Azione e reazione

Siamo esseri spinti ad agire a seconda di ciò che la vita ci mette davanti.


Non c’è mai troppo tempo per analizzare gli imprevisti. Ma lo facciamo: non abbiamo altra scelta.  Azione reazione.

Sì. Bisogna reagire in un lasso di tempo piccolissimo. Trovare l’uscita di sicurezza più vicina. Sbarrare gli occhi e assicurarsi la via più breve che ci porti al punto di raccolta. La zona protetta. Facce care che non ci faranno del male mai.

A volte bisogna chiedere. Non possiamo aspettarci che qualcuno si accorga di un malessere. Soprattutto se lo accogliamo con un sorriso. Chiedere. Un aiuto, una mano, una condivisione, una risata. Sì. Perché si può condividere un momento brutto ma è ancora più speciale condividere qualcosa che ci faccia ridere. E sia in grado di farci scomparire le rughe. E smaltire le calorie.

I momenti tristi li vediamo come lontani, quasi da diventare dolci e rassicuranti. Come lo è un ricordo. Un momento bello e la comparsa, nella mente, di un odore ad esso associato.

Spiegare

Mi ha chiesto “Fammi capire, in prima persona”.


Ecco.


Senti il bisogno di vivere la tua vita anche se qualcuno ti segue sempre. E no, non lo puoi odiare. Però può non starti tanto simpatico. Quel qualcuno ti viene a trovare all’improvviso, ogni tanto.

Come un ospite inaspettato. Mentre sta salendo in ascensore, corri a riordinare e a dare una parvenza di normalità alla casa: anche quei pochi secondi possono essere essenziali.


A volte è come trovarsi nel gioco dell’oca. Arriva una folata di vento e non riesci a vedere la casella che ti aspetta. Non si vede nulla. Dove mettere i piedi?


Far accomodare l’ospite. Fare un sorriso e proporre un caffè.


Decidere di stare sempre davanti a ciò che accade. Ogni giorno.
A volte nessuno suona al tuo campanello. Hai la percezione di una mancanza. Continuare. Improvvisare sul momento. Quel che verrà in seguito a nessuno è dato sapere. Ma ha così tanta importanza? No.


Ora guardala. In faccia. Anche se un po’ fa paura. Perché arriva sempre a suonare alla tua porta e no, non hai avuto il tempo di sistemare i vestiti rimasti a terra.

Io, Ale.

Avanti tutta

Mi piacciono le persone che ce la mettono tutta. In qualsiasi cosa.

Mi piacciono quelli che hanno voglia di fare e di imparare. E quelli che si buttano in progetti totalmente nuovi. Anche dall’esito incerto. Ma che rendono qualsiasi cosa la migliore. E che riescono a rendere certo anche quel risultato.

Il risultato che si raggiunge è un onore e un privilegio per sé stessi e per gli altri. Per quelli che fanno da sfondo, gli spettatori.

Non conoscevo quel posto. Ma è tanto carino. Sì. Un luogo accogliente perché qualcuno ha fatto in modo fosse proprio così.

Io cerco di mettercela tutta. A volte con scarsi esiti ma ci provo. Sempre.

Faccio cose. E mi riempio. Quando sono colma… Sto bene. Due parole apparentemente semplici ma tanto belle da pronunciare.

Stare bene. Dicono tutto. E mi basta.

Il giorno del prelievo

Prelievo del sangue.
Mai che esca una volta con un sol buco. Non che sia così importante, ma è un allungamento dei tempi. Per tutti. E uno spreco di farfalline e aghi.

Gli esiti arrivano prima di subito. Una strage. Una serie di asterischi mi ricordano un cimitero americano in Normandia. O una vecchia schedina. Non ho fatto tredici. Ma dodici sì. L’unico valore che speravo non andasse… . Ecco è andato bene. Ed è quello che mi porterà dritta nel tubo, senza passare dal via.

Certo. Ho fatto più risonanze che ecografie… ma parlare di passeggiata sarebbe un oltraggio verso la mia paura. E quella paura, almeno quella, vorrei tenerla nella mia vita. Sì, almeno una, per potermi definire soggetto ansioso. Eh sì, un filo lungo dalla nascita al giorno d’oggi.

Entrerò in quel fracasso da rave che mi terrà compagnia per un paio di orette. E ne uscirò.

Sugli esiti… che dire? Credo che entrare in quel tubone sarà davvero tanto una vittoria che il verdetto passerà in secondo piano.

Eppure sento che la compagna mangia e mangia avidamente. E lo fa con gusto. Le piaccio. Le piaccio parecchio. E le piace il mio cervellone che sprizza idee e gioie da tutte le cellule. O ha buon gusto… o è una invidiosa.

A me piace pensarla così.

A me piace associarla a un volto. A me piace credere che siamo un po’ come cane e gatto. Lei torna col Topolino in bocca e io le do delle gran codate sul muso.

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La tana e il lupo

Uscire di rado dal tuo rifugio.
Sentire quel qualcosa dentro che dice qual è il tuo posto. Decidere di starci. Non occorre chiedere il permesso. È il luogo dove ti senti utile e dove ti senti a tuo agio.

Osare, allargare gli spazi. Come si fa con il cuore, quello che si occupa delle emozioni. In caso… si è sempre in tempo per tornare indietro e rifare i passi che, magari, ti riportano ancora lì. Proprio lì. Come in una tana. Come Cappuccetto Rosso quando ha incontrato il suo lupo.

Essere capaci di capire le ingiustizie, anche quando non ci riguardano direttamente. Vederle e capire e prendere una posizione. Essere in grado di farsi una propria idea.

Che cosa siamo non relazionati agli altri? Nulla. Costruire qualcosa, tessere relazioni, avere entusiasmo.

Valorizzare qualcuno. Valorizzare sé stessi.

Essere soddisfatti quando ti giri e capisci di non aver rovinato una cosa bella.

Non come il lupo.

Il tuffo

Tuffarsi dal trampolino della piscina. Vai giù, giù, giù e poi con la punta dei piedi tocchi il fondale e ti dai quella spinta verso la luce sopra di te. Esci. Fuori. Con la testa. Ti strizzi gli occhi e li riapri. E torni a vedere.
Così.

Poi arriva Lei. Arriva come me: un terremoto. Si sente. Urla quanto me.
Ma Lei la vedo solamente io, come fosse l’amico immaginario. Come quando parlavi al tuo peluche preferito da piccolo. Sì, al tuo peluche. Quello al quale confidavi la vita.

