Per te.

Per te
quando la vita aveva il sapore dell’inverno, come dentro alla tua sciarpa che pungeva.
Tu eri la casa, col cappello sulle ventitré e il cappotto blu e giallo che ti stava tanto bene.


Per te
quando mi sentivo sempre seguita, come avessi un ombra sempre attenta e che andava al mio stesso passo.
Tu eri quella casa coi pavimenti scivolosi.


Per te
quando mi aprivi le noci con le mani nodose e puntellate di macchie marroni e quelle unghie rimaste martoriate dalla bocca. O quando aprivi le castagne bollenti e le tue dita sembravano di amianto.


Per te
quando casa era stare in dieci, vicini vicini sulla tovaglia bianca ricamata, con quelle gocce di vino rosso che tentavano di rovinarla per sempre. Senza riuscirci mai.


Per te
quando ridevo per quelle parole straniere italianizzate. E per ogni soprannome che davi, in quel modo tanto azzeccato.
Quando la vita era tanto bella perché io ero tanto felice di mangiare il tuo brasato e le patate col sugo di pomodoro. E sai… bastava.


Per te
quando un profumo risveglia qualsiasi cosa bella del mio passato che sembra tanto remoto.
Quando correvo a specchiarmi nella tua camera, davanti, dietro e di fianco, con quella mia foto sul comodino.


Per te
quando mi guardo ora e mi sembra di riconoscerti in ogni mio modo di fare.
Quando ciò che faccio porta a qualcosa di buono. Quando aiuto qualcuno e lo faccio anche bene.


Per te
quando darei chissà che cosa per tornare ad allora anche solo per dieci minuti.
Quando ormai i ricordi mi fanno sorridere e non mi provocano più dolore.


Per te
quando capisco che non smetti di mancarmi mai.

Captare

Come leggere un libro davanti al mare.
La fine non si vede, nemmeno con impegno e nemmeno strizzando gli occhi miopi.


Conoscersi attraverso quello che si legge.
Può essere il libro preferito oppure qualsiasi altra cosa. Ma a volte si impara di noi, qualcosa in più.


Starsene seduti lì.
Le cose e le persone vanno e vengono. Sì. Qualcuno se ne va: o si allontana appositamente oppure muore.


Capire, fino in fondo, che le cose e le persone vanno godute appieno finché ci sono. Forse questo è il segreto.Guardare con un occhio aggiuntivo e tralasciare ciò che non ci rende gioiosi, se lo si può fare.
Tralasciare qualcosa… perché no?
Ma non ciò che ci potrebbe fare stare bene.


Cucinare e sperimentare, nonostante mai nulla venga fuori come le foto lucide sui libri e le dispense.
Ma godere di quel piatto, venuto tanto buono per il nostro palato. Aspettare di tornare a casa per pesare gli ingredienti. La voglia di fare e di creare e vedere qualcosa di finito. Essere talmente tanto sensibili da captare anche le più piccole vibrazioni.

Grazie dottor Oz

Lo avete mai visto quest’uomo?

Lo guardavo sempre. Più che altro scrutavo quella faccia da tipico americano rifatto…

La sua trasmissione sembrava far parte di una telenovela degli anni ottanta, quelle sudamericane dove c’era il belloccio di turno…

Ebbene… Quest’uomo mi ha salvato la vita!

Ale in macchina con suo fratello.


Vuoi una caramella? Sì, sì grazie.
Ha un gusto atroce… sembra di avere ingerito un anti zanzare…
Sì, è al gusto di citronella.


Ale sta per rispondere… un istante e si sta per soffocare: la caramella si incastra nella parte sbagliata.


Cosa hai? Cosa succede?


Un attimo, un istante…. Ale si fa la mossa, quella da farsi da soli che ha imparato dal dottor Oz.
Funziona. È stata brava.


Porca miseria…. anche oggi ha visto la morte in faccia. Il suo angioletto sarà esausto… troppo lavoro ultimamente…


Passato tutto ma è come se avesse ingerito una candela intera per tenere lontane le zanzare… tipico sapore dell’estate…


Grazie dottor Oz.

Ci ha provato…

Sì. Ci ha provato anche quest’anno a farmi lo scherzone….

Mai scherzare con un maestro…

Ed è così che saltò fuori la calza giusta…

Quanto amo questa festa…. È e rimane sempre la mia preferita😍

Happyfania a tutti, da una che è molto felice!

Mostrami qualcosa, ma fammelo percepire coi tuoi occhi

Il tempo passa.

Oggi mi sembra tanto veloce. Ieri sembrava quasi non volesse mai passare.

La voglia e la smania di crescere, di fare cose nuove. Eppure mi sentivo in costante evoluzione, nonostante  quei diciotto non volessero arrivare mai.

