L’odore più buono del mondo

Qual è l’odore più buono del mondo?
Esiste? Sì. Eccome.

Sono uscita sul balcone per prendere un po’ di aria e c’era…
E non so perché lo ho sentito proprio lì.

L’odore delle matite misto alla gomma Stadler… l’odore tipico che si sprigiona quando apri un astuccio.
L’odore che diventa più forte quando temperi la matita e lasci dentro  quello che ne esce.
Quando la tempera si mischia e poi prendi una matita e ti rimane la polvere incriminata tra le mani.
Ecco. Quello è, per me, l’odore più buono in assoluto.

Come potersene dimenticare?

Quell’odore che ti porti dietro dalle elementari e poi capita che lo ritrovi, così, quando meno te lo aspetti.

Che voglia di ritornare a quei tempi,
quando la mamma controllava la cartella per vedere se c’era tutto. E ti portava in cartoleria a comprare i quaderni e le copertine colorate di plastica con l’etichetta in cartoncino. La calligrafia della mamma con scritto nome, materia e classe.

Vado ad aprire il mio astuccio.

Ali

Le ali sono spezzate.
Le rattoppo come posso.
Vorrei gettarle via
ma queste ho.
Non si modifica il passato
ma non mi faccio schiacciare.
Indietro non è possibile tornare
ma c’è ancora tempo
per dimostrare qualcosa di diverso.

Le ali sono lacerate
le cucio
per rimanere dalla mia parte
per renderle di nuovo il mio sostegno.
Non le getto, non le abbandono.

Le ali sono deboli
magari non posso volare
ma posso ancora ballare
e sorridermi.

Chi rattoppa le mie ali?
Io.
Chi controlla che siano cucite con lo spago?
Io.
Chi le accudisce con amore?
Io.

Sì.
Io.

Perché sì, io ci credo ancora.

Posso volare.

Come si allacciano le scarpe

Riempi la pagina bianca
inforca la macchina
e immortala visi per sempre.
Quante cose che danno gioia
più di quelle che non la danno;
sorrisi e risate da rendere eterni.

Riempi i vuoti
non lasciare spazi
abbonda anche di cose inutili.

Hai risate felici accanto,
non basta tanto di più.

Rialzarsi,
sapendo già come si allacciano le scarpe.

Il mio sostegno

Se sono felice, se mi sento sola, se mi batte il cuore, se ho paura, so che c’è una dimora sempre accessibile dentro di me. Eh sì, sono io la mia dimora.


Riprendo in mano le mie parole, le porto fuori per sentire e per vivere meglio.


Un filo di fragilità non sta troppo lontano da me.  Lo posso vedere, quasi toccare.

Una bocca che racconta ciò che c’è dentro. Sono dalla mia stessa parte, se non io… chi?


Sono il mio sostegno. E mi godo lo splendore.

La mia felicità

Crampi atroci.
Dolori che arrivano fin dentro al cervello.
Cammino. Faccio le scale. Su e giù. Di continuo.
Nausea dovuta al poco equilibrio.
Ma alle undici son già qui davanti alla porta.
Che faccia Alessandra.
Ma se si vedono solo gli occhi?
Gli occhi non mentono.
Eppure sto sorridendo.
Eh no, non sembrerebbe.

Eh.
Eh.

Fermata ospedale.
Vedo la farmacia interna da sopra l’autobus.
Una vecchiaccia vuole sedersi proprio dove sono io.
Ma perché?
Perché volete sempre sedervi al posto mio?

Oggi non è giornata nemmeno per me.

Mmm… penso al cibo.
Ho già fame. Anche con la nausea.
Mi vedo davanti agli occhi una michetta calda con dentro la mortadella, rigorosamente coi pistacchi.
E una birra rossa.

Wow che bella la vita. Stasera passo dal salumiere e dal panettiere, direzione la mia felicità.

Sorriso classico

Delicata, come una mamma che taglia la torta.

Dolce, come una nonna che ti porge il cucchiaio della nutella da leccare.

Piena, come quando impari qualcosa di nuovo.

Eccitata, come quando aspetti il giorno del compleanno.

Leggere lettere scritte da altri, appartenenti a un passato lontano. Eppure… si provano le stesse cose anche oggi come allora. Risento me in quelle parole. Cercare il modo per esprimersi e far sapere agli altri quanto c’è, dentro.
A che cosa porterà?
Forse a nulla, ma ci siamo tirati fuori da un guscio.

“… e poche ore mi basteranno per restaurare il mio sorriso classico… “

Gita

Prepararsi alla gita.


Voglia di vedere cose nuove e anche cose già viste. Ma con aspettative dovute a età diverse.


Voglia di mettere gli occhi in modalità on.


Guardare e portarsi a casa una meraviglia di colori.


Voglia di rubare il bello ovunque si trovi.


Voglia di riempirsi.


Ed è così, ogni volta che metto piede appena fuori da casa.

E poi…. Se c’è una cosa che mi fa ridere… Ecco… Sono loro… Mi rubano tenerezza e sorrisi.

A modo mio

Ti parlo di lei, dal momento che non hai la possibilità di conoscerla, in questo momento.
E, siccome credo sia un grosso peccato, allora te la racconto con i miei occhi.

Lei è leale e onesta. Le bugie non riesce a dirle, nemmeno quelle a fin di bene. E, se le dice, le si arrossano subito le gote e le scappa un sorriso di vergogna che copre con la mano.
Parla tanto, forse anche più di me.
Ha gli occhi di un verde bellissimo, un verde brillante. E tanto vispi. Soprattutto quando ride. E ride e sorride spesso.
Lei accoglie le persone. Lo fa con lo spirito e anche con le movenze. Allarga le braccia e fa posto. Fa entrare e non respinge. Non è prevenuta. Ma se qualcuno non le va subito a genio, è difficile che si sposti dalle sue convinzioni.
Legge molto. È una delle poche che legge ancora il giornale di carta. Dalla prima all’ultima pagina. Si informa e si fa le sue idee.
È ordinata ai limiti dell’assurdo. È veloce nel pensiero. È rassicurante perché ti convince che c’è sempre una via alternativa.

Ci sono alcune persone della mia vita che vorrei averti potuto presentare. E, anche se non sarà la stessa cosa, allora te ne parlerò e continuerò a raccontartele. A modo mio.

Sai, sono contenta tu sia venuto per ascoltare me.

Il primo ciao

Sentire la dolcezza di un abbraccio di una mamma scapestrata ma tanto centrata e severa.