Torni giù. Un altro tuffo. Altra spinta verso l’alto.
Stavolta stai giù un po’ perché qualcosa ti trattiene. Picchi i piedi ancora più forte perché sopra ci vuoi risalire, sempre.

Poi torna Lei. Ti sconquassa e ti lascia stordita. Ti senti oltrepassata da un orango tango. Ma Lei, il tango, lo balla solamente per te perché sei la sua unica spettatrice.
Inizi ad ammirarLa. Lei vuole essere guardata. Vissuta. Lei vuole la tua attenzione anche quando, fortemente, ti giri dall’altra parte. Lei. Forse è il caso di prestarLe attenzione. Come quando un bimbo ti dà i pugni sul ginocchio perché non ti accorgi che vuole la tua mano. Tendi la mano. Le sorridi.

Torni giù. E se qualcuno si fosse buttato con te? Qualcuno che, magari, ha paura di restare sott’acqua. Torni giù. Gli prendi una mano. Gli tiri i capelli e lo porti fuori da quel liquido. Ora le teste sono libere entrambe.

Metti su un disco. Volume alto. Inizi a ballare.

InvitaLa a ballare insieme a te.

A 2 anni. Come a 42.

Ho trovato una mia foto a due anni. Era proprio il giorno del mio compleanno. Seduta e con le ginocchia ammaccate. Viso felice.

Me la tengo a mente perché quella bimbetta furba non voglio perderla mai. Voglio ancora un po’ di quegli occhi disincantati.

Oggi, entrando da Tiger, la mia amica mi ha detto “Che bello, entrare qui dentro è come tornare bambini”.Quanto è vero.

Tornare bambini. Tornare su quel seggiolone, che poi tanto seggiolone non era, con le ginocchia sbucciate. Le ginocchia in quelle condizioni sono l’anello di congiunzione di tutte le fasi della mia vita. Sì. Persino oggi ho un bel segnaccio nero sull’osso.
Ho le gambe piene di ferite in quasi tutte le mie foto. L’apice lo raggiunsi cadendo in bici nel fosso.

E poi ho rivisto quelle grandi mani. Sì. Ci salutava mettendoci in fila e avvolgeva quelle manone sulle nostre facce e, baciandoci, diceva Vivi Felice. L’ho preso alla lettera, l’ho sempre preso alla lettera.

Vivo felice perché, nonostante tutto, lo sono eccome.

Ma sì… Così.

Ma sì, perché stasera va bene così.
Perché doveva piovere ma poi il sole ha fatto capolino.
Ma sì, perché il cielo è sempre bello.

Da piccola mi sdraiavo a terra molto più spesso, guardando il cielo. Oggi lo fotograferei con una diversa angolazione perché, a terra, sull’erba, non mi sdraio quasi più. Ci sono cose che non faccio più. Ma ne faccio tante altre, persino quelle che non ho mai preso in considerazione prima.

Nello zainetto ho scordato di mettere azioni e modi di fare e di dire. Li ho dimenticati a terra, là, proprio là dove mi sdraiavo sul verde morbido.

Ma sì, va bene anche così. Perché io in mezzo alle nuvole guardo ancora, anche se in modo diverso e con una visione cambiata. E storpiata. Guardo e cerco delle figure… quel gioco che facevo tra me e me … ebbene sì! Lo faccio ancora. E dico Guarda… guarda là… vedi quel pallone? Ma sì… che importanza ha? Tanto lo vedo io quel pallone.

E se tornassi indietro? Prenderei altre cose per il mio zainetto, cose che, ora, considero essenziali.

Ho guardato dentro però, visto che sono curiosa: straborda eppure non mi pesa sulle spalle. E c’è quella mano che, ogni tanto, esce e mi aiuta.

Quanto è bello sentirsi chiamare per nome?

Tanto. Alessandra. Quanto mi piace, me lo sento addosso, come un vestito. E pensare che avrei potuto chiamarmi Francesca. Ma poi… E poi no. Il mio nome, il mio abito. Io.

Alessandra, venga. Il Dottore la aspetta per la vaccinazione.

Antitetanica. Colpa di un taglio prima delle vacanze. Una sbadataggine, tanto per cambiare.

E poi entro in quel locale. Finalmente ho deciso di fiondarmi dentro, complici la pioggia e il fatto di essere completamente fradicia.

Accolta da una mascherina nera e da due occhi vispi e sorridenti più di una bocca.

Presentazioni. Mai successo che la persona dietro il bancone si introducesse.

Ci vediamo presto, Alessandra.

Bellissimo. Un nome che suona tanto bene, riecheggia nell’aria e la riempie.

E mi piace quando le persone se lo ricordano … Forse perché lo scandisco alla perfezione. Sì. Ne vado tanto fiera e credo non mi potessero chiamare in nessun altro modo.

Alessandra. O per il nonno, Lisandra.

https://it.m.wikipedia.org/wiki/Alessandra

Fanciulle che ridono

Ti arriva un messaggio. Inaspettato. Inizi a ridere così forte come non succedeva da tanto. Pensi a quanto possa essere bello poterlo condividere con la persona giusta. Pensi a lei. Hai voglia di ridere con lei. Inoltri il messaggio. Già te la immagini mentre, basita, apre quel messaggio e inizia a ridere forte e di gusto. Sì. Hai immaginato giusto. Ti risponde con un vocale mentre ride come una matta. Ridi, sentendola ridere. Quanto è mancata quella risata? Tanto. Quanto manca ridere con lei? Tanto. Che bello. Le affinità permangono, anche dopo tanto e anche da lontano. A volte le giornate più fastidiose prendono una svolta del tutto nuova e in modo inaspettato. A volte un minuscolo particolare può cambiare il corso della giornata. Ecco. Sono queste le cose preziose che ripongo nella borsa. Sono queste le cose che testimoniano che può esserci sempre qualcosa di bellissimo dietro l’angolo in grado di salvarci nel momento giusto. Bisogna solo aver tanta voglia di condividere e di trovare qualcuno con il tuo stesso spirito fanciullesco, uno spirito che capisce e dà importanza anche alle cose più insignificanti.

