Bagaglio

La mia necessità in questo momento? Abbracciare chi amo. Ne ho bisogno. Nel più breve tempo possibile. Sì, sono qui. In attesa. E sembra che io abbia fretta…
Non ho appunti sull’agenda, come se il tempo fosse svanito nel nulla e fosse stato inghiottito e fosse sparito. A volte corre via veloce, anche troppo, e, altre volte, non passa mai. La distanza temporale tra me e chi amo, però, è sempre tanto lontana. Così sembra: troppo in là. Quella non svanisce. Anzi…. più girano le date sul calendario e più sembra quasi insopportabile resistere al giorno nel quale l’attesa cesserà. Sarà bello? Sarà meraviglioso, così tanto da non riuscire nemmeno a descrivere. Lo so , semplicemente perché lo sento.
Capisco e accetto le cose così come stanno… ma dico ugualmente che è dura. Raccolgo le mie parole, osservo, provo emozioni… saranno il mio bagaglio… saranno le uniche cose da portare e che mi serviranno.
Resto nei paraggi e piena di speranza e, prima di avvicinarmi, accenderò la luce.

Svuotare una bottiglia del suo contenuto e riempirla fino al collo con un liquido diverso e mai assaggiato prima. Guardo la mia vita quotidiana di questo periodo e la vedo così. Come quella bottiglia. Sì. È piena fino all’orlo di cose nuove e mai fatte o viste prima. Emozioni mai provate, sensazioni riscoperte. Un po’ mi sento nuova anche io. Certo… ci sono dei sorrisi che mi mancano e mi manca anche restare negli abbracci di chi mi ama. Ma sto bene. Mi sento tanto bene. È come se stessi dando attenzione ai sentimenti autentici, essenziali per me. E dove andrò quando sarò libera? Ovunque decida e abbia voglia di andare. Ovunque si possa assorbire il valore immenso di qualcuno e ovunque si possa condividere. Ecco.. Là. Andrò esattamente là.

Černobyl . Daniele Peluso

Černobyl’ – 30 anni dopo | Il Download Gratuito

E io? Che cosa ricordo di quel momento? Ricordo che andavo alle elementari e ricordo quello che ci dicevano. Ricordo la mamma che cambiò genere di latte da comprare e anche di verdure e cambiò anche il modo di lavarle. E ricordo un bel bimbo con gli occhi blu e le gote rosse. Che fece parte della nostra vita. Ricordo gli occhi della mamma mentre ascoltava il telegiornale. E io chiedevo che cosa stesse succedendo in quel posto così tanto lontano e con quel nome tanto strano… E ricordo il papà che ci fece vedere dove si trovasse il luogo di quella tragedia sul mappamondo sfondato e che usavamo come fosse una palla da calcio, in casa. E so dei problemi alla tiroide che affliggono chi, allora, era un bambino. E ripenso a quel bambino con gli occhi blu spalancati e le gote rosse… e sorride.

Giulietto Chiesa

“Giulietto Chiesa è morto”. A dare notizia della morte del giornalista è stato l’amico Vauro Senesi sulla sua pagina Facebook. Il disegnatore aggiunge: “Non riesco ancora a salutarlo. Ricordo i suoi occhi lucidi di lacrime, a Kabul, davanti a un bambino ferito dallo scoppio di una mina. È morto un uomo ancora capace di piangere per l’orrore della guerra. I suoi occhi sono un po’ anche i miei”.

Di che colore è?

Ero piccola e non riuscivo più a vedere, in modo nitido, ciò che c’era scritto alla lavagna. Credevo fosse normale. Strizzando gli occhi riuscivo a leggere abbastanza. Quindi andava bene così. Con la classe andavamo a fare le visite agli occhi. Ci riempivano di gocce che bruciavano tanto. Odiavo quel posto e gli adulti che ci lavoravano dentro: erano tutti piuttosto rudi. E antipatici. Poi trovavano sempre il modo di tenermi dentro quella stanza di più: c’era sempre qualcosa che non andasse per loro. E avevo un occhio che rientrava in modo strabico. Ce l’ho ancora. Con gli anni è diventato un punto di forza ma all’epoca no… non andava mai bene. E mi riempivano di gocce infuocate spingendomi il mento verso l’alto. Poi anche la mia mamma se ne accorse che avevo problemi con la vista. Mi portò a fare una visita. Appena vidi il dottore con quelle gocce in mano… scappai urlando. Mi dovettero tenere in due per mettermele. Miopia. Occhialetti. Iniziai subito a non metterli mai. Mi piaceva vedere il mondo distorto e mi piaceva vedere le luci dei lampioni come fossero palle di fuoco giganti. Poi con la prima neurite ottica ho iniziato a perdere i colori. Che colore è? Bianco. No. Fucsia. Che colore è? Bianco. No. Giallo. Che colore è? Nero. No è verde. Perdere. Perdere qualcosa di sé è difficile da accettare. Ed è difficile riuscire a compensarlo con altre cose. Ma si può. Si può imparare a vedere in un modo tutto nuovo e proprio. Si impara a distinguere i colori anche quando appaiono tutti uguali. Apparentemente. E si impara a notare le sfumature, quelle che nemmeno credevi potessero esistere, semplicemente perché non ci si sofferma sui particolari. Ma è proprio grazie a quelli che si può presentare lo stratagemma giusto per imparare di nuovo a vedere. E poi trovi chi ha la pazienza di spiegarti bene che cosa stai guardando e di raccontarti talmente bene ogni particolare che ti sembra proprio di vedere anche tu e molto bene. E poi trovi chi ha voglia di ridere insieme a te quando chiedi Di che colore è? E poi inizi a guardare con gli altri sensi che hai a disposizione, anche chiudendo gli occhi. E sì. Puoi immaginare e puoi ascoltare.

Casa è

Casa è quando si parla la stessa lingua. Quando le espressioni e le parole usate sono entrate nel tuo dizionario. A volte capita di tirarle fuori con le persone che guardano basite. Qualcuno, timidamente, ne chiede il significato. Ribatti con un’espressione interrogativa… Come si fa a non sapere? Già. E come si potrebbe sapere?
Casa è qualcuno che ti ascolta e che ti dice… Non ho paura di sbagliare con te. E, tra parentesi, questa è una delle più belle frasi mi abbiano mai detto.
Casa è piena di gesti affettuosi e di parole belle. È dirsi buon appetito prima di ogni pasto e dirsi Ciao quando si prende la porta. Anche quando si è arrabbiati.
Casa è la base nella quale ci si stabilizza e nella quale si trasmette energia a chi ti abbraccia. Casa è sentirsi bene oppure anche male ma senza vergogna.

