Vendevo le focacce

Vendevo le focacce: erano le cartelle del bingo.
E avevo tutte quelle fotocopie di lire che mi aveva fatto la mamma in ufficio. 

A me piaceva stare alla cassa per dare il resto… sarà per quello che poi ho amato tanto la matematica. Ero diventata bravissima. Anche successivamente, lavorando per un periodo in negozio, la cassa che veniva chiusa a pareggio era quasi sempre la mia. Io credo che il motivo fosse perché avessi giocato tanto a vendere focacce.


Le diecimila lire erano tutte con la scritta  Contate. Ma possibile avesse solo quella nel portafoglio?
Le mille lire vecchie e poi quelle nuove… eh sì, perché erano uscite quelle con la Montessori.
Avevano un colore più bello rispetto al Marco Polo ed era più semplice mettere i due pallini sugli occhi.
Non si pitturano i soldi…. ma se c’era chi ci scriveva poemi….. O chi scriveva frasi d’amore…


Quando si rompevano a metà, magari dopo qualche lavaggio, arrivava giù la Vittoria dall’ottavo piano e, in modo preciso, le riattaccava con lo scotch.
Ne giravano  tante di banconote così.
Ora no… e nemmeno si vedono più le scritte.

Il dubbio amletico

Vado a sentire se l’aria siberiana è arrivata per davvero.
Esco sul balcone. La punta del naso si ghiaccia, finalmente!
In giro con la mascherina non mi succede più.
Bello, bello il freddo sulle gote.
Me lo respiro bene a fondo.

Io amo il freddo, nonostante tutto.
Nonostante le venti dita che diventano bianche cadavere e le orecchie e il naso e il mento che diventano fucsia e fanno così tanto male che sembra di perdere tutto.
La sensazione è quella stessa del cristallo che si rompe in mille pezzi. Tutti quei micro frammenti che trovi ovunque anche a distanza di mesi.

Il freddo c’è. La felpa pesante anche.

Eppure… dentro qualcosa stride. Altro che aria che purifica…
Che delusione ho avuto oggi…
Non so se sono più delusa o più arrabbiata…
La seconda sicuro.
Ma dico…e questo è il dubbio amletico, perché tenere dentro sé tre persone sole se puoi arrivare a una capienza di dieci….
Gente da dubbio amletico.

Cercando di sorridere

È arrivata da un altro mondo per aiutare.
Sì, un altro mondo.

Culture intrecciate e ben amalgamate.


Ascoltava ma, più che altro, parlava e rideva tanto, portandosi la mano sulla bocca, come fanno i bambini. Aveva un lato fanciullesco che andava a genio al nonno. Eppure erano così diversi.


Vorrei che la memoria fosse tanto viva e non nostalgica… perché lei era tanto viva. Una montagna di lardo, come diceva il nonno; lui sempre abituato a dire ciò che pensava e rimasto così, nudo e senza inibizioni.
Si mise all’ascolto di quell’uomo bello e diventato fragile, col tempo.


Che gran sederone, che montagna di lardo. E lei rideva, con quella risata felice e vera, con quei denti mancanti, come i bimbi che aspettano il Topolino.

La lontananza è un dolore grande. Perdere chi amiamo è quasi folle. Ma lei ha reso più dolce quella dipartita.


La ricordo così… mentre spazzava sulla porta perché era l’usanza, quando moriva qualcuno. E spazzava, mentre due sorelle si guardavano negli occhi cercando di sorridere.

Qualcosa da parte

La mia regola è non restare mai dove sono.
Cerco un punto di riferimento per avere un raffronto.


Non mi domando che cosa spero per il futuro. Guardo all’oggi che è molto meglio.

Ho, nella mente, un laboratorio di idee. Molte sono completamente perdenti in partenza ma… non si sa mai.


Ci sono eventi che mi hanno sconvolta, altri che mi hanno riappacificata con me stessa e con il mondo fuori. Eventi capitati e chissà perché. Eventi non accaduti. Sono certa che non troverò mai risposte soddisfacenti o motivazioni sufficientemente complete ai miei quesiti.


Ho messo qualcosa da parte e posso affrontare meglio chi e cosa non hanno avuto scrupoli o delicatezze. Ho messo da parte tutto ciò che ho rubato guardando. Ho accumulato parole belle che ora scrivo qui. Ho una montagna di desideri pronta a crescere ancora di più.


Cerco di non replicare ciò che non mi piace negli altri. Ma tante cose le guardo e dico wow, queste sì che sono tanto belle. E me le segno. Le scrivo nella mente o sul quaderno giornaliero, quello dove segno tutte le parole perdute chissà dove nel cervello.
Sì, sì … sempre meglio segnarsi tutto… le parole possono anche venire recuperate oppure sostituite con sinonimi.