Obiettivo

Immagino un viaggio.
Sento una brezza leggera.
Valuto la distanza dal mio obiettivo. Il mio istinto mi dice che manca poco.
Qualcosa mi travolge e mi lascia emozionata.
Mi faccio un bagno di sole per aumentare il mio buonumore. Mi scaldo.
Sento che qualcuno sta tirando fuori il meglio di me. Eppure rimango qui con gli occhi chiusi e mantengo lontane le voci altrui. Anche quando sento che si vogliono avvicinare.
Non si vive in un mondo senza suoni e senza odori. Anche il silenzio lo si può sentire nelle orecchie come fosse un ronzio. E quel profumo… lo ricordo bene quando aprivo l’armadietto in cucina. Quel rapporto tra lo zucchero e il caffè rimasti chiusi, vicini, al buio. I ricordi arrivano come flash, uno di seguito all’altro. Uno invita l’altro ad aggrapparsi nella mia mente. E ci stanno. Vedo persone in modo poco nitido e ripenso alle loro voci.
Tutto mi sembra tanto vicino. E la distanza dal mio obiettivo si fa sempre più minima.

Dopo il panino…

E dopo quel panino…. Praticamente sono rimasta senza connessione.

Ma sono tornata alla realtà…. Strano trovarsi senza connessione, soprattutto quando si è abituati a stare sempre connessi… E sapere tutto di tutto e di tutti.

Ho fatto tante foto. Ho mangiato tanto. Ho anche preso il sole, inavvertitamente. La crema a protezione totale mi ha comunque regalato un color biscotto.

Cercherò di recuperare ciò che ho perso di voi.

Il panino di Franco

Il signor Franco, dall’alto del suo banco, mi dice Fermati a mangiare il mio panino. Mi fermo. Panino con la sua porchetta. Un capolavoro. E poi era anche la michetta, col soldino in cima, il mio preferito. Cinque minuti di pura goduria per l’anima. Nessuna foto del suddetto panino a causa dell’unto che avevo fin sopra le dita e avrei sporcato tutto. Franco ha detto che tutte le api e le vespe che giravano lì attorno erano la prova della bontà del suo prodotto. Quanto aveva ragione. Mi ha fatto un panino che era un capolavoro, sotto sua stessa ammissione. A Milano te lo scordi un panino così… Come dargli torto?
Che paesaggi pazzeschi. Ma con quel panino in pancia anche meglio.

Per chi non è con me, ma solo fisicamente

Sono in Umbria. In qualsiasi angolo sento profumo di cibo meraviglioso. Da qualsiasi balcone vorrei intrufolarmi nelle altrui case e spazzolare tutto ciò che le mie narici colgono.
Qui tutto sembra eccellente. Da mettere su peso solo riempiendosi i polmoni.
Sì. Poi c’è tutto il contorno. Poi ci sono i borghi e le rocche. E le città. Ma il profumo dei soffritti ti fa davvero venire voglia di piombare in case sconosciute. Con una missione: sedersi e mangiare i loro cibi.

I profumi non si possono riprodurre ma le immagini sì!

Per chi non è con me, ma solo fisicamente…

Quanto è importante?

Quanto è importante avere accanto qualcuno in grado di spronarci?
Quanto è esaltante che qualcuno sia felice per noi, successi e sogni inclusi?
Quanto è bello dire Ciao. Torna da me. Appena puoi, ogni volta che puoi.
Sì. È la sensazione dell’approdo.
È una sensazione di gioia. Essere in grado di essere felici per le vittorie altrui. Essere la parte che sprona, la parte che spinge.
Farsi portare da quella sensazione di essere ancora più forti.
Poter condividere e saper riuscire a farlo.
Quanto è bello avere attorno persone positive e che abbiano grande voglia di fare? E respirare da loro, continuamente.
Non fermarsi mai. Non occorre fare cose eccezionali ma occorre quello stimolo che porta le cose ad una loro concretezza.
È bello. La vita è una continua evoluzione. Ed è soltanto una. Piena di guai e di caos ma anche stracolma di avvenimenti unici e da ricordare con una risata.

Lei. 1000 volte grazie a Lei.

Da tanto tempo non parlo di Lei. Lei, la mia capricciosa e insistente compagna. La mia amica migliore, quella che mai mi abbandonerà.
Mi guardo allo specchio. Eccola. Dicono sia invisibile ma io la vedo eccome.
Lei è sulla mia pelle. Lei è in quelle macchie che punteggiano la mia epidermide. Lei è in quei rotoli lasciati da litri di cortisone nelle vene. Ma sapete… mi guardo e mi vedo bella.
Lei è lì. La vedo nel mio sguardo fiero.
Lei è nei miei occhi e nella fatica nel percepire i colori.
Ho trovato qualcuno in grado di descrivermeli. E mi sembra di averli davanti.
Lei è nella fatica che sento. Lei è nei diecimila passi che faccio ogni giorno per non dargliela vinta e sapete? Mi piace ancora tanto vincere.
Io la vedo eccome.
Lei è nelle parole che sfuggono e nella difficoltà a scandirle, a volte.
Lei è in me come fosse un bambino che sta crescendo nella mia pancia.
Cresce. Diventa grande e ha bisogno di attenzioni.
Lei è nella mia gioia, in quella frenesia di vivere ogni aspetto della vita con una carica esplosiva.
Lei è la spinta, il calcio nelle terga che ricevo ogni mattina per scendere dal letto felice.
È la sfida che affronto ogni giorno, posso vincere o meno, ma è una motivazione in più per fare bene e del mio meglio.
Lei è nel mio sorriso. Nella mia gioia. Nella mia positività. Nella mia forza preziosa.
Lei. Che poi sarei io con qualcosa in più.

Per chi se ne va. E per chi resta.

Lasciare qualcosa di sé in qualcuno. Il sorriso, i capelli o gli occhi. I propri occhi. Lo stesso taglio. La stessa forma. Regalare qualcosa di sé al prossimo mondo, a quelli che verranno poi.
Lasciare un sorriso che rimbombi nelle teste degli altri. Per tanto tempo. C’è chi può lasciare solo questo. E forse non è cosa da poco. Lasciare qualcosa nell’aria. Lasciare un ricordo bello. Lasciare un dono prezioso a qualcuno, lasciare la cosa che si ama di più alla persona giusta, a chi sai che apprezzerà.
Andarsene via, ben coscienti. Andarsene via delicatamente.