Dicevano Ma che fretta hai? Poi passa talmente tanto in fretta che vorrai fermarlo, il tempo. Una risata quasi sprezzante, la mia, come risposta.
Inutile stare qui a dar loro ragione.

Il tempo… Mi viene quasi da paragonarlo a quei silenzi che fanno tanto rumore. Come se la vita fosse un controsenso unico, eppure non potrebbe essere più coerente di così.


Non avere troppa fretta, Ale.


Prova, sali sopra alle esperienze e goditi ogni istante, bello o meno bello che sia.


Eppure ho fretta. Sempre avuta. Dal modo di camminare al modo di approcciarmi o, più semplicemente, nell’apparecchiare una tavola.

Fretta per arrivare a capire se sia possibile davvero guardare ciò che mi circonda con un occhio diverso.
Fretta di leggere un libro partendo dalla fine per sapere come va a finire e, solo poi, concentrarsi sugli sviluppi.
Leggere il giornale rigorosamente dall’ultima pagina. Ma perché? L’ho imparato da qualcuno?
No. È proprio come sono fatta io.


Come nascere e avere già il proprio gusto in fatto di cibi. Come farsi piacere una cosa piuttosto che un’altra.
Ecco.


Mostrami qualcosa, ma fammelo percepire coi tuoi occhi.

Grazie. A voi.

Io vi ringrazio, tutti.

Per essere stati carini e per avermi tenuto compagnia.

Un anno strano. Ho perso tanto e ho avuto altrettanto.

Ho conosciuto persone speciali, una in particolare mi ha presa per mano e accompagnata in momenti duri.

Siete stati preziosi e io vi dico grazie.

Mi avete fatta sorridere, ridere e commuovere. Ho aperto la parte più nascosta di me, non tenendomi nulla.

Ho conosciuto meglio qualcuno e ne sono stata felice.

Un saluto ad ognuno e un abbraccio forte.

Grazie davvero.

Per un bell’abito Olga perse le penne di Alessandra Marcotti

Fieramente e ringraziando… Ribloggo.

Grazie di cuore.

Ciao ragazzi, come va? Spero tutto bene. Oggi è il 29 dicembre e ci si avvicina alla fine di questo anno invadente. In questi giorni ho letto “Per un bell’abito Olga perse le penne” di Alessandra Marcotti e sono felice di condividere questa bella lettura con voi. È un piccolo romanzo intenso e coinvolgente.Due voci […]

Per un bell’abito Olga perse le penne di Alessandra Marcotti

Basta un clic

Basta un clic

Per fare una foto

Un clic per spegnere una luce

Un clic e si spegne una vita

Un clic e si può ripartire

E mentre cade la neve

E mentre porta silenzio e pace

Penso

Clic… Una foto

Sì mi faccio una foto

E ricordo un momento felice

Quando giocavo e il cappello mi cadeva sugli occhi

Lo tiravo su

Clic… Ricadeva in un secondo.

Ti penso sai?

Mentre soffri e io non posso fare nulla

Vorrei con un clic riportare tutto a tre giorni fa

Ma non posso farlo.

Mai dimenticare

No. Non dimenticare.
Non posso dimenticare.


Gli auguri di quella persona, proprio quella che mi ha aiutato nel momento peggiore.
Era là. Poteva non esserci eppure è stata presente per me e per aiutarmi. Era Natale. Il peggiore mai passato.
Sembrano passati tantissimi anni, saranno quattro o cinque.
Ho chiesto una mano e lei c’è stata.


Stasera mi è arrivato un suo messaggio.

Io non mi sono fatta sentire per non romperle troppo, eppure, oggi, l’ho pensata e tanto.
Non dimentico. Non posso dimenticare chi mi ha aiutata negli anni peggiori di questa malattia.
Oggi l’ho pensata con un sorriso dolce e il mio cuore si è scaldato.


Ho pensato a quei due angeli delle infermiere che mi hanno sempre accudita come una figlia. E ho pensato a tutti quelli che mi hanno aiutata sempre là, in quelle stanze tutte uguali e che vivono lo stesso, nonostante le disgrazie. E si ride ugualmente. E si parla di tutto. Forse l’unica cosa della quale non si parla è proprio della malattia. E ricordo la signora che mi metteva i santini sotto al cuscino per farmi guarire prima. E ricordo tutti quelli che mi hanno aperto la bottiglia d’acqua e mi hanno messo il golf sulle spalle e chiamato l’infermiera per me.


No, non si dimentica. Non si può proprio.


Il suo messaggio oggi… il regalo più bello.

Togliere e mettere

Mmm… questo lo metto? No, no, questo lo tolgo!
Questo?
No, no, via, via!
Levare, levare! Mantenere solamente ciò che è importante.


Le cose le tengo o le levo?
Mmm… no. Tengo solamente le persone.

