Ciao Lucio ciao Peppe

Volevo scrivere una cosa su questa giornata speciale per Milano.

Poi è arrivato il mio amico speciale e ci ha pensato lui.

Non avrei trovato parole migliori.

E ora aspettiamo.. 

Ciao Lucio ciao Peppe,

Oggi tutta Milano si prepara con ansia e voi non siete qui con noi.

Tu Lucio, interista da una vita con l’inter nel cuore. E tu Peppe, tifoso del Napoli ma milanista d’adozione, pronto a tifare affianco al tuo bambino.

Al di là di chi vinca oggi, ci mancate, più di ogni altro giorno. Perché vincere senza voi affianco non è vera felicità. Perché perdere e non potervi abbracciare è un tuffo nella solitudine.

Mancate come l’aria, oggi più degli altri giorni. E’ solo calcio ma ci ricorda sempre quelle giornate al vostro fianco, perché avere un padre vicino vuol dire permettersi di perdere e cadere, tanto c’è sempre qualcuno che ti rialza.

Noi ci siamo dovuti rialzare da soli, giorno dopo giorno. E oggi mascheriamo dietro il sorriso della vittoria, o la lacrima della sconfitta, il nostro dolore.

Se dovesse vincere l’inter ti penserò sorridente Lucio, così come la tua splendida figlia. Se dovesse vincere il Milan ti immaginerò alla finestra a vedermi esultare come 20 anni fa papà.

Ciao Peppe ciao Lucio. Milan e inter sono solo un pezzettino di tutto ciò che ci avete lasciato.
Voi non ci lasciate mai

Grazie Gigi. Sì, oggi mi hai fatta piangere.

Fontanella

Di cattiverie e odio ne ho avuti. Coperta di bugie gratuite che, almeno spero, siano valse la pena per la parte non lesa.

Ma di amore anche.
Colma rasa. Di continuo come un drago verde che non cessa mai di andare.

Ma ultimamente… sì, ultimamente quell’amore mi circonda totalmente come non l’ho mai sentito prima.

Perché sapete, quando una persona ti chiede… scusa ti rattrista se ti parlo di mio padre? Ti dà fastidio?
Quella è una formula di amore che circonda.
La cura che le persone mettono. L’attenzione. Come se fosse una colpa avere la fortuna di avercelo ancora.

No. Non mi dà fastidio, anzi.

Il mio papà tanto non me lo ridà nessuno. E non è una colpa che gli altri debbono espiare.
Sanno tutti quanto l’ho amato e so che, se solo potessero, me lo ridarebbero indietro.

Mi piace sapere che ci siano figli che amano parlare del proprio papà.
Io ascolto.
Così… penso anche al mio. Più di ciò che ho fatto non avrei potuto. Sapeva quanto lo amassi visceralmente.
Ogni giorno facevo in modo lo sapesse.

Quindi grazie a chi mi ha riservato tutte queste attenzioni dimostrandomi quanto possa fare l’amore. Quanto si possa stare vicino senza parole dette al vento.
Dimostrare coi fatti. Volere esserci. Sapere che ci sarà sempre per te perché è ciò che vuole davvero e che, per nulla al mondo, ti lascerebbe scappare.
Cose che si sanno. Cose che si sentono.
Cose che mai ti verrebbe di mettere in dubbio perché nemmeno te le fai certe domande.
Quanto è bello sentirsi speciali e importanti. Raccontarsi le proprie giornate. Esserci. Sostenersi e fare il tifo. Gioire per qualcuno rende coperti di bello. Dire la propria in modo libero. E sapere di venire presi in considerazione.

Ah sai… Perché la mia vita è ancora più bella da quando ci sei tu.

Aspetto, ancora. Sempre.

Sono passati 19 giorni. Gli esiti tardano ad arrivare.
Avevano detto 15. E sì, cambia. Quei giorni in più cambiano parecchio la vita di una persona.


Aspetto.
Ogni giorno guardo la mail, quella dedicata solo alle questioni mediche.
Nulla, ancora nulla.
Mica credevo di dover aspettare tanto per un esito.


Beh che aspetto da anni di poter scoprire qualcosa di diverso.
Una verità che mai vedrò arrivare. Sarà sempre troppo tardi per togliersi mille curiosità.
Sì, perché ora diventa una questione del genere: ho voglia di sapere perché.
Non perché a me, perché accade. Punto e basta.
Sul perché sia capitato a me poco mi importa. Anzi, nulla.
Mi piacerebbe scoprire qualcosa in più rispetto a questa malattia ambigua e misteriosa.