Tempo adatto

Si va avanti sempre. Piccoli o grossi drammi, gioie e cose felici. Ma avanti si va, sempre. Ci sono persone che non tornano nemmeno per un Ciao. Ci sono cose che non tornano più, perché così è la vita e ogni tempo ha la sua meraviglia.
Non tornano i panini al latte delle feste di compleanno. A me non facevano impazzire ma… erano tanto belli da vedere sul vassoio. La mia mamma li farciva col prosciutto cotto e li chiudeva nel mezzo con degli stuzzicadenti con le bandierine. E poi quel modo che hanno solo le mamme di tagliare le torte. La punta che affonda nel centro, sempre tenuta verso il basso, rigorosamente, e quel modo di fare le porzioni in modo di essere sicure che tutti i bambini abbiano la propria parte.
Non tornano i pranzi a casa dei nonni. Nemmeno le cene. Neppure esiste più la loro casa. Non tornano i ‘ Guai se vai dietro al motorino di qualcuno e, per giunta, senza casco’. Eh sì, non è più quel tempo per sfrecciare in motorino in due col cappellino. Quello era il momento del ‘ Ma che cosa può mai capitare di male a me, proprio a me? “. Il tempo nel quale ci si sente con una vita intera e meravigliosa davanti poiché si è invincibili e indistruttibili. Non tornano le autogestioni e nemmeno le occupazioni, dove ti tremava il cuore perché avresti visto di più il fidanzatino dell’epoca. Non ci saranno più le attese dei cantanti fuori dagli hotel e la corsa sfrenata a casa in tempo per il pranzo, stando attenti a non farsi scoprire. E non ci saranno più le gite, le ore estenuanti in pullman tutti insieme, schiacciati uno addosso all’altra, mentre si ascoltava una cassetta nel walkman, dividendo le cuffiette. E nemmeno i diari da riempire di cose e le note sul registro perché non si tornava in tempo dalla ricreazione. Non che ora non ci siano cose belle, anzi. Ma sono diverse e ti regalano emozioni differenti. E poi ti ritrovi a pensare, a volte, a tutto quello che non vivrai più, semplicemente perché non è più il tempo adatto.

On

Mi sveglio all’alba e accendo tutto ciò che è rimasto spento durante la notte. Luci, radio, televisione. Tutto ciò che trovo off lo giro su on. On. Come me. Accesa. Inizio a canticchiare a bassa voce, sia mai che la vicina si metta a battere pugni sul muro già alle sei del mattino. Sistemo i piatti. Faccio partire la prima lavatrice. Saltello di qua e di là. Finisco di leggere i giornali di ieri, in piedi, in cucina. La luce cambia. Diventa un po’ più chiara, nonostante piova e sembri una giornata di autunno. Fa freddo. Gli uccellini cantano, le cornacchie gracchiano. Bevo il mio caffè doppio all’aria aperta, per svegliarmi un po’ di più. Canticchio.
Le sirene si sentono ancora in sottofondo, in misura minore rispetto a una decina di giorni fa. È così che abbiamo imparato a conteggiare morti e feriti prima del bollettino ufficiale della protezione civile: tante, meno, troppe, sempre tante.
C’è quiete. Quasi sempre. Inizio ad abituarmi a questo silenzio da entrata in un cimitero. Sì. Quello. Avvolgente e totale, quello che non lascia indifferenti. Quello che ovatta i rumori dello scricchiolio dei passi sui sassolini infarinati. E che infarinano anche te, fino alle caviglie.
Ricordo quando guardavo dall’alto le mie Kickers blu allacciate alla caviglia, all’ultimo buco. Le calze bianche traforate tirate fino sotto le ginocchia. Guardavo in basso poiché, attorno a me, erano tutti tanto alti. Quanto erano belle le mie scarpe. Era come se fossero state messe lì per farsi ammirare e per brillare, nonostante il colore scuro e opaco. Sentivo i piedi attaccati al suolo; li sento ancora adesso. Stanno bene ancorati. Quando penso a me nel più profondo… sento quanto rimangano lì ben fissi, come fossero radici. E ripenso alla bellezza magnetica di quelle scarpe blu.
‘Torneranno le piogge’ … Hanno detto. Eh sì… la pioggia è tornata. La vedo rimbalzare sul cornicione. Mi metto le scarpe e vado a fare un piccolo giro dell’isolato.

Angelo in moto

Oggi un Angelo ha bussato anche alla mia porta. Lo aspettavo da tanto e finalmente è arrivato.

Sì… Sono arrivati i miei salva vita è sono felice.

Sapere che qualcuno è arrivato per me e per farmi del bene…

Io non lo so come mai mi stiano capitando così tante cose belle… Ma domande non me le faccio. Prendo.

Oggi è arrivato tutto ciò che doveva arrivare.

Sono ancora scombussolata.

Ritornare alla villa

Preparava la colazione e io uscivo dalla porta per vedere il cielo. Con le calze la maglietta e i calzoncini; correvo fuori. Sentivo il fresco e l’odore dei fiori e del pino e della magnolia. Mi correva dietro, per farmi rientrare. Ti verrà un accidente. No, impossibile. Mi prendeva per un braccio e mi faceva sedere, al tavolo della cucina dove c’era mio fratello che mi aspettava da un pezzo per la colazione. Il tavolo di marmo lo ricordo bene ed era tanto freddo: così sì che mi sarebbe venuto un accidente. Schiaccia il cacao, diceva, non lasciare i grumi. Ma io li lasciavo eccome, per sentire mentre si scioglievano nella mia bocca, insieme al latte caldo. Ecco, come al solito non hai schiacciato bene. Vero. Ma a me piaceva così. Facevo già come mi pareva, di nascosto. Mentre facevamo colazione, la nonna andava ad aprire tutte le finestre delle camere e chiudeva le porte. Si portava la radio arancione dappertutto e io sentivo il telegiornale rai in sottofondo. Pensavo a quanto mi sembrasse una cosa tanto antiquata… quella voce ovattata usciva dalle piccole casse. E mi piaceva sentirla. Pensavo Ma perché non si sentono mai le canzoni… che stazione può mai essere… e poi c’era la radionovela delle dieci…
Andavamo a lavarci, litigando per essere secondi e non primi…
Poi uscivamo… Tutt’e tre. Direzione prestinaio del paese, dove la nonna ci avrebbe preso la focaccia rotonda, arrotolata nella carta marroncina. La nonna ci faceva fare la strada interna sia all’andata sia al ritorno: i marciapiedi erano più larghi. Col nonno tornavamo prendendo la strada esterna, quella sulla strada dove sfrecciavano le auto. E facevamo una fermata al cimitero, per controllare fosse tutto a posto. E ricordo che inseguivo le lucertole sulle lapidi vecchie e consunte dal tempo. Non riuscivo mai a prenderle tra le mani. E i sassolini avevano imbiancato le mie scarpe. Tornavamo alla villa correndo mentre la nonna ci urlava di fermarci prima della strada. Sentivo già il profumo dei fiori bianchi che ci aspettava prima del pranzo. Verso la una aspettavamo che arrivasse il nonno… era sempre puntuale. Sentivamo il rumore della sua guida che si avvicinava al cancello e correvamo fuori per salutarlo… da lì a poco avremmo mangiato, prima però c’era la sua ricognizione sui fuochi, per controllare che la nonna, tanto restia alla cucina, avesse fatto tutto per bene.

