A te, che riempi le vite degli altri

Simona arriva, sgrana gli occhi e mi chiede perché non abbia scritto nei giorni scorsi. Mi legge, mi segue e me lo dice con un sorriso aperto. Mica la voglio deludere, penso. È una persona che riempie lo spogliatoio, a lavoro. È sempre sorridente e ride tantissimo. Ha voglia di essere felice e dà tanto e, forse, nemmeno lo sa. Quando sono giù di tono mi avvicino a lei. Mi basta sentirla ridere per essere invasa da un senso bello. Ci sono persone che riempiono le vite degli altri, inconsapevolmente. I problemi si affrontano o buttandosi giù oppure reagendo e sorridendo, anche quando si sta male e anche tanto. Lei lo fa nel secondo modo. Io prendo tanto da queste persone. Rubo. Portarsi dietro la felicità degli altri e farla propria. Tenerla sempre presente, tirarla fuori nei momenti peggiori.

Annunci

Un mondo perfetto

Qualche giorno di pausa… non ho scritto e non vi ho letto tutti. Mi faceva troppo male la testa, non vorrei mi stesse crescendo un cervello supplementare. In caso, lo accoglierò a braccia aperte, due cervelli… li porterò dietro con orgoglio. Magari il secondo si metterà a funzionare meglio del primo. Dovrò comprare due settimane enigmistiche, una sola alla settimana non basterà più. Dovrò comprare dei nuovi cappelli per l’inverno, che li possano contenere entrambi. Anche se , qui, nemmeno l’autunno accenna ad arrivare. Ho messo le castagne sul fuoco, sento il profumo in giro per tutta la casa… la casa diventa calda e accogliente; basta quel profumo magico. Bastano poche cose per farci catapultare dove vogliamo. Occorre avere solo un po’ di fantasia e, se i cervelli sono due, anche la fantasia sarà doppiata… praticamente un mondo perfetto.

Maschio

Ho sempre avuto amici maschi nella mia vita. Sempre più maschi che femmine. All’asilo il mio amichetto si chiamava Guido. Alle elementari era Simone. Cinque anni sempre insieme. Facevamo danni incredibili. Un giorno incollammo tutte le scarpe da ginnastica dei nostri compagni. Tutte, tranne le nostre, infatti ci scoprirono subito. Le nostre mamme si chiamarono per decidere come punirci e come ripagare il danno. Fumammo la prima sigaretta. Lui mi disse che dovevamo farlo perché suo zio lo faceva ed era un figo. Prendemmo le Marlboro rosse dello zio e andammo in terrazza. La sua nonna ci scoprì e ci riempì, letteralmente, di botte. Le presi prima dalla sua nonna, poi dalla sua mamma e poi dalla mia. Fu una giornata faticosa. Il suo cane si mise in mezzo a difenderci e le prese anche lui, ops, lei, era una lei, Lilli. Litigavamo spesso. Ci prendevamo a pugni e calci e, un giorno, lo buttai contro un banco e lo presi per la tasca della camicia, strappandogliela. Ormai le nostre mamme avevano un conto aperto a vicenda. Lui mi tolse gli occhiali e me li schiacciò sotto al piede. Ma ci cercavamo di continuo. Al liceo si chiamava Riccardo. Compagni di banco. Amici da subito. Lui mi faceva le tavole di disegno tecnico e io gli correggevo i temi: faceva un sacco di errori di grammatica e non azzeccava una doppia nemmeno a pagarlo. Gli passavo le versioni e gli suggerivo sempre tutto. E lui continuava a farmi le tavole: non capivo nulla di disegno. Andavamo in giro in motorino, in due e di nascosto dai miei. Andavamo per locali e mi portava a scegliere fiori per la sua fidanzata di turno. Una volta mi costrinse a portare un regalo a una di queste donzelle; mentre andavamo a tutta velocità, mi fece sbattere il ginocchio contro un furgoncino. Lo ricordo ridere mentre io, dietro, sbraitavo e lo maledivo. Ora si chiama Robi. Non è un maschio ma, bensì, una graziosa fanciulla con gli occhi blu. Pensa da maschio, però. Un po’ come me. E non ci picchiamo e non litighiamo e non abbiamo mai litigato, nemmeno per un maschio.

