L’anello di cioccolato

Trovarsi nel mezzo e vedere girare la vita. Qui non si parla di cose pesanti, non ce ne è bisogno. Qui si ride e si sta allegri. Ciò che sta fuori lo teniamo lontano, senza, per questo, dimenticarcene. Sta là. Noi siamo nel mezzo, dove si trova il modo di lasciarsi andare e di aiutarsi a vicenda. Basta poco: una parola o un pensiero. E a me oggi è arrivato questo…. un anello di cioccolato…. per fare la foto l’ho schiacciato…. non si vede bene ma vi assicuro fosse sublime.

Per tutto questo, ringrazio lei, quella a sinistra… L’altra sono io🌸

Il bianco della mia faccia riflette il fucsia dei suoi capelli facendomi sembrare una persona sana.

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Chi l’avrebbe mai detto

E chi l’avrebbe mai detto che un incontro nel 2001 potesse rivelarsi così tanto speciale. Lo ricordo bene quel momento, fermo come una fotografia. Lei con maglietta e scarpe gialle e delle gambe lunghissime. Una strada insieme. Chi l’avrebbe mai detto che potessi stringere tra le mie braccia, un giorno, qualcosa di tanto bello e piccolo. Finalmente è arrivato. Avrò un compagno di giochi, andrò con lui sulle giostre. Questo è il regalo più bello che potesse farmi. Siamo già in sintonia… eravamo due e ora siamo in tre. Così… in un lampo. Chi l’avrebbe mai detto quando pensavamo solo ai concerti e ai cantanti. Chi l’avrebbe mai detto quando passavamo i pomeriggi a comprare vestiti, dentro e fuori dai negozi. Noi due… Così diverse, eppure fuse in un’unica essenza. Così tanto diverse fisicamente da essere diventate simili, così tanto da sembrare sorelle. Abbiamo condiviso fatti assurdi e belli e abbiamo riso tanto, tantissimo. Poi abbiamo condiviso momenti brutti, anche molto brutti. Risate miste a pianti e lacrime. E imparato a conoscere una malattia nuova. Siamo sempre rimaste, l’una per l’altra. E ora c’è lui. Una scimmietta piccolissima che mangia, strilla e dorme. E sì, sarò sempre nella sua vita.

Maschio

Ho sempre avuto amici maschi nella mia vita. Sempre più maschi che femmine. All’asilo il mio amichetto si chiamava Guido. Alle elementari era Simone. Cinque anni sempre insieme. Facevamo danni incredibili. Un giorno incollammo tutte le scarpe da ginnastica dei nostri compagni. Tutte, tranne le nostre, infatti ci scoprirono subito. Le nostre mamme si chiamarono per decidere come punirci e come ripagare il danno. Fumammo la prima sigaretta. Lui mi disse che dovevamo farlo perché suo zio lo faceva ed era un figo. Prendemmo le Marlboro rosse dello zio e andammo in terrazza. La sua nonna ci scoprì e ci riempì, letteralmente, di botte. Le presi prima dalla sua nonna, poi dalla sua mamma e poi dalla mia. Fu una giornata faticosa. Il suo cane si mise in mezzo a difenderci e le prese anche lui, ops, lei, era una lei, Lilli. Litigavamo spesso. Ci prendevamo a pugni e calci e, un giorno, lo buttai contro un banco e lo presi per la tasca della camicia, strappandogliela. Ormai le nostre mamme avevano un conto aperto a vicenda. Lui mi tolse gli occhiali e me li schiacciò sotto al piede. Ma ci cercavamo di continuo. Al liceo si chiamava Riccardo. Compagni di banco. Amici da subito. Lui mi faceva le tavole di disegno tecnico e io gli correggevo i temi: faceva un sacco di errori di grammatica e non azzeccava una doppia nemmeno a pagarlo. Gli passavo le versioni e gli suggerivo sempre tutto. E lui continuava a farmi le tavole: non capivo nulla di disegno. Andavamo in giro in motorino, in due e di nascosto dai miei. Andavamo per locali e mi portava a scegliere fiori per la sua fidanzata di turno. Una volta mi costrinse a portare un regalo a una di queste donzelle; mentre andavamo a tutta velocità, mi fece sbattere il ginocchio contro un furgoncino. Lo ricordo ridere mentre io, dietro, sbraitavo e lo maledivo. Ora si chiama Robi. Non è un maschio ma, bensì, una graziosa fanciulla con gli occhi blu. Pensa da maschio, però. Un po’ come me. E non ci picchiamo e non litighiamo e non abbiamo mai litigato, nemmeno per un maschio.