Trottare

Dormire poco ed esser sempre desta e pronta a iniziare la giornata. Dormire sempre poco, sempre meno. Sempre pronta anche ora dove, effettivamente, le cose da fare bisogna un po’ inventarsele. La smania di fare è sempre la solita. Fare cose e conoscere persone. Mettersi a girare loro attorno per rubare più cose possibili da qualsiasi angolazione. Come quando, in tram, mi metto a fissare qualcuno per un po’, per venire colpita da qualcosa che, a me, non appartiene. Fisico o comportamentale. Trottare incessantemente, come diceva il nonno. Trottare. Sì, perché di questo si tratta. Essere così tanto in movimento continuo che le persone prima ti guardano stupite, poi ammirate e poi indispettite. Stai ferma un po’, rimani seduta, non urlare sempre. Calmati.
Ale è in movimento continuo, come i suoi pensieri. Da uno ne arriva un altro. Una mente curiosa e instancabile. Come il corpo: faccio una cosa e già mi viene in mente di farne un’altra e lascio sempre tutto così. Non finisco quasi mai nulla. Aprire una confezione di biscotti per poi guardare avidamente quella nuova e aprirla. Avere così tante confezioni di biscotti aperte per poi ritrovarli molli e immangiabili. Un caos. Sono un caos. Giro attorno per vedere davvero o, almeno, così mi sembra. Soffermarsi sui pensieri altrui e fare una sfilza di domande. Essere attratta dai contrasti ma non gradirli sempre. E continuare con le domande. Anche se, a volte, possono sembrare inopportune. Questo mi fa sentire tanto libera di essere me stessa.

Vecchio castello

La potenza di un paio di occhi. Occhi che diventano enormi quando mangiano.
Occhi che cambiano espressione di continuo e che passano dalla felicità alla malinconia in un battito di ali.
Che potenza può avere uno sguardo? Enorme. Ti può entrare dentro come se scavasse con veemenza. Eppure… Ti senti al sicuro perché non hai paura di venire scoperta. No. Nessuna paura. Anzi… sei lì per farti scoprire.
La semplicità con la quale ti puoi fare attraversare. Senza ostacoli. Esatto. Senza ostacolo alcuno, semplicemente perché non li metti.
E poi arriva il momento magico. Quando da uno sguardo su qualcuno passi velocemente a vedere il mare. Sì. Come se fossi stata presa per mano, come se ti avessero fatta girare più volte su te stessa… e poi ti fermi e sei proprio davanti ad una distesa di acqua calma. E ti indicano le cose più belle da vedere e ti raccontano la storia del vecchio castello. E ti raccontano i colori del mare e ti indicano le meduse enormi. E le cozze. Magia. Semplicemente magia.

Cassetti

Come il cassetto del comodino.
Ti ci siedi davanti
e inizi a tirare fuori di tutto.
Pezzi di vita. Vita tua.
Pezzi scordati.
Pezzi ritrovati.
Pezzi che commuovono
e altri fanno ridere, tanto.
Tirare fuori.
Foto. Lettere.
Libretto di lavoro e dell’Università.
Stralci di vita, vissuta.
Da sola o con qualcuno.
Tutto quello che è passato
lo ritrovo lì
in cose stipate con ordine a caso.
Come tutto ciò che è nella mia vita.
Tutto casuale.
Tutto da tenere.
Tutto da conservare dentro oppure in un cassetto.
Quaderni pieni di pensieri.
Articoli staccati da chissà quali giornali.
Eppure sembra tutto utile.
Persino la bussola in argento.
Rotta immediatamente nella sua chiusura,
appena scartata , quel giorno di Santa Lucia.
Una cassetta.
Un tizio che suona e canta per me.
Nemmeno ricordo il suo volto.
Orologi accatastati;
cambierò le pile.
Carta di giornale tenuta salda da punti di cucitrice.
Per non perdere mai.

Per te.

So che sei: e mi fermo nella notte.

Vivi felice

Vivi felice
così diceva
mentre le mani grandi
stringevano la mia faccia piccola.
Vivi felice
così mi salutava
e ricordo l’ultimo lampo
che hanno avuto i suoi occhi grigi.
Vivi felice
due parole
che contenevano tutto.
Vivo felice?
Sì. Sì, nonno.
Vivo felice.
Nonostante tutto.
Vivo felice
come se stessi davanti al mare
ogni giorno.
Vivo felice e
accompagnata.
Vivo felice
come se l’acqua riportasse indietro
quegli occhi grigio verde.
Vivo felice e
rubo.
Rubo.
Da chi è allegro
da chi ha il cuore buono
da chi sparge energia senza riserve
da chi sente e prova
da chi è delicato con me
da chi fa domande
da chi ha gli occhi grandi e stupiti
da chi è malinconico.
Vivo felice
ogni giorno
anche quando vado a letto distrutta
e mi alzo stremata.
Vivo felice.
Sempre. Sempre e per sempre, nonno.

Essere unico

Ho letto parole bellissime oggi. Per me. Sì. Mi sono state riservate delle parole speciali. Le ho lette. Rilette. E rilette. Dopo qualche ora le ho riassaporate. E credo lo farò ancora e ancora. Leggere qualcosa è già, di per sé, un momento unico. Ci sono parole capaci di entrare dentro, senza chiedere il permesso. Per questo sottolineo, nei libri ma non solo, le cose che più mi colpiscono. Voglio ricordare. Sì. Voglio ricordare più cose possibili.
Leggere parole che sono state scritte per te… è impagabile. Sì. Il regalo più bello poiché inaspettato. E perché essere musa ispiratrice o anche solo una persona speciale capace di valere tanto… ecco… che dire? Un sogno, per me. E leggere qualcosa di tanto bello… ti fa capire quanto tu possa essere un essere unico. Sì. Mi sono sentita così : un essere unico. C’è cosa più bella di valere tanto per una persona e della sua voglia di fartelo sapere? No. Non c’è. Nemmeno a Santa Lucia ho mai chiesto così tanto, esatto, nemmeno a Lei. Mi sento un essere prezioso.
Oggi è bello.

C’era rumore. C’è silenzio.

C’era tanto rumore. Alle sette del mattino un po’ meno ma solamente perché era come se il sonno, ancora presente, ovattasse tutto e rendesse le orecchie poco sensibili.
Quanto rumore. Macchine già impazzite ai semafori. Fretta. Sembrava quasi avessimo tutti fretta. Le macchine sì, ti lasciavano passare ma tu lo vedevi… quanto sbuffava il guidatore se non eri lesto. Rumore e fretta. Da quando uscivi di casa a quando vi facevi ritorno. E le file? Non esistevano. Non si poteva restare in fila, no, per paura di perdere tempo prezioso. La fila no, nemmeno per godersi un caffè. Essere già come corde di violino dalla mattina presto. Mangiare veloce per uscire subito.

Non esco più alle sette del mattino, nemmeno se mi sono abituata ad andare a dormire prima. Rumore? Da qui non lo sento più. Solo uccellini e solo sirene che mi ricordano che qualcosa non va. Andare a prendere il giornale nel silenzio più totale. Le uniche parole che sento sono quelle del giornalaio che dice… Oggi i giornali li ho finiti.. Ma come? Eravamo in quattro a comprarlo… cerco di andare all’altra edicola… Passo, a un paio di metri, scorrendo con gli occhi una fila quieta di persone alle porte del supermercato. Sì. Quieta. Precisa. Ordinata. Paziente. Come quella alla prima porta di un autobus londinese.
Che bello cucinare, ogni giorno, qualcosa di diverso. Che bello sedersi e mangiare.
Nemmeno mi ricordo più che giorno sia. Prima lo riconoscevo dal tipo di traffico ma ora, personalmente, i giorni vengono scanditi dalle mie pastiglie.
Sempre tutto uguale. Calmo e tranquillo. Quasi silenzioso. Se non fosse per le ambulanze crederei di essere in un paese sperduto e dimenticato da tutti.

