Mi vedo ancora

Forse perché è stato tornare a casa… sì, a casa…
ma io così felice non mi sentivo da molto tempo.
Ho lasciato tutto il dolore a Milano.
Qui vivo.
Mi nutro.
Respiro.
E non occorreva andare dall’altra parte del mondo come mio solito.
Quest’anno volevo stare a contatto del mio essere interiore. A casa. Nei miei posti. Negli odori che nemmeno ricordavo più.
Sto bene.

L’odore del pane salato, della sabbia mischiata alle creme al cocco, l’odore del basilico.

Questa Ale non la vedevo più. Ora la vedo e la sento.

Sì, ok. Ci sarebbe anche il mare. Ma, per me, è solo un dettaglio.

Ho bisogno di casa. Di famiglia. Di affetti. Di affetto. Di ridere senza problemi. Di sentirmi scema. Di tornare spensierata. Di fare o dire cose stupide. Di mangiare. Di trovare orme e passi da seguire. Di stare nel presente preservando ciò che sono stata.

Torno piena

Il passato che amo che si intreccia col presente.
Basta un gesto che mi riporti a me, piccola e bassa davanti a quell’uomo alto che ho amato tanto.

Mi tengo quel momento, solo momentaneamente. Poi voglio farti sapere di quanto sia stato bello. Inaspettato.

Ehi. Ciao.

Questa è l’occasione per parlarti.
Ma me ne devo andare.
Hai fatto qualcosa per me. Non riesce a tutti.
Mi sembra di vivere un momento astratto, enigmatico ma che mi lascia tra le mani qualcosa di vero. Si intona con la mia pelle, mi sta bene, ci sto dentro a pennello.

Qual è il luogo dove sto bene?
Qui.
Sì, qui sto bene.
Qui sono a mio agio.
Qui c’è qualcuno che mi fa sentire preziosa. E bella, tanto bella.

Ti ho lasciato qualcosa?
Qualcosa da ricordare come una vecchia foto appartenuta a una famiglia sconosciuta. Ma esistita davvero. Un frame di un momento da ricordare, di qualcuno che, probabilmente, non c’è più.

Una foto gettata di un periodo felice.

L’ho raccolta sai… e la regalo a te.

Non getto momenti.

Torno piena, anche stavolta.

Osa lottare

Vado a lavoro. Salgo a Bignami e scendo a Marche. Dovrei scendere a Zara, ma a Marche, quando prendi la scala mobile, c’è una voce che ti dice salita in modo così divertente che ho deciso scenderò sempre a questa fermata.


Passo dalla mia vecchia scuola. Non mi porto bei ricordi da qui. Era una scuola piena di persone snob e non ne ho mai capito il vero motivo.
Se chiedevi che scuola fai? Non ti dicevano Liceo Scientifico ma rispondevano Cremona. E così me ne scappai. Andai al Russell, in una zona popolare, dove non sono usciti politici ma artisti di ogni genere.
E se dicevano Russell era per sottolineare l’importanza di un quartiere.

A me interessava solo portare a casa dei gran bei voti perché, poi, come da promessa, potevo fare tutto ciò che avrei voluto.
E così è stato.

Passo a prendere una brioche dalla vecchia prestinaia. È sempre lei. Anche il negozio è rimasto quello dell’epoca delle bigiate.
La sua faccia è rimasta uguale, dura, antipatica e senza sorriso. La chiamavo proprio così, la donna senza bocca. Le brioche non sono più eccezionali come prima ma si difendono ancora bene.

Ricordo il mio amico Riccardo che, ogni mattina, passava a prendermi qualcosa. Compagni di banco. Lui mi faceva le tavole da disegno che io odiavo fare e io gli correggevo i temi in classe. Scriveva bene ma non azzeccava una doppia o una acca nemmeno a pagare.
Lo sento ancora. È rimasto la stessa persona.

Respiro in mezzo ad alberi autunnali e a quelli primaverili.
Al parchetto ancora le vecchie scritte ricoperte da qualcosa di nuovo.

Vado a lavoro.