Sentire la mano sudata e collosa di una bimba che ti dice Andiamo a giocare.

Sentire la voce in un messaggio vocale che ti sprona e ti chiede di uscire perché ha voglia di stare un po’ con te.

Accendere la radio e continuare a cambiare stazione fino a non sentire mai una canzone per intero.

Iniziare con la prima pagina di un libro nuovo. Toccare le pagine ruvide e guardare bene il carattere di stampa.

Aprire il quaderno nuovo e iniziare a riempirlo anche se poi la penna smette di scrivere. La prima pagina piena di segni intermittenti della penna incriminata.

Togliere il cartellino dalla maglietta nuova e continuare a guardarsi allo specchio per la paura di avere ancora qualcosa attaccato addosso.

Chi è la persona che, per prima, è comparsa nella tua giornata oggi?

A chi hai detto il primo ciao del giorno nuovo?

Il primo caffè preso nel solito bar dove ormai conosci tutte le facce e ne conosci gli stili mattutini alla perfezione.

Uno degli spettacoli più belli

Entrare in acqua e vedere i pesci nascosti che iniziano a muoversi.
Condividere acque poco profonde. Volete intimidire l’intruso? Esco: una soluzione che rende la vita più facile per tutti. Lo so, non aspetterete il mio ritorno.  Si teme ciò che è difficile da spiegare e da comprendere.

Mi metto sui gradini e inizio a parlare. Sai, io qui starò bene, te lo garantisco.
È bello averti qui. Esprimiamo un desiderio? Anche davanti l’evidenza più cruda credo sempre che si possa avverare.  Perché no?

Hai il viso pieno di dolcezza… questa foto non ti rende giustizia…

Mi aiuti sempre nei momenti peggiori ma è in quelli migliori che dai il massimo. Ci si può sentire tanto in alto anche in un tempo brevissimo.

Questo davanti è uno degli spettacoli  più belli.

Nuovo equilibrio

Mi chiamo Alessandra. Più volte nel corso della mia vita, sono passata da stato di fanciullezza a stato di serietà totale.
Alcuni eventi lasciano dei segni indelebili dentro di noi. Spesso ci si può chiedere perché?
Io credo che le cose capitino a chi le sappia affrontare e a chi si può permettere di farlo. Non tutte le persone reagiscono ai fatti della vita nello stesso modo. Alcuni, purtroppo, non riescono a farsi una ragione delle cose.
Tutti abbiamo paura di soffrire. Io per prima. Ma non ho mai fatto un passo indietro. Sono sempre andata incontro alle cose e mi ci sono buttata in mezzo.


Un giorno d’estate è arrivata la malattia. Prima in modo delicato e, poi, sempre un poco più di impatto.
L’ho accettata e accolta. Odiata e protetta.
Non sono felice di essere malata. Ma sono felice di come stia affrontando la cosa. Chi lo avrebbe mai detto? Io che mi sono sempre sentita invincibile. Io che non ho mai ascoltato alcun monito, che andavo in motorino in due e senza casco. Tanto ero la più forte del mondo.
Ho fatto così tanti sbagli e cose stupide che devo avere davvero un Angelo gigante a vegliare su di me.

Sapete… è la mente quella che mi preoccupa di più. Ho iniziato a perdere le parole. Ho paura di perdere i miei ricordi e tutto ciò che mi riporti alle mie persone amate. La famiglia è tutto ciò che ho e che ho sempre avuto.

Ho un quaderno, quello delle parole perdute. Mi scrivo tutto ciò che perdo e, spesso, me lo vado a rileggere.
Questo quaderno sta diventando un tomo. Ho messo dentro anche la foto dei miei nonni con la scritta PINO e ANITA.

Faccio associazioni e ho un metodo tutto mio per ricordare. Ma è uno sforzo e  ci perdo così tanta energia da sentirmi come Hulk, una volta che tornava normale e rimaneva coi vestiti strappati.

Ecco. Alessandra ha momenti che si guarda e si ritrova coi vestiti strappati. E c’è una parola oggi che non riesce proprio ad andare a riprendere. Si sta annotando cose per poterla ritrovare.

Una cosa la ricordo bene. Ho un nuovo equilibrio. E sono nel posto giusto.

Alla ragazza che mi ha pianto sulla spalla

Lo diceva sempre… le persone si trattano bene in vita e non quando non ci sono più.
Ma noi… noi trattiamo bene noi stessi?
Siamo capaci di non scendere a compromessi e a non  competere per avere l’attenzione che meritiamo? Sì, perché se meritiamo di più è giusto mettercelo bene in testa.
Quanto siamo stati feriti e disposti a non fare altrettanto?  Quanto siamo capaci di frenare la lingua perché tanto non vale la pena di distruggere per, poi, finire per distruggere noi stessi?

Quanto ci sentiamo colpevoli verso di noi per non aver avuto cura della nostra persona? E abbiamo sempre delegato altri a farlo?  Siamo noi che dobbiamo stare attenti a noi stessi. Come noi nessuno può farlo con così tanta delicatezza.

Lo diceva. Amati. A più non posso e non condividere le tue storie più intime che nessuno ne avrà cura come te.

Mentre vedevo la ragazza piangere, mi sono seduta lì accanto e le ho preso la mano. Passerà anche questa vedrai. Che può mai esserci di peggio di ciò che già hai passato?

Ho regalato un ricordo prezioso. E no, non avrei dovuto.

E le domande che rimangono inattese e sospese come se le risposte potessero aspettare…

Sai che c’è, ragazza che piangi con quegli occhi tanto rossi e quel respiro perduto…
Andiamocene in giro e facciamo festa. Tanto sai… domani forse le cose non cambieranno… ma, prima o poi, sarai felice anche tu. E domani… Domani sarà già troppo tardi per le risposte non ricevute.

Grazie per avermi aspettata.

Torno

Sintomi nuovi, malattia la stessa identica, forse solo un po’ più aggressiva.
Non sento la mia pelle. Non sento la zona sinistra del corpo, nemmeno sotto la doccia. L’acqua potrebbe essere bollente o ghiacciata. Potrei incontrare un maniaco e non accorgermi in caso mi mettesse le mani addosso.
Non sento la pelle, il contatto, le sensazioni.
Come essere senza emozioni.
Come quando sei vuoto dentro. Senza provare nulla, quella sorta di apatia che ti avvolge come un mantello.
Potrei avere una gamba o un’asse di legno: la stessa cosa. Senza peli ma piena di schegge. E una scheggia che entra dentro e mira in modo perfetto. Che rimane? Un bersaglio centrato in pieno. Nel centro perfetto.
Riposerò un po’. Mi prendo qualche giorno da voi. Spero di tornare presto. E spero mi aspetterete.