Quali?
Quelle che ridono. Ad una battuta o per una stupidata.
Quelle che hanno una faccia buffa.
Quelle che nel sorriso hanno un dentino sbeccato.
Sì. Metto al centro quelli di cui non posso proprio fare a meno.


Chi amo. Sì. Tengo.
Chi mi fa ridere. Sì.
Chi alleggerisce le mie giornate. Sì.
Chi si ricorda di me per un qualche particolare. E non per forza si fa sentire sovente. Sì. Tengo.
Chi mi racconta le sue cose belle. Sì.
Chi mi chiama perché gli è capitato qualcosa di positivo. Sì, sì, assolutamente.
Chi mi manda una foto buffa. Sì.
Chi vuole far festa. Sì, ovvio che sì!

Lasciarsi andare

Chiude gli occhi, li tiene stretti stretti e
si lascia guidare. Si fida. Sta andando bene, le sembra.


Si lascia andare, segue le indicazioni, si lascia prendere per mano.


Vuoi aprirli i tuoi occhi? Così, per controllare…
No. Li tiene chiusi.

Immagina ci sia tanta acqua attorno. Lo sa bene di essere all’aperto e non sente alcuna limitazione.


Sono collegati. Come tutti quanti nel mondo, del resto.


Quella luce crepuscolare si insinua tra gli spiragli delle ciglia.
No. Non conosce la paura: si fida.
Immagina sia un viaggio e lo pensa come ricco di incontri.


È un modo nuovo di affrontare le cose… Con qualcuno che la guidi, per la prima volta. Un po’ come lasciarsi spingere sull’altalena o come lasciarsi cullare dalle onde, su un materassino, al mare.
Buttarsi nelle cose, dicendo sì ogni mattina.

Il materassino… Il mare…

Ma se lo ricorda quando succedeva davvero, da piccola d’estate? Chiudeva gli occhi, si lasciava scottare  il naso dal sole e pensava ad aneddoti passati… ogni rumore si collegava, a grappolo, ad un altro fatto.


Il rumore della neve sotto le scarpe.
Il rumore delle foglie secche sotto i passi veloci.
Il rumore del fuoco sotto la padella bucata per le castagne.

Che cosa vuoi fare da grande?

Ho partecipato ad un concorso. Ora posso pubblicare ciò che ho mandato.

Da tutti gli scritti pervenuti, hanno preso delle frasi salienti e hanno composto un altro scritto.

Ecco il mio.

Che cosa vuoi fare da grande?
Alessandra, che cosa vuoi fare da grande?
Voglio fare grandi cose e voglio essere felice.
Grandi cose… Proprio così: immaginavo di fare qualcosa di importante.
Un giorno arriva Lei… quatta quatta e silenziosa come una biscia. È stata così tanto
delicata da entrare dentro di me senza quasi me ne accorgessi. Ma più il tempo passava e
più entrava nel mio corpo prepotentemente. Forte e risoluta. E si è impossessata di me,
completamente. Lei è ancora nella mia vita e lo sarà per sempre. Una compagna fedele,
una certezza, una delle poche della vita. Un po’ come le persone della tua famiglia: sai
che ti resteranno accanto qualsiasi cosa tu decida di fare. Ecco… così, Lei.
Una mattina d’estate la conferma: Sclerosi Multipla. Ah. E ora? E ora farò cose bellissime.
E ora non voglio più dare nulla per scontato. E ora non rimanderò la mia vita al giorno
dopo. Ora sono qui. Ora vivo. Ora assaggio con ingordigia e ho voglia di essere felice;
ogni giorno rido un po’ di più. Ci sono avvenimenti che accadono e ci sono fatti che
travolgono senza che sia tu a poter scegliere in prima persona. Ma si può decidere come
prendere ciò che arriva. E si può scegliere come essere. Eccome.
Alessandra, che cosa vuoi fare da grande?
Voglio fare grandi cose e voglio essere felice.

Per un bell’abito Olga perse le penne. Spot occulto 7. E non solo.

Il suo primo Natale.

Va già in giro per il mondo, da solo.

Non ha più bisogno di essere preso per mano,

È libero

Vai e raggiungi tutti i suoi sogni.

Non ci credete?

Guardate…

Si ringraziano:

Apecuce (per la creazione della foto)

Il fotografo e video-maker Daniele Peluso.

Ah…. Regalatelo o tenetelo con voi e, se poi voleste regalarmi una foto delle città visitate, ne sarò felice.

https://www.amazon.it/dp/8835899451/ref=cm_sw_r_u_apa_fabc_QdM2Fb65QM4Q9

Che cosa ti sei portato via?

Che cosa ti sei portato via?

Un pezzo di me.

Il tuo modo unico di cucinare il risotto giallo con la salsiccia.

Quel tuo modo di pronunciare, rigorosamente in italiano, le parole straniere.

Il tuo sapere enorme, da persona così tanto innamorata della storia. E della vita.

