Libera

Un flusso d’aria che sento provenire da sotto i miei piedi. Vengono alla luce tanti ricordi. Cerco una maggiore ventilazione e mi assicuro perduri: mi piace ricordare. Lo avevo un posto segreto? Quanto mai ci vorrà a riportarlo alla mente…
Ho trovato un linguaggio tutto mio per comunicare, persino con me stessa. Un tempo non mi facevo così tante domande. Ora sì e mi appunto cose, continuamente. Sono arrivata a un punto della mia vita nel quale dovrei combattere contro l’idea del tempo che passa e che trasforma. Dovrei…
Ancora non me ne preoccupo. Anzi, raccolgo questa occasione per festeggiare e tanto. Faccio tesoro delle frasi garbate e mi sento libera.

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Ma che significa?

Mi disse che aveva il cuore a pezzi. “Ma che significa?”, pensai. Si sentiva ignorato come fosse uno qualsiasi. Diventò impaziente. Sembrava stanco, non fisicamente. Era importante per me, più di quanto io stessa pensassi. Cominciò a stranirsi. Io vedevo solo meraviglia attorno a lui. Lui no. Lo scorsi piangere. La serata era calda e umida, sembrava quasi dovesse piovere, da lì a poco. Mi disse “Sono tutti spietati”. “Ma che significa ?”, pensai. Successe tutto in modo naturale, tragicamente naturale. Non era felice e non voleva più continuare a stare qui. Come si può trattenere qualcuno che non vuole più stare nella sua vita? A me piaceva averlo accanto. “Nessuno si ricorda di me quando non ci sono”. “Ma che significa? “, pensai. Quella sera iniziò a piovere sul serio e, per la strada, non c’era anima viva.

Bimba Ape

Dentro di me vive ancora quella bimba che ricordo. Muta tutto, e continuamente, nella mia vita. Lei no. Rimane fedele alla me grande di oggi. Gli occhi stupiti di fronte a un pacco regalo sono gli stessi. La voglia di conoscere, sapere, divertirsi e fare dispetti è sempre la stessa. Amo quella bimba. Amo quella parte così intima e personale che mi ritrovo e che esplode, quando meno me lo aspetto. L’euforia di fare e imparare… è lì dentro. Le sono fedele anche io. Le sono riconoscente perché è quella che mi porta la parte più bella delle persone. E la capacità di superare le cose più brutte che mi accadono. Sono fortunata a possederla ancora e non la voglio perdere assolutamente.

Buon compleanno Ape!

La ragazzina (astenersi mis-credenti) che potete ammirare nella foto oggi compie gli anni. La ragazzina (fatemi questo regalo, vi prego, non fiatate) ogni anno aspetta con ansia questo giorno. Adora scartare i regali. Adora sentirsi importante. È una ragazzina felice, forse più oggi di quando aveva sedici anni. È cresciuta, un po’ anche in altezza. Ma solamente un po’. Si guarda allo specchio, si riguarda ancora e si dice ” Mica male, sei ancora tu”. Ha tanti pregi, i difetti, però, sono anche di più. Ma come si fa a non perdonarle gli sbagli? A me piace quella ragazzina, più oggi di quando fece i vent’anni. Si diverte un po’ troppo ma come si fa a darle contro? Le manca tanto la telefonata della nonna al mattino di ogni undici di giugno… ma la ricorda ugualmente con felicità. È una ragazzina molto fortunata. Ha voglia di scoprire cose, paesi e persone. Cerca di fare del bene in mezzo a mille disastri… però, ci prova. E non perderà mai il suo entusiasmo.

Buon compleanno Ape!

Folklore

Rimanere un po’ male. Aspettarsi cose che non accadono. Eppure te le aspettavi. Aspetti. Non pervenuto. Amen. Ma, dentro, rimani male. Fare finta che nulla ti sfiori. Così non è. Porsi in quella condizione nella quale vorresti riuscire a mettere una maschera. Ma i tuoi occhi parlano per te, fin troppo bene. Quindi ti arrendi. La delusione ce l’hai bene stampata sul volto. Eh sì, se rimango male si vede, altro che maschera. Non sopporto quando il mio entusiasmo viene smorzato. Mi approccio alla vita e agli altri sorridendo. Voglio conoscere. Ti rendi conto che qualcuno si spaventa, qualcuno ti guarda con gli occhi sbarrati. Forse metto troppo folklore nelle cose, sarà la mia smania di vivere bene e di fare il più possibile. Sono ingorda. So solo che voglio vivere e vivermi tutto come se non avessi abbastanza tempo. Non lo so spiegare bene. Ma quando rimangono basiti, io mi ritrovo più basita ancora per non venire capita oppure un po’ conosciuta. È facile fermarsi a chiedere e fare un paio di domande. Quando vedi le persone scappare… magari capisci di aver esagerato col tuo entusiasmo.