Famelica di vita

Durante la mia infanzia ci sono stati un po’ di problemi in famiglia. Affrontati insieme, uniti, e oltrepassati.

Speravo che passassero in fretta e che il tempo potesse davvero lasciare le cose un poco più lontane e lenite.

Sì, il tempo che passa aiuta. La distanza temporale porta dei giovamenti.

Volevo che il tempo passasse veloce. E avevo fretta di crescere.

Ora sento lo scorrere delle lancette e le vorrei fermare. Ora mi riempio di cose da fare e faccio tutto in modo vorace: temo di non aver abbastanza tempo per fare tutto ciò che vorrei. Cerco di fare più cose possibili ora che sto abbastanza bene. Questa malattia ha spinto il mio piede sull’acceleratore. Devo guardare più cose possibili, ora che vedo. E correre e saltare, ora che lo riesco a fare. Io lo so bene che non sarà sempre così. Mi dicono ma dai smettila, vedrai che la ricerca fa passi da gigante. Vero. Li fa. Ma io sono consapevole di quello che ho. E so che un giorno riusciranno a trovare una cura per fermarla definitivamente. E so che non toccherà a me ma , almeno, ne gioveranno altri, i figli di qualcun altro, smarriti al solo sentire quelle due parole malefiche.

Ho voglia di vivere e sono attaccata alla mia vita e alla mia persona. Ho così tanta voglia di provare emozioni e ridere che le voglio subito e con voracità.
Il tempo passa e si perde qualcosa. O qualcuno. Forse non è nemmeno giusto volere accelerare, ma sono così. Questa malattia mi ha reso ancora più famelica di vita. Voglio dimostrare alle persone l’amore che provo per loro e farle sentire sempre presenti nella mia vita.

Sono nata piccolina

Sono nata piccolina  di una domenica, la domenica del referendum sull’aborto.
Sono nata così piccola da restare in incubatrice per un po’.

Ma, poi , mi hanno portata a casa in una culla di paglia piena di pizzi bianchi e rossi che fece la mia nonna per me.

La mamma mi ha raccontato che prendeva la culla e la spostava di continuo per tenermi al sicuro dagli altri pargoli per casa. Mi portarono subito al mare per mantenermi in buona salute.

La mamma ha detto che avevo gli occhi blu tanto vispi. Già uno dei due era un po’ strabico. E sembravo un bambolotto in quella culla bianca e rossa.

Il bambolotto è cresciuto ed è rimasto strabico. Ha un corpo stanco ma gli occhi sono sempre vispi.

Si è vecchi solo quando ci si sente tali, diceva il nonno.
E io mi sento ancora tanto piccola e immatura sotto tanti aspetti. Sono nata con un’eterna voglia di giocare e di essere gioiosa. Forse per questo il pericolo non lo vedo mai. Voglio vivere in pieno tutto, entrare in un cataclisma e rischiare di farmi rompere qualsiasi ossicino rimasto ancora integro. Vivere in pieno è l’unico modo nel quale vedo la vita. Mi è stato dato tanto, tantissimo e tolto altrettanto. Alcune cose non le ho scelte ma le ho dovute subire. E sopportare. Non è che le abbia sempre digerite tutte…

Ho tantissimo da dare. Avrei voluto avere dei figli per poter tornare a giocare con la licenza di farlo. Avrei tirato fuori anche la cassa con i soldi finti e tutti quei prosciutti rosa di plastica. E mi sarei rimessa a dare i resti perché mi piaceva da morire.

Ho ancora tanto da dare. E da fare. E danze da ballare e canzoni da storpiare.

Sai nonno

Sai nonno, avevi ragione tu. Dopo un po’ non si ha più paura.
Non ho più paura quasi di nulla.
Entro in risonanza per due ore, vado in metropolitana e ho incominciato a prendere l’ascensore.
Non ho più paura.
Quasi di nulla.
Non ho paura di dire come la penso, non ho paura delle conseguenze e nemmeno di come vengo giudicata.
Esprimo le emozioni senza vergogna alcuna. Non ho paura di provare cose dentro di me. Non ho paura nemmeno del dolore. Mi farebbe più spavento non provare nulla. Ma ancora provo, ancora soffro, ancora sento.
Sono tornata indietro e ho continuato. Avevi ragione tu. Il ritiro non è mai buona cosa. Meglio perdere. Ho perso? Sì. Ho perso così tanto che quasi annaspo. Ma sono qui. Sono all’ufficio persi e ritrovati. Sono tornata a prendermi.
Sbaglio di continuo. Sbaglio costantemente modi, tempi e intonazioni. Sbaglio sempre.
Tutto ciò che provo è vero e puro. Non ho filtri. È sempre tutto vero. C’è chi apprezza, c’è chi mi apprezza, c’è chi mi ama perché sono così. Sono un filo elettrico scoperto, ho poca copertura e mi faccio male più di quanto meriti. Ma sono come mi svelo a voi. Sono così. E il male non mi fa paura e, ancora, non mi ha fatta chiudere in un guscio.

Mi sono fatta un sorriso

Frasi che conosci bene ma che feriscono ancora. Graffi interiori che bruciano.
Certe cose le sai bene,  ma sentirsele ripetere, come fosse cosa normale, ecco… soffri. Soffri sempre. Soffrirai sempre un po’.

Eppure è una giornata fantastica.
Eppure ho riso, sono stata bene, ho imparato cose nuove.

Andare avanti, con la propria vita, con le persone che ami, con chi ami meno, con i dubbi e con il voler divertirsi almeno quel che basta per lenire i dolori.

C’è chi soffre un poco di più di altri.
C’è chi ride comunque e cerca di far compagnia al suo bimbo interiore.

C’è chi accompagna e c’è chi sente le cose.

C’è chi guarda da lontano e si commuove ancora.

E poi ci sarei io. Ho guardato da lontano e mi sono commossa. Ho una ferita dentro che mi fa compagnia da un po’. Ho incrociato degli occhi giganti e delle manine piccole piccole.

Ci sarei io. Ho riso tanto anche oggi. Ho sentito quel dolore e mi sono fatta un sorriso.