Fare in modo che i figli possano essere sereni. Preparare un bambino affinché sia forte.
Prendersi cura dei piccoli degli altri. Fare il tifo per loro come fossero anche un po’ nostri.
Stare dalla parte di un bambino, sempre. Regalargli un sorriso anche da lontano, anche di nascosto.
Stimare chi si preoccupa del figlio di qualcun altro. E tiene alla sua crescita. Ed è felice per lui.
Stimare chi mantiene sereno un bambino.

Andare via, sapendo di lasciare qui quel bambino e sapere di non voler portarlo dietro. Ma sapere che rimane qualcuno che se ne prenderà cura.

Quella del piano 2. Favola con morale.

Ho cercato di schivarla. L’ho vista da lontano e ho attraversato la strada. Dal momento che non sono maleducata, le ho fatto un cenno di saluto. L’ho rivista nei pressi dell’edicola. Ho subito cambiato meta. Invece che dal giornalaio, sono entrata a bere un caffè al bar. Il terzo n. d. r. L’ho tenuta d’occhio. Si è allontanata e io sono andata a comprare il giornale. Mi giro… eccola. “Ciao Alessandra. Ti volevo salutare… oggi ci siamo incrociate così tante volte…
Che bello. Come stai bambola?” “Bene”. Non dirlo Ale, non dire e non chiedere… ma mi esce quel timido… “E lei?”
Mai. Mai farlo. Mai essere educati e chiedere “E lei come sta?” Mai. Ale non farlo mai più.
Quaranta minuti di un monologo pieno di malattie e termini medici. Mal di schiena, mal di denti, insonnia, dolori da artrite, spalla che cede, ginocchia che ormai non tengono più su. Ora so tutto, ma proprio tutto. E dopo quel ” È stato bello incontrarti bambola” … il soggetto molestatore se ne va.
Morale: mai fare quella maledetta domanda… mai dire “Come stai?”
Mai.

Diceva

Te ghe l’oeucc püssée grand del boeucc
Hai l’occhio più grande della bocca. Traduzione.

Così mi diceva, sempre. Chiedevo sovente qualcosa in più. Una caramella diventavano due perché c’era anche mio fratello al quale pensare. La caramella finiva nella mia tasca fin quando si scioglieva, diventando tutt’uno con la carta, e sembrava un confetto già usato. Beh… il sospetto che il nonno li succhiasse, nei suoi momenti di bassi glicemici, e poi li re-incartasse già lo avevamo… ma questa è un’altra storia.
Chiedere di più. Sempre. Perché no? Non è per ingordigia. No no.
Perché non chiedere sempre un po’ di più anche a sé stessi?
Io non ho il carattere di una che si accontenta… sono ingorda?
Sì. E allora sono ingorda, di tutto.
Poi perdi qualcuno di vicino… allora te lo chiedi… perché non spingere sull’acceleratore? Quanto tempo avrò ancora a disposizione per vivere in questo mondo di suoni e di colori? I colori… sorvoliamo… ma perché aspettare di perdere i suoni?
No no. Agire subito, il prima possibile e godere del godibile.

Le tasche

Come quando ti mancano le tasche nei pantaloni. Quella sensazione… manca qualcosa di essenziale… Eppure li hai scelti e li hai provati… presi perché ti stavano così bene…
Poi ti sei accorta… mancano le tasche. E le monete? Dove le metto? C’è qualcosa di più antipatico della mancanza di tasche? Ora so bene che cosa voglio. So che avrò bisogno di pantaloni che le abbiano e che siano ben capienti. Come correre in metro di giovedì, con la nuova settimana enigmistica e dimenticare la penna… oppure ce l’hai ed è scarica. Ecco. Lo stesso tipo di sensazione e di mancanza.
Ti arrendi Ale? No.
Chiedo in prestito una penna. Come quando ti mancano i fazzoletti in inverno e allora ti avvicini a qualcuno. Chiedi. I fazzoletti li hanno sempre tutti e le persone te li regalano volentieri. Così sarà per la biro.
Ma le tasche no… non si possono chiedere a prestito.

Milano

Amo la mia città. Sì. La amo. Milano non è il Duomo o il Castello. Milano è molto di più. Milano sono le case con i giardini al loro interno, il pavet, le rotaie del tram, la M che ti porta velocemente da una parte all’altra della città. Sono le poche osterie tipiche rimaste.

Vado in giro e voglio fotografare tutto per una persona a me molto cara.

Ecco. Lascio anche a voi un po’ di questa città.

La stella

Chi mi conosce bene e mi ama sa quale sia anche una delle mie paure più grandi…
Rimanere sola e senza ricordi.
E che nessuno mi conosca più.
Ecco…
Mi hanno regalato una stella. Una stella che esisterà per sempre e ora ha il mio nome.
Un regalo prezioso. Per sempre.

Volare

Le cose belle sono da proteggere. Tassativamente. Occorre essere attenti. Un sorriso bellissimo è da contemplare e bisogna fare in modo che rimanga tale.
Trovare soddisfazione in qualcosa e cercare di fare del proprio meglio. Il proprio meglio è sempre un risultato straordinario.
Vedo lontano una donna vestita di bianco. La trovo di un’eleganza sublime e tanto raffinata. Intorno a lei vedo solo colori che, per contrasto, sembrano ancora più vivaci e brillanti.
Penso alla mia vita. La vedo così: i colori si trovano dappertutto. Ecco. Penso ai colori e li immagino, dentro la mia testa. Li vedo dentro di essa e non dai miei occhi che chiudo, dolcemente. Immagino un quadro. Mi lascio andare. Ondeggio serrando le palpebre e mi sembra quasi di poter volare. Volo, in mezzo a oggetti colorati e pensando a qualcosa di tanto bello. Non c’è proprio nulla che possa fermarmi. E voglio mostrarmi affinché si possa vedere quanto sia forte.

̶V̶o̶r̶r̶e̶i Voglio

Sono mancata qualche giorno.
Ora sono qui.Andare in giro e, casualmente, trovare qualcosa che ti riconduca dritto al sorriso che hai in mente. Una cosa speciale. La darai a chi apprezza, lo sai già quanto apprezzerà e già vedi i suoi denti e quelle labbra verso l’alto. Un pensiero che farà felice qualcuno.Apprezzare un regalo, un dono perfetto. Sbarrare gli occhi così tanto da temere possano staccarsi dal corpo.
Chi ti pensa e scova quella cosa preziosa. Per te. Non c’è cosa più appagante per il cuore. Avere voglia di scoprire. Avere voglia di conoscere e rendersi conto quanto capiente possa essere il nostro interno.Non lasciare che il tempo non dia la possibilità di poter essere felici poiché, quando esso finisce, finisce davvero.
Decidere di essere allegri. Decidere di non scappare, né davanti al dolore né, e soprattutto, davanti alla gioia.̶V̶o̶r̶r̶e̶i Voglio essere felice e il più possibile.

