Casa mia

Era il luogo dove più mi sentivo a casa mia. La casa dei nonni era sull’angolo, davanti a dei campi. Da piccola credevo che, quella casa, ci sarebbe stata per sempre. A dire il vero, credevo ci sarebbero stati per sempre anche loro. Ero un po’ impreparata su ciò che sarebbe accaduto in seguito. Forse si è sempre impreparati davanti a certi eventi. Estati passate nel loro giardino. Estati a mangiare sul tavolo rotondo. Estati a giocare, con mio fratello, dentro alla centododici color carta da zucchero del nonno. A pranzo lo sentivamo arrivare e lo sentivamo mettere la macchina nel box. Saliva le scale, si toglieva il cappello, si rimboccava le maniche della camicia e iniziava a girare nella pentola col cucchiaio di legno. Noi eravamo già in sala ad aspettarlo affamati, nonostante la focaccia rotonda di metà mattina che ci comprava la nonna dal prestinaio del paese. Ricordo la sensazione di quando bevevo nel mestolo, facevo scorrere l’acqua e , appena diventava fresca, bevevo. Mi sembra di poter ricordare anche l’odore di quell’acqua pulita mentre le mie labbra serravano quel pezzo di metallo. Ricordo le colazioni del mattino. Tre cucchiai di cacao amaro e uno di zucchero da girare mentre aspettavamo si scaldasse il latte. Il nonno diceva Girate e schiacciate altrimenti rimangono i grumi. Io facevo finta, mi piaceva sentire i grumi di cioccolato puro che si scioglievano in bocca. È come se quella casa fosse ancora dentro di me. Alcune abitudini che avevamo non le ho perse. Se sento il profumo della magnolia ritorno in quel giardino. Se vedo le formiche ritorno nei vialetti che lo attraversavano. Ci sono giorni, più di altri, che sento la nostalgia di casa mia.

I nostri vecchi Natali

Il Natale, da piccoli, lo festeggiavamo da noi, a casa. Coi nonni. I nonni arrivavano per mezzogiorno, pieni di pacchi, sempre in centododici. Il nonno scaricava, la parola è più che azzeccata, la nonna davanti al portone e io andavo giù a prendermela, sotto al braccio. Il nonno, intanto, andava a parcheggiare. La nonna aveva il suo cappotto grigio col collo di pelliccia. Era il cappotto delle grandi feste. Qualche anno dopo c’era la consuetudine di andare dai miei zii e cugini. La nonna andavo a prenderla sempre io. Mi piaceva abbracciarla e sentire il suo collo di pelliccia sulla faccia. Iniziavamo a mangiare alla una e finivamo alle cinque per poi ricominciare alle otto di sera. La zia era brava a cucinare e non tralasciavo nulla, assaggiavo sempre tutto. Mi mancano quei Natali tutti insieme? Sì. Mi mancano i nonni e le loro litigate per qualsiasi cosa. Mi manca andare a prendere la mia nonna, che faticava a camminare, e abbracciarla. Mi manca saltare addosso al mio nonno e togliergli il cappello dalla testa senza mai lanciarlo sul letto poiché, diceva, portava male.

Alberino

Faccio l’albero, con cura. Le decorazioni sono quelle ancora dei miei nonni, in vetro soffiato che rischiano di rompersi solo con uno sguardo. Così rivivono le persone che ci hanno accuditi: ricordandole e ricordando quello che si faceva insieme. Un piccolo momento felice si trasforma in malinconico. Faccio la pace col dolore delle perdite. Vorrei qualcuno accanto di molto speciale al quale tramandare tutto questo. Non c’è. Proteggo il mio passato, mi avvicino a quei momenti come fossero dei tesori dei quali avere tanta cura. Manca sempre qualcuno nella lista. Che cosa provo? Calore, anche se fuori fa freddo, tanto freddo: esce aria dalla bocca. Posso donare solo ciò che posseggo e sono qui per vivere e per farlo nel migliore dei modi.

Guardiamo le foto?

Guardiamo le foto?
Lo chiedevo sempre da piccola. Sia a casa nostra sia dai nonni. Dopo mangiato si sparecchiava e poi andavo nell’armadio a prendere le vecchie scatole di scarpe con dentro tutte le foto di famiglia. Chiedevo spiegazioni sui personaggi, a volte erano difficili da riconoscere, a volte erano persone mai viste, erano il passato o la famiglia dei nonni. Oggi ho pranzato in famiglia. Dopo essere stata rimpinzata come un bignè alla crema, ho chiesto Guardiamo le foto?
Ho trovato queste, i miei nonni da giovani.