Angelorum

Alzarsi cantando. Ma poi chissà perché ci vengono delle canzoni piuttosto che altre…
La mia di stamattina arriva direttamente dalle scuole elementari. Una canzone di Natale in latino….
Angelorum è stato il là per iniziare a cantare. Eppure ci avevo messo tanto ad impararla … e me la ricordo ancora. Ogni parola, musica e note comprese. Pazzesco.
Era il periodo delle poesie imparate a memoria, il periodo nel quale ogni familiare e vicino di casa le imparava, o reimparava, tranne te. Giorni per ripetere e poi arrivava tuo fratello e le finiva o arrivava puntuale nelle tue mancanze.
Sono passati 36 anni dalle mie elementari… È, però, il periodo che ricordo meglio e tutto quello che ho imparato lo ricordo vivido.

Come è possibile?
Ho imparato tanto con quella maestra che più che una persona era un generale nazista.
Non era materna per nulla. Il primo compito, il primo giorno, era stato: Imparare a soffiarsi il naso e ad allacciarsi le scarpe, io sono una maestra e non una balia.

Mi ha insegnato ad usare bene l’italiano e ad esprimermi. Mi ha bacchettato le dita fino a farmele sanguinare quando, di nascosto, disegnavo o facevo le mie cose. Mi ha insegnato ad amare la musica e ad andare a tempo mentre lei suonava il piano. Impartiva lei ogni materia, ginnastica inclusa.

La buona stagione

Caldo. Fa tanto caldo. Il primo caldo, quello che fa svenire. Poi ci si abitua. Non si cammina ma ci si trascina con lentezza. Poi si solleva il capo e si riemerge faticosamente.
Senso di vuoto.
Equilibrio precario.
Confusione.
Un rifugio che accogliente non è. Un rifugio sempre meno sicuro.

Sintomi sconosciuti e altri ben noti.

Voglia di tornare a casa, al sicuro.
Voglia di essere già sull’uscio.

E chissenefrega di quel senso di solitudine. E chissenefrega se
il puzzle non si completa.

Ho altro per la testa. Ho un sacco di sogni da attuare, ho tante cose che ho pensato di fare. Ho progetti che si aprono sulla mia strada e che, giorno dopo giorno, sembrano sempre più vicini.

La stagione sembra buona anche se fa caldo.

43….

Eh sì….

È il mio compleanno e ho imparato a festeggiarlo anche qui.

Grazie a tutti per i vostri auguri, perché vi siete ricordati e me lo avete fatto sapere.

Grazie di cuore. Mi avete fatta sentire speciale.

La giornata è iniziata con un video e poi con un girasole…

C’era la torta e anche lo Champagne.

Mi hanno riempita di regali speciali e preziosi che ho già addosso e che non toglierò.

Grazie… Ed è solo l’inizio perché, come la regina Elisabetta, festeggerò per almeno due settimane.

Grazie di cuore amicidiblog che fate parte, in tanti, della mia vita reale. E anche a chi ancora reale non è.

Grazie ai miei colleghi e amici che hanno voluto esserci per me.

Grazie a chi vorrà esserci.

Giù?

Qui il problema è solo uno: quando ci si sente giù, bisogna trovare un modo, e il più velocemente possibile, per tornare su.

Cosa mi fa sentire su?
Le caramelle lanciate dalla mia collega, inaspettatamente, ogni mattina. E i lecca lecca ai mirtilli o alle ciliegie che mi porge all’improvviso.

Le pause per ballare dopo aver studiato i passi alla mattina. E farci dei video a volte improbabili o interrotti sul più bello dai passanti per caso.

Ridere da sola guardando quei video, mentre sono sul tram con le persone che mi guardano attonite. E più mi guardano e più mi viene da ridere.

Il pacco  arrivato dopo  un mese di attesa snervante… e aprirlo e non vedere l’ora di condividere il contenuto con gli amici.
Perché compro triplo o quadruplo.

I pensieri delle persone che mi pensano. I regali inaspettati.  Un messaggio che vibra sul telefono che ti ricorda di essere un po’ speciale.

Chi si accorge quando sono giù e no, non ci sta perché  io ho tirato su a mia volta e senza nemmeno averlo saputo.

Chi ti dice grazie per avermi fatto ridere. E ora fa ridere te.

E no. Giù non ci voglio proprio stare.

Fra quattro giorni

Tornare a vivere.
Tornare fuori col sole e sentire un leggero vento fresco che chissà da dove proviene. Dicono che pioverà… ma da lontano si vedono le montagne. Qualcosa, allora, non quadra. Aspetto il mio tram. Svetta da lontano e sembra proprio che esca da quelle montagne lontane.

Sono in bianco e nero. Vedo in bianco e nero. Se mi becca un interista mi riempirà di mazzate. Sicuro.



Abbasso la maschera per respirare a pieni polmoni. Mi aspetta una piccola gita in città, prima di incominciare il mio dovere settimanale.

Quanto è bella la città fresca e vuota del mattino.



Sono pronta per farmi riempire di nuovo di qualcosa di bello. Spero arrivi in fretta. Non ho tempo da buttare. E fra quattro giorni saranno 43.

Le scarpe giuste

Raccontarsi attraverso i propri occhi.

Sono fuori fuoco. Sono un soggetto in movimento continuo.

Le fotografie ci rendono immortali soprattutto quando viene colto un momento autentico di vita. Ma si può davvero rendere qualcuno sempre vivo? O vivo per sempre?

Come va? Come stai? Hai parole sufficienti per esprimerti?
Ne ho parecchie. Ma non vanno proprio. No. Oggi non vanno. Posso anche provare ad andare verso l’interno ma nulla e non ho un piano.

Senti…. ma vuoi venire a fare un giro? Sì, un giro… sotto la pioggia…
L’acqua magari lava davvero via tutto.
E vuoi provare a correre per i marciapiedi senza curarti degli altri?
Potrebbe essere divertente…


Lo so, potresti aver bisogno di più aiuto di quello che posso darti… ma vedi alternative valide?


Io vado… e metto le scarpe giuste, quelle dove acqua non passa proprio.

Giornata Mondiale SM.

Oggi è la sua giornata.
Sì, anche lei, come ogni cosa o persona che si rispetti, ha la sua celebrazione.

Arrivò la sua ufficialità, per me, una calda mattina di agosto di non so quanti anni fa.

Sapete, ci sono cose che si sentono prima ed io già lo avevo capito.
Come sei negativa… No. Non lo sono per nulla.