Il posto perfetto

Ho trovato un posto perfetto.

Eppure mi ha insegnato che di perfetto non c’è nulla e tantomeno nessuno. Diceva che le cose più insignificanti, così tanto da non fare nemmeno il minimo rumore, potevano essere proprio quelle a cambiare il corso delle cose. E della storia. Studiala e lo capirai per bene, anche da sola.

Ho studiato. Letto. Capito. E sono molto curiosa.

Eppure… ho trovato il posto perfetto dove Alessandra è Alessandra e basta. Ad Alessandra seguono una sfilza di aggettivi. E non è perfetta. Ma ha tanti aggettivi che la descrivono.
Alessandra ha trovato il posto che cercava. Ed è perfetto.

Ho lasciato a casa i pensieri meno simpatici e ho sorriso. Ho anche ballato. E ho sentito un legame forte con quel posto, creato su misura per me. Se ingrasso ci sto lo stesso. Se dimagrisco mi segue, accorciando il suo diametro.

Quel posto è tutto ciò che possiedo ed è quello nel quale faccio un’entrata trionfale, ogni volta.

Sono lieta di incontrare Alessandra proprio lì. E poi è così di buon umore come se avesse perseguito uno straordinario successo.

Per te che hai costruito quel posto perfetto.

Scegliere

Il punto esatto.
Proprio quello.
Quello, dove si sorride sempre perché i pensieri più brutti li lasciamo chiusi dentro casa, a doppia mandata. No, non per tenerli nascosti, no. Ma per liberarcene per un po’. Tanto li ritroviamo ma, almeno per poco, possiamo lasciarli indietro. Significa scegliere e, la scelta, è l’unica cosa che possiamo comandare noi.
Scegliere di ripartire. Scegliere di vedere la vita con gli occhi del bambino che eravamo e che, se scaviamo bene, possiamo ancora ritrovare.
Ho scelto. Scelgo ogni giorno. Mi fermo per ascoltare un buon profumo. Penso. Pondero. Scelgo. Qual è il luogo nel quale mi trovo meglio e a mio agio?
Tra quali braccia sento di essere viva?
Scelgo.
Ai problemi penserò poi… ho una vita intera per le preoccupazioni.
Essere legati come fossimo una famiglia vera. Scegliere di esserlo. Scelgo di avere un desiderio e lo esprimo, ogni anno, soffiando sopra una candelina.

Lettera a trenitalia(spedita ad ogni redazione di giornale)

Buongiorno. Vorrei raccontarle un fatto capitato in data 27 giugno.
Mi devo recare a Verona. Decido di comprare il biglietto per il regionale veloce. Clicco compra. Compro. Ecco il mio biglietto per tale treno, per quell’ora e per quel giorno stabiliti. Arrivo in anticipo. Il treno è già pronto sul binario. Salgo e mi siedo. Inizia a salire la gente. Nel giro di poco, il treno si riempie. Partiamo puntualissimi su un carro bestiame. Siamo, praticamente, uno sopra l’altra. Le fermate passano e il treno si riempie sempre più. Arriviamo a Treviglio. Qualcuno decide che non si può procedere se le persone in piedi non scendono. Giustamente, nessuno scende. Tutti quanti siamo in possesso del biglietto per quel determinato treno. Trenitalia ha venduto biglietti a tutti, nonostante conoscesse, e meglio di tutti noi, il numero di capienza del treno. Non si parte. Aspettiamo il treno successivo, partito da Milano un’ora dopo. Naturalmente partono i litigi contro qualsiasi lavoratore Trenitalia. Il controllore ci urla La prossima volta prendete Frecciarossa. Io credo si commenti da solo. Le persone vengono suddivise. I treni ripartono. Arriviamo a destinazione con più di un’ora di ritardo.
Trenitalia ha venduto biglietti a dismisura. Ecco.
Anche questo credo si commenti da solo. Le regole Covid sono state rispettate alla quarta fermata del suddetto treno.
Dico. Sapete che un treno regionale ha una certa capienza… in questo periodo di virus… ci vuole così tanto a vendere solamente un tot di biglietti? Ritorno uguale. Decido di prendere Frecciarossa per non arrivare a casa con tre o quattro ore di ritardo. A me chi rimborsa tempo, soldi e, soprattutto, salute? Di certo, se non ho preso il Covid su questo treno, non lo prenderò mai più.
Alessandra Marcotti

Corridoio

Andare. Viaggiare. Incontro a qualcosa o a qualcuno.
Andare. Mettere pezze ad ogni intoppo e non perdersi mai. Reagire prontamente anche se ti si rompe una borsa. Farsi una risata se proprio non c’è altra soluzione immediata.
Azione-reazione.
Prendere decisioni o risolvere impedimenti nel minor tempo possibile.
Vedere sempre il corridoio lungo. Essere lesti con la mente. Avere un’idea di riserva. Non un piano ma un’idea. I piani tanto saltano spesso ma le idee… no quelle no. Quelle ne possiamo creare quante ne vogliamo.
Essere pronti. E non perdersi d’animo. Ecco. Quello non lo perdo proprio mai. Ad ogni intoppo mi faccio una risata e poi trovo sempre un rimedio anche rattoppato all’ultimo. Il corridoio sì, è tanto lungo. Ed è pure illuminato.


E rispetto sempre le distanze. E anche le regole. Se mi dicono 𝚂𝚝𝚊𝚒 𝚚𝚞𝚒… Io ci sto.

