La casa era quella

Ecco a voi la nuova me.
Ve la presento.

Ho buttato giù completamente per ricostruire.
Ho tolto le macerie. Ho costruito esattamente la stessa casa di prima.
Uguale identica.
Alla fine… mi stavo simpatica.
C’era solo da fare una bella pulizia e, per il resto, la casa era quella. Sì, era lei.
Ho pulito. Ho imbiancato le pareti e le stanze sono ancora più spaziose.
Per il resto…
È rimasta uguale, a prima vista.

Dico A mentre cambio idea e penso B per poi fare C.
Difetto? No. La chiamo fantasia spontanea.

La testa è rimasta sempre un vulcano.

Il cuore è rimasto la sala più grande; la parete a vetrate dà su uno spettacolo che ogni giorno è tanto diverso da essere cosa nuova.

Lo sguardo è rivolto a trecentosessantagradi che nemmeno un compasso può fare lo stesso giro completo e la punta che infilza il foglio scappa sempre un po’ via,  lasciando quel buco slabbrato.

Sono qui. Fragile ma tanto forte come un fuoco che scoppietta nel camino. E le fiamme vogliono uscire. E strabordano. E qualcuno accenna un soffio. Ed io mi faccio sempre più grossa. Anche in un corpo minuto.

Sono qui.

Ho parole care di un amico lontano che alimentano la mia dolcezza.

Ho necessità di esserci, ho necessità di alimentare il fuoco.

Le mani le tendo ancora anche se mi ustiono.
Difetto? No. Io la chiamo voglia di vivere il mio presente prezioso. Voglia di essere accudita e custodita come una figlia preziosa. Eh sì. Figlia di qualcuno e tale da dover essere difesa, rispettata, protetta, amata. E di difendere, rispettare, proteggere, amare . Sì, siamo tutti figli di altre persone. E questo è da tenere bene a mente. Sempre.


Vivere. Sì. Vivere oggi.

Grazie a chi c’è sempre stato. Qui e nella mia casa. A chi mi tiene in cura in quanto figlia di qualcuno.