Era già con me da parecchio ma le credevo solamente io.
Era come se qualcuno fosse venuto a farmi visita. Ed era lì da un po’.
Una sensazione che qualcosa si fosse intrufolato nel mio corpo e si stesse facendo spazio. Io dimagrivo e lei si allargava e si mangiava tutto.


Come facevate a non credermi?
Si vedeva. Anche esteriormente.

Il caldo dell’acqua della doccia non lo sentivo. Eppure mi lavavo  spingendo il rubinetto tutto a sinistra. Ed uscivo con le bolle per quanto fossi ustionata. Ma non avevo male. Non sentivo nulla. La sensazione era quella di avere addosso la pelle di qualcun altro.

Come facevate a non credere?

Ricordo che andavo a lavoro camminando su una strada di gomma.  Fluttuavo su chewingum masticate.
La mia testa era completamente ricolma di aria compressa. E i capelli pesavano chili. Per questo li tagliai corti. Ma cambiò poco.

Poi è arrivato, in un lampo, tutto il resto.
E , finalmente, sono stata creduta.

L’ansia non era più l’indiziata.

Ho perso tanto di me nel fisico. Ho perso la meraviglia del vedere i lineamenti e ho perso la bellezza del distinguere i colori. 

Ho perso il controllo totale sul mio corpo come stare in perenne sotto effetto alcol.

Una delle ultime… ho perso i miei adorabili capelli lisci a piombo. Ora sono un funghetto pronto ad arricciarsi alla prima goccia d’acqua.

La Sclerosi Multipla è imparare ad accettare , ogni giorno, ogni singolo cambiamento del proprio corpo. È non appartenersi più. È diventare un dipendente della propria azienda.

Accettarsi, nonostante tutto.
Ogni giorno si perde qualcosa di sé.

Sapete? Accetto tutto davvero e cerco di farlo sempre con uno spirito alto. Cerco di sdrammatizzare e di buttare sul ridere.
Non è cosa facile e non è da tutti. Ci sono momenti che sono stanca anche io,  stanca di accettare senza poter oppormi. Stanca di subire in silenzio. Ma così è.

E oggi festeggio e gozzoviglio e le faccio festa, la stessa che fa lei a me ogni giorno.

Apro una bottiglia di Amarone, alla mia. E alla faccia sua.

Ale. Io. E Lei.

Bentornata Gardensia 2021

Una famiglia

Me lo diceva sempre… la cosa peggiore quando torni a casa e non c’è nessuno che ti dice Ehi, ciao come stai?
La casa vuota, il silenzio, il non aver nessuno che, se stai male, è lì a tenerti la mano. O che ti accoglie anche solo brontolando un poco.
Nessuno pronto ad aiutarti e preoccuparsi di te.

Poi certo, la mente e la vita stava a lei riempirle di cose da fare. Qualcosa da pensare che le desse un brivido nuovo.
Riempirsi la vita di impegni e di persone… ma, poi, sempre a casa doveva tornare.
E la casa era vuota. E silenziosa.

Mi sono rimaste impresse le sue parole così vere e crude e dure.

Ci sono frasi che rimangono dentro accompagnate da sensazioni strane che si insinuano in te, umile spettatore involontario.

Quanto è bello avere una famiglia dalla quale tornare.

E c’è chi torna in una scatola vuota e assordante di silenzio.

Settimana SM

Inizia la settimana della Sclerosi Multipla.

Che cosa è la ricerca e quanto può essere importante?
Importante… tanto…
Sul cosa sia…
Vi rispondo così…
Un modo per permettermi di pensare anche un poco più al di là di qualche giorno o mese.


Io penso al giorno per giorno ma, questo, per natura mia. Non mi affligo prima per cose ancora non accadute. Vivo a pieno il momento.

So benissimo che cosa mi regalerà ancora questa compagna subdola. Sono ben cosciente di avere una malattia degenerativa e già quest’ultima parola fa schifo da sola.

La ricerca è quella cosa che ha permesso alla me di oggi del 2021 di essere ancora sulle proprie gambe. È  qualcuno del passato che ha donato qualcosa anche per me.  Qualcuno al quale è andata peggio sicuramente.

Conoscendo la malattia di oggi, non oso immaginare quanto potesse essere infame anche solo vent’anni fa.

Penso spesso a una cosa.


La faccia di un genitore che scopre di avere un figlio malato. E quando quel figlio malato sei tu, proprio tu?
Che cosa cambia?
Tutto. Non per forza in negativo però.
Io sono cambiata sì e anche i miei rapporti affettivi lo sono.


Cambiano gli occhi per guardare.
Cambia il modo di vedere.
È come girare attorno ad una pianta e capire che davanti non è come dietro ma è sempre una pianta.
Potrebbe sembrare una ovvietà ma non lo è.

Si può scegliere con che occhiali guardare la vita. È una scelta. E si può imparare a farsela piacere e a migliorarla.

Guardo con fierezza il genitore di quel figlio malato.

E quando è troppo dura?
Si fa quel che si può. Ma si fa.

Come sarò domani?

Sì…

come chi si toglie tutto dalle tasche per darlo a te.
Così.
Chi ti aiuta perché è fatto così e non può fare altrimenti.
Chi non si aspetta nulla.
Chi divide e chi ti dà qualcosa.

Chi ti porge una caramella dopo aver mangiato in tutta fretta.
Chi ti sorride da lontano e ti racconta qualcosa con entusiasmo.
Chi non si chiude e vuole farti entrare nel suo mondo e vuole farti sentire partecipe.
Chi ti raggiunge quando sei triste.
Chi si ricorda di te e, ogni tanto e dopo tanto, vuole fartelo sapere.


Chi ti regala energia e gioia.
Chi prende la vita con leggerezza e te ne regala un pezzo.
Avere pezzi altrui tra le proprie cose e trovarli per caso.

Sì… domani sarò allegrissima.

Dai, raccontami di te

C’è un posto sicuro per la mente mentre aspetto che il corpo si riprenda.
Un posto pieno di bellezza e di gioia e di esplosioni di divertimento.
Mi sento una luce che rimane accesa anche di notte per non avere paura.
E non ho paura, non mi faccio vincere.

Ho avuto una giornata da riempire di piccole gioie. E l’ho fatto.

Ci ha provato a scoppiare questo piccolo cuore… raso come un bicchiere di birra appena spillata.

Un registro di classe che afferma ci sia qualche assente.

Un nome detto per esteso e nessuna mano  che si alza all’appello.

