Ci sono storie bellissime

Io continuo a salire. Ho trovato un rifugio… è essenziale per la mia sopravvivenza. Al di là, si trova quel posto che ho scelto come casa. Apro la porta ansiosa: tutto è a posto, quasi in ordine, nonostante non sia cosa da me. Qualcuno potrebbe avere sistemato in mia assenza?
Quanti ricordi riaffiorano. A volte bastano un odore o un piccolo oggetto portato dietro per scatenare lampi improvvisi nella mente. Un rossetto rosso può fare il miracolo: la nonna se lo metteva per sé stessa e non per piacere a un uomo. Era il suo modo per creare una speranza anche nel momento più difficile. Ci sono storie bellissime che non conoscerò mai. Ci sono storie di altri che leggo, quasi ingurgitandole, per poterle mantenere vive. Io scrivo di me e di cose mie per ricordare, sperando che, anche qualcun altro, le mantenga vive con me.

Casa mia

Era il luogo dove più mi sentivo a casa mia. La casa dei nonni era sull’angolo, davanti a dei campi. Da piccola credevo che, quella casa, ci sarebbe stata per sempre. A dire il vero, credevo ci sarebbero stati per sempre anche loro. Ero un po’ impreparata su ciò che sarebbe accaduto in seguito. Forse si è sempre impreparati davanti a certi eventi. Estati passate nel loro giardino. Estati a mangiare sul tavolo rotondo. Estati a giocare, con mio fratello, dentro alla centododici color carta da zucchero del nonno. A pranzo lo sentivamo arrivare e lo sentivamo mettere la macchina nel box. Saliva le scale, si toglieva il cappello, si rimboccava le maniche della camicia e iniziava a girare nella pentola col cucchiaio di legno. Noi eravamo già in sala ad aspettarlo affamati, nonostante la focaccia rotonda di metà mattina che ci comprava la nonna dal prestinaio del paese. Ricordo la sensazione di quando bevevo nel mestolo, facevo scorrere l’acqua e , appena diventava fresca, bevevo. Mi sembra di poter ricordare anche l’odore di quell’acqua pulita mentre le mie labbra serravano quel pezzo di metallo. Ricordo le colazioni del mattino. Tre cucchiai di cacao amaro e uno di zucchero da girare mentre aspettavamo si scaldasse il latte. Il nonno diceva Girate e schiacciate altrimenti rimangono i grumi. Io facevo finta, mi piaceva sentire i grumi di cioccolato puro che si scioglievano in bocca. È come se quella casa fosse ancora dentro di me. Alcune abitudini che avevamo non le ho perse. Se sento il profumo della magnolia ritorno in quel giardino. Se vedo le formiche ritorno nei vialetti che lo attraversavano. Ci sono giorni, più di altri, che sento la nostalgia di casa mia.

Sentirsi

Alessandra Marcotti

Sentirsi sicuri in un abbraccio. Sentirsi a casa tra le braccia di quel qualcuno. Sentirsi e sentire l’altro, sentire il suo battito e calmarsi nel proprio. Trovare chi è disposto ad aiutarti e sapere che c’è. Non si può scappare dai problemi ma si può trovare una zona neutra nella quale tornare per salvarsi. È lì, proprio lì, che inizia la nostra storia. Scegliersi. Conoscersi. Accettarsi. Non ci vuole un attimo, ci vuole tempo. Prendersi per mano in modo delicato e seguirsi. Riabbracciare qualcuno che torna. I momenti che contano possono confortare e sapere che quel qualcuno è presente, lì, per te. Saperlo senza porsi domande. Saperlo senza il minimo dubbio. Rimanere e fare grandi sogni insieme.

Londra sono qui

Londra, terza residenza ufficiale di apemarcotti. La prima è la famiglia, la seconda l’ospedale e la terza… La meraviglia assoluta.

Come sto bene qui, sono sempre stata bene qui. Qui mi rigenero e mi ricarico perché riesco a sfinirmi completamente e a ricaricarmi immediatamente. Persone, persone, persone. Ovunque e dappertutto e a qualsiasi ora. Oggi una giornata di sole meravigliosa, ma non come le giornate col sole di Milano, qui è sole, aria e fresco. Apemarcotti è felice qui, è felice in modo diverso. È felice in modo semplice. Non penso a nulla se non a me e alle mie cose da fare.