Esta-the

Ci prendeva per mano e iniziavamo la salita. Prima fermata: la bocciofila. Non si poteva iniziare a camminare per la ripida strada senza bersi, prima, un estathe al limone. Un bicchierino a testa. La cosa più bella era scegliere dove bucare il coperchio di alluminio. Io sempre nel disegno delle bolle, mio fratello optava per il limone. Lo bevevo fin l’ultimo goccio e poi leccavo il bicchierino. Quanto era buono. Salivamo fino in alto per prendere le more… erano giganti. Il nonno ci avvicinava i rovi con un ramo e poi stava a noi coglierli e metterli nel nostro sacchetto. Il mio tornava sempre , al punto di partenza, mezzo vuoto: me le mangiavo per la strada. L’estate era tutta in quel bicchierino. L’estate, per me, è ancora in quel bicchiere. La bottiglia non ha lo stesso sapore. Ricordo me, davanti ad una macchinetta di bibite a lavoro. La scoperta che avessero messo anche la mia bevanda preferita. Ricordo me, mentre supplicavo un collega ingordo di lasciarmi l’ultimo. Prendi la bottiglietta tu. E no. Prendila tu. No. Non è la stessa cosa. Eh no. Lo so bene.

Volete farmi il regalo più bello? Ecco. Bastano tre bicchierini di estathe al limone ma… Occhio… Controllate che non abbiano rubato le cannucce.

Splende il sole

Chiudo gli occhi. Ora riaprili!
Li sgrano. Li faccio sporgere per vedere bene. Per vedere che cosa?
Il panorama, ad esempio.
Le persone.
Ammirare e farsi trasportare dagli odori. Quel grande tiglio… riconosco quel profumo della mia infanzia. Ora me lo gusto e me lo godo.
Sbrigati, vai a cercarlo.
Torno a casa ma non a mani vuote.
Ho un pezzo in più, un pezzo che avevo lasciato indietro.
Torno a casa, prendo un passaggio. Ho arricchito quel patrimonio che mi avevano lasciato in eredità. Torno a casa, con qualcosa. Faccio grandi passi. Corro: voglio metterlo al sicuro, magari sotto al cuscino. Voglio tenerlo lì , dove sia facile raggiungerlo. No. Non dimentico se ho qualcosa tra le dita.
E c’è una buona notizia: splende il sole.

Trova un posto. Il posto più bello fra tutti e liberati di tutto ciò che non ti piace. E poi? Poi torna a casa e guarda sotto il tuo cuscino.

Regina Elisabetta

Festeggiamenti a non finire come la Regina Elisabetta. Festeggiare sempre. E, finalmente, ritrovarsi e stare insieme. Stare con qualcuno tutti i giorni, saperne vita, morte e miracoli e poi… Stop. Le persone mancano. Eccome. Ma stasera… Ritrovare i compagni di viaggio… Sentirsi amati… Sentirsi parte del mondo. Ecco. Riabbracciare… È bello riappropriarsi della vita, degli spazi, dello stare insieme. La libertà di ridere, la libertà di fare qualcosa… È impagabile.

Ritrovare qualcuno. Avere il cuore pronto a ricevere e tanto grande da fare entrare le persone. Ed io… Io che sembro sempre la più in salute di tutti… Rido sotto i baffi. E volo libera.

Foto

E le foto… sì, le foto, quelle che facevano i nostri nonni sulla spiaggia, quando avevano i costumi di lana… le foto dove vanno a finire? Io le ho nella scatola, quella che tiriamo fuori in famiglia, nelle feste, dopo un grande pranzo. La scatola delle foto. Preziosa. La scatola piena di ricordi degli altri e che facciamo nostri. I ricordi degli altri… e allora me lo chiedo… quali sono i ricordi più belli che hanno avuto i miei nonni?
Qual è il ricordo più bello di tutte le persone che ho perso?
E io… ho un ricordo più bello?
Le foto… che non stampiamo più. O ne stampiamo poche, sempre troppo poche.
E le foto di quelli che sono morti senza avere più nessuno? Quelle foto, dove sono andate a finire?
Trovare foto antiche di altre famiglie nei mercatini e comprarle a 0.99 … perché è triste sapere che i ricordi possano andare al macero, anche quelli di altri. Lo so… che ognuno si tenga i propri… ma è tanto bello poter salvare qualcosa di chi è vissuto prima e del quale nemmeno abbiamo mai saputo l’esistenza… e me lo chiedo… che vita avranno vissuto? Magari una vita eroica pur restando anonimi agli occhi dei più. Avere un dono… poi perso così e magari senza nemmeno esser riusciti a donarlo a qualcuno. Triste cosa.

Aspettare

Aspettare che la vista ritorni quella di prima. Aspettare e mettercela tutta, nonostante non dipenda dalla volontà umana. Aspettare. Come si aspetta qualcuno ad un appuntamento, magari fuori dalla stazione della metropolitana. E mentre tiri fuori il telefono e avvii la fotocamera per vedere se è tutto a posto, ti giri e… ecco che, all’improvviso, compare chi stavi aspettando con trepidazione. Ecco. Aspetto in quel modo, camminando avanti e indietro per stemperare la tensione volendo sembrare tranquilla. Così. Tornerà la vista? Tornerà. Il tempo non si può portare in avanti , nemmeno quando si ha fretta che le cose accadano. A volte sarebbe bello. Ma bisogna aspettare. E quando tornerà, sarà come voltarsi e avere occhi negli occhi quella persona che stavi aspettando. Sì. Sarà bello ed emozionante così.

Grazie

Grazie a tutti. Per gli auguri e per essere sempre carini con me.

Per le sorprese inaspettate… e pensate
Per i pacchi arrivati a sorpresa (grazie Laura)
Per tutto l’affetto ricevuto
Per i regali arrivati in anticipo… tutti
E per quelli che arriveranno, fatti col cuore e con le proprie mani
Per un regalo enorme già scartato e del quale ho tenuto la carta
Grazie davvero
Per 42 volte

Un pensiero a chi è triste per non avermi accanto in una giornata, per me, speciale.

E a chi è felice, insieme a me.

Dedicata

§ E’ solo un piccolo pensiero per una amica un po’ ‘speciale’ che, dopo una breve assenza, è tornata più forte di prima; e questo, ovviamente, non può che renderci tutti felici. §

Dedicata

Come una maglia prestata

A volte ritornano…
Sì… eccomi. Sono tornata un po’. Va meglio, ma, stavolta, è stato peggio di sempre e, spero, si risolva il prima possibile. Succede. Lo avevo messo in conto ma non sono mai troppo preparata. Ma. C’è un ma. Il ma è che si può anche scegliere che, accanto a qualcosa di poco carino, possa accadere anche qualcosa di meraviglioso. Sì, meraviglioso. Così tanto da andare a compensare il resto. E può succedere. Un po’ capita e un po’ bisogna cercarlo e andarselo a prendere… Ecco. Ale. Ape. Con mascherina e occhio bendato. E occhiali. Piena di aggeggi sul viso più di Elettra Lamborghini. Ma mai alla moda quanto lei. Mi è mancato leggervi. Leggere gli altri è un po’ capire un po’ più sé stessi. Con molta calma recupero. Devo ancora stare attenta, l’occhio mi fa ancora male e il cervellone è come venisse tagliato in due emisferi da un’ascia. Ma passa. Passa tutto. Incomincio ad usare gli altri sensi un po’ di più. Soprattutto userò il naso per fare incetta di profumi, mischiarli e farli miei. Un po’ come andare a dormire con una maglia prestata da chi ti fa battere il cuore.