Qualcuno che torna da lontano e sembra ci sia sempre stato. Un abbraccio familiare mi accoglie dentro di sé anche in periodo pandemico.
Posso? Ovvio. Un gesto del quale ho sempre più bisogno ed è arrivato a sorpresa ,ma senza sorprendermi.

Dai, raccontami di te.

Stare nel suo abbraccio

Ho accettato che sarà sempre con me.
Più che accettato… l’ho presa con me,  visto che ci teneva così tanto.
Oggi mi ha stretta forte tra le sue spire.
Oggi mi ha tenuta e mi tiene nel suo abbraccio.
Si è accomodata da sola, senza chiedere, dal momento che sono casa per lei.
E casa è il posto che ci tiene attaccati alla vita.
Casa è dove trovi qualcuno che, sorridendo, ti dice Bentornato.

Bentornata. Accomodati. Fa’ come fosse roba tua.

Ho altra scelta? Lei è parte di me. Lei è quella che torna senza orari, come un figlio già grande. E come un figlio, cerco di tenerla a bada e di non scacciarla.

Mi abbandono al suo abbraccio che punge come fosse pieno di spilli.
Mi lascio invadere senza mettere muri.

Chiedo a chi mi ama di non ostacolarla perché fa parte della mia vita. Lo so, non è facile starmi accanto e ci vuole impegno. Lo so bene quanto è difficile vedere soffrire chi ami. Per me è più facile perché mi appartiene e non la posso scacciare. Me la tengo stretta.
Per le persone che mi stanno vicino è più semplice farsela stare antipatica. Oppure essere arrabbiati. Ma io non lo sono altrimenti passerei il tempo che ho davanti a non godermi la vita.

Non si può far nulla se non aspettare. E io aspetto. E chi vuole e ha tempo può aspettare insieme a me. Oppure andare per poi tornare. Altre alternative non ci sono. Si può solo aspettare.

Chiedo a chi amo di non arrabbiarsi per me perché io sono serena e sto bene. E la vita me la voglio godere per bene.

Alcuni potrebbero avvertire sensazioni di oppressione, compressione, freddo, caldo, dolore puntorio o dolore a “coltellata” o bruciore, mentre altri descrivono una sensazione di costrizione al torace, talvolta definita l’abbraccio della sclerosi multipla.

Abbraccio

Ale e la Robi

Far West

La rapina del secolo.
Gran bottino, come l’assalto alla diligenza nel far West.
La frescona (io) viene derubata da nemmeno sa chi.


Dopo una splendida giornata di sole, ecco la pioggia.

Mi fermo al supermercato a comprare i biscotti… esco con tre buste ricolme e un mazzo di fiori per la tavola.
Pioggia tremenda ma ricordo di avere un micro ombrello giapponese nella borsa, di quelli che non tengono nemmeno al riparo un neonato.


Passo dal locker amazon con tre buste, la borsa i fiori e l’ombrello.
Lo scomparto si apre… non mollo nulla, appoggio l’ombrello, aperto, accanto a me.
I brutti ceffi aspettano la frescona per rubarle il pacco…
Resisto con sangue freddo ma scappano via con l’ombrello mini.
Mentre sono felice di avere il mio pacco tra le mani… me ne vado con tutte quelle cose…
Ma io oggi ho messo le All Star visto che c’era il sole…
Scivolo.
Impreco.
Mi rialzo e me ne vado.

Assalto alla diligenza riuscito ma magro bottino!

🤘🤘🤘🤘🤘🤘🤘

Imperfezioni cancellate

Il vento fresco soffia come se fosse primavera eterna.


Cammini per quelle strade che condividono la cultura del nostro passato.


Cammini senza essere alla ricerca della perfezione eppure ti sembra di starci in mezzo.
Sembra tutto tanto affascinante e di una bellezza quasi insuperabile.

Entri ed esci da vie piccole e strette e batti i piedi su ciottoli rossicci che poi te lo chiedi quanti passi avranno sorretto nella loro esistenza.

La vita è piena e colma di imperfezioni ma questi luoghi riescono a cancellarle tutte, ma proprio tutte.

Cammini e pensi e puoi sentire l’eco di parole rimaste nella mente e che girano e girano.

Dieci, cento e ancora mille volte ancora

Sì, si può mettere un punto e ricominciare.
Si può cercare, impegnandosi, a non perdere le cose belle e accantonare quelle meno. Non è dimenticare, è voglia di ricominciare e andare oltre.
Ne vale la pena?
Sì.
Perché la vita è breve anche se hai la fortuna o sfortuna di arrivare a festeggiare il secolo.
I non detti o i detti male… che senso possono avere?
Vale la pena dire va bene, sorridere e andare oltre?
Sì. Ne vale la pena. E se ne vale la pena allora si può fare.


Che senso ha tediarsi o rattristarsi per cose che possono essere oltrepassate?
L’importante è non ferire appositamente e, anche se il risultato di un dolore non cambia, perché non lasciarselo dietro?
L’importante è spiegarsi. L’importante è avere voglia di guardare al bello.
La vita di nessuno è perfetta e di persone non toccate dal dolore forse non ce ne sono. Ma quante occasioni e belle esperienze si possono ancora fare?

Anche non epocali… sai, a volte è sufficiente prendersi per mano per fare un pezzo insieme… Sentire la mano di qualcuno che ti stringe e ti accompagna è una sensazione forte.


Ti prenderò per mano ancora dieci, cento e mille volte ancora ( quasi cit.).

Per te, mio grande amore

Grazie per ri-accogliermi sempre, con le tue braccia aperte.
Mi conforti, già da lontano.
Grazie che ti prendi cura di me e mi riporti al senso di casa e di famiglia.
Parto e tornare da te è cosa bella.
Sei la mia certezza: mai mi volterai le spalle. Ti farai amare ancora e sempre e mi regalerai altra bellezza.
Sono ancora qui. Tra le tue vie grigie e confortanti e la tua voglia di darmi sempre qualcosa in più.
Sai…
Milano mia…
non ti lascio.
No. Non ti lascio.
Sì, va bene… magari un poco… ma poi ritorno a farmi leccare le ferite e a mettermi tra le tue braccia. Mi sento custodita e protetta anche nei luoghi peggiori. Ma sei tu. Solo tu nel mio cuore.
Non vedevo l’ora di tornare da te.
Sì… e vedere la stazione avvicinarsi lentamente e vedere la mia vecchia casa, quella nella quale siamo cresciuti…
Quanto sei bella mentre ti avvicini per prendermi.