Ti va

Ti va di farti una camminata insieme a me?
Usciamo e respiriamo un po’ di quest’aria che ci sposta leggermente i capelli. Lo fa come una mamma quando ti accarezza sul capo. Dolcemente, senza chiedere se lo possa fare. Lo fa e basta. Andiamo a guardare qualcosa che sia bello e che ci sappia ancora sorprendere. Mettiamoci in quella posizione, quella di vedere le cose come se fossero delle novità. Ci accarezza questo vento, in modo puro. Respiro. Tu lo senti il profumo dei fiori? Io lo sento ancora. Hai mai visto quel balcone? Spunta un naso piccolino, non lo avevo mai notato prima. La spontaneità è importante… Non l’ho mai guardato prima quel balcone che sporge su di noi. Dici che c’è sempre stato? Camminiamo come fosse la prima volta.

Me

Ho imparato a buttare fuori. Quello che ho dentro lo dico. I sentimenti li esterno in modo molto semplice affinché vengano compresi bene. Le cose che provo le voglio dire e le getto fuori. Si impara a farlo. C’è qualcosa che scatta come una molla all’improvviso. Io voglio far sapere. La vita può cambiare da un momento all’altro. L’ho capito e anche molto bene. A volte bisogna sistemare qualche equilibrio e rimettere la bilancia a posto. Ho capito che voglio fare tante cose come se avessi una doppia anima. Ho un contenitore da riempire fino all’orlo. L’ho imparato perché si può imparare. Questa malattia mi ha regalato una nuova visione della mia vita e ha cambiato le mie priorità. Lo voglio dire a tutti e lo voglio far sapere: vorrei che le persone lo percepissero attraverso di me senza che debba loro capitare qualcosa. Vorrei vedere questa infame come una cosa positiva per me. Perché lo è. E quella fortunata sono io per averla ricevuta nella mia vita. Era un momento nel quale mi sentivo assopita. Mi sentivo come se avessi perso tutto con la perdita del mio nonno. In effetti, avevo perso tutto, era finita una parte della mia vita, erano finite la mia infanzia e la mia adolescenza. Poi è arrivata Lei che ha scosso tutte le mie emozioni e mi ha insegnato nuovamente a vivere in pieno, ad andare avanti come un panzer senza fermarmi mai. Coltivo me e le altre persone. Riscopro emozioni e faccio pace con la parte buia del mio carattere.

E poi il mio amico mi dice Questa è una delle foto più emozionanti della mia vita.

Allora capisci che le nuove priorità hanno fatto bene il loro lavoro.

Come ti chiami?

Quello che facciamo e tutti gli sforzi in più, che ci mettiamo dentro, significano molto. Qui era da dove volevo iniziare. Una squadra che funziona bene, tra litigate e incomprensioni, perché, in fondo, si è come una famiglia. Tutto quello che si vive insieme ci fa crescere, ogni giorno un po’ di più. Si percepiscono esplosioni di vita così, all’improvviso. Assorbirle. Ci sono cose che, a volte, sarebbe meglio non sapere, ma anche quelle ci insegnano qualcosa. Ci sono persone che, insieme, danno vita a sinergie forti. Persone che poi devi salutare e devi lasciare andare. Un dispiacere immenso ma la vita è questa. Rimangono dei fermo immagine che, come polaroid in bianco e nero, vengono custodite gelosamente in un portafoglio. Ricordi di come siamo stati. Quello che c’era non torna, ma ci si può aspettare anche qualcosa di più bello. Tanti occhi guardano zone più estese ancora, meglio di quanto potremmo fare da soli. Chiamare qualcuno per nome accorcia le distanze tra le persone. Ci si avvicina. Piano, gli uni agli altri altri. Come ti chiami? Scandire bene ogni lettera, far in modo che, il proprio nome, venga ben percepito. Solo da vicino ci si rende conto di quanto le cose possano apparire grandi. Allora mettiamoci vicini.