Gita notturna

Una gita notturna al pronto soccorso mi ha regalato, come esito, una erosione alla cornea. La colpa è sempre Sua, di Lei.
È un po’ che non riesco a leggere e scrivere… ma tornerò presto💕
Il problema è sempre quello di reggere al dolore fisico… al quale non riesco proprio a trovare una spiegazione. Perché bisogna provarlo? È sfiancante. Eppure accetto tutto ma il dolore fisico no poiché non ne capisco il motivo. Ecco. Ma torno. Eccome. 😘

Espressione facciale

Giornata che peso un quintale. E faccio fatica a fare qualsiasi cosa; sono come un viaggiatore che ogni tanto si deve fermare perché scopre un panorama mozzafiato. Quindi mi fermo. Faccio finta di respirare aria pulita, ma è solamente una scusa per stopparmi un po’. È quasi come quando me ne stavo sul balcone, sopra alla stazione dei treni, a guardare chi andava e chi veniva. E valigie, tante. Portate o strisciate. Striscio un pochino. Anche io. Dolori che annientano. Ma, appena si placano, si prova quel senso di vittoria che conoscono in pochi. Chiedere la possibilità di estraniarsi da tutto. Sì… ma a chi? Vedo me…. chiedo a me. L’importante è provarci e contare su sé stessi. E far finta di camminare immersi nel profumo di rosmarino. E ripercorro con la mente qualcosa che mi ha preso il cuore e mi farà tornare la voglia di essere di nuovo Ale che saltella da una parte all’altra. Di tanto in tanto questa malattia ti taglia in due e allora hai voglia di farti qualche risata mostrando qualsiasi tipo di espressione facciale.

Torna

Scendi alla sua stessa fermata. Decidi di farlo. È una cosa voluta. Hai sentito qualcosa che ti ha spinto, qualcosa che è venuto da dentro di te. È come aver scoperto una finestra sul passato, una finestra che hai visto tu e che si è rivelata ai tuoi occhi, sempre così attenti. Apri la finestra, le pareti sono solide e delimitano l’apertura su qualcosa che avevi dimenticato quasi. Che panorama vedi? La neve si è sciolta. C’è il sole. Il fiume si è alimentato e trasporta tante cose. Rimani lì, bloccata, senza muoverti. Da quella finestra hai solamente un assaggio di quanto sia bello ciò che stai guardando. Sai la persona per la quale sei scesa qualche fermata prima? Si avvicina a te, riducendo lo spazio.

Rimaniamo vicini, non perdiamoci questa visione sul bello. La volontà di scoprire qualcosa di maestoso è la stessa, identica. Io direi che, ora che siamo qui vicini, non è proprio il caso di separarci. Hai dato un contributo essenziale alla mia vita e mi hai permesso di potermi esprimere in modo sublime. Quindi rimani e fatti strada in mezzo alle spaccature. E torna. Torna sempre da me.

Bugs Bunny

Ora capisco l’avversione della mia mamma nel pulire la verdura. Sì. Da quando ci hanno lasciato a casa per l’emergenza, qui sono due pasti al giorno da preparare… mai successo… nemmeno nel giorno di festa. Ora ho capito lei e il suo odio verso la pulizia delle verdure. Sgranare piselli, togliere le punte ai cornetti, sbucciare patate e carote e la peggiore: lavare e rilavare l’insalata. Sì: odio e avversione totale. Da piccola ricordo che, non appena la mamma pelava una carota, passavo io e la rubavo. Così la seconda e la terza… fino quando si accorgeva che non c’erano più carote nel lavandino… Mi urlava dietro di tutto. Bugs Bunny passava e rubava. Sempre.
Ora ho capito: odio pulire la verdura. E ricordo che tutte le vecchie vedove del palazzo venivano a trovarci e la mamma le metteva sotto a pulire piselli e cornetti per lei. Parlavano ore e pulivano chili di verdura. Arrivava il turno dell’insalata…. e poi una volta pulita la mettevano nell’ asciuga insalata… e lì arrivavamo io e mio fratello a girare la manovella… fin quando ebbi la brillante idea di sfidare la sorte e mettere il dito proprio dove girava il cestello… il punto dove la mamma diceva Lì state attenti alle dita… fu più forte di me.. mezza falange staccata e sangue ovunque… Ma perché lo hai fatto Alessandraaaaaaa… Non lo so… ne avevo voglia. Prese tutto e buttò via …. Asciuga insalata compreso… troppo pericoloso per quei due disgraziati di figli.

Invasione

Invasione totale, come quella di campo per una squadra ben affiatata. Sì, invadere qualcuno con tutto ciò che si possiede. Emergere e rituffarsi. Non avere scampo e non volerlo neppure. Sei ricco di qualcosa in particolare? Scopriti e regala. E diventa un ospite speciale. Cerca con molta attenzione negli anfratti… trova qualcosa da spargere verso qualcuno. Lo hai trovato?
Osservando gli altri si può capire qualcosa di noi. Osservare ha una forza spaventosa. E se ti togliessi quelle lastre di ghiaccio? Inizieresti a guardare chi hai attorno?
Spostandosi compatti e continuando ad osservare.
Non sempre si può ottenere ciò che si vuole ma i lieto fine possono anche essere dei più svariati e impensabili.