Lasciarsi andare

Chiude gli occhi, li tiene stretti stretti e
si lascia guidare. Si fida. Sta andando bene, le sembra.


Si lascia andare, segue le indicazioni, si lascia prendere per mano.


Vuoi aprirli i tuoi occhi? Così, per controllare…
No. Li tiene chiusi.

Immagina ci sia tanta acqua attorno. Lo sa bene di essere all’aperto e non sente alcuna limitazione.


Sono collegati. Come tutti quanti nel mondo, del resto.


Quella luce crepuscolare si insinua tra gli spiragli delle ciglia.
No. Non conosce la paura: si fida.
Immagina sia un viaggio e lo pensa come ricco di incontri.


È un modo nuovo di affrontare le cose… Con qualcuno che la guidi, per la prima volta. Un po’ come lasciarsi spingere sull’altalena o come lasciarsi cullare dalle onde, su un materassino, al mare.
Buttarsi nelle cose, dicendo sì ogni mattina.

Il materassino… Il mare…

Ma se lo ricorda quando succedeva davvero, da piccola d’estate? Chiudeva gli occhi, si lasciava scottare  il naso dal sole e pensava ad aneddoti passati… ogni rumore si collegava, a grappolo, ad un altro fatto.


Il rumore della neve sotto le scarpe.
Il rumore delle foglie secche sotto i passi veloci.
Il rumore del fuoco sotto la padella bucata per le castagne.

Che cosa ti sei portato via?

Che cosa ti sei portato via?

Un pezzo di me.

Il tuo modo unico di cucinare il risotto giallo con la salsiccia.

Quel tuo modo di pronunciare, rigorosamente in italiano, le parole straniere.

Il tuo sapere enorme, da persona così tanto innamorata della storia. E della vita.

Quelle grandi mani , puntellate di macchie marroni, capaci e pronte a tirare su tutti.

Pieno di cura….

Buon compleanno a te.

Nonno.

La vecchia via

La mamma faceva la spesa dal droghiere, mentre noi buttavamo giù di tutto. Il bancone era tanto alto, nessuno si accorgeva di noi. La testa del commesso faceva capolino tra un uovo gigante di Pasqua e una pila di biscotti.

I soldini… o le crostatine al cioccolato, non aveva importanza il modello ma solamente la sorpresa. Quella scatoletta gialla con il mulino. La parte che scorreva e la sorpresa che era lì ad aspettare noi. Una gomma piccola a forma di tegolino. A me piaceva il soldino, lo toglievo di nascosto da ogni pacchetto. Una lastra spessa e tonda di puro cioccolato fondente: uno solo non poteva bastare.


Era una via piena di negozi. C’era quello che macinava i grani di caffè… quel profumo si sentiva per tutta la via.
E poi il lattaio. Un buco di negozio con una piccola parte di bar. Un tipo vecchio, dietro al bancone, apriva scatole di plastica piene di caramelle…. Duecento lire erano cinque cocacoline frizzanti, ma frizzanti davvero, di quelle che ti facevano strizzare gli occhi.


La cartoleria era di fronte. Due vetrine piene zeppe di cose interessanti. Entravamo a prendere ciò che ci serviva per la scuola o i regali per le feste di compleanno. Io quell’odore lo ricordo molto bene. Tutto, là dentro, sapeva di buono. Anche i fogli protocollo avevano un profumo particolare. Peccato che ci fosse anche la pescheria: l’odore del pesce impregnava persino il marciapiede.
Conoscevamo tutti, anche quelli che non salutavamo.

Ricordo i resti in caramelle.

Ricordo i soggetti dai quali dovevamo stare lontani. Tassativamente.

Ricordo i profumi.

Ricordo i rumori dei treni che mi cullavano di notte.

Ricordo quanto tremassero i muri e le finestre quando, sotto, passava il tram 1.

Merito di essere genitore di qualcuno

Nessuno ha il diritto di scegliere per me.
Nessuno. E persino nulla.

Lo penso da quando ero bambina e la mia famiglia ne sa qualcosa.
Testona. Crapone. Testa dura. E chi più ne ha più ne metta.
La mia mamma mi vestiva con dei pezzi bellissimi, da bambina. Io, già all’asilo, mi strappavo via tutto.
È rimasto un vestitino mai indossato, nonostante abbia quasi la mia età; è pieno di buchi, dovuti ai miei strappi vigorosi.
Ora lo guardo e lo trovo tanto bello.