Nessun agguato

Si prospetta una giornata meravigliosa. Mi sono alzata cantando una vecchia canzone che mi ha messo allegria. Ho mangiato un saccottino al cioccolato, uno di quelli che ringrazi di essere nata, uno di quelli che senti un quadretto di cioccolato fondente ad ogni morso. C’è il sole. Fa caldo e il caldo non aiuta la mia malattia, ma sto proprio bene oggi. Mi sono guardata allo specchio e qualche raggio di sole mi ha reso di un colorito sano. Si, si…. ottima giornata. Fra una settimana sarà il mio compleanno e io amo quel giorno. Sembra che tutto, oggi, possa venire affrontato in modo gioioso e positivo. Nemmeno mi accorgerò in caso ci dovesse essere qualcosa in agguato dietro l’angolo.

Vita di un’Ape felice

Ci sono cose che non posso dimenticare. Ad alcune altre, invece, passo sopra. I torti fatti e subiti li accantono. Chi se ne importa, la vita, a volte, può già essere dura di suo, quindi non ha senso non passare sopra a determinate cose. Riunirsi e riallacciare rapporti. Mettersi in discussione e fermarsi a pensare a come poter migliorare. Non dimentico le mie sofferenze fisiche: le tengo bene a mente poiché cerco di tenerle alla larga. Ho passato momenti molto brutti che, poi, hanno avuto ripercussioni a catena anche sulle persone più vicine a me. Non è bello vedere soffrire chi ami. È inaccettabile. Ci sono momenti nei quali ti senti solo. Ecco… non voglio più provare quella sensazione. I farmaci che mi davano mi hanno mandata in depressione. Quel tunnel nero, che sembrava senza ritorno alcuno, non lo voglio più provare. È stato un momento spaventoso. Per me e per gli altri. Io non sono così per natura, ero una me che non conoscevo. Me ne sono tirata fuori, anche grazie all’abbandono di quel farmaco. Da lì, da quel momento atroce, ho capito. Ho capito che sono ingorda di cose e che ho una voglia di vivere pazzesca e ho voglia di farlo in pieno e per bene. Ho conosciuto tantissime persone. Alcune le porto ancora con me, alcune le ho riscoperte e alcune mi sono capitate così, per caso. Mi sento una persona fortunata. Sono malata ok, ma è una cosa in più, una caratteristica mia da aggiungere alle altre. Questa malattia mi ha regalato una me nuova, no anzi, una me che avevo perso di vista per un po’. Ora sono qui. Sono felice perché ho accanto delle persone meravigliose. Io apprezzo tanto chi mi guarda e capisce subito che la giornata è no. Apprezzo chi mi accompagna nelle scorribande. Apprezzo chi ha voglia di ridere, cantare o ballare insieme a me. Apprezzo chi si avvicina per essere compreso e sa che posso essere anche una persona sensibile. Ho capito tante cose; non voglio perdere momenti preziosi soprattutto quando sto bene nel corpo e mi sento vitale. Sono fortunata? Sì, molto. Sono felice? Sì, molto.

Prosciugare il soggetto

Fermare immagini oppure momenti come si fa col colore su di una tela. Sarebbe bello. Magari ti ricordi di fare una foto e, ogni tanto, te la vai a a riguardare. Siamo un contenitore stracolmo di cose vissute. C’è sempre qualcuno accanto a noi. Ti fermi per scambiare qualche parola, poi ti rendi conto che sarebbe bello far durare quell’attimo un po’ di più. I momenti si avvicendano. Succedono eventi di continuo e, alcuni di essi, vorresti non avessero una fine. Pensi che avresti dovuto fare tantissime altre foto, persino identiche, fino ad arrivare a prosciugare il soggetto in questione. Ti soffermi un pochino a studiare il linguaggio del corpo. Riguardi le foto. Ricordi che rimangono impressi. Ti sei divertito? Ecco… È sufficiente così.

Ecco…

Oggi la giornata mondiale della sclerosi multipla. Non so bene che cosa possa significare però vorrei dire due parole.