Quelle grandi mani , puntellate di macchie marroni, capaci e pronte a tirare su tutti.

Pieno di cura….

Buon compleanno a te.

Nonno.

Il mio mondo

Il mio mondo è affollato.
Ho messo dentro tante persone.


Voglio esserci. Per me, prima di tutto, e per loro.


Nessun posto è come questo. C’è un profumo buonissimo, sa di fresco e di pulito.

Là fuori c’è ancora tanta vita… scorre in altri mondi paralleli. C’è bisogno di toccarli e gustarli e prendere qualcuno da là e portarlo qua.


In questo mondo ci vivo, giorno per giorno, stipendio dopo stipendio, incontro dopo incontro. Qui mi godo la vita senza pensare al domani. Penso al qui e ora, penso al vivermi le persone quotidianamente, prima che tutto possa finire.


Ale… che cosa faresti se stessi per perdere tutto ciò che ti rende ciò che sei?
Vivrei. Ogni attimo a fondo, cercando di non dare nulla e nessuno per scontati.
Ci proverei.


Giro per la mia città. Il mio cuore fa un balzo e si riempie, saluto persone che conosco da sempre..


Ale… che cosa fai oggi?
Porto gioia in ciò che faccio, fuori e dentro di me.
Sono ovunque e piena di famiglia.
Cerco di rendermi felice.

Non saprai per chi ma saprai sempre il perché

https://www.cbmitalia.org/cartoline-solidali/occhiali-da-vista-a-un-bambino/

… e vedo quella foto che, su di me, ha una potenza enorme, un forte impatto.
Occhi neri giganti. E quel sorriso felice e sdentato, tipico dei bambini.


Regalami un paio di occhiali.


Ah sì.
Lo so bene che cosa significhi vedere un mondo diverso rispetto a quello percepito dagli altri.
Un mondo parallelo. Un mondo strano e poco definito, dove i puntini diventano palle giganti. E dove i colori  devi andarli a cercare tra i tuoi ricordi.

Basta un paio di occhiali?


E qui ti ritorna alla mente quel forte senso di ingiustizia che ti accompagna da quando sei piccolo. L’ingiustizia profonda, il renderti conto che esistono i forti ed esistono i deboli. Esistono quelli che hanno e quelli che non hanno. Quando lo capisci? Credo già negli anni dell’asilo… quando ti accorgi che i piatti dei grandi sono più pieni. Che il trancio di pizza è più grosso del tuo. Che al venerdì a loro viene dato il gelato ma a te no, in quanto troppo piccolo.


E davvero potrebbero bastare degli occhiali per rimuovere i limiti?


Davvero potrei fare felice qualcuno?
E allora… perché no?
Io compro quella cartolina, io compro quel paio di occhiali. Se potessi li regalerei a tutti. Riempire così il senso del vivere, il mio e non solo il mio. Forse il mio è secondario.


Prendi quell’oggetto e abbine cura, per vedere i puntini che siano puntini.
Un oggetto di libertà. Un oggetto per non dipendere da nessuno. Un oggetto per leggere anche il numero di un tram lontano.

Io me lo sono regalata.

La vecchia via

La mamma faceva la spesa dal droghiere, mentre noi buttavamo giù di tutto. Il bancone era tanto alto, nessuno si accorgeva di noi. La testa del commesso faceva capolino tra un uovo gigante di Pasqua e una pila di biscotti.

I soldini… o le crostatine al cioccolato, non aveva importanza il modello ma solamente la sorpresa. Quella scatoletta gialla con il mulino. La parte che scorreva e la sorpresa che era lì ad aspettare noi. Una gomma piccola a forma di tegolino. A me piaceva il soldino, lo toglievo di nascosto da ogni pacchetto. Una lastra spessa e tonda di puro cioccolato fondente: uno solo non poteva bastare.


Era una via piena di negozi. C’era quello che macinava i grani di caffè… quel profumo si sentiva per tutta la via.
E poi il lattaio. Un buco di negozio con una piccola parte di bar. Un tipo vecchio, dietro al bancone, apriva scatole di plastica piene di caramelle…. Duecento lire erano cinque cocacoline frizzanti, ma frizzanti davvero, di quelle che ti facevano strizzare gli occhi.


La cartoleria era di fronte. Due vetrine piene zeppe di cose interessanti. Entravamo a prendere ciò che ci serviva per la scuola o i regali per le feste di compleanno. Io quell’odore lo ricordo molto bene. Tutto, là dentro, sapeva di buono. Anche i fogli protocollo avevano un profumo particolare. Peccato che ci fosse anche la pescheria: l’odore del pesce impregnava persino il marciapiede.
Conoscevamo tutti, anche quelli che non salutavamo.

Ricordo i resti in caramelle.

Ricordo i soggetti dai quali dovevamo stare lontani. Tassativamente.

Ricordo i profumi.

Ricordo i rumori dei treni che mi cullavano di notte.