8Volante

Delle volte mi sento come se la vita mi volesse restituire qualcosa… Tipo che mi sento dentro così tanto felice… come se mi scoppiasse tutto. Come quando fuori piove (cit.). Come quando si è in attesa di un incontro. Ecco. Così. Come quando si mantengono gli occhi fissi su qualcosa che piace oppure su una persona… senza che essa se ne accorga. O forse sì, ma a te non sembra. Oppure come quando hai fame e mangi per quello. E magari il centro di un panino, la parte migliore, quella piena di cose. Ecco.
Delle volte mi sento come fossi su un OttoVolante… Su, tanto su, tantissimo su. Sempre su. La meraviglia… Guardo dall’alto con gli occhi spalancati e stupiti. Eh sì, la vita mi sta restituendo qualcosa… vorrà mettersi in pari con ciò che mi ha portato via? E io? Sì, io prendo, apro porte, faccio entrare e rido. I capelli stanno crescendo tanto; mi faccio i codini e torno sull’ OttoVolante. E ci voglio salire sempre.

Prendimi per mano

Non andartene. Non andare via. Non te ne andare.

Rimani. Qui, ovunque tu voglia ma rimani.

Balla e canta insieme a me.

Divertiamoci.

Facciamo fracasso.

Tanto, tanto rumore.

Urliamo.

Problemi? Fa niente. Rimani e balla insieme a me.

Triste? Ok. Ma dopo. Balliamo ora.

Malinconico? Perfetto… Carroll, sì metto Jim Carroll sul piatto.

Gira, gira… Ecco… Vieni. Prendimi per mano e gira anche tu, insieme a me.

Oggi lasciamo tutto fuori dalla porta: ho chiuso a chiave. Sopra e sotto. Non entra nessuno.

Dolori? Fa nulla tanto li ritrovo dopo.

Debolezza… Dai balliamo. Canta, canta.

Sì, prendimi per mano.

Due. Anche tre.

Due di tutto. Anche tre. Sempre. Portare a casa due di tutto, o anche tre, perché non nasci solo se hai fratelli e sorelle. Chiedere sempre qualcosa in più. Impari subito che devi dividere, anche contro voglia, e spesso.
Sì. Pensare che non può mai bastare perché non sei tu da sola. Dividere e condividere. A volte picchiarsi, ma fare pace. Imparare il metodo migliore per entrare furtivamente nel frigorifero per rubare il più possibile dell’ovetto Kinder di tuo fratello. Sempre di più… fino a quando ti dici Ehi, quasi quasi… Lascio solo la carta di alluminio. Sì. Lo hai fatto; ormai è dentro la tua pancia e non si torna indietro… ma il senso di colpa rimane… quindi … vuol dire che, dentro, sei sensibile. Può bastare. E, a me, piace farmi le leggi da sola. La dualità e le contraddizioni convivono bene dentro di me. Nata e sbattuta subito in incubatrice. Forse , da lì, è nata la mia sindrome dell’abbandono. Sì perché la sento presente. La mancanza dei miei affetti mi sconquassa ancora l’anima. Eppure la voglia di divertimento e di felicità sono quelle che mi rimettono, ogni volta, in pista. Come se una cosa andasse a neutralizzare l’altra. Due parti. Due. Anche tre. E mi mancano le persone anche quando le ho dentro al mio abbraccio. Eppure… Difendo libertà e indipendenza da tutto e da tutti. Due parti. E tre, spesso. Sentire la mancanza di qualcuno anche quando lo hai lì davanti. Sì, perché c’è quella cosa dentro che vorresti le cose non finissero mai. Come se l’unica cosa che abbia il diritto di finire sia l’ovetto Kinder. Prima il tuo e poi quello del fratello.

Lettere

Qual è il gesto d’amore più bello che si possa fare per qualcuno?

Scrivere. Scrivere una lettera. C’è chi apprezza e chi no.

Io trovo che scrivere una lettera sia uno dei più bei gesti che si possa donare. Impugnare una penna e scegliere il foglio più bello.

Scrivere di sé, aprire qualcosa dentro che avvicini due anime. Lo trovo meraviglioso. L’intimità sviluppata su un qualcosa che rende nudi. Avere voglia di far sapere e non avere alcun tipo di paura poiché, quel foglio, nasconde tutto il resto del mondo fuori.

Si è soli con la propria penna. Si è pronti. Sì, si è pronti a svelarsi.

Scegliere le parole esatte, avere quell’immagine di fronte e gioire nel mostrare la parte nascosta.

Arrivare nel profondo di chi ami, colpire con ciò che si è riusciti a cogliere.

Cogliere un’anima che ti si para davanti come fosse la cosa più preziosa.

Proteggere e ricordare.

Trasmettere ciò che vedi e avere la voglia di poterlo condividere.

Grazie nonna

E poi mi giro ed è lì. Il cestone del cucito della mia nonna. Lo avevo portato a casa io e messo in sala. Saperlo lì era come essere a casa. Non lo ho mai aperto… Avevo paura di entrare nel suo mondo… Era il suo mondo. Oggi è successo. Oggi, dopo quasi quindici anni, ho deciso di aprirlo. E se trovassi qualcosa di intimo? Se trovassi un diario segreto? Come faccio a ficcare il naso nelle sue cose? Fatto. Sono entrata nel suo mondo senza chiedere il permesso. La curiosità era davvero tanta di quel cestone… Già quando ero a casa e lo vedevo… Facevo fatica a stargli lontana. Apro. Nessun diario. Tessuti, tanti. Bottoni… Più che tanti e così belli… Scava e scava… Un paio di pantaloni del mio nonno pronti per fargli l’orlo… E una camicia del nonno con un bottone da attaccare… Lo diceva un biglietto… Cercare madreperla per polsino. Quanto lo ha amato. Lo amava e stravedeva per lui. Quei pantaloni pronti per venire cuciti mi hanno donato una sensazione di amore profondo, quello che, forse, non tutti provano nella vita. La completezza, una vita insieme. L’amore da quel paio di pantaloni si è sentito in modo vivido. E poi tre sacchetti in tela che faceva lei per il pane. Per tre nipoti… Facendo i conti… Manca quello per me… Tre sacchetti ancora non completati. Quelli li completerò io, lo farò per lei… Manca il mio, manca quello per Alessandra… Ma come è possibile? Sai? Nonna… Mi hai fatto crepare dal ridere… Oggi mi hai fatto ridere come mai in vita. Manca quello per la piccola Ale, la nipotina con quel rapporto così speciale col nonno. Nonna… Ti adoro. Fossi qui ti avrei stretta nei tuoi braccioni cicciottelli. Il mio… Voglio sperare fosse a causa della mia età di allora… Nonna grazie per la risata… E io che credevo potessi intristirmi… Ho riso e sognato pensando al vostro amore. Che giornata… Nemmeno le sirene fuori hanno rovinato il nostro momento insieme, nonna.