No, non ti lascio città mia.

La beffa

Quante volte puoi sentirti ancora solo nella vita?


Ieri era un compleanno speciale. E che ho festeggiato.
Ma quanto può essere giusto festeggiare la persona che era quella più attaccata alla sua vita?
Quanto è giusto girarsi e salutare qualcuno per sempre, sempre che poi sei riuscito davvero a farlo?

Domani è la feste delle mamme.
Quanti hanno la fortuna di festeggiare la propria?
Quanto tenevi ad essere festeggiata tu?

Quanto può accanirsi ancora la vita?
E quanto ti può ancora dare?

La beffa è che non ricordo più quella risata. La beffa è che a volte ci si può sentire soli anche in mezzo a un gruppo.
La beffa è che ricordo un corpo smunto in un letto e poco di altro.
La beffa è che ti senti tanto triste anche nei momenti sereni.
La beffa sono i miei occhi che non vedono e che, invece, dovrebbero farlo.
La beffa è chi te lo fa notare e non lo sa nemmeno quanto ti sei impegnato a far finta non fosse così.
La beffa è quando hai un mondo da dire ma non hai il tempo di farlo.
La vita è beffarda ma io lo sono molto di più.

Non vedo? Invento. E rido del caos che combino. E mi faccio i complimenti per averci, quanto meno, provato.

Non perdersi

Mi piace scrivere.
Mi piace comunicare con me stessa e con voi.
Mi piace ricordare e mettere nero su bianco.
Dico la mia rispetto a cose che ho vissuto, prima, sulla mia pelle.
Che cosa conta?
Conta non perdersi.
Conta tenersi sotto controllo.
Conta andare avanti come trattori nonostante tutto.

Entrare nel labirinto e trovare la via per uscire e notare che tutto  è al proprio posto.

Muoversi in gran fretta in mezzo a moltitudini di colori e  di case e  di vie. Muoversi. Camminando o correndo.

Chiedere aiuto se si ha bisogno.
Chiedere a qualcuno di fermarsi anche solo per un attimo.
Chiedere è fondamentale… non possiamo pretendere che gli altri  possano entrare nel nostro cervello.  Eccolo il labirinto… ce lo abbiamo dentro e tanto vicino.


Rifugiarsi in un luogo vuoto per tenere a bada i nostri sussulti.

Ti devo dieci anni di vita

Le persone mi fermano.
In due giorni ho aiutato tre persone.
Cerco di essere aperta, carina, educata. Mi hanno insegnato ad essere così.
Tutto attorno, dentro e fuori… è tutto caos.
Ma io mi sono fermata.
Mi ha chiesto, con gli occhi appannati da mascherina, … Mi dice dove devo andare… devo fare il vaccino…
Sono stata sorridente ed educata.
Ho cercato di aiutarlo. Ma nemmeno sapeva lui dove dovesse andare…


Ho ascoltato anche se il primo psicologo mi diceva… vai avanti non fermarti o ti butteranno tutto addosso… sai Alessandra… non sei schermata…


Ma io sono stata educata. L’ho aiutato.
Sono buona? Non lo so… nella media. Forse qualcosa in più… ma lo faccio perché mi piace pensare che qualcuno lo abbia fatto a sua volta coi miei nonni.


E sono cose che mai saprò… Sono cose che non si raccontano nei minimi dettagli…
Tipo… qualcuno avrà fatto sedere la mia nonna sul tram?
Un bel sorriso sarà stato regalato al mio nonno?
Un sorriso vero, aperto… di quelli che magari non racconti perché ti riempiono talmente tanto in quel momento che tieni per te… Nel momento che lo racconti magari perde di magia…

Una settimana fa, sempre sul tram, un personaggione sale…. pieno di buste e borse. Lascia tutto in giro per andare a timbrare il biglietto… chiede ad alta voce su che linea sia salito… gli rispondo io.
Gli cadono monete ovunque… nemmeno se ne accorge… Mi sbraccio… Ti sono caduti dei soldi…
Mi ringrazia e dice
Grazie bella sei davvero buona ti devo dieci anni di vita….

Eppure

Eppure è uscito il sole.
Eppure, inaspettatamente, è venuto quel momento per stendere fuori. E ritirare il bucato in giornata.
Eppure i miei bellissimi fiori sono appassiti.
Eppure ero scattante…
Eppure… sono tanto stanca.
Eppure vorrei farmi una risata… sembra quasi mi stanchi anche quella…
Eppure…


Domani mi vesto a colori.

Diceva la mia nonna

Sono disordinata.
Dicono.
A volte lo vedo.
A volte no.
A volte mi domando… Ma dove c’è caos se tutto è a posto?
Davvero non riesco a vedere il disordine.


Sistemo e riordino ma poi dicono che creo solo caos ugualmente.


Ricordo chi raccoglieva le mie cose in giro e me le buttava in un sacchetto. E io tornavo a casa con la busta della spesa.


La mamma impazziva. Mi lasciava le cose a mucchio in mezzo al corridoio. Io le saltavo per andare in camera. Poi iniziò a lanciarle in giro. Fin quando capì che tutto era inutile.

Si nasce caotici. E lo sono in tutte le cose, pensieri compresi. Sono caos anche quando scrivo nei miei quaderni. Anche con la lista della spesa.


La maestra non si avvicinava nemmeno al mio banco. Ogni tanto mi prendeva a calci qualcosa. Un giorno non trovai la cartella: me l’aveva buttata dall’altra parte della classe già alle otto. Me ne accorsi a fine scuola. Ci rinunciò anche lei. Decise che nemmeno si avvicinava più, non entrava nel mio spazio. E ho imparato come potevo tenere maestra e professori lontani: seminando caos e sparpagliando cose in giro. E funzionava. E funziona ancora.


Qualcuno impazzisce. La mia amica a lavoro dopo un po’ si alza e sistema anche la mia postazione. E mette cartelli negli spazi comuni per far mantenere l’ordine. Nulla. Non funziona.

Le persone non cambiano, peggiorano e basta... diceva la mia nonna….

Rincorro

Quando l’aggiornamento dello stato di salute  è periodico.
Vecchio e nuovo che coesistono e convivono.

Coloro il mondo, a mio modo.
Sfumature che fanno capire l’intensità delle tinte. E a distinguerle.

Vorrei capire tante cose che mi sfuggono. Le vorrei carpire nei minimi dettagli.