Ricordo quanto tremassero i muri e le finestre quando, sotto, passava il tram 1.

Colpevole

Ah sì,

dillo che sei colpevole.


Hai dimenticato. Eppure… eppure eri l’unico custode di quei ricordi.

Ricorda, però, quanto era affollata la casa.


Diceva di non dimenticare.
Diceva di ascoltare attentamente e di scrivere. Erano storie magnifiche, storie da non perdere. Storie da regalare a qualcuno pronto a riceverle.


Ricordare… un corpo a corpo… una fatica che ti lascia senza forze. Lottare contro qualcosa che sembra andare perduto.


Semplici spettatori. Passaggi nel mondo.

Avrà abbastanza tempo davanti per recuperare?


Eccellere in qualcosa per poter essere ricordati. Chiedersi sovente  che cosa si sia conseguito. Per rimanere.


Ma ha prestato poca attenzione, è stato disattento e ora si sente colpevole.

Merito di essere genitore di qualcuno

Nessuno ha il diritto di scegliere per me.
Nessuno. E persino nulla.

Lo penso da quando ero bambina e la mia famiglia ne sa qualcosa.
Testona. Crapone. Testa dura. E chi più ne ha più ne metta.
La mia mamma mi vestiva con dei pezzi bellissimi, da bambina. Io, già all’asilo, mi strappavo via tutto.
È rimasto un vestitino mai indossato, nonostante abbia quasi la mia età; è pieno di buchi, dovuti ai miei strappi vigorosi.
Ora lo guardo e lo trovo tanto bello.


Un maschiaccio. Picchiavo e mi difendevo. E difendevo chi amavo.
Sono ancora così. Anche se non picchio. Ma sapete…. mi piacerebbe tanto essere ancora in età per farlo!

Nessuno decide per me. So sempre la cosa giusta da fare. Anche se poi non si rivela in quel modo. Ma se penso sia giusto… vado.

Se qualcosa si mette in mezzo… Che fare? Sbraito ma accetto.
Come è successo per la mia malattia.


No, a dire il vero è l’unica cosa per la quale non ho mai creduto fosse una cosa ingiusta: nemmeno pensavo ad una possibilità del genere per la mia vita.
Ma l’ho presa e messa in tasca.


Ma c’è una cosa per la quale mi sono sempre girate le balle… una cosa che non ho scelto e non ho voluto.
Accetto anche questa. L’ho ben digerita sapete… ma la trovo comunque un’ingiustizia bella e buona.


Questo pensiero è scaturito dopo aver letto un articolo bellissimo, un’intervista ad una attrice che nemmeno conosco.
Questa è la frase che ho amato.

Sì. Lo avrei meritato anche io. E quel qualcuno avrebbe meritato me.

Signor Drummond

Gli orari di lavoro sono attaccati al frigorifero… sono fermi a febbraio.
Sì. Il soggetto fragile, che è anche un numero di pratica, non sta lavorando. Le cose sono due: o trovano il vaccino oppure la cura per uscire dalla sclerosi multipla.


Che cosa ho fatto?


Ho fatto parecchi corsi. Qualcuno di scrittura, per poi passare alle cose più assurde, per un soggetto come me.
Ho scritto tanto. E creato cose.


Sto monitorando la felicità di Belen Rodriguez… Google me lo sta imponendo da quando ho voluto sapere quanti anni avesse… 🤦‍♀️
Al giorno d’oggi è felice. Ora spero possiate stare tranquilli quanto me.

La mia neurologa mi ha chiesto se non mi annoiassi… Beh… Sì. Quando gli hobby diventano la tua quotidianità…
Ma altre alternative non ci sono. 

Non avendo ancora un balcone agibile,
passeggio tanto per Milano. Stando sempre nei dintorni di casa… Ovvio.
Esco col buio.
Per non dare troppo nell’occhio…


Ormai conosco tutti i buttafuori dei supermercati, quelli che ti accolgono sparandoti il termometro in testa.
Sono gli unici che hanno voglia di dire due parole senza troppa paura.


Appena tutto questo finirà… ho già allertato tutti… faremo un pranzo spettacolare. E staremo tanto insieme.
Per un po’ smetterò di leggere il giornale così da evitare quella faccia da oltre tomba del mio edicolante e per pensare solo a svolazzare in giro come un’ape regina!

La cosa che mi ha tenuta a galla è stata la mia voglia di fare: una vera fortuna.

Pensare di trovarsi in gabbia e starci da febbraio… Impazzirebbe persino quel serafico del Signor Drummond!

“Per un bell’abito Olga perse le penne” – Recensione

È un libro decisamente particolare quello di cui sto per parlarvi, una nuovissima pubblicazione dell’autrice Alessandra Marcotti, che ho avuto la fortuna di conoscere grazie al mio Blog (potete trovare il suo qui). Ho avuto modo di constatare con i miei stessi occhi la bravura e la capacità di Alessandra nel penetrare le emozioni più […]

“Per un bell’abito Olga perse le penne” – Recensione

Provarle tutte

Eh sì. Le ho provate tutte.