La promessa

I reparti? Chiusi. Il mio padiglione? Tutto Covid, ormai. Alessandra cerca di non avere ricadute pesanti proprio adesso. Alessandra non ti ammalare. Alessandra, presta attenzione. Ora non si può proprio. Ora la priorità è altra. Ora non si può proprio. Certo. Starò molto attenta. E poi… L’ho promesso ad una persona speciale. Sì, devo mantenere la promessa. Io sono una che le promesse le mantiene. Certo. Una promessa a lungo termine. Io conosco bene il mio corpo. L’unico suo problema è che, a volte, impazzisce da solo. Il mio corpo è ingordo del mio corpo. Mi vuole, quando decide lui. Quindi…. Io spero che abbia voglia, per una volta, di inseguire testa, anima e cuore miei. Perché le promesse si mantengono. Presterò attenzione e avrò cura di me, il più possibile. Io quella promessa la manterrò. Sì, il mio nemico acerrimo lo custodisco io eppure è lui ad avere in pugno me. Ma, d’altra parte, una persona dispettosa quanto me che altro poteva avere se non una malattia capace di prendere in giro quando meno uno se l’aspetta? Sì, siamo dispettose e ci siamo proprio trovate.

Succede che momenti di quiete vengano spezzati da momenti di burrasca. Cellule sane aggredite perché non vengono riconosciute come tali. Guaina dei nervi smangiata come fili elettrici da un topo. E dopo il grande boato del terremoto ecco… Arrivano le scosse di assestamento. Che durano anche mesi. Tremori sotto pelle, formicolii, dolori, parestesie che poi vanno via via scemando fino alla tregua. Per poi ricominciare tutto, al prossimo terremoto. Un lavoro duro quello di questa malattia.

Il pino

Lo seguivo. Lo guardavo. Ogni tanto lo vedevo che si voltava per tenermi sotto controllo. Camminava a passo lento ma le gambe erano lunghe. Tre piccoli e veloci passi miei per star lui dietro. Che belle mani. Incrociate dietro la schiena. Forti. Mani che sapevano lavorare. Il mio mondo. Era tutto lì, in quella andatura così fiera e sicura. Tutto. Pensavo a quanto fosse tutto. Anzi no: non lo pensavo nemmeno, perché le cose stavano così da sempre. Nemmeno mi ponevo domande. Avevo tutto lì. Ora sì che ci ripenso. La mia vita affidata a lui. Così. Poi tocca a te, arriva il tuo turno. Affidare qualcosa di prezioso oppure prendere in custodia qualcosa di prezioso. Prendere in consegna con le braccia aperte senza alcuna paura.
Lo vedo davanti, ancora, quel pino. Eccome. Io sotto, tanto piccola e minuta che lo abbracciavo senza arrivare al punto che le mie mani si potessero congiungere. Trasmettere l’energia tua a chi vuoi abbracciare. E prendere la sua ma non in prestito. Prendere e conservare, con cura. Eh sì, perché bisogna avere cura delle cose altrui, dei sentimenti altrui, delle emozioni altrui. E delle proprie. Sì, quello sempre. Prendersi cura di sé. Con amore e dolcezza e con un sorriso. E perdonarsi e provare gioia nell’essere come si è. Avere qualcosa di prezioso tra le mani. Custodirlo sempre e per sempre come un ricordo che si costruisce. Io ho tutto dentro. Scrivo per non perdere. Se questa malattia mi vorrà portare via le mie cose e i miei ricordi ecco… io rileggerò, con cura. E ci saranno un sorriso, una risata, una lacrima. E avrò ancora voglia di abbracciare quel pino.

A ca’

E mentre per Milano impazza la canzone L’è mei sta a ca’ … ecco il risultato:

Lista della mia quarantena:
gamba mozzata
spaccata quasi la totalità bicchieri
rotti due piatti con conseguenti ferite alle dita
scottatura con forno
rottura vetro del telefono
golf lana rovinato causa svista in lavatrice
scottatura con ferro da stiro
rottura pezzo macchina del caffè
caduta di sale
birra finita
lavatrice che emette bip strani

Sì, l’è propri mei sta a ca’.

Ma…. la mia casa splende e non è nemmeno Pasqua. Potrei mangiare sui pavimenti anche senza tovaglia stirata a puntino, cucino tanto e vi dirò… anche molto bene, ascolto musica e canto. Canto a squarciagola per le notizie brutte ma anche per quelle belle e pure senza motivo. La vicina di casa è stranita… preferiva la quiete di una casa di lavoratori.

Ma… sì, l’è minga mei sta a ca’ ma d’altra parte… va bene anche così.

Ecco… L’eroe del giorno per me. Si è messa disposizione in questo momento tragico. Ecco. Laura che fa per non stare a ca’ a fa na got.

Realizzare

Incessante quel rumore che gira dentro le orecchie, sempre, di continuo. Ogni dieci minuti, ogni due, ogni ora, sempre per tutto il giorno e la notte, pure. È proprio tutto vero. Si inizia a realizzare ciò che sembrava così distante e lontano. Realizzare la vita… E tornerai? Realizzare che… ma come abbiamo vissuto? C’è stato qualcosa per la quale ne è valsa la pena davvero? Realizzare se qualcosa di anche piccolo è stato un tuffo dentro che ci abbia scombussolato davvero, magari in mezzo alla quotidianità e alla noia. C’è stato? Perché è questo che è importante ora. Realizzare che no, non ci si può separare da ciò che è bello ma del quale non siamo riusciti a godere. E tornerai? Eh sì… tornerai? Realizzare che è vero, che i posti e gli spazi mancano e allora? Dove ti staranno portando? Lontano. Tanto lontano. Sola e per giunta lontana. Ehi.. hai vissuto qualcosa di così tanto intenso che ti potrà apparire davanti per magia? L’unica cosa che conta è questa… non aver perso troppo tempo a far finta di nulla, a far finta andasse tutto bene, a non essere Stati felici, almeno per un po’, almeno per un momento anche piccolo. Realizzare… sai che cosa ho realizzato? Ho realizzato che Cavolo ma quante litigate sprecate su dove si appoggino le chiavi o dove si lascino i bicchieri svuotati… Quante? Anche solo una è stata di troppo. Sì perché, fondamentalmente, che cosa importa dove si abbia voglia di appoggiare un bicchiere? Un rantolo che senti da lontano ma è così vivido che ti entra dentro e sotto la pelle. Disturba e mi tappo le orecchie.

Realizzo. Ho vissuto intensamente. Quasi sempre. Qualche piccolo stop ma poi ho rimesso il turbo. Sensazioni forti mi hanno spaccata dentro, piacevolmente. Ho vissuto le persone e la famiglia e li vivo tutt’ora. Ho provato emozioni fortissime. Belle e meno belle, a volte tragiche. Ma vivo al massimo della mia potenza. Voglio godere della mia vita al massimo. Voglio ridere ancora tanto ma ho avuto risate epiche quasi da soffocamento. Voglio continuare a provare e sentire. Usare i sensi, farmi le trecce coi capelli bagnati per poi scioglierle libere. Io voglio vivere tante cose ancora. Tipo la sensazione che qualcosa non ti basti mai… Ecco. Quella.

Curiosità

Domande su domande. Me lo insegnò bene. “Fai domande e colma la tua curiosità e sii sempre pronta a volere sapere. Domanda sempre, piccola bimba. Sempre. Non stancarti e, se non ti ascoltano, urla. Urla più forte che puoi così sentiranno che ci sei. E ti vedranno, eccome se ti vedranno. Saranno costretti a vederti. O tu continuerai ad urlare.”
Sì. Eppure lui mi ascoltava. Eccome se mi ascoltava. E rispondeva a qualsiasi domanda facessi. “Impara solamente molto bene l’italiano e porgimi domande corrette. Usa le parole più appropriate”… appropriate… io nemmeno sapevo dire questa parola… la erre è sempre stato un problema di famiglia.
“Senti, vecchio amico, … ma i morti? Li hai mai visti e dimmi… come sono i morti? Come si fa a riconoscerne uno? Ed è vero che bisogna averne paura? E il sangue… lo hai mai visto del sangue sgorgare tanto? Dimmi dimmi raccontami.” La bimba tornava a casa. E non dormiva… aveva immagini che le facevano solo avere tanta paura…E se qualcuno domani sparasse a me? Caspita! E se domani dovessi vedere un morto? Che cosa potrò fare? E come farò a imparare la storia se qualcuno non continuerà a raccontarmela così bene? Perché, caspita, come me la racconti bene. Mi fai sempre capire tutto. E il Re… caspita che bello quando parlavi di Re e Regine. E ora? Chi racconta ora la storia alla bimba?