Il maschio c’è… Ma non si vede.

Allo Spirit

Serata pazzesca…. non occorre essere al pieno delle proprie capacità ma… basta farlo credere e crederlo per quasi diventarlo. Ho ballato come una pazza ma solo quattro pezzi…. ma, col sottofondo di quei quattro pezzi, ho dato davvero il massimo. Risultato: ero sudata fradicia come se avessi fatto la doccia e mi tamponavo con pezzi di fazzoletti e sembravo Pippo Baudo ai tempi d’oro di Domenica In. Ma ho scaricato rabbia, tristezza e tossine. Sono un po’ rigenerata, devo solo rimettere liquidi nel corpo, credo di aver perduto tutto ciò che ho bevuto nell’ultimo anno!

Ecco… Io sarei quella che sembra abbia lo zigomo rifatto come le ex carampane hollywoodiane

Sono felice

Oggi che sono felice posso raccontarvi una cosa. E poi vi dirò, nei prossimi giorni, perché sono felice. Sono felice ed emozionata come al mio primo appuntamento con Davide, quando per bere un caffè, ci misi due ore a prepararmi accuratamente.

La prima volta che mi son trovata nel vortice della depressione è stata per colpa di un farmaco. Un farmaco che ha scavato così tanto nel mio interno fino a rendermi inerte e inerme verso la vita. Ero giù. Ero triste. Mi sentivo sola. Poi sono stata bene. Ci sono voluti impegno, sedute psicologiche, sospensione immediata del farmaco, psicofarmaci e, dopo tutto questo, sono tornata alla vita. Alla mia vita. Ho avuto una ricaduta. Minima. Iniziavo un farmaco nuovo, uno squilibrio chimico mi ha fatta vacillare. E un incontro che mi ha lasciata distrutta. Senza motivo. Io vivo di emozioni e di persone. Mi son detta Ma Ale ma non puoi mettere in dubbio te. Le persone ti odiano o ti amano. Ma quelle che ti amano, ti amano profondamente. Rendi le persone positive e felici e, se le persone accanto a te stanno bene, vuol dire che puoi essere un bellissimo incontro. Se qualcuno fa carta straccia di te per cattiveria sua o problemi personali suoi, non ti puoi fare intaccare. Lo so. Ho ripreso gli psicofarmaci. Ho rimesso a posto quello squilibrio e mi sono promessa che non mi farò più intaccare da chi ha bisogno di ferire per sopravvivere. Non si usa così. Non per questo sono diventata apatica o anaffettiva. Son stata colpita ma non affondata. E ho capito che mai mi comporterò così con nessuno, in famiglia, con gli amici, a lavoro e con le persone speciali. Mai mi comporterò da schifo, mai. E se mai dovessi, avrò la faccia per chiedere scusa o un semplice mi dispiace. Non andrei in giro baldanzosa facendo finta di essere buona solo perché chiedo un come stai di circostanza. Se hai ferito apposta per ferire, che te ne può importare di come possa stare. Sto bene. Io, ora, sto bene. E starò sempre bene. Acqua passata. Oggi sono felice. Nonostante il tubo che mi aspetta.

