Il pino

Lo seguivo. Lo guardavo. Ogni tanto lo vedevo che si voltava per tenermi sotto controllo. Camminava a passo lento ma le gambe erano lunghe. Tre piccoli e veloci passi miei per star lui dietro. Che belle mani. Incrociate dietro la schiena. Forti. Mani che sapevano lavorare. Il mio mondo. Era tutto lì, in quella andatura così fiera e sicura. Tutto. Pensavo a quanto fosse tutto. Anzi no: non lo pensavo nemmeno, perché le cose stavano così da sempre. Nemmeno mi ponevo domande. Avevo tutto lì. Ora sì che ci ripenso. La mia vita affidata a lui. Così. Poi tocca a te, arriva il tuo turno. Affidare qualcosa di prezioso oppure prendere in custodia qualcosa di prezioso. Prendere in consegna con le braccia aperte senza alcuna paura.
Lo vedo davanti, ancora, quel pino. Eccome. Io sotto, tanto piccola e minuta che lo abbracciavo senza arrivare al punto che le mie mani si potessero congiungere. Trasmettere l’energia tua a chi vuoi abbracciare. E prendere la sua ma non in prestito. Prendere e conservare, con cura. Eh sì, perché bisogna avere cura delle cose altrui, dei sentimenti altrui, delle emozioni altrui. E delle proprie. Sì, quello sempre. Prendersi cura di sé. Con amore e dolcezza e con un sorriso. E perdonarsi e provare gioia nell’essere come si è. Avere qualcosa di prezioso tra le mani. Custodirlo sempre e per sempre come un ricordo che si costruisce. Io ho tutto dentro. Scrivo per non perdere. Se questa malattia mi vorrà portare via le mie cose e i miei ricordi ecco… io rileggerò, con cura. E ci saranno un sorriso, una risata, una lacrima. E avrò ancora voglia di abbracciare quel pino.