Grazie a tutti voi che mi seguite nelle mie vicissitudini. Scrivo ma non vedo molto bene. Mi trema una gamba da qualche giorno come se avessi legato a me un frullatore. Sono qui però e ci siete anche voi. Grazie perché mi accompagnate e sostenete. Grazie alle mie colleghe che mi aiutano ogni giorno e che mi fanno divertire. Grazie a chi si avvicina e non mi compatisce. Grazie a chi mi dà consigli o viene a portarmi un foglio sulle ultime novità dei farmaci. E lo fa in modo silenzioso e gentile, perché ha pensato a me e vuole che io stia bene. Grazie a chi mi accompagna, alla mia famiglia, tutta, che mi sprona. Grazie a tutti quelli che, in ospedale, si occupano di me senza provare pietà, mai. Grazie ai miei amici che mi trattano come prima però mi chiedono come stia un po’ più spesso. Grazie perché, in questo vortice che si è venuto a creare attorno alla mia vita, io non mi sento sola. Mi sento compresa e mi sento un po’ speciale. Grazie a chi ride con me perché, con me, ha capito che la vita è questa e bisogna cercare di godersela e di essere un po’ felici. Ecco… Questo per me vuole dire giornata mondiale. Vuol dire dire fermarmi e ringraziare chi sta dalla mia parte ogni giorno.

La vita è dappertutto

Perché non vai per le strade a farti sorprendere? Vai là in mezzo, dove si svolge la vita. Trova punti di contatto tra le diverse culture. Guarda, osserva. Non ti viene voglia di partire per raggiungere l’altra parte del mondo? Stare qui, da dove si proviene, per vedere fin dove può spingersi questa vita. E poi c’è quel luogo, un posto dove sai bene torneresti spesso e ci torni davvero, per vivere parte della tua esistenza. Osserva ancora, permetti agli altri di far vedere la vita che conducono. Assorbi. Perché non scatti una bella foto? Un momento che rimarrà. Lo vedi, sullo sfondo, quel qualcuno che spunta come fuori dal nulla? Sì, proprio così : la vita si trova dappertutto.

L’uomo col cappello di carta

Ero piccola. Lo vedevo sempre in zona. Portava un cappello di carta in testa ed era sempre vestito con una salopette bianca. Avrà avuto gli anni del mio nonno dell’epoca. Era sempre sporco di vernice bianca e andava in giro in bicicletta, ai tempi nei quali la bici non era così tanto usata in città. A volte portava una scala di legno sulla spalla. Sembrava uscito dall’enciclopedia Quindici che avevamo io e mio fratello in cameretta. Ne ero affascinata. Lo osservavo. Lo guardavo. Lo si vedeva spesso in zona da noi, lo chiamavo l’uomo col cappello di carta. Probabilmente faceva l’imbianchino. Era candido e lo osservavo. Mi sembrava una persona sola, mi ero fatta questa idea di lui. Quando lo vedevo attraversare le strade, venivo colpita da un senso profondo di solitudine mista a tristezza. Poi non lo vidi più. Chiesi. ‘Sarà morto’, mi disse la signora dell’ottavo piano. ‘Stai lontana da lui, è un personaggio strano, si ferma a bere vino bianco in ogni bar della zona, già dal mattino presto’. Non è che avessi capito bene quella spiegazione, sapevo solo che mi stava simpatico e che volevo anche io una salopette come la sua. A volte mi viene ancora in mente. E chi se ne importa se fosse un povero ubriacone… a me smuoveva qualcosa dentro, quel senso di malinconia che mi porto ancora dentro, nonostante sia una persona allegra. E comunque, mai nessuno mi regalò una salopette come la sua; Babbo Natale mi sa che quella letterina non la ricevette mai.

Cose meravigliose

Ho sempre nascosto bene i lividi e i problemi. Nascosti, non dimenticati. Poi… non l’ho più fatto. Dalla sentenza in poi non ho più nascosto nulla. Sono così. Che senso avrebbe cambiarmi? Che senso avrebbe celare se l’unico mio scopo sarebbe quello di vivere in pieno e di farmi attraversare completamente dalle cose? Ecco. I lividi non li copro più. Anche quelli reali dovuti alle flebo: fa troppo caldo per portare le maniche lunghe. Ci sono cose che non proverò mai. Pazienza. Ne posso provare altre, però. All’inizio del viaggio non ero preoccupata, ero solo molto arrabbiata. Ma oggi sto bene. Non mi preparo al peggio, mi preparo solo per le cose più belle. Ho cercato di capire come fare e, in seguito, l’ho capito. Ho trovato una buona idea e, devo dire, così è tutto perfetto. Io voglio vivere non sopravvivere. Voglio vivere bene e in modo pieno. Non voglio sentirmi inadeguata. Voglio essere protagonista e non comparsa. Non mi respingo. Accetto, metabolizzo e continuo con la vera me. Questo progetto può solo portare a cose meravigliose.