Le quaranta carte. C. De André

Tutto il giorno la musica va. Questa è la canzone che racchiude tutto. Ci sono anche i ragni e le giostre coi cavalli. E c’è il mare. E sia benvenuta sempre la voglia di vivere.

Il silenzioso argento della luna / che questa notte piano si consuma / io voglio amare di più / e come una sorgente / andare verso il mare / andare fino al mare / nei miei sogni si aprono infinite onde / è con i tuoi sogni che io sono nato / e questa terra ferita che un po’ mi confonde, confonde / Le quaranta carte ed i tarocchi falsi / girano le giostre con i cavali rossi / il cielo, i suoi pianeti e le comete spente / cristalli ed amuleti per tirar la sorte / la luna per i ragni con le gambe corte / sei come la mia terra tu sei la mia barca / tu sei come il mio mare tu sei corda e vela / sei sangue del mio sangue e ancora mi consola / Dietro ogni sguardo c’è una luna e un treno / ed un bambino con l’arcobaleno / che vuole amore di più / e come una sorgente / andava verso il mare / andare fino al mare / E benvenuta sia voglia di vivere / che ci fai piangere, che poi ci fai ridere / e benvenuta sia tra queste pagine / da scrivere, ancora da scrivere / nei miei sogni si aprono infinite onde / è con i tuoi sogni che io sono nato / e questa terra ferita che / un po’ mi confonde, confonde / Le quaranta carte ed i tarocchi falsi / girano le giostre con i cavali rossi / il cielo, i suoi pianeti e le comete spente / cristalli ed amuleti per tirar la sorte / la luna per i ragni con le gambe corte / sei come la mia terra tu sei la mia barca / tu sei come il mio mare tu sei corda e vela / sei sangue del mio sangue e ancora mi consola / Nei miei sogni si aprono infinite onde / e questa terra ferita che / un po’ mi confonde, confonde…

Il punto.

Un punto preciso dove si incontrano strade. Un punto. Esattamente quello dove senti il tuo cuore bradicardico che accelera. Lì, in quel punto. Ti porti nello zaino la tua musica preferita; eh sì, perché la musica non può mancare mai. Piuttosto un paio di calze in meno. Che cosa metti dentro? Vicino alle calze? Ci metto un libro. E ci metto il giornale. Leggere non può mai mancare. Come quell’uomo che osservavo da piccola. Leggeva il giornale ogni giorno col pollice sotto al mento e intonava un canto muto con le labbra. Proseguire a passo spedito per raggiungere quel punto preciso. Mi fermo e osservo. Sono rispuntati i fiori, sì, deve essere così, perché io ne sento il profumo. Sì. Sono i fiori nuovi e sono gialli. Aspetterò qui. Sì, questo è proprio il punto giusto: qui sta per rinascere qualcosa e allora è qui. Non ci sono spiegazioni a volte. A volte lo senti dentro che è così. Un qualcosa che aspetti da sempre e ora sì, non può che essere qui, dove rinasce la vita.

Ala

Quante piastrine sono necessarie per far sì che una ferita si richiuda?
Quanto amore possono contenere le braccia di una mamma per tenerci al riparo?
E quanto possono essere belle le mamme?
A volte tanto.
Quanta colla ci vuole per un’ala spezzata?
Quante lacrime rimangono come sassi induriti dentro le nostre anime nude?
E quanto tempo ci vuole per farle rivestire?
Quanto può essere dolce una lacrima aspettata da tanto?
Quanto, quanto, quanto ci può volere e attraverso quanta gioia e quanto dolore si può tornare a provare?
Le mamme sicuramente lo sanno.
A volte, semplicemente, non fanno in tempo a dircelo.
E sì. Poi ti ritrovi nudo completamente e hai freddo. Tanto freddo.
Pensi. Avresti voluto essere qualcuno che mai potrai , semplicemente perché qualcun altro lo ha deciso per te.
E quante possono essere ancora le lacrime dentro da far sciogliere?

È primavera. Finalmente.

Gusci

E mentre le sirene in sottofondo non cessano mai… alzo il volume della musica per sentirle meno. Ma le sento lo stesso. E poi sento quella che si ferma qui sotto. Chi si saranno venuti a prendere oggi? Sì. Che ci si abitui a tutto è vero… ma alle sirene no… non ci si abitua ancora. E si fa di tutto per non sentirle. Ma il rumore è come un liquido che ti sparano in vena e che senti mentre si espande dentro di te. Senti quel rumore fin sotto la pelle. Le finestre rimangono aperte. Fa caldo col sole che entra prepotente e asciuga il bucato in un lampo. Fa caldo. Poi ci hanno detto Tenete le finestre aperte. Voci si mischiano e si confondono, musica si espande… ma quel rumore ci mette sull’attenti. Giro nei gruppi… ehi, ci siamo tutti? No. Manca sempre lui e oggi è il quarto giorno che non appaiono le sue spunte blu. Blu come la mia vena pronta sempre. Spaccata come una noce… Faccio passi per casa, provo a vedere se riesco a camminare da sola. Penso. Cose passate che hanno fatto male forse nello stesso modo. Molto male come quella noce spaccata. Sì. Ridotti come gusci di noci che alzano il volume della musica per non sentire.

A quattrocento

Sì! Io la promessa la mantengo.
Se esco da questa quarantena e ci esco con le mie due gambe, recuperando anche quella sinistrata momentaneamente, ecco… io sì! Vivrò non più a duecento all’ora ma ci uscirò a quattrocento… e ci uscirò con una voglia di fare cose ancora più forte. E le farò… e vivrò! Ancora più di prima, ancora più di quando mi hanno detto Sì, Alessandra è SM! Ecco… ci esco così da qua. Qualcuno non ci sarà ma io esco a Quattrocento all’ora… e lo andrò a trovare e festeggerò ogni secondo della mia vita. Con o senza alcolici ma festeggerò ogni giorno la mia vita. E la voglio ancora più piena e me la voglio godere. E mi fermerò ma soltanto per salutare gli altri e per riscoprire quanto sia bello respirare e correre e andare a comprare il pane senza stare a distanza. E smetterò di pulire casa, almeno per un po’. E non farò più caso alla polvere sui mobili bianchi. Anzi sì! La guarderò e la soffierò via come quando soffiavamo sui fiori in primavera. E la carta? Ah sì! La carta potrà aspettare… Sarebbe una perdita di tempo andare in cortile e selezionare il contenitore giusto. E sì… Apprezzerò la libertà ma non per fare chissà che cosa… Anche solo nel scegliere il supermercato più lontano e nel fermarmi a prendere la brioche dove più mi aggrada. E se già i miei amici hanno paura della mia verve adesso… Vedrete… State pronti! E voglio riprendere a fare scherzi e ridere tanto e di gusto e urlare testi di canzoni improbabili e ballare e ballare ancora.