Chiedere

Chiedi a qualcuno di rimanere qualche minuto con te. Qualcuno che ti tenga la mano… per un poco. Vale la pena sentire che cosa abbia voglia di dirti. Ti può restituire qualcosa. O puoi restituire tu. Chiedi a qualcuno di camminare con te… senza sapere dove abbia voglia di portarti: non è così essenziale saperlo. Sai… potresti rimanere sorpresa di ciò che puoi ricevere. Rimanere insieme, per tanto o solamente per un po’. Ma insieme, riprendendo da ciò che si era lasciato in sospeso. Senza rinunciare e senza ricominciare da capo. Ci vuole poco per tenersi uniti… a volte è un regalo che ci si fa e che ci voleva proprio. Una meraviglia… come un gioco che facevamo da bambini, con gli occhi stupiti e il cuore ancora puro e incontaminato. Chiedi a qualcuno di aiutarti a sistemare qualcosa che non va oppure spera se ne possa occupare per te. Chi l’ha detto che starsi vicino debba per forza essere un lavoro faticoso e impegnativo? Esistono anche la felicità e la gioia nel farlo. E non mi stupisco di essere felice.

Dove si vuole andare

… e ci sono quelli dotati di rara bellezza. Graditi ospiti, sempre. E che hanno voglia di scherzare. E che sono attenti a non danneggiare gli altri. Sì, perché bisogna fare sempre molta attenzione. Ed è tanto bello contemplarli, in cornici diverse. Come una foto che non può scappare. Assorbire qualsiasi parola e ogni gesto, mentre ti ritrovi in pista, a girare vorticosamente. La fascinazione potente che esercitano su di te. Muoversi insieme, come se si fosse una cosa sola. Osservare. Trovare un senso a ciò che accade al di fuori della propria visuale. Voler fare qualcosa insieme… o dire qualcosa di buffo. O di gentile. Dove voglio andare? Dove si possa migliorare. E dove si possa venire accettati. E imparare cose nuove.

Vuoto

Sognavo da piccola di cadere nel vuoto. Mi ci lanciavo dentro e potevo volare… e non cadevo mai. Nessun livido, nessuna ferita.
Ora non lo sogno più. L’ho vissuto il vuoto. Ci sono caduta dentro e sono caduta. Lividi e ferite. Tante. Sì, nel vuoto. Quella sensazione di annaspare, di perdere il controllo, la sensazione del nulla. Sentirmi vuota e prosciugata. Ci son cascata dentro, senza volerlo e senza rendermene conto. Caduta. Mi sono fatta male. Quella cosa che arriva quando perdi qualcuno, per sempre o per un po’. Ma non arriva subito dopo la perdita… arriva dopo un po’… è arrivata quando ho ricominciato a sistemare i pezzi e a sentirmi vagamente meglio. Lì è arrivata… quando ero scoperta e più vulnerabile. Lì, in quell’istante, sono stata colpita. E mi è sembrato di non avere gli strumenti adatti… solamente perché non riuscivo a trovarli. Ma c’erano. Mi è venuta voglia di cercarli, successivamente. Mi è venuta voglia di trovare le ali per non cadere rovinosamente. Per smetterla di usare garze e cerotti… sì, ok… ne avevo in quantità industriale… ma non avevo più voglia di mettermeli addosso. Se potessi tornare a volare nel sogno senza cadere… guardando dall’alto e godendo in pieno i paesaggi… se solo potesse accadere… Ci vuole tempo e tanta voglia di riuscirci.

Ale

Me lo ha insegnato bene, quasi fino allo sfinimento: quando racconti qualcosa devi metterci la tua emozione. Qualunque essa sia in quel momento. Racconto ciò che provo. Non mi vergogno delle mie emozioni, ho sempre detto tutto, apertamente. Quindi sono qui, su questo blog, proprio per raccontarmi, con tutto ciò che sono alla luce del sole. Il bello, il brutto. Mi sono ambientata bene dentro di me. Poteva capitarmi di meglio o di peggio, ma questa sono: un contenitore pieno di sensazioni che vivo a pelle e profondamente, fino in fondo, anche a costo di stare male. Cerco di ricordarmi costantemente di sorridere. A me, agli altri, alle cose. Quando cerco risposte, seguo gli indizi. A volte sono proprio sotto al mio naso, altre volte no. Ma le cerco. Voglio essere padrona della mia mente, sempre. Spesso mi sento così tanto felice che potrei essere in grado di sopportare di tutto. Come è stato. A volte mi sento fragile quanto dei bicchieri di cristallo, proprio quelli che rompo con più frequenza nella mia vetrinetta. Come è stato. Non sono manovrabile: ciò che penso non lo cambio e non lo nego. Uso il tavolo come punto d’appoggio: solido, perfetto, stabile. Ciò che non sono io. Voglio sempre stare meglio di prima. Cerco di riuscirci. Ho riportato alla luce una vita nuova. Con molta forza. Volevo rinascere. Se non mi fossi ammalata probabilmente non sarebbe accaduto… o, per lo meno, non così presto. Gli insuccessi che mi capitano un po’ tentano di pressarmi… ho imparato che mi posso scansare, con il tempo e la mia forza. Ho avuto l’occasione di riscoprirmi ma senza la disperazione, la quale poteva tenermi a bada e sotto il suo controllo… la disperazione, fortunatamente, non è pervenuta mai.

Sentirsi

Sentirsi protetti come se niente di male potesse accadere.

Sentirsi come se si fosse tra le braccia di qualcuno che tiene a te. Nessuna domanda, come se si fosse tra le braccia della famiglia.

Sentirsi bene e pieni, di tutto ciò di cui si abbia bisogno e si sia sempre cercato.

Non aver bisogno di nulla d’altro.

Curati, accuditi, custoditi. Con grazia e con attenzione. Come fa una mamma, quando esce per andare a fare provviste.

Preoccuparsi e occuparsi.

Vedo una città, la più bella abbia mai visto. Nemmeno gli animali si nascondono più.

Alzarsi la mattina. Pronti a respirare.

Ciò che conosco meglio è dove sono cresciuta e con chi.

Ora esco. Guardami le spalle. Non sciupo nulla.

Che cosa cerco? Nulla d’altro che non abbia già trovato.

Sto bene

Mattinate che passano veloci, anche troppo e senza nemmeno che me ne accorga. Passano così. Sempre tanto intense di tutto. Ascolto una canzone.

E sto bene…
sto bene come uno che si sogna…
non lo so se mi conviene
ma sto bene, che vergogna…
Io sto bene…
proprio ora, proprio qui…
non è mica colpa mia se mi capita così…

E’ come un’illogica allegria
di cui non so il motivo, non so che cosa sia…
E’ come se improvvisamente
mi fossi preso il diritto
di vivere il presente…

E sto tanto bene anche io. Mi sono presa lo stesso diritto, quello di stare bene nel presente.