Un maschiaccio. Picchiavo e mi difendevo. E difendevo chi amavo.
Sono ancora così. Anche se non picchio. Ma sapete…. mi piacerebbe tanto essere ancora in età per farlo!

Nessuno decide per me. So sempre la cosa giusta da fare. Anche se poi non si rivela in quel modo. Ma se penso sia giusto… vado.

Se qualcosa si mette in mezzo… Che fare? Sbraito ma accetto.
Come è successo per la mia malattia.


No, a dire il vero è l’unica cosa per la quale non ho mai creduto fosse una cosa ingiusta: nemmeno pensavo ad una possibilità del genere per la mia vita.
Ma l’ho presa e messa in tasca.


Ma c’è una cosa per la quale mi sono sempre girate le balle… una cosa che non ho scelto e non ho voluto.
Accetto anche questa. L’ho ben digerita sapete… ma la trovo comunque un’ingiustizia bella e buona.


Questo pensiero è scaturito dopo aver letto un articolo bellissimo, un’intervista ad una attrice che nemmeno conosco.
Questa è la frase che ho amato.

Sì. Lo avrei meritato anche io. E quel qualcuno avrebbe meritato me.

Signor Drummond

Gli orari di lavoro sono attaccati al frigorifero… sono fermi a febbraio.
Sì. Il soggetto fragile, che è anche un numero di pratica, non sta lavorando. Le cose sono due: o trovano il vaccino oppure la cura per uscire dalla sclerosi multipla.


Che cosa ho fatto?


Ho fatto parecchi corsi. Qualcuno di scrittura, per poi passare alle cose più assurde, per un soggetto come me.
Ho scritto tanto. E creato cose.


Sto monitorando la felicità di Belen Rodriguez… Google me lo sta imponendo da quando ho voluto sapere quanti anni avesse… 🤦‍♀️
Al giorno d’oggi è felice. Ora spero possiate stare tranquilli quanto me.

La mia neurologa mi ha chiesto se non mi annoiassi… Beh… Sì. Quando gli hobby diventano la tua quotidianità…
Ma altre alternative non ci sono. 

Non avendo ancora un balcone agibile,
passeggio tanto per Milano. Stando sempre nei dintorni di casa… Ovvio.
Esco col buio.
Per non dare troppo nell’occhio…


Ormai conosco tutti i buttafuori dei supermercati, quelli che ti accolgono sparandoti il termometro in testa.
Sono gli unici che hanno voglia di dire due parole senza troppa paura.


Appena tutto questo finirà… ho già allertato tutti… faremo un pranzo spettacolare. E staremo tanto insieme.
Per un po’ smetterò di leggere il giornale così da evitare quella faccia da oltre tomba del mio edicolante e per pensare solo a svolazzare in giro come un’ape regina!

La cosa che mi ha tenuta a galla è stata la mia voglia di fare: una vera fortuna.

Pensare di trovarsi in gabbia e starci da febbraio… Impazzirebbe persino quel serafico del Signor Drummond!

Non basta mai

Resistere alle perdite subite.


Sopravvivere, chiudendo gli occhi,  cercando di ritrovare quel modo di parlare, quella lingua così familiare.


La voce no, impossibile ritrovarla cristallina. La imbastardiamo con frammenti di ricordi e di dialoghi, improvvisati nella nostra mente.


Mi spazzolo i capelli e riconosco quegli stessi gesti.
Un fatto banale che mi regala un sorriso, ma che pesa  almeno quanto un baule pieno di cose da gettare.


E se il segreto fosse quello di lasciare andare?
Ma se anche riuscissimo in questa impresa…

…riproduciamo gesti come fossimo specchi, impregnati di una vita vissuta insieme a qualcuno. A stretto contatto.


Vita sufficiente o meno… no, non basta mai.

Errori di calcolo

Ero il numero sedici alla scuola elementare. Stavo nel mezzo dell’elenco.


Dovevamo sempre ricordarci il nostro numero e scriverlo sempre accanto al nome. La maestra, diceva, faceva prima quando correggeva i temi e li doveva restituire.


Dovevamo scrivere il numero sui biglietti del tram quando andavamo in gita. Lei li ritirava e li timbrava per noi, così da avere sotto controllo chi avesse consegnato i biglietti e chi no.


Poi arrivò la campana per il ritiro della carta. Era una novità, fuori da scuola. Così facevamo un sacchetto e, a turno, lo andavamo a buttare.
La maestra aveva impostato la cosa così: si andava  in ordine di numero. Ogni settimana, per un mese, ogni numero andava a buttare il sacchetto. Un mese… quattro volte toccava ad una persona sola… ma che senso aveva? Avrei dovuto aspettare sedici mesi…. più di un anno scolastico…


Ci tenevo. Ma la campana arrivò in terza elementare e il mio turno non arrivò mai.


