Il migliore dei regali

Ridarei indietro il più bello dei regali per la tua telefonata all’alba.
Auguri _ _ _ _ _ _ !
Quel nomignolo nostro, da quando ero ancora muta in un passeggino. Sai… non l’ho mai svelato a nessuno perché era cosa nostra.
Il tuo prendermi la faccia tra le tue mani.
Il tuo ultimo regalo l’ho mantenuto al polso.  Me lo guardo ed è bello sotto alla scritta Taxi.

Saresti sempre fiero di me.
Il tuo nome ancora in rubrica col tuo viso che mi sorride.

Oggi si festeggia. Non sarà la stessa cosa. Non è più così importante.
Manchi tu all’appello. Il tuo posto a tavola. Festeggio e ti porto dentro. Come ogni giorno, del resto.
Io, che ti somiglio così tanto. Mi faccio guardare da chi ti ha amato quanto me così magari ti ritrova un pochino.

Ciao Papà.
Sei stato tu il migliore dei regali.

E son 44…

Auguri Ale.

Soffio

Riprendo in mano quel pezzo di vita che mi era stato tolto.
Mi ripulisco. Mi disinfetto con l’alcool che brucia su una ferita. Soffio. Soffio forte. Il bruciore si quieta.

Lo facevamo da bambini.
Acqua ossigenata che faceva la schiuma e il rumore in sottofondo come un bicchiere di Coca Cola versata veloce.

Stavamo a guardare. Soffia, soffia diceva la mamma mentre anche la sua bocca faceva aria per calmare quella sensazione.

Le croste si creavano da sole, il giorno dopo. Lasciale, non levartele o ti rimarranno i segni. Per questo ho stampe indelebili sulla pelle bianca e trasparente.
Marchi impressi accanto al colore scuro delle vene sotto.

Soffiare sulle candeline mentre qualcuno, dietro, non resiste e lo fa per te.
E allora? Sarà mica che devo condividere il mio desiderio? O regalarlo?

Io lo esprimo. La festa è mia e ne ho diritto io.
Chiudo gli occhi.

Due bimbetti si fanno dispetti.
Gli adulti riaccendono di continuo quelle candele. Una mano sulla bocca per il tempo dello spegnimento.

No, non regalo nulla, il desiderio è tutto mio. Il tempo che mi è stato tolto in modo arbitrario non lo recupero più. Quel patto è finito. Scatto veloce, non lascio vantaggio alcuno.

E se l’Inter vince lo scudetto ti porto con me sotto la curva Nord.

Alessandra

Alessandra.

Sento pronunciare più volte il mio nome. Ed è bello.
Un nome lungo e ben scandito, fino all’ultima lettera.

Mi dirigo fin dove possa trovare uno spazio, il mio. Che sia in modo completo, senza briciole da raccogliere implorando.

Alessandra.

Dieci lettere che, insieme, stanno tanto bene. Suonano a ritmo di una canzone dei Ramones.

Alessandra.

Esco e rientro più volte, chiudo la porta posando le chiavi, apro la porta e la tengo spalancata.

Alessandra.

Non perdo tempo anche a rischio di non far bene le cose per la troppa fretta che morde dentro come un animale in gabbia. Non aver tempo di fare le cose nel modo giusto, spesso, mi frega.

Alessandra.

Una volta in più non avevo capito nulla. Ma il punto è fatto proprio per andare a capo e ricominciare con la lettera maiuscola. E, ogni frase, diventa più bella ancora.

Alessandra.

Risorgo dagli eventi deprimenti e da quelli che  mangiano poco a poco la mia anima. 
Rinasco ancora più felice. E ricomincio. Correndo come un atleta caldo che si è appena riscaldato i muscoli. Corro in mezzo ai mulinelli vertiginosi come quelli della gioia.

Alessandra.

Mi rendo conto quando non è la strada giusta dove emergere. E mi allontano. Non resto dove non ho lo spazio intero per tutte le mie cose, non rimango rintanata nell’angolo più piccolo e nascosto di una casa. Voglio l’esposizione completa per il mio vaso pieno dei fiori più belli.

Alessandra. Tanti auguri per oggi.