La Cecilia

La Cecilia era la signora che si prendeva cura dei miei nonni, sul finire della loro vita. Era dell’Ecuador, in Italia per potere mantenere le sue figlie all’università. Tre figlie, una avuta con un ragazzo poi scappato e due figlie avute da un cinese. Le manteneva egregiamente tutt’e tre. Ha fatto parte della nostra famiglia per qualche anno. Era cicciottella e rideva di continuo. Mio nonno, quando se la trovava davanti, diceva ‘Eh ma che sederone che ha’ . Lui è sempre stato così, quello che aveva sulla lingua lo buttava fuori senza pensare alle conseguenze. Quanti ‘Eh ma che lardo’ ‘Eh ma che ragazzona’ ho sentito nella mia vita con lui. Lo diceva perché era sincero e onesto, non per prendere in giro o per giudicare. Vedeva e diceva. Quante figure ci faceva fare, ma io mi divertivo. Era bella grassa e felice la Cecilia, le piaceva scherzare e aveva una risata che stava bene nella casa dei nonni. La sederona sì era affezionata a tutti noi e noi a lei. Era parte di noi, lei con tutte le sue figlie e tutti i suoi nipoti. La sentiamo ancora; non si è più trovata bene in nessuna famiglia come si è trovata nella nostra. Il nonno diceva ‘ Via via muoversi’ ‘ Togliere il sederone’ per farla spostare quando lui voleva farsi un giro. Lei rideva per le frasi che il nonno le regalava. ‘Dai lardo spostati’. Ma lo diceva in modo affettuoso. Quando è morto il nonno ricordo che lei si era messa a spazzare per tutta la casa, ‘Bisogna farlo, si usa così: al mio paese, quando una persona muore, la si accompagna al cospetto di Dio’. Noi piangevamo e lei spazzava, mentre tutti accompagnavamo il nonno. Persone diversissime, con culture diverse e da paesi lontani, un giorno si incontrano e possono essere così vicine da sembrare nate dallo stesso ceppo. Úna cosa bella.

La casa al mare

Amavo la casa al mare. Era piccolina e, proprio per questo, stavamo sempre tutti vicini. Io dormivo in un letto che si richiudeva, per poi finire nello sgabuzzino. Pretesi di farlo mettere tra il lettone e il letto di mio fratello. Stavo bene, mi sentivo protetta. C’era un letto matrimoniale anche in sala. Un letto a scomparsa che poi diventava mobile e appoggiaditutto durante il giorno. Quello era il letto dei nonni. Il nonno veniva nei weekend a trovarci e ripartiva il lunedì all’alba. Mi alzavo e non lo trovavo. La nonna diceva Ho chiuso dentro il nonno, bussate sul mobile. Io bussavo e dicevo Nonno nonno sei lì dentro? Ci credevo. La nonna era dispettosa , magari lo aveva davvero rinchiuso là dentro. Mi alzavo e diventavo triste perché non vedevo il mio nonno. Chi ci avrebbe portato dai gabbiani??? Funzionava così : per giorni tenevamo il pane avanzato. Il nonno lo tagliava a pezzi e riempiva due sacchetti di carta. Uno per me e l’altro per lo smilzo, mio fratello. Ci alzavamo il giorno dopo prestissimo e andavamo, con i sacchetti in mano, verso il molo. Lanciavamo il pane ai gabbiani. C’era quell’odore di sale e acqua e il vento era fresco e salato.

Ricordare

Un odore o un profumo che afferri per caso mentre cammini. L’odore del soffritto e l’odore del sugo al pomodoro. Quell’odore ti riporta nel calore di una casa che conoscevi molto bene. Puoi cucinare il sugo, puoi fare il soffritto, puoi seguire esattamente quello stesso procedimento, ma a te non viene quell’odore. Ma c’è una casa sconosciuta, di un quartiere sconosciuto e con dentro persone che non conosci, lì, proprio lì, fanno il sugo come lo faceva il nonno. Era il sugo che andava sui gnocchi, dentro ai piatti gialli, quando mangiavamo in giardino. Piatti gialli trasparenti, bicchieri in coordinato e ciotole uguali che stanno nel mio armadietto in cucina. Amavo mangiare in quei piatti. Quando facciamo una cena particolare o mangiamo un piatto speciale, lo facciamo con quel set. Un ritorno nel giardino di quella casa, sul tavolo sotto al tiglio e con la tovaglia marrone a fiori.

