.
L’ho accettata e accolta. Odiata e protetta.
Non sono felice di essere malata. Ma sono felice di come stia affrontando la cosa. Chi lo avrebbe mai detto? Io che mi sono sempre sentita invincibile. Io che non ho mai ascoltato alcun monito, che andavo in motorino in due e senza casco. Tanto ero la più forte del mondo.
Ho fatto così tanti sbagli e cose stupide che devo avere davvero un Angelo gigante a vegliare su di me.

Sapete… è la mente quella che mi preoccupa di più. Ho iniziato a perdere le parole. Ho paura di perdere i miei ricordi e tutto ciò che mi riporti alle mie persone amate. La famiglia è tutto ciò che ho e che ho sempre avuto.

Ho un quaderno, quello delle parole perdute. Mi scrivo tutto ciò che perdo e, spesso, me lo vado a rileggere.
Questo quaderno sta diventando un tomo. Ho messo dentro anche la foto dei miei nonni con la scritta PINO e ANITA.

Faccio associazioni e ho un metodo tutto mio per ricordare. Ma è uno sforzo e  ci perdo così tanta energia da sentirmi come Hulk, una volta che tornava normale e rimaneva coi vestiti strappati.

Ecco. Alessandra ha momenti che si guarda e si ritrova coi vestiti strappati. E c’è una parola oggi che non riesce proprio ad andare a riprendere. Si sta annotando cose per poterla ritrovare.

Una cosa la ricordo bene. Ho un nuovo equilibrio. E sono nel posto giusto.

Alla ragazza che mi ha pianto sulla spalla

Lo diceva sempre… le persone si trattano bene in vita e non quando non ci sono più.
Ma noi… noi trattiamo bene noi stessi?
Siamo capaci di non scendere a compromessi e a non  competere per avere l’attenzione che meritiamo? Sì, perché se meritiamo di più è giusto mettercelo bene in testa.
Quanto siamo stati feriti e disposti a non fare altrettanto?  Quanto siamo capaci di frenare la lingua perché tanto non vale la pena di distruggere per, poi, finire per distruggere noi stessi?

Quanto ci sentiamo colpevoli verso di noi per non aver avuto cura della nostra persona? E abbiamo sempre delegato altri a farlo?  Siamo noi che dobbiamo stare attenti a noi stessi. Come noi nessuno può farlo con così tanta delicatezza.

Lo diceva. Amati. A più non posso e non condividere le tue storie più intime che nessuno ne avrà cura come te.

Mentre vedevo la ragazza piangere, mi sono seduta lì accanto e le ho preso la mano. Passerà anche questa vedrai. Che può mai esserci di peggio di ciò che già hai passato?

Ho regalato un ricordo prezioso. E no, non avrei dovuto.

E le domande che rimangono inattese e sospese come se le risposte potessero aspettare…

Sai che c’è, ragazza che piangi con quegli occhi tanto rossi e quel respiro perduto…
Andiamocene in giro e facciamo festa. Tanto sai… domani forse le cose non cambieranno… ma, prima o poi, sarai felice anche tu. E domani… Domani sarà già troppo tardi per le risposte non ricevute.

Grazie per avermi aspettata.

Torno

Sintomi nuovi, malattia la stessa identica, forse solo un po’ più aggressiva.
Non sento la mia pelle. Non sento la zona sinistra del corpo, nemmeno sotto la doccia. L’acqua potrebbe essere bollente o ghiacciata. Potrei incontrare un maniaco e non accorgermi in caso mi mettesse le mani addosso.
Non sento la pelle, il contatto, le sensazioni.
Come essere senza emozioni.
Come quando sei vuoto dentro. Senza provare nulla, quella sorta di apatia che ti avvolge come un mantello.
Potrei avere una gamba o un’asse di legno: la stessa cosa. Senza peli ma piena di schegge. E una scheggia che entra dentro e mira in modo perfetto. Che rimane? Un bersaglio centrato in pieno. Nel centro perfetto.
Riposerò un po’. Mi prendo qualche giorno da voi. Spero di tornare presto. E spero mi aspetterete.

Famelica di vita

Durante la mia infanzia ci sono stati un po’ di problemi in famiglia. Affrontati insieme, uniti, e oltrepassati.