Il maschio c’è… Ma non si vede.

La parte sinistra

Festeggio di continuo, le cose belle e quelle meno. Brindo alle dipartite, alle mancanze, alle rotture, alle tristezze, agli esami che non vanno mai bene. Brindo. Festeggio. Ballo per scaricare e perdere qualsiasi forma di energia ancora rimasta nel mio corpo. Rinasco. Pretendo che altri festeggino con me. Una bevuta per gli esami, una bevuta per le mancanze. Sogni o desideri ne abbiamo ancora? Sì, ne esprimo subito uno. Chiudo gli occhi, come da bambina davanti alle candeline. A dire il vero, lo faccio ancora. E quest’anno di feste di compleanno ne ho avute ben sei… Chiudo gli occhi ed esprimo… Ho ancora la fortuna di avere desideri da esprimere. Credo sia bellissimo. E sogni, Ale, ne hai ancora? Sì, ne ho. La vita non finisce, ne avrò sempre tanti. Oggi festeggio il compleanno di una bimba rimasta bimba. Festeggio. Brindo. I ricordi li metto tutti da una parte, immagino finiscano nella mia parte destra. Oggi si vivrà con la parte sinistra, quella rimasta vuota e da riempire di cose nuove che saranno belle.

Mattinata

Ritiro farmaci. Son già passati tre mesi dalla prima pastiglia. Giro con novemila euro in borsa, ossia 84 capsule. Corro a casa a lasciarle: ho un tesoro da nascondere Un tesoro che mi sta permettendo di vivere pseudo normale. Come va, Alessandra? Come deve andare? Se dico male non mi crede… che cosa parlo a fare? Non parlo più, entro in silenzio stampa. Ora torno a casa, sono indispettita e non mi va di parlare. Tanto ci rivedremo fra non molto. Vado a fare il prelievo, faccio colazione, finalmente, e torno verso casa non mollando mai lo zaino: sempre appresso, sempre addosso. Se mi dovessero mai cercare, un giorno, a Chi l’ha visto?, dovrebbero dire Ha bisogno dei suoi farmaci salva vita. Bè salva vita si fa per dire.

Puffo Vanitoso

È questo quello che amo fare: scrivere. Da sempre. Ho uno scaffale pieno di vecchi diari e vecchi quaderni, nel box. Anni della mia vita, in quelle pagine. Scrivo quello che osservo e non penso mai alle conseguenze di ciò che scrivo; forse perché mi ero abituata a scrivere senza venire letta da nessuno. Erano cose mie, cose che mi accadevano o scansioni complete di persone che conoscevo. Guardavo e prendevo appunti. Ero attenta ai dettagli e lo sono ancora. Ora scrivo pubblicamente. Scrivo nello stesso identico modo. Brutto o bello, scrivo di me. Andare a ruota libera. Buttare fuori tutto. Si è come si è. Mettersi a nudo, completamente. Potresti diventare un bersaglio? Potrebbero colpirti? Son così, anche nella mia copia dal vero. Ascolto ciò che mi dicono e prendo ciò che mi interessa. Faccio, quasi sempre, di testa mia. Paure, fragilità, difetti… dico tutto. Esalto i pregi, poiché son pur sempre un gemelli e sono vanitosa. Come il puffo, il mio preferito era proprio Puffo Vanitoso. Io, però, giro senza specchio. Non piango da tantissimo. Sono bloccata o son fatta così? Colpa del mio nonno. Quando finii dentro al fosso con la bici, lui mi tirò fuori. ‘Asciuga le lacrime che non servono, ma cerchiamo di trovare il modo di tornare a casa in fretta o morirai dissanguata’, disse. Eppure so che, se avesse saputo della mia malattia, avrebbe pianto e sofferto, eccome. Mi piacciono le sorprese. Quando qualcuno di voi mi dedica un post perché ha pensato a me… ecco… sono felice. Non so mantenere i segreti. Non sono capace di nascondere i regali e so sempre dove cercare i miei. Commetto errori di giudizio. Chiedo scusa, poi, spesso, però, mi pento di averlo fatto. Non riesco a fare progetti o a guardare troppo avanti: mi sento un’eterna adolescente. Per chi amo, non vado da nessuna parte. Resto accanto. Non fuggo, resto, anche se ci sono momenti che ti portano a volere un altro luogo. Resto, anche per chi nemmeno lo sa. Agisco. Sempre e, il più delle volte, d’impulso e senza cercare consensi: il mio è sempre sufficiente. Da che cosa dobbiamo proteggerci? Dalle persone, quelle che ci fanno più paura? Da noi stessi? Dal tempo che passa? Non si dispone di tempo infinito. Ecco, però so che è questo quello che amo più fare.