Ai papà

Ai papà. Tutti.
Prima di tutto al Mio, sì, al mio papà. Mio. Ok, Dani… nostro.
Ai papà che non ci sono più ma non per questo non sono più papà.
Ai papà che portano un altro papà a cento all’ora e più per poter salvare un altro papà.
Ai papà che ora sono finalmente insieme ai loro figli e che ci possono giocare. E pure litigare.
Ai papà che non potranno mai diventarlo ma lo avrebbero voluto tanto.
Ai papà che si occupano di un bimbo magari non proprio… ma ne hanno cura come se fosse la cosa più importante.
Ai papà che restano a casa.
Ai papà che non restano in casa perché ora la priorità è un’altra.
Ai papà che si occupano dei nostri papà. E non solo.
Ai papà che non dormono da giorni e sono stremati. Ma quando torneranno a casa un giorno e finalmente… Sarà la cosa più bella.
Ai papà che vediamo sempre alti e grossi e poi ci appaiono piccoli e fragili.
Ai papà, tutti.
A chi non ce l’ha più il papà e a chi non lo ha avuto mai.

Nonno nonno

Nonno nonno! Tanti auguri oggi a te e domani a me! Te lo ricordi quando festeggiavamo insieme e facevi fare la torta sempre col tuo nome per prima? Nonno nonno! Te lo ricordi quando, alle prime bronchiti, ci portavate al mare e tu alla sera tagliavi il pane avanzato da lanciare ai gabbiani? Nonno nonno ti ricordi quando giocavamo alla famiglia Duke sulla tua 112 e andava sempre a finire male? Ti ricordi quando ti ritrovasti con la gomma bucata? Ti ricordi quanto ci urlasti dietro? Nonno nonno! Te le ricordi le nostre scorribande sulle bici e quella volta che sono volata dalla discesa? Nonno nonno! Ti ricordi quando ci facevi tirare su le foglie in giardino e io e mio fratello finivamo col lanciarci i rastrelli addosso? Nonno nonno! Ti ricordi quando cantavamo in macchina perché dicevi che non avevi bisogno della autoradio? Nonno nonno ti ricordi delle passeggiate in paese fino ad arrivare al panettiere che ti diceva Buongiorno signor Pino! E tutti quelli che salutavi facendo un gesto col cappello? E i giri in bici e io sempre davanti perché mi dovevi tenere sotto stretto controllo? E ti ricordi quando facevi gli gnocchi e io venivo a rubarteli sul vassoio… quanto ti arrabbiavi… per poi finire sempre per sorridermi…. E ti ricordi quando io e Daniele ci picchiavamo perché volevamo la canna per bagnare e poi ci riempivamo d’acqua e tu non volevi la sprecassimo? Oh nonno… caspita… quanto mi manchi. Non c’è giorno che sia passato ed io non abbia pensato a te. Quanta aria mi è mancata. Quanto dolore ho sentito dentro. Quanto è triste non saperti più accanto. Quest’anno la torta non ci sarà… ma festeggiamo lo stesso? Sempre col tuo nome per prima… ovvio.

Che emozione

Oggi … oggi… che fare oggi? Ma… quasi quasi resto in casa… ho delle cose da fare… sì. Resto in casa… magari vado solo giù a buttare la carta… mercoledì… eh sì… al mercoledì svuotano il contenitore… vado subito giù a controllare… sì… voglio tenere sotto controllo la situazione. Aspetto il momento di buttare la carta da almeno una settimana… Sarà il momento più eccitante della mia giornata. No, anzi. Oggi esagero proprio. Quasi quasi busso al vetro della portinaia e la saluto. Sì… mi spingo verso il vetro… 24 passi… sono esattamente 24 passi tra me e la portineria. Sì, deciso: oggi esagero. Carta da buttare e portinaia. Ecco.. Mah… non vorrei esagerare… altrimenti domani che cosa mi rimane da fare di insolito? Solo la carta per oggi. Ah… può esistere emozione più bella dello buttare la carta? No. Che sensazione pazzesca… Ape in gabbia scopre cose ed emozioni nuove. E dà importanza a riscoprire le vecchie. Oggi mi sento di aver fatto un’azione bellissima. Me ne ricorderò. E ora? Sparo i Creedence a tutto volume.. E se qualcuno iniziasse a urlare anche contro la mia finestra… so io dove mandarlo… Ma dai su! Che altro avrete mai da fare voi altri… non credo possiate avere una vita più piena della mia… io almeno oggi ho buttato la carta!
È un sacrificio? No, ha ragione Colui. Non è un sacrificio così impossibile da affrontare. Si può fare e si deve.

Quanto è bello

Ma quanto è bello il cielo sopra Milano? Ma quanto è bello uscire in cortile, fare due passi e sentire i polmoni pieni di aria fresca e pulita, come quella della montagna o quella del mare in autunno… sul molo accanto ai gabbiani. Accanto al mio nonno.
È strano respirare bene a Milano. È strano non sentire i rumori…
Certo… Si sentono solo urla delle persone che non si sopportano più…
Quelli della casa bianca hanno ricominciato… Lei è diventata ancora una donna di facili costumi e lui sempre un demente e un idiota. Così dice lei e io… sì, io ci credo, guardandolo in faccia. I bambini in cortile iniziano a impazzire anche loro… tra uno scemo passa la palla e un pugno sul braccio. D’altra parte… qui è dal 22 febbraio che si fanno convivenze forzate.
Ma quanto può essere azzurro anche qui il cielo? Azzurro… quello che ti fa ricordare di avere le montagne in lontananza… Se osi, e nessuno ti sta guardando, puoi arrivare fino all’angolo e vederle… sembrano così vicine da poterle toccare… invece se ne stanno comode a quasi due orette da qui. Eppure oggi sembra di essere lassù… sì si… lassù… come quel giorno coi compagni di liceo… Stare a mangiare in baita, tutti insieme. La prima nota di Kong at the gates parte… quanto tempo non la sentivo. Tutto, posso fare tutto. Posso persino ballare su una gamba sola. Posso farlo, eh sì , perché questa è musica che non ti può lasciare indifferente. Sembra quasi che persino i miei nervi siano scattati in piedi e che vogliano ballare con me. Ma quanto è bello il cielo, oggi, sopra Milano. E no. Non penso ad altro. Non penso a quando potrò tornare a lavoro, a quando potremo uscire e abbracciarci di nuovo. Se lo pensassi, mi rovinerei questo momento sublime della mia vita. E io no, non ho mai respirato così tanto bene nella mia città, nemmeno quando cadeva la neve.

E sì. Penso a quelli che sono rimasti fuori dalle loro case… A quelli che non hanno altra scelta, a quelli che lo fanno col cuore. Sì, ci penso. Penso che ci sarà anche il momento che potremo dir loro grazie. O forse no. Ma io ci penso.

E sì. Penso alla mia famiglia così lontana, penso ai miei amici, penso a quelli che conosco. Penso ai messaggi che ricevo, a chi si preoccupa e occupa di me e delle mie vicende.