La contadina

Ero una piccola contadina molti anni fa. Il nonno aveva un giardino e un orto. Al pomeriggio io e mio fratello scendevamo giù con lui. Sceglieva per noi nipoti gli strumenti adatti per lavorare, li teneva appesi a una parete. A me piacevano la vanga e il rastrello. Ci faceva vedere come si facesse a raccogliere le foglie secche sul prato. Bisognava andare fin sotto la siepe per fare un buon lavoro. Poi dovevamo strappare le erbacce . Io correvo nel box a prendere gli stivaloni neri a punta numero 43, me li mettevo e correvo così da mio fratello e per lui prendevo il cappellone di paglia. Gli mettevamo tutto in subbuglio ma poi eravamo costretti a sistemare. Mi piaceva cogliere i pomodori perché adoravo l’odore dei piccioli tra le mani. C’era una fila di perini che aveva messo giù solo per me, me li andavo a cogliere e me li mangiavo a morsi con sopra il sale. Il problema era quando prendevamo la canna e iniziavamo a bagnare ovunque e io bagnavo il sedere di mio fratello e così finivamo per litigare. Alle nostre urla accorreva la nonna sbraitando, dicendo L’acqua non si spreca, ora lasciate e salite sopra a cambiarvi. Correvamo in casa veloci continuando a darci calci e pugni. Arrivava il tempo della merenda. Il nonno ci comprava la Nutella, anche se, qualche volta, aveva provato a fregarci con la crema esselunga. Due fette di pane a testa. Litigavamo anche su chi si potesse avventare prima sul barattolo. Anzi, ero io che volevo sempre essere prima perché ero troppo golosa. Poi via di corsa a fare altri danni, facevamo le gare di pattinaggio con le pattine di lana sui pavimenti pieni di cera. Io cadevo, sempre e immancabilmente sull’osso sacro. Fine dei giochi. La nonna ci prendeva, divideva e ordinava di stare quieti.

Girare

Girare la propria città con gli occhi di qualcuno che viene da fuori e insieme a qualcuno che viene da un altro posto. Rendersi conto di quanto si possa essere simili nonostante cresciuti in diverse realtà e accanto a persone diverse. Trovarsi bene ed essere spensierati e parlare senza fermarsi,  senza silenzi e senza smettere di sorridersi. Fare esperienze insieme a qualcuno. Vedere il mondo e rimanere a bocca aperta davanti alle stesse cose. Essere curiosi uno della vita dell’altra, parlare di nonni con una tenerezza tale da sorridere delle cose belle. I nonni degli altri ti sembra di conoscerli un po’ perché poi tu pensi ai tuoi e provi le stesse cose. Provare cose e scambiarsi informazioni a ruota libera, senza seguire nessun protocollo e nessuna scaletta. Vai a braccio perché ti senti libero, non hai bisogno di avere davanti un copione dal quale prendere spunti.  La stessa voglia di creare e fare,  la stessa voglia di fare più cose possibili. Ed essere gioiosi, senza problemi,  in mezzo al traffico e allo sferragliare di un tram. 

Ragno

Mi sono tatuata un ragno qualche anno fa. Me lo sono fatta fare sul braccio,  vicino ad una cicatrice a forma di ragnatela. È un ricordo dei miei nonni. La mia nonna, per le medicine che prendeva, diceva di vedere come dei ragni davanti agli occhi. Forse era anche dovuto alla sua miopia. La mattina che morì, mi alzai sentendo fosse accaduto qualcosa. Andai in cucina a bere e trovai un ragno sul muro. Poi arrivó la telefonata. Quando, poco dopo,  morì il mio nonno, trovai due ragni vicini sulla serranda del box. Pensai che si fossero finalmente ritrovati e che potessero continuare a litigare,  come nella vita reale.                                                                   Il mio nipotino pensa di avere una zia giusta: ha il ragno come spiderman. Quando era più piccolo me lo toccava sempre. Un giorno, dopo una festicciola all’asilo, tornò con il suo ragnetto sul braccio e io capii di avere un nipotino che era uno giusto.

I ragni che trovo in casa non li ammazzo e me li tengo.  Una notte sentimmo il terremoto. La mattina nel lavandino c’era un ragnetto caduto dall’alto.