Il panettiere

Il mio nuovo panettiere mi ride sempre in faccia. Ogni volta che entro ride. Mi fa allegria. Oggi chiedo due panini. Quanti? Due. Te ne ho messi tre. Va bene ugualmente, ma ne volevo due. Parte gran risata da parte sua. Mi mandi in confusione, dice. Ma scusa, perché ridi sempre quando mi vedi? Chiedo, per curiosità. Risposta: Tu entri sempre veloce, ti vedo passare e vai veloce, sembri sempre in ritardo. E poi ci metti una vita a scegliere il pane. E ti fa così tanto ridere? Tantissimo e poi sei sempre allegra. E ride ancora. Bè uno che mi ride in faccia fa ridere anche me….

È vero che vado veloce. Da piccola, andando in giro con mio fratello che ha due metri di gambe, dovevo tenere il suo passo. Un passo dei suoi erano tre dei miei e così ho iniziato a correre per stargli accanto. Mi è rimasta questa camminata da bersagliere.
E ora… esperimento di ape… filetto senape e brandy…

La scenetta patetica

Vedi qualcuno da lontano, lo conosci e vorresti andare a salutare; ti viene spontaneo. Vedi, inoltre, che ti vede e se ne va, pensando di non esser stato visto. Lo vedi mentre fa di tutto per non salutare e per non farsi vedere. Che somaro, pensi. Il nonno avrebbe detto asnun. Che poveraccio della mutua. Vorresti raggiungerlo e dirgli Guarda che puoi non scappare, mica ti voglio salutare, mettere in imbarazzo e andare. Una frazione di secondo. Penso. Ma Ale, ma che te ne importa? Ma ne vale la pena? Per una volta, solo una almeno, segui i consigli degli altri. Vattene. Anche perché, vederlo così preso in quella scenetta patetica e ridicola, è stato davvero appagante. È stato, e perdonate la parola, così tanto in sbattimento, che mi ha quasi fatto provare pena per lui. Io se non voglio salutare qualcuno non scappo. Guardo e non saluto. Mica mi metto a far finta di armeggiare con telefoni vari… Però poi capita, nella stessa sera, un faccino carino che ti ferma e ti chiede Sei Alessandra? Si sono io. Un faccino bello con un sorriso bello che ti guarda negli occhi. E ha degli occhi bellissimi che luccicano. Ed è felice di aver visto te, proprio te.

Ti sento ridere

Ti sento ridere, mentre preparo il caffè. Canto. Canzoni note con parole mie, inventate al momento. Ti sento ridere. Vorrei aspettarti dandoti una notizia bellissima; non ne ho. Ma quando ti sento ridere è meraviglioso. Mi viene in mente solo questo aggettivo. Buongiorno. Buongiorno Ale. E ti vedo e sei contento. I tuoi occhi sono ancora mezzi chiusi ma tu sei contento. Buongiorno. Per tutto il giorno, ti dico. Continuo a cantare, tu continui a ridere. Mi cade sempre tutto. Io dico Ops e tu sorridi. Ti vedo da lontano mentre mi guardi, chissà che cosa starai pensando. Ridi. Sarà una giornata bellissima. Questa è la perfezione. Un momento da fermo immagine, perché lo sappiamo bene che la nostra vita non sta andando molto come la volevamo, ma va bene anche così.