Ci tenevo. Mi maledivo perché il mio cognome mi aveva imposto una metà classifica. Non era giusto.

Una mattina alzai la mano e parlai di quella ingiustizia. Avevo anche una proposta… Non si poteva turnare una volta la settimana? Così saremmo andati tutti a buttare la carta.


Sai, Alessandra. Le cose non vanno sempre come vorremmo noi. Imparalo adesso e tienilo a mente bene.


Una cosa la imparai. A volte gli adulti commettono delle vere e proprie ingiustizie per non riconoscere e ammettere i loro errori di calcolo.

Giorno 1

Milano, 6 novembre 2020.


Primo giorno del nuovo lock down.


Sensazioni ed emozioni: delusione, tristezza, solitudine.


Ho fatto un salto a comprare il giornale. La città è abbastanza vuota, nonostante il tg3 abbia detto il contrario. Ho in tasca l’autocertificazione nuova.
Ho in tasca anche la tristezza e una punta di preoccupazione per chi è stato investito da quello che avevamo iniziato a sentire un poco più lontano.

Come quando ti ritrovi a passare un dolore che avevi già vissuto.
Come quando, brillantemente, esci da un problema e, poi, ti si ripresenta.
Come quando vinci e poi riperdi ancora.
Come stare bene dopo una lesione e, prontamente, ti si ripresenta.


Così.

Ci si sente sconfitti e senza la stessa voglia che si aveva prima di combattere.
Poi capisci di non avere alternative. Accetti e vai avanti. La forza la ritrovi, il telefono lo rimetti sotto carica.
Ma è dura. Ripiombare nella stessa difficoltà che hai già superato, non ti fa venire la forza di riaffrontarla. Non subito.
Allora ti poni nell’ottica che devi trovare la ripartenza, anche questa volta.


Come ha fatto la tua mamma al secondo tumore e, poi, anche al terzo.
Come hai fatto tu alla seconda neurite e alla seconda ondata di attacchi di depersonalizzazione.


Ci si prova. Ci si mette davanti a un Western di terza categoria e si riparte. E mentre ti dici… ma porca miseria che cosa sto guardando? sorridi.


E si può anche decidere di cambiare telefono

Sai Ale…

Perché sei qui?
Perché credo di essere in gamba. E ho qualcosa da dire.


Ho conservato un oggetto e mi crea così tanti ricordi… Che cosa ha significato quella persona per me? Ciò che ne è rimasto lo tengo stretto.


Sai Ale, è stata una giornata bellissima.

Ho dialogato e ho chiesto cose. Ho accolto. Sono stata attenta. Mi sono guardata intorno. Ho spalancato gli occhi. Ho notato un viso. Ho notato lo sguardo di stupore.


Ho capito di avere un disegno meraviglioso di fronte a me. E che qualcosa arriva. No, tutto no. Ma qualcosa di bello sì.


Sai Ale, a volte basta anche solo un sorriso. A volte dei denti sono capaci di creare un legame. È bello pensarlo.


C’è chi ti sostiene e crede in te. Come a casa.

E allora dici grazie.

Sai Ale, hai presente quando ti dicono non c’è nulla per la quale continuare a dire grazie…

Eh no. Dissento.

Ale, ringrazia sempre. E sorridi.

Caro diario

Caro diario,

da qualche anno ti ho abbandonato nel cassetto per trasferirmi qui, su questo blog.

E qui, come ho fatto con Te, scrivo di me. Scrivo le mie emozioni, parlo dei miei drammi e di tutto il bello che mi circonda.

Qui c’è qualcosa in più. Qui ci sono persone che mi hanno supportato, sopportato, riso insieme a me, condiviso attimi e regalato scritti e parole da ricordare. E qui, essendo messe in digitale, le troverò per sempre. Oramai avrete capito bene quanto la mia paura, legata alla malattia, sia proprio quella di perdere la memoria. E so bene che ritroverò tutto, a tempo debito.

E ora voglio condividere l’ultima gioia. Sì, perché questo nuovo libro, è una gioia. È un lavoro che amo. E finalmente oggi è arrivato materialmente.

Ma prima vi allego il comunicato stampa, che ogni libro si meriterebbe di avere.

https://newsroom.notiziabile.it/newsroom/leggi/il-nuovo-libro-di-alessandra-marcotti.html

Per un bell’abito Olga perse le penne https://www.amazon.it/dp/8835899451/ref=cm_sw_r_wa_apa_i_h2WDFbJX97XJC