Speravo che passassero in fretta e che il tempo potesse davvero lasciare le cose un poco più lontane e lenite.

Sì, il tempo che passa aiuta. La distanza temporale porta dei giovamenti.

Volevo che il tempo passasse veloce. E avevo fretta di crescere.

Ora sento lo scorrere delle lancette e le vorrei fermare. Ora mi riempio di cose da fare e faccio tutto in modo vorace: temo di non aver abbastanza tempo per fare tutto ciò che vorrei. Cerco di fare più cose possibili ora che sto abbastanza bene. Questa malattia ha spinto il mio piede sull’acceleratore. Devo guardare più cose possibili, ora che vedo. E correre e saltare, ora che lo riesco a fare. Io lo so bene che non sarà sempre così. Mi dicono ma dai smettila, vedrai che la ricerca fa passi da gigante. Vero. Li fa. Ma io sono consapevole di quello che ho. E so che un giorno riusciranno a trovare una cura per fermarla definitivamente. E so che non toccherà a me ma , almeno, ne gioveranno altri, i figli di qualcun altro, smarriti al solo sentire quelle due parole malefiche.

Ho voglia di vivere e sono attaccata alla mia vita e alla mia persona. Ho così tanta voglia di provare emozioni e ridere che le voglio subito e con voracità.
Il tempo passa e si perde qualcosa. O qualcuno. Forse non è nemmeno giusto volere accelerare, ma sono così. Questa malattia mi ha reso ancora più famelica di vita. Voglio dimostrare alle persone l’amore che provo per loro e farle sentire sempre presenti nella mia vita.

Sono nata piccolina

Sono nata piccolina  di una domenica, la domenica del referendum sull’aborto.
Sono nata così piccola da restare in incubatrice per un po’.

Ma, poi , mi hanno portata a casa in una culla di paglia piena di pizzi bianchi e rossi che fece la mia nonna per me.

La mamma mi ha raccontato che prendeva la culla e la spostava di continuo per tenermi al sicuro dagli altri pargoli per casa. Mi portarono subito al mare per mantenermi in buona salute.

La mamma ha detto che avevo gli occhi blu tanto vispi. Già uno dei due era un po’ strabico. E sembravo un bambolotto in quella culla bianca e rossa.

Il bambolotto è cresciuto ed è rimasto strabico. Ha un corpo stanco ma gli occhi sono sempre vispi.

Si è vecchi solo quando ci si sente tali, diceva il nonno.
E io mi sento ancora tanto piccola e immatura sotto tanti aspetti. Sono nata con un’eterna voglia di giocare e di essere gioiosa. Forse per questo il pericolo non lo vedo mai. Voglio vivere in pieno tutto, entrare in un cataclisma e rischiare di farmi rompere qualsiasi ossicino rimasto ancora integro. Vivere in pieno è l’unico modo nel quale vedo la vita. Mi è stato dato tanto, tantissimo e tolto altrettanto. Alcune cose non le ho scelte ma le ho dovute subire. E sopportare. Non è che le abbia sempre digerite tutte…

Ho tantissimo da dare. Avrei voluto avere dei figli per poter tornare a giocare con la licenza di farlo. Avrei tirato fuori anche la cassa con i soldi finti e tutti quei prosciutti rosa di plastica. E mi sarei rimessa a dare i resti perché mi piaceva da morire.

Ho ancora tanto da dare. E da fare. E danze da ballare e canzoni da storpiare.