Ho fatto delle ricerche.

Nulla di fatto.

Li ho lavati col sapone e fatti asciugare all’aria.

Ho infilato sotto la mascherina un fazzoletto di carta, come i medici giapponesi.

Nulla. Nebbia non solo in Val Padana.

Nebbia ovunque. Palloni al posto dei semafori. Annebbiati.

Il puffo Quattrocchi sarebbe fregato anche lui.

Il puffo Brontolone urlerebbe Io odio gli occhiali.

Mascherina sui miopi è una cosa che non s’ha da fare.

Non basta mai

Resistere alle perdite subite.


Sopravvivere, chiudendo gli occhi,  cercando di ritrovare quel modo di parlare, quella lingua così familiare.


La voce no, impossibile ritrovarla cristallina. La imbastardiamo con frammenti di ricordi e di dialoghi, improvvisati nella nostra mente.


Mi spazzolo i capelli e riconosco quegli stessi gesti.
Un fatto banale che mi regala un sorriso, ma che pesa  almeno quanto un baule pieno di cose da gettare.


E se il segreto fosse quello di lasciare andare?
Ma se anche riuscissimo in questa impresa…

…riproduciamo gesti come fossimo specchi, impregnati di una vita vissuta insieme a qualcuno. A stretto contatto.


Vita sufficiente o meno… no, non basta mai.

Atti effimeri di comunicazione. Sara Provasi. Raccolta di poesia.

Libro: Raccolta di poesie.

Autrice: Sara Provasi

Ho comprato uno dei due libri di Sara Provasi


L’ho finito e, ora, posso ordinare l’altro. Mi piace fare le cose precise e non accumulare libri che, poi, ho paura di non riuscire a leggere.


Sara mi sta simpatica. La trovo un’anima bella e geniale.  Mi fa tanto ridere, mi fa sorridere e mi fa pensare tanto.
La penso in fermento e nel procinto di creare… ma… questo libro l’ho letto senza farmi influenzare dal mio giudizio su di lei.


Eppure…


Lei è un’anima delicata e questa cosa si respira nelle pagine.
Ha ragione: rileggiamo le cose e non sembra quasi le abbiamo scritte noi, siamo persone in costante evoluzione e, mai fermi, capita di non riconoscerci.


Eppure… in ogni parola, non buttata mai là per caso, a me sembra di riconoscerla.
Potevo decidere se ingurgitarlo oppure se assaporarlo poco a poco. Ho scelto la seconda opzione.


Ogni poesia è corredata da una descrizione.

Andrea Fasani

“Sono dell’idea che si sia persa l’abitudine di stampare le proprie foto, assieme a questo anche la passione di osservarle, di custodirle, di tenerle tra le mani, sentirne l’odore, quel profumo particolare che la carta fotografica acquisisce dopo anni, profumo di ricordi – ha proseguito il fotoreporter -. Non abbiamo più quei pacchi di fotografie da far sfogliare ai nostri ospiti, ci limitiamo a far osservare lo schermo di un freddo dispositivo elettronico. Abbiamo cellulari, computer, cloud pieni di foto ma si è smarrito il gusto per l’unicità e la magia che può restituirci una foto stampata. Avevo bisogno di rendervi partecipi, donarvi un immagine che potesse rappresentare una linea di fuga dalla vostra quotidianità e che spero vi spinga a fermarvi ed osservare. Ho sentito il bisogno di farlo in strada, perché la strada è il mio ufficio, da sempre ne respiro l’odore”. 

https://www.milanotoday.it/attualita/foto-andrea-fasani-fermati-istante.html

E così…. Ci sono andata. La passeggiata è concessa a Milano. Ci volevo andare assolutamente, l’ho trovata un’idea bellissima da subito. E qualche foto l’ho fatta.

E poi ecco… Durante la passeggiata…

Passaggi dalle mie parti

È passata e ha saccheggiato tutto ciò che le serviva. Rimane sempre qui attorno, per tenere tutto sotto controllo. Dove la natura è generosa, lei porta via.


Del mio benessere me ne prendo cura io. Ci provo, ce la metto tutta.
Posso fare tutto. Nel mio giardino segreto e incantato, scrivo. Con amore. Con dedizione. Scrivo di me e di ciò che mi commuove.

La ragazza cresce e colpisce. Non ha un bell’aspetto. Forse ha gli stessi miei diritti, però.

Mi occupo di me. Forse non ho sempre ragione, ma so io che cosa sia giusto e cosa no.