In mezzo

Mi trovo esattamente nel punto nel quale scorre la vita. Sono proprio qui in mezzo e mi faccio investire in pieno. Sto precisamente nel mezzo. Mi prendo cura di me. Scopro cose nuove. Scopro che, ad ogni batosta, sono qui nel mezzo e non mi nascondo. Ogni batosta mi fa reagire e mi sprona ad andare avanti col sorriso. Anche gli uomini più forti, a volte, si spezzano. Mi spezzo e mi ricompongo perché sono forte. E allegra. E positiva. Mi avvicino con grazia alle persone e alle cose da vivere. Mi tengo accanto solo chi mi dimostra che sia speciale, non quelli che sfruttano e ti gettano perché non gli servi più. Non c’è bisogno di far chissà quali gesti plateali con me, basta davvero poco per avere un mondo in cambio. Sono tante le persone che mi aiutano quando la malattia diventa cattiva o quando la testa si vuole inceppare. Sono tante e sono loro che mi portano a non perdermi d’animo mai. Canto, salto e ballo. E canto ancora. Un bacio per cominciare la giornata e una stretta di mano che mi tiene ancorata là, nel mezzo. Lunedì mattina mi hanno trovato un posto per fare la risonanza. Scoprirò che cosa poi mi attenderà. Altre batoste ma seguiranno altre vittorie perché non voglio mollare. Al lavoro mi aspettano sempre pronti a fare festa perché porto felicità. Ognuno dei miei compagni mi regala risate ogni giorno. E ricambio perché sono debitrice ad ognuno di loro e me lo ricordo. Tengo bene a mente quello che stanno facendo per me, andando oltre i miei difetti e soffermandosi sui pregi. E Londra mi aspetta, sempre e comunque. Londra è leale.

Come eravamo

Come eravamo. Eravamo scattanti ed energiche. Lo siamo ancora, lo sono ancora, nonostante tutto. Eravamo sorridenti e pronte a vivere le passioni e le emozioni. Lo siamo ancora. Lo sono ancora, più di prima. Eravamo magre e senza troppi problemi. I problemi, crescendo, sono cresciuti con noi ma a me non bloccano, non mi fermano. Eravamo positive e pronte a vivere esperienze e grandi amori. Lo siamo ancora, lo sono ancora. Il grande amore lo sto vivendo e me lo nutro ogni giorno perché ne ho bisogno e perché è bello tornare a casa, salutarsi ed essere felici di vedersi. Avevo gambe bellissime e toniche, lo sono molto meno ma, vestendosi nel modo giusto, sembrano anche più belle di prima. Avevo dei bei capelli lunghi e lucidi, lo sono ancora, solo un po’ più bianchi, ma li tengo ben nascosti col taglio giusto perché proprio non ho ancora avuto il coraggio di tingermi. Avevo belle braccia sode, ora molto meno ma evito le canottiere e le braccia sembrano ancora belle. Sorridevo e ridevo tanto, ora anche di più. Facevo, ogni tanto, dei bilanci della mia vita. Tra me e me mi dicevo Questi sono gli anni migliori. Ho fatto i quaranta e mi sono detta Cavolo, Ale, questi sono gli anni più belli. Si cresce. Questione naturale, volenti o nolenti. Ci si adatta. Ma siamo sempre noi. Con qualcosa in più e con qualcosa in meno ma, se si trova la giusta soluzione, si può essere ancora contenti di se stessi, anche fisicamente.

Ancora ape di cristallo

Siamo tornate. Altro viaggio perfetto, anzi ferpetto. Come il film, El crimen ferpecto. Ero felice, lo avevo scritto, un viaggio senza costola rotta…. Invece sabato mattina, alzandomi, mi sono rotta una costola, la terza nel giro di pochi mesi. Male atroce, ospedale…Interrogatorio, mille domande, fosse mai che il mio compagno mi picchiasse… Si, la costola è davvero rotta. Ape di cristallo. Ma il viaggio è andato benissimo, mangiato, bevuto, acquistato e camminato tantissimo. La città è un fermento, gente conosciuta al limite dell’assurdo. Sono tornata con la pancia piena, felice e distrutta dal dolore. È stato bellissimo. Speriamo che il dolore passi, almeno un po’, fra dieci giorni parto per l’Irlanda e me la vorrei proprio godere. Eh sì, ape di cristallo ha voglia di guardare il mondo e scoprirlo. Ape di cristallo si sta distruggendo ma ha voglia di tenere botta.