A casa

Sto bene. Solo sintomi influenzali ma ho una scatola nuova di tachipirine. Mi sembra di essere tornata ai tempi dell’interferone. Un grazie a tutti, per avermi tenuta compagnia e avermi fatta ridere. È bello sentire le persone così vicine. Voi. E le mie due infermiere che mi hanno accudita come una figlia. Due angeli che, ogni giorno, stanno così vicino a persone che soffrono. Non ti compatiscono. Non fai loro pena. Ti trattano come persona, certo, persona sofferente che ha bisogno di cure. Alle tre avevano finito il turno. Solitamente per quell’ora se ne sono già tornati tutti a casa. Mi hanno dato un mondo, mi hanno rinfocillata e aiutata anche nelle cose minime. Trovare qualcuno che ti metta in carica il telefono per tenere i contatti col mondo esterno e con la tua famiglia. Mi sono alzata per andare in bagno portandomi dietro tutto il marchingegno e gli elettrodi. Sono tornata e, inciampando nel mio stesso piede, ho tirato giù un tavolino e non solo. Un disastro. Sono venute a salutarmi Speriamo di non vederci troppo spesso, sei una persona molto carina, ti lasciamo col dottore, ti farà compagnia lui. Mi hanno stretta e baciata. E mi sono commossa. Quando ti senti protetto e a un passo da qualcosa di speciale, non puoi fare altro che ringraziare. Grazie a voi. Mi avete protetta e aiutata. Ogni tanto passavano a chiedere se avessi bisogno di qualcosa e se fosse tutto a posto. Io, lì, nella seconda residenza, ho vissuto e vivo emozioni che sono difficili da spiegare. Essere grati a qualcuno che, per quello che fa, non prenderà mai una medaglia, ma prova qualcosa di vero per te e per qualcun altro nei giorni successivi. Sentirsi pieni e sentirsi grati. La mia neurologa e l’altro dottore sono stati con me fino alla fine di tutto… Il problema era fare ritornare il battito normale. Con quella pastiglia la frequenza cardiaca rallenta parecchio. Il macchinario continuava a suonare in allarme fin quando ho tolto la suoneria, per non agitarmi troppo. Ero partita da 67/70 e son tornata con un 47/55. Siamo stati lì ad aspettare il benestare del cardiologo che, poi, è arrivato alle sei di sera. Libertà. Sono stanca nonostante sia stata sdraiata una giornata intera. Malaticcia. Sono convinta, però, di avere preso la decisione giusta. E ora voglio andare nuovamente di fretta… mi vedo già sull’aereo con la mia valigia piena di vestiti da abbandonare in giro! Sono felice, stasera sono molto felice.

Grazie per i vostri messaggi e i vostri regali. Grazie alle mie amiche e amici. Grazie perché, quando qualcuno si ricorda di te, è qualcosa di prezioso.

Una famiglia, una casa, la mia, la tua

Sono in famiglia, accolta come una figlia, accolta. Mi sento presa in custodia, in una custodia preziosa. Braccia mi cingono. Occhi che mi sorridono. Risate e labbra verso l’alto che lasciano scoprire i denti. Sono arrivata e sono stata accolta come cosa preziosa. Emozione. Ma un senso di pace come se stessi andando nella casa dei miei nonni, la mia casa, la mia custodia. Un pomeriggio bellissimo. Eccola lei. La persona che ha permesso tutto questo e che ha preso il mio cuore in modo delicato e lo ha posato sopra al suo. Mi ha fatta entrare, così, nella sua vita. Noi. Finalmente noi. Io e te. Ho mangiato la tua caramella prima di entrare in risonanza. Il tubo mi ha rispedita fuori in due ore. Ho pensato a te. Ho pensato a tante cose, ho contato, ho leccato le mie ferite, ho pensato alle cose da fare, ho pensato a quanto ce la stia mettendo tutta. Ho pensato. Ho pensato a me. Ho stretto i denti ai primi crampi, ho pianto per i dolori atroci alla schiena, pensavo che sarebbe stata dura, poi, riprendere a camminare in modo normale, ma sono stata immobile e sono stata brava. E ho ripensato a te, a noi, a ieri in una casa che aveva sapore della mia casa.