Io e il mio papà

Ti prenderei la faccia tra le mie mani infantili.
Ti direi non avere paura.
Proteggere chi è diventato grande, così tanto da diventare fragile.
Vorrei ancora riempire le labbra e baciarti la faccia col sottofondo della barba che, di sera, iniziava a pungere.
Da piccola ti guardavo mentre la facevi, alzando il mento e dicendo state attenti se no il papà si taglia.
La pelle profumata di buono. Ti vedo mentre stendi il dopobarba picchiettando sulle gote e sugli zigomi che confondevo coi miei.

Ti vedo davanti alle specchio del corridoio mentre ti fai il nodo alla cravatta, al collo di una camicia stirata in modo perfetto.

Ti vedo mentre scegli i vestiti accuratamente e l’orologio giusto, sul tuo polso piccolo come i nostri.

Sai, Daniele ti assomiglia tanto. È un uomo. È un grande lavoratore come te. È onesto e serio.
Anche io ti somiglio nella faccia. Rivedo te, il mio papà.

La tua risata interrogativa sulle cose che raccontavo a macchinetta.

Il tuo affetto nei gesti e nel voler sempre esserci.

Le litigate per gli orari assurdi da rispettare. Ma come faccio a tornare a casa alle undici e un quarto se esco alle dieci?

Il tuo aspettarmi con la lucina accesa. E rientravo e sentivo clic. Buio.

I tuoi regali quando tornavi dai viaggi distrutto. Avevi sempre la forza di aprire la valigia e noi tre lì attorno ad aspettare che tirassi fuori le cose per noi.

Darei dieci anni della mia vita per avere indietro ancora cinque minuti di quei momenti. Magari quelli della domenica tutti insieme,  il pranzo in sala con la tovaglia che sapeva di bucato e le paste sul vassoio posizionate in modo ordinato. E tu in mezzo a noi per dividere i litigi e le botte che ci davamo per un nonnulla.

Nulla più è perfetto senza te. Nessuna festa sarà più all’apice della gioia. E sai. Ieri è stata una giornata triste e tu sai quanto amassi il mio giorno. Sì, ho festeggiato e lo farò ancora. Ma io rivoglio indietro te che sei il mio papà.