Bologna arriviamo

Destinazione Bologna!!! Eh sì! La Robi mi ha dato il mio regalo di compleanno in anticipo e domenica si parte! Dopo Venezia, Bologna ci aspetta. Sono felice ed eccitata! Sto già guardando dove andare a mangiare e mi sto informando… sarà un altro viaggio speciale all’insegna del cibo e del divertimento….e senza pensare a niente e a nessuno ma solo con la voglia di fare cose e, per giunta, senza costole rotte come in giro per Venezia… ahahahhahaha. Ce lo meritiamo! Questi quaranta iniziano già a piacermi altro che entrare in depressione e con l’orologio biologico in scadenza! Io voglio stare bene il più possibile! E oggi la neurologa mi aspetta… speriamo non si inventi nulla di strano, speriamo non mi trovi nulla di nuovo, speriamo che qualche nervo scatti con le sue martellate sulle ginocchia… voglio farmi un weekend senza alcun pensiero.

Ale a sinistra e Robi a destra, diverse.

Sondaggio di identità

Questo vuole essere un piccolo sondaggio. Nella foto potete ammirare Ale e Robi, due grandi amiche. Sembriamo la stessa persona? Ho forti dubbi sulla mia identità ormai, ci confondono tutti. Nessuno o quasi ci chiama col nostro nome e ora sbagliano anche i nostri cognomi. Non mi hanno pagato un permesso poiché è stato segnato a lei. Ho grandi dubbi su chi sia io e chi sia lei. Non so più come mi chiamo e da dove provengo. Se voi vedeste queste due RAGAZZE (ahahahhah) in giro…. ecco… sapreste distinguerci? Sinceramente io ci vedo diverse. Ma ora non so più nulla.

Robi alla vostra sinistra. Ale alla vostra destra. Ma son confusa.

Prima ci ridevo su ma ora inizio davvero a preoccuparmi.

La mancanza degli affetti

Avevo sette anni. Io e mio fratello fummo mandati una settimana in un posto vacanze per bimbi, vicino a Perugia. La mia mamma ci teneva a renderci indipendenti e voleva stessimo con altri bimbi, mentre lei lavorava. Avevo appena riavuto il mio braccio dopo essere finita in una vetrata durante un gioco. Trentadue punti solo per la ferita nella parte interna del polso. In totale non ricordo nemmeno più quanti punti mi dessero. Erano tanti: ho le prove addosso. La ferita più brutta non guariva mai. C’era un lembo sul polso che non si voleva attaccare. Incontrai una bimba, eravamo nella stessa stanza. Non ricordo né il nome né il volto. Nulla. Ricordo che fu subito intesa. Ci teneva a fare l’ultimo bagno in piscina con me ma io avevo avuto il divieto assoluto di entrare in acqua, fino a quando le ferite non fossero completamente guarite. Volevamo fare un bagno insieme e le venne un’idea geniale: riempirmi di cerotti. Ci volle più di un’ora per coprire il braccio. Ma riuscimmo e ci buttammo in acqua. I giochi finirono presto, un responsabile mi corse dietro e mi fece uscire, guardando basito il mio braccio. L’ultimo giorno io e lei ci salutammo e ci abbracciammo forte. Le chiesi il suo indirizzo e il numero di casa per mantenere i contatti. Lei mi rispose MA FIGURATI, TANTO NON CI SENTIREMMO, INUTILE SCAMBIARSI I CONTATTI. Rimasi male. Pensai che, se ci fossimo impegnate, avremmo potuto rimanere in contatto. Non ricordo nemmeno il suo nome ma ricordo la nostra intesa e quelle sue ultime parole che mi ferirono. Oggi, che ho quarant’anni, ho capito quanto fossero vere. Siamo nell’età dei social, i contatti dovrebbero essere più semplici. Conosci qualcuno che abita dall’altra parte del mondo, passi un pezzo della vita insieme, condividi cose e poi ti saluti, pensando che l’indomani soffrirai come un cane. Ti scambi i contatti, in un secondo lo hai come amico di Facebook o nei contatti WhatsApp… lo stacco sembra faccia meno male. Ma poi non ti senti più. Hai un bel ricordo, ma, come disse quella piccola bimbetta, è inutile scambiarsi i contatti. Difficile descrivere la mancanza degli affetti, un po’ come quando muore qualcuno accanto a te. Qualcosa rimane sempre dentro, non occorre fare altro.

