Errori di calcolo

Ero il numero sedici alla scuola elementare. Stavo nel mezzo dell’elenco.


Dovevamo sempre ricordarci il nostro numero e scriverlo sempre accanto al nome. La maestra, diceva, faceva prima quando correggeva i temi e li doveva restituire.


Dovevamo scrivere il numero sui biglietti del tram quando andavamo in gita. Lei li ritirava e li timbrava per noi, così da avere sotto controllo chi avesse consegnato i biglietti e chi no.


Poi arrivò la campana per il ritiro della carta. Era una novità, fuori da scuola. Così facevamo un sacchetto e, a turno, lo andavamo a buttare.
La maestra aveva impostato la cosa così: si andava  in ordine di numero. Ogni settimana, per un mese, ogni numero andava a buttare il sacchetto. Un mese… quattro volte toccava ad una persona sola… ma che senso aveva? Avrei dovuto aspettare sedici mesi…. più di un anno scolastico…


Ci tenevo. Ma la campana arrivò in terza elementare e il mio turno non arrivò mai.


Ci tenevo. Mi maledivo perché il mio cognome mi aveva imposto una metà classifica. Non era giusto.

Una mattina alzai la mano e parlai di quella ingiustizia. Avevo anche una proposta… Non si poteva turnare una volta la settimana? Così saremmo andati tutti a buttare la carta.


Sai, Alessandra. Le cose non vanno sempre come vorremmo noi. Imparalo adesso e tienilo a mente bene.


Una cosa la imparai. A volte gli adulti commettono delle vere e proprie ingiustizie per non riconoscere e ammettere i loro errori di calcolo.