Sai nonno

Sai nonno, avevi ragione tu. Dopo un po’ non si ha più paura.
Non ho più paura quasi di nulla.
Entro in risonanza per due ore, vado in metropolitana e ho incominciato a prendere l’ascensore.
Non ho più paura.
Quasi di nulla.
Non ho paura di dire come la penso, non ho paura delle conseguenze e nemmeno di come vengo giudicata.
Esprimo le emozioni senza vergogna alcuna. Non ho paura di provare cose dentro di me. Non ho paura nemmeno del dolore. Mi farebbe più spavento non provare nulla. Ma ancora provo, ancora soffro, ancora sento.
Sono tornata indietro e ho continuato. Avevi ragione tu. Il ritiro non è mai buona cosa. Meglio perdere. Ho perso? Sì. Ho perso così tanto che quasi annaspo. Ma sono qui. Sono all’ufficio persi e ritrovati. Sono tornata a prendermi.
Sbaglio di continuo. Sbaglio costantemente modi, tempi e intonazioni. Sbaglio sempre.
Tutto ciò che provo è vero e puro. Non ho filtri. È sempre tutto vero. C’è chi apprezza, c’è chi mi apprezza, c’è chi mi ama perché sono così. Sono un filo elettrico scoperto, ho poca copertura e mi faccio male più di quanto meriti. Ma sono come mi svelo a voi. Sono così. E il male non mi fa paura e, ancora, non mi ha fatta chiudere in un guscio.

Mi sono fatta un sorriso

Frasi che conosci bene ma che feriscono ancora. Graffi interiori che bruciano.
Certe cose le sai bene,  ma sentirsele ripetere, come fosse cosa normale, ecco… soffri. Soffri sempre. Soffrirai sempre un po’.

Eppure è una giornata fantastica.
Eppure ho riso, sono stata bene, ho imparato cose nuove.

Andare avanti, con la propria vita, con le persone che ami, con chi ami meno, con i dubbi e con il voler divertirsi almeno quel che basta per lenire i dolori.

C’è chi soffre un poco di più di altri.
C’è chi ride comunque e cerca di far compagnia al suo bimbo interiore.

C’è chi accompagna e c’è chi sente le cose.

C’è chi guarda da lontano e si commuove ancora.

E poi ci sarei io. Ho guardato da lontano e mi sono commossa. Ho una ferita dentro che mi fa compagnia da un po’. Ho incrociato degli occhi giganti e delle manine piccole piccole.

Ci sarei io. Ho riso tanto anche oggi. Ho sentito quel dolore e mi sono fatta un sorriso.

Angelorum

Alzarsi cantando. Ma poi chissà perché ci vengono delle canzoni piuttosto che altre…
La mia di stamattina arriva direttamente dalle scuole elementari. Una canzone di Natale in latino….
Angelorum è stato il là per iniziare a cantare. Eppure ci avevo messo tanto ad impararla … e me la ricordo ancora. Ogni parola, musica e note comprese. Pazzesco.
Era il periodo delle poesie imparate a memoria, il periodo nel quale ogni familiare e vicino di casa le imparava, o reimparava, tranne te. Giorni per ripetere e poi arrivava tuo fratello e le finiva o arrivava puntuale nelle tue mancanze.
Sono passati 36 anni dalle mie elementari… È, però, il periodo che ricordo meglio e tutto quello che ho imparato lo ricordo vivido.

Come è possibile?
Ho imparato tanto con quella maestra che più che una persona era un generale nazista.
Non era materna per nulla. Il primo compito, il primo giorno, era stato: Imparare a soffiarsi il naso e ad allacciarsi le scarpe, io sono una maestra e non una balia.

Mi ha insegnato ad usare bene l’italiano e ad esprimermi. Mi ha bacchettato le dita fino a farmele sanguinare quando, di nascosto, disegnavo o facevo le mie cose. Mi ha insegnato ad amare la musica e ad andare a tempo mentre lei suonava il piano. Impartiva lei ogni materia, ginnastica inclusa.

La buona stagione

Caldo. Fa tanto caldo. Il primo caldo, quello che fa svenire. Poi ci si abitua. Non si cammina ma ci si trascina con lentezza. Poi si solleva il capo e si riemerge faticosamente.
Senso di vuoto.
Equilibrio precario.
Confusione.
Un rifugio che accogliente non è. Un rifugio sempre meno sicuro.

Sintomi sconosciuti e altri ben noti.

Voglia di tornare a casa, al sicuro.
Voglia di essere già sull’uscio.

E chissenefrega di quel senso di solitudine. E chissenefrega se
il puzzle non si completa.

Ho altro per la testa. Ho un sacco di sogni da attuare, ho tante cose che ho pensato di fare. Ho progetti che si aprono sulla mia strada e che, giorno dopo giorno, sembrano sempre più vicini.

La stagione sembra buona anche se fa caldo.