Lei sconfina sovente. Ho imparato ad accettare questo suo aspetto. Accettare. E prepararsi a riceverla. Ogni volta, ad ogni visita indesiderata e inattesa.
Tornare nella vita di qualcuno, entrando sempre dalla stessa strada.
Accogliere senza protezione alcuna.


Accetto. Con cautela. Con riguardo.
Restano segni tangibili del suo passaggio? Sì. Sono evidenti.


Eppure lei sta seguendo la donna sbagliata.

Il mio compito è quello di proteggermi. Quindi, qualche volta, può solo farsi da parte… tanto si vede ugualmente.


Sono passati così tanti anni che stento a ricordare il suo primo passaggio dalle mie parti.

Errori di calcolo

Ero il numero sedici alla scuola elementare. Stavo nel mezzo dell’elenco.


Dovevamo sempre ricordarci il nostro numero e scriverlo sempre accanto al nome. La maestra, diceva, faceva prima quando correggeva i temi e li doveva restituire.


Dovevamo scrivere il numero sui biglietti del tram quando andavamo in gita. Lei li ritirava e li timbrava per noi, così da avere sotto controllo chi avesse consegnato i biglietti e chi no.


Poi arrivò la campana per il ritiro della carta. Era una novità, fuori da scuola. Così facevamo un sacchetto e, a turno, lo andavamo a buttare.
La maestra aveva impostato la cosa così: si andava  in ordine di numero. Ogni settimana, per un mese, ogni numero andava a buttare il sacchetto. Un mese… quattro volte toccava ad una persona sola… ma che senso aveva? Avrei dovuto aspettare sedici mesi…. più di un anno scolastico…


Ci tenevo. Ma la campana arrivò in terza elementare e il mio turno non arrivò mai.


Ci tenevo. Mi maledivo perché il mio cognome mi aveva imposto una metà classifica. Non era giusto.

Una mattina alzai la mano e parlai di quella ingiustizia. Avevo anche una proposta… Non si poteva turnare una volta la settimana? Così saremmo andati tutti a buttare la carta.


Sai, Alessandra. Le cose non vanno sempre come vorremmo noi. Imparalo adesso e tienilo a mente bene.


Una cosa la imparai. A volte gli adulti commettono delle vere e proprie ingiustizie per non riconoscere e ammettere i loro errori di calcolo.

Giorno 1

Milano, 6 novembre 2020.


Primo giorno del nuovo lock down.


Sensazioni ed emozioni: delusione, tristezza, solitudine.


Ho fatto un salto a comprare il giornale. La città è abbastanza vuota, nonostante il tg3 abbia detto il contrario. Ho in tasca l’autocertificazione nuova.
Ho in tasca anche la tristezza e una punta di preoccupazione per chi è stato investito da quello che avevamo iniziato a sentire un poco più lontano.

Come quando ti ritrovi a passare un dolore che avevi già vissuto.
Come quando, brillantemente, esci da un problema e, poi, ti si ripresenta.
Come quando vinci e poi riperdi ancora.
Come stare bene dopo una lesione e, prontamente, ti si ripresenta.


Così.

Ci si sente sconfitti e senza la stessa voglia che si aveva prima di combattere.
Poi capisci di non avere alternative. Accetti e vai avanti. La forza la ritrovi, il telefono lo rimetti sotto carica.
Ma è dura. Ripiombare nella stessa difficoltà che hai già superato, non ti fa venire la forza di riaffrontarla. Non subito.
Allora ti poni nell’ottica che devi trovare la ripartenza, anche questa volta.


Come ha fatto la tua mamma al secondo tumore e, poi, anche al terzo.
Come hai fatto tu alla seconda neurite e alla seconda ondata di attacchi di depersonalizzazione.


Ci si prova. Ci si mette davanti a un Western di terza categoria e si riparte. E mentre ti dici… ma porca miseria che cosa sto guardando? sorridi.


E si può anche decidere di cambiare telefono

Milano è tanta roba. Cit.

Sai? Diecimila passi. Almeno diecimila passi al giorno, per me.

Per rafforzare la muscolatura. E per evitare i mezzi pubblici in questo periodo.

Cammino. Nella mia città. In questa giornata nebbiosa.

Raggiungo l’ospedale. Aspettando la visita dalla neurologa.
Febbre provata, sono stata igienizzata e la mia mascherina è risultata perfetta.

Un ospedale che sembra una vecchia città. Lo stanno ricostruendo sai, purtroppo. Peccato, un vero peccato. Ogni palazzina era tanto carina. Certo…. in via di disfacimento…

… il vecchio pronto soccorso… dove a sei anni mi portarono per essere finita in una vetrata. Un mese di medicazioni giornaliere al braccio sinistro mezzo staccato.

Io, la mamma e mio fratello , sullo stesso autobus di oggi. La 94. Rimasta a fare il medesimo percorso di allora. Cicatrici ancora sulla pelle… cresciute insieme alla mia altezza.