Eh sì. Aspetto notizie. Respiro e ascolto note pazzesche. Ballo su una gamba per celebrare e stappo birre. Festeggiare, essere felici. Lo dobbiamo a qualcuno, a chi sta fuori dalle proprie case. Glielo dobbiamo. Dovere qualcosa a chi sta soffrendo o ha sofferto. La felicità la dobbiamo a loro ed è preziosa.

Il tuo nucleo

Farsi un giro. Con la mente si può andare ovunque si voglia. E si può avere tutto. Ale… dove vuole andare Ale? Ale vuole andare dove c’è casa. Il calore di casa. Quella sensazione che si sente dentro e si porta dappertutto, della protezione e del dire Che bello, sono qui. Ale vuole stare dove riconosce l’odore delle persone. E del cibo. Un qualcosa di pochi, di nucleo intimo e ristretto. E … se guardi bene Ale? Mmm… se guarda bene dentro… Ale ha dei ricordi così felici che rigenerano ogni sua cellula. Che fanno sì che la ripresa sia sempre veloce. Ricordi fatti di persone e con persone. E di odori. Di modi di fare e di dire che si scambiano col proprio nucleo. E che conosce solo esso. Lo stesso che ci si porta dietro sempre, persino in ogni gesto che si compia. E quella cosa.. che si è così e si fa così perché da qualcuno lo si ha assorbito. Solo guardando, senza insegnamenti. Gesti che solo lui , il tuo nucleo, può riconoscere. Ed essere in grado di individuare qualcuno da lontano, solo dal modo nel quale tenga la penna. O da come si scrive o come si disegna o come si faccia una firma o da quanto una penna calchi un foglio. Fare parte di qualcosa da subito. Fare parte di qualcuno da quando si nasce o anche di altri, poi. E c’è qualcuno di estraneo che può riconoscere qualcosa e avvicinarsi per dei modi di fare. Una visione anche diversa ma con certe cose che si fanno allo stesso modo. Allora si capisce quanto possa essere infinita la speranza : potrà esserci qualcuno che tramanderà anche ciò che sei tu. Io lo trovo bello. Un gesto di amore che si fa agli altri e che altri fanno a te, decidendo che ok… se vuoi donare qualcosa allora è bello e verrà apprezzato. E Ale? Dove si trova Ale adesso? Ale è a casa ed è felice.

Avanti

Il momento nel quale non lo puoi condividere il tuo dolore. No. Gradualmente arrivano notizie anche alla tua porta. Sì. Arrivano anche alla tua. Eppure la porta l’avevi chiusa bene, a doppia mandata. Nulla. Quelle notizie son riuscite a pervenire anche qui. Che cosa provi Ale? Non lo so. Provi? Non lo so. Non riesco a sentire. Mi sembra impossibile che… come e che cosa dovrei mai poter sentire? Incredulità che aleggia come la nebbia sopra al lago… ma non quella d’inverno… no. Quella di autunno. Allora sei qui seduto e guardi davanti. Accendi la televisione così fai finta di guardare. Così nessuno lo vede il tuo sguardo sperduto. Guardare avanti, per metabolizzare eventi. Perdersi in silenzio davanti ad uno schermo per pensare. Pensare di nascosto, da soli e silenziosamente. In modo composto. Come mi è stato insegnato, come ho imparato dagli eventi passati. Guardi dietro, fuori dalla finestra scostando la tenda di lino. Le luci delle case delle altre famiglie… quante … e sono tante… mai viste così tante luci qui di fronte… quante famiglie… il senso di nucleo, il senso della vita forse sta proprio dietro quelle finestre. Ma io ora non so bene. E guardo avanti.

Anime gemelle

Corsa in farmacia… vitamina d… caspita ho dimenticato di farmi fare la ricetta… me la daranno? Sì, me la daranno, me l’hanno già data, si può prendere senza ricetta, me lo ricordo. Caspita e la ricetta per l’altra? Caspita… dove l’ho messa? Quella no, senza no che non me la danno. E i farmaci della sclerosi basteranno? Fin quando arrivo? Boh… dove le ho nascoste… Un mese, ancora un mese assicurato. Apro l’agenda. Ma tutte queste ricette da dove son saltate fuori? Ho davvero tutto questo arretrato da prenotare? Segnato.. che cosa avevo segnato di fare oggi? Caspita… ma dove ho la testa? Risonanza. Avevo segnato di prenotare la risonanza. Bene. Pericolo sfiorato. Mica mi metterò a prenotare una risonanza in questo periodo…. Eh no. La segno per il prossimo mese quando tutto questo si darà una calmata… che bello… tiro un sospiro di sollievo e posso continuare a dire Sai che c’è? Ci penserò poi. E le mail? Da quanto non le leggo? Aism… uno, due, tre, quattro… Caspita…. che cosa vorranno mai dirmi di tanto urgente? Attenzione, attenzione, voi immunodepressi fate attenzione. Ah… vero… dovevo fare gli esami del sangue tassativi per il controllo del farmaco… mica mi metterò a farli proprio adesso… tassativi… che brutta parola poi… Sai che c’è? Posticipo anche quelli: voglio stare in pace. Si è fermato tutto. Mi fermo un po’ anche io che ho bisogno di uno stop. Ci sono cose più importanti alle quali pensare. Bene. Respiro. Tiro un sospiro di sollievo. Mese di stop anche per me. E magari si ferma un po’ anche la mia compagna di avventure. Mmm… no. Lei no. Lei odia starsene a guardare… Lei odia non fare nulla. Lei deve agire sempre e comunque… Mmm… ora capisco… ci siamo trovate. Stessa visione della vita. Se anche lei ridesse beffarda… Sì, saremmo anime gemelle.

Caro Romano

Lo pubblico. Lo conoscevo? No. Non conoscevo il signor Romano. Conosco qualcuno che è stato portato via nello stesso modo: solo. È questa la vera tragedia in questo momento: le persone vengono portate via da sole, hanno paura da sole, affrontano cose da sole, soffrono da sole e muoiono da sole. Esatto sole. Senza nessuna faccia amica accanto che possa rendere tutto un po’ più dolce. La negazione di morire stringendo una mano… la trovo una cosa triste. Eppure è così perché deve essere così in questo momento. È triste dover dire Ciao. Sapere che qualcuno che ami si trovi lontano da te e magari ti pensa e magari ha paura. Terribile. Allora io stasera mi aprirò una birra e saluterò in questo modo il signor Romano che nemmeno conoscevo.
Trovarsi soli e sentirsi soli è una delle cose più tristi che possano esistere. Se qualcuno mi legge da un po’ e dovesse ricordarsi qualcosa… ecco parlai di quel periodo così buio della mia vita… Sentirsi soli e abbandonati fa schifo.

Dalle mie prigioni

Cronaca dalle mie prigioni… Sto spostando mobili e pulendo libri… Ed è così che saltò fuori la reliquia delle reliquie… Abitante in precedenza a casa del nonno che se lo lesse così tante volte da saperlo a memoria… E così sua nipote. La mamma e la zia ci studiarono sopra…. È qui con me perché ho assolutamente voluto la sua copia. Eccola. Ecco il mio libro preferito…

Che la notte passi presto

Sì, che questa notte passi presto. Presto. E che arrivi il mattino… lento, dolce per poi prendere forza e diventare potente e pieno di dossi, uno scossone via l’altro, un tumulto, un vortice. Che questa notte vada via veloce allo stesso tempo di una canzone punk. Ramones, rigorosamente. I believe in Miracles possibilmente.