Era una bella domenica

Mi sveglio e faccio colazione. Prendo le mie pastiglie, il cappuccio è uscito buonissimo. Bene. Si prospetta una bella domenica. Accendo il telefono. 24 messaggi…. caspita… mai successo, forse nemmeno le conosco 24 persone…. 24 foto… saranno quelli che mandano foto per dirti come devi votare… si sentono sempre tutti in diritto di dirti che cosa devi fare…
No, foto di un bambino. Figlio di un’amica. Ventiquattro…. ben ventiquattro foto….
Non ne sarebbe bastata una? Capisco che i genitori siano in un momento felice e abbiano voglia di condividere… ma ventiquattro foto sarebbero troppe persino se il figlio fosse il mio… ah… grazie per non avermi chiesto come stessi io, sto bene grazie.

Le cicale

Un viaggio per i quaranta lo abbiamo fatto. Ce ne aspetta un altro perché fra pochi mesi arriva anche il mio giorno. È arrivato anche il tatuaggio. Io e la Robi ci siamo tatuate due cicale che si guardano..

La cicala per il suo canto regolare e ininterrotto, rappresenta l’

immortalità. Nella tradizione greca, la cicala era un attributo di

Apollo, conferma del suo carattere solare.

Sembrava l’animaletto giusto per noi due.

Ora saremo legate per sempre. Non ce ne era bisogno a dire il vero, ma volevamo indossarci per sempre.

Esserci

Ormai fai parte della famiglia. Una frase bellissima che mi ha riempita. La voglia di costruire e di non deludere. Voglia di coltivare. Una persona speciale che ti porta con se nella sua vita e tu ci vuoi restare e vuoi davvero rimanere. Ti impegni perché questa cosa non la vuoi sporcare e non vuoi sbiadisca. Una certezza che diventa pilastro per la tua vita che scorre. Imparare a condividere e imparare a sentirsi pieni, anche una sola frase può bastare. Esserci, semplicemente. Il mondo è pieno di persone belle che ti regalano pezzi della loro vita e ti aprono la porta per farne parte. Non togli nulla alla tua vita ma la rendi ancora più speciale. E io mi sento speciale.

A ballare

Amo il divertimento. Da quando ero piccola. Da quando mi sono ammalata mi è venuta una voglia di vivere incredibile. Cerco di vivere ogni momento in modo pieno. Sono cresciuta in una famiglia da regime di caserma tedesca. Ale prima devi studiare, Ale lo studio è importante, è il tuo dovere e lo devi fare bene, devi tornare entro quest’ora, non tardare, non ti drogare, non fare stupidaggini, abbi il sale in zucca e sii educata. E così via. Ho studiato, mi sono applicata e l’ho fatto alla grande. Mi son comportata bene, mai toccato droga, rientrata tardi poche volte. Ho rispettato tutto. Ma i momenti di divertimento me li son sempre goduti. Mi piace ballare, ho un ritmo tutto mio. Sono scordinata, ballo saltando e agitando le mani in aria, senza un ritmo. A caso. Lo dico, fate pure finta di non conoscermi, non mi offendo. Quando ballavo a casa da piccola mio fratello rideva come un pazzo, diceva assomigliassi a un clown…. sicuro che in giro non potessi ballare così. Ballo così. Ieri sera ,dopo tanto, sono andata a ballare con delle colleghe. Mi sono divertita tantissimo. Ad un certo punto mi volto e vedo, nel buio, otto occhi che guardano allibiti. Quattro persone che non potevano credere ai loro occhi, ma poi si sono abituate. Tornata alle quattro e già in piedi per andare a lavoro. La bronchite e la costola son peggiorate… ieri nemmeno le sentivo più però . Ero felice perché mi sentivo in forma. Devo divertirmi il più possibile, questa malattia si prenderà sempre più di me… a me ha regalato, per ora, solo una voglia smodata di vivere.