L’emozione di quella canzone di Lou Reed ascoltata in una macchina.
Canticchiare ancora, come allora.

Occuparsi di un cuore pigro che si fa vivo e si fa riconoscere. In modo incessante.
Occuparsi di sé in modo libero.

Chiedo solamente non mi faccia credere ciò che, forse, non si avvererà.

Non ne ho bisogno.

Merito felicità. È l’unica cosa che rincorro.

Vaccino

Alessandra allora ci vacciniamo???
Evvaiiiiiii
Sì sì!!!!!


Da un giorno all’altro…. Alessandra è stata vaccinata nel nuovo hub!
Bellissimo.
Organizzato nei minimi dettagli, tanto da farti sentire a disagio per quanta gentilezza  e perfezione ci fosse…

La mia felicità è alle stelle.
Proteggere me, chi amo e tutti…
Fare qualcosa che possa restare e per il mio nipotino che cresce a dismisura…
Sì… soprattutto per lui anche se è sempre stato il più rigoroso di tutti.


Bambini… le creature migliori sulla faccia della Terra… peccato abbiano noi adulti come esempi, a volte.
Comunque….

Tutti quelli che ami ti chiedono come sia andata… aspettano una risposta e si preoccupano per Alessandra. Tutti. O quasi. Ma sai… Chissenefrega! Basta stare bene!

E oggi… il primo pranzo sedute fuori… dopo tanto…

Oggi si respira la vita. Ale è vaccinata e felice e appena vedrà il piccolo se lo sbaciucchia tutto per la sua infinita gioia😂

Ah! Evviva gli Alpini!

Play

Grigio il cielo, oggi.
Come fosse un tetto basso, più basso del solito, sulla mia testa.
Quasi mi sento schiacciare.
Un grigio che mi avvolge e mi protegge.
Come stare sotto le coperte al caldo.
Qui, a dire il vero, fa un poco freddo.
Ma mi sento guardata a vista.
Seguita e osservata.

Mi fermo al primo bar che trovo.
Un caffè doppio, da portare via.

Mi accolgono due occhi verdi enormi e un ciao così aperto che, quasi quasi, mi viene voglia di rifare la stessa strada per tornare qui. Domani.

Il tram è mezzo vuoto, nonostante i miei calcoli ipotizzavano il contrario.

Ho i jeans strappati sulle ginocchia come le ragazzine. Sento che si direziona proprio lì quel soffio fresco autunnale. Ma è primavera.

Scendo due fermate prima per godermi questa giornata e fare due passi. Un bimbetto mi urta col suo monopattino. E la madre con la cartella del figlio.
Due cafoni, penso.

Che silenzio in città. Strano. Tanto strano. Eppure è tutto tanto calmo, come fossi in un video in una scena al rallentatore.

Schiaccio Play. Riparto.

Laboratorio!

Finalmente il laboratorio è attivo. Gli studi sul Micro-Ultracorpo domestico stanno dando risultati importanti. Ma procediamo con la cronistoria, poiché le osservazioni sono iniziate fin dalla sua comparsa… Ma che bel Babbino Natale! Cosa ci fai qui fuori stagione? (immagine personale endorsum) Ma… brutto Cavallo di Troia! (immagine personale endorsum) Il Mini-Ultracorpo è già attivo! […]

Laboratorio!

Porca miseria….

Guardate che cosa è comparso in città…. Tra la notte e il giorno… Questo è un messaggio bello e buono…

Bisogna fare molta attenzione…

Si stanno già impossessando delle nostre case… E ci stanno pure bene e in tranquillità…

Siamo forse in pericolo?

Ho imparato

Rimango a guardare ma stavolta non ho intenzione di cadere.
Tante piccole cose vedo, una sopra l’altra, come una montagna che cresce a dismisura.

Non cado. Anche in bilico. Nulla di me si sposta. Nemmeno un bel rischio mi farebbe cedere.

Potrebbe andare bene. O anche male.
Ma ora mi sento così tanto in forma che credo non ci saranno ancora troppi problemi. La mia forza vitale non è dannosa. Non per me. E non è stata intaccata.

Scrivo, prendo appunti: faccio cose che possano essere la mia memoria per il giorno dopo. Mi concentro sui profumi: saranno quelli che mi riporteranno indietro alle cose fatte.

Ho comprato dei fiori gialli da regalare.
Ho imparato a donare le cose più belle. E sì, questo mazzo lo è parecchio.

Ho imparato ad apparecchiare bene la tavola, a trattarmi bene e avere sempre un vaso pieno di fronte a me.

Ho imparato a stirare bene i ricami della mia tovaglia.

Ho imparato che se non ci si diverte… allora… che cosa resta?

Intensità

Ti perdi completamente fin quando arriva il momento perfetto per rimettere le cose a posto.


Grandi progetti e tanti sogni.


Un istinto che non inganna così facilmente.


Avvicinarsi a qualcuno per arrivare ad avere tutto ciò che manca, tutto il resto.


Giri e giri.


Alcune cose non si cancellano.
Poi realizzi che la tua vita può cambiare in un istante. E allora… lasci andare. E ti senti più leggero.


Dolore nelle lacrime che si trasforma in qualcosa di lontano.

Ora sembra che tutto sia a posto.


Scrivi e scrivi.


Ricordi che non vuoi lasciare indietro.
Butti giù qualcosa in poche righe.

Qualcuno da ritrovare tra vedute realistiche e particolari attenti. E nell’intensità del suo sguardo.

Ultra-Attacco a domicilio!

E MENTRE LA CAMPAGNA DI RECLUTAMENTO CONTINUA, IL LABORATORIO PRENDE FORMA, L’OSSERVATORIO OSSERVA, IL PENSATOIO PENSA E IL BOLLETTINO PUBBLICA, QUI QUALCOSA SI È MOSSO. UN ULTRA-ATTACCO A DOMICILIO! ECCO IL REPORTAGE FOTOGRAFICO. Ma che bel Babbino Natale! Cosa ci fai qui fuori stagione? (immagine personale endorsum) Ma… brutto Cavallo di Troia! (immagine personale endorsum) […]

Ultra-Attacco a domicilio!

Abbiamo un problema. Io inizio ad avere paura…

Siete sicuri che ce la faremo?

Ho dei brutti presentimenti… I messaggi lasciati sono chiari…

Poi noto già la distruzione…

E pensare che abbiamo già preparato le barricate…

Milano ora ha paura. E non è un film col Monnezza…