Sai… Ho rivisto il dottore che mi ha salvato la vita. Solamente qualche anno fa. E il primario. Di nuovo qui. Sì, sono di nuovo qui.

Guardo bene e vedo che, anche qui, può nascere vita nuova.

Come hanno riportato me a nuova vita, donandomi nuova linfa.

Curata, accudita, seguita. Amata anche.  E parecchio.

Sai… Quanto è bella Milano, anche da vuota…

Milano… Tanta roba, sai?

Te la vorrei fare scoprire. Vorrei che la guardassi con i miei occhi e la amassi almeno un poco, non dico quanto me, ma un poco.

Festeggio tutto

Eccome! Sì, festeggio qualsiasi cosa.

Festeggio i compleanni e gli onomastici e tutte le feste.

Ho solo un nome ma ne festeggio due.

Mi chiamano Elisabetta in casa perché festeggio il compleanno per tutta una settimana, peggio della Regina.

E così… Hanno iniziato a farmi il regalo e gli auguri anche per Santa Elisabetta. Mica male, no?

Festeggio i vivi e i morti.

E stasera festeggio anche quella che De Luca ha chiamato Americanata.

Sì, lo è… Ma… Come direbbe un mio amico speciale… Chi se ne ciava?

Ci stanno per richiudere. Il mio sottofondo è tornato ad essere quello delle sirene.

Quindi?

Festeggio. Per i vivi e per i morti. E per me. E anche per la Regina.

Tutto ciò che desideri

Un momento nel quale bisogna stare lontani.
Chi si avvicina viene guardato con sospetto.


Sorrisi perduti. Ancora per chissà quanto.


C’è chi manca più di altri.


Come entrare in una sala di Brera e non trovare più tutte quelle tele che fanno ormai parte del palazzo.


Così.


La mancanza di chi entra e irrompe nella tua vita come se dicesse Eccomi. Ecco. Sono qua. Col suo caos oppure con la sua stabilità. Sì. Dice Eccomi. In modo diretto e involontario.


Chi ti guarda in quel modo… con quella padronanza di sé e ti acquieta e ti porta a pensare che è tutto a posto, sotto controllo. Oppure, se così non fosse, ti convince che si può divenire pronti ad affrontare tutto.

E ti senti come se potessi avere tutto ciò che desideri.

Sentirsi accolti

Passare sotto quel balcone.

Prendere il treno e girarsi, per controllare ci sia
ancora quella casa gialla che, per anni, ti ha ospitata.


La mamma pronta a salutare, con un braccio alzato e, con l’altro, a mandare baci. Anche se avessimo litigato, poco prima di uscire.


Girarsi e avere la certezza di quel saluto felice. Sì, felice.


Nutrirsi sempre di emozioni, di sensazioni e di profumi.


Il profumo del bucato al gusto di sapone di marsiglia.
Il profumo di talco di un piumino rosa sulla pelle.
Il profumo della saponetta alla lavanda che, nel mio bagno, non è così forte come in quel bagno là.


Alla base di tutto… che cosa c’è?


C’è quel sentimento che nemmeno te lo sogni di pensare sia vero o meno. C’è. È un dato di fatto. Si nasce così: amati. Non facciamo domande.


Essere salutati da un balcone, venire
aspettati sulla soglia e con la porta ben spalancata.

Essere accolti.

Ti fai male

Presente tutte quelle volte che fai cose sbadatamente e ti fai male?

Quando non pensi tanto, o affatto, e non presti attenzione e ti fai male?

Quando pensi ma ti fai male lo stesso?

Quando sai che il forno è acceso ma ti scotti ugualmente e ti fai male?

Quando stai stirando e ti bruci e ti fai male?

Quando usi la colla a caldo e ti appiccichi le dita, e non solo, e ti fai male?


Ecco.


Fuori da casa c’è un ponteggio: stanno rifacendo i balconi. Il mio è già stato tirato giù. Ho aperto la finestra per fare cambiare aria e l’operaio mi ha urlato Occhio signora! Ma certo. Faccio solo entrare un poco di aria o soffoco.


Bene.

Conoscendo il soggetto in questione… Ho deciso di mettere un cartello alla tenda… non si sa mai.

Noria Nalli. Sclerotica.

Dare voce ad un ricordo e riportarlo in lettere.
Dare valore a Lei, che, oggi, non è più qui. Ma c’è stata, eccome e ha scritto e tanto.
Io la leggevo e sorridevo e ridevo.
Questo insegna che la morte esiste. Io già lo sapevo da un po’.
Un ricordo per Lei, i quali scritti mi lasciavano in armonia. E allora le dedico un pensiero. Perché? Se non lo facessi sarebbe un peccato verso di Lei e verso quelli che non ne hanno mai sentito parlare.

Noria Nalli e la passione per l’informazione al servizio della società, ciao Noria!

https://www.sclerotica.it/