Il caldo fa tremare i miei nervi. No, nessuna scossa di terremoto, nessuna vibrazione del telefono. Nessun uomo che mi stia colpendo le gambe con un’ascia.

Caldo che arriva. Aria condizionata costante, giorno e notte. Brevi uscite ma soltanto per andare in luoghi ben climatizzati.
Scegliere un supermercato che abbia  i frigoriferi già alla prima corsia.
Scegliere una gelateria piuttosto che un pub.

Ora però… sarebbe anche il caso che arrivino gli esiti.
Ho provato a mandare una mail… nulla. Che dico… Mica è una questione che riguarda solo me. Poi dovrò riportare la notizia felice o infelice ma sarò io a doverla riferire.

Vedremo. Intanto aspetto anche che Clapton si faccia passare il Covid almeno per la data di Bologna.

Giallo

Associare un colore ad ogni fase della vita.
Il lutto, parola corta e chiusa con quella U e quella O, dovrebbe essere nero.
Per me è giallo.
Sì, ok, colore che non vedo più ma me lo ricordo bene. So come è fatto e che tinte ha quel giallo intenso che piace a me.  Un giallo forte, che ti fa accendere dentro come la legna incendiata nel camino del nonno.

Giallo. Come una delle tue camicie preferite.
Come quel colore che attira i moscerini e che ti senti addosso e cerchi di lanciare via con le mani.

Giallo come un orologio col cinturino di plastica regalato in estate col simbolo di quell’auto che avresti voluto avere.

Giallo è un sorriso. Il tuo, quando mi aspettavi trepidante sul balcone e vedevo da lontano quella testolina che spuntava.

Giallo come le gare che facevamo da piccoli, tenendo gli occhi aperti verso il sole. E quei lampi ci rimanevano dentro per un sacco di tempo mentre le lacrime scendevano copiose.

Giallo sei tu in una foto con me. Un sorriso che splendeva forte e siamo riusciti ad immortalare. Rimarrà per sempre.

Giallo come la rinascita.
Come mille ricordi custoditi.
Giallo come una caramella al limone o alla melissa.

Giallo come il limone spremuto sulle cotolette che scrocchiavano sotto ai denti come patatine.

Ancora più forte

Tendo una mano.
Qualcuno la afferra forte.

Muovo le labbra come se volessi parlare. Ma non c’è bisogno sempre di dire qualcosa. Ecco, questo lo devo ancora imparare.

Posso aspettare domani per dire la mia?
Ecco, anche questo devo ancora imparare.

Parlo di cose che non sempre si possono visualizzare o dar loro una forma concreta.

La concretezza è lo stare forti nelle braccia dell’altro. Tenersi e aggrapparsi con la. compagnia di uno scambio di sguardi.

Sento dentro .

Rifletto un pochino prima di affrontare questa nuova giornata.

Mordo il momento.
Non perdo il contatto e mi stringo ancora più forte.

Guarda le nuvole

E si fondono insieme.
Ed è come quando, nei viaggi lunghi in macchina, facevamo passare il tempo.
Vedi il dinosauro?
No. Proprio no. Per me rimane un elefante.

E allora le guardo ancora.
Tiro su la testa e il naso.
Le guardo attenta nel cielo e si spostano. A volte sembrano ferme.  A volte no. Corrono e si fondono.

Le guardo. Per me è il cane di Fantasylandia.
Ci vedo quello.

E corre via quel cane. Si amalgama con la nuvola vicina.

Si abbracciano. Si uniscono. Diventano tutt’uno.

È un pochino come quando guardi dentro le persone. Un po’ con paura. Ma ti ci butti. Scopri segreti, ti poni in modalità aperta. Accogli.

So

Google me lo ricorda… un anno fa come oggi.
Un anno fa, quando avevamo paura degli altri e anche di noi stessi.
Potevamo essere una bomba ad orologeria. E allora stavamo a debita distanza da chi amavamo come sorta di protezione. E anche da chi non amavi.

Sul tram eravamo in pochi. E sparsi e lontani come le pedine bianche sulla Dama.

Andavo ad un corso. E stavo bene. Spensierata. Sì, Google me lo ricorda.

Foto per la città, foto con gli amici, foto col mio libro, l’altro.

Foto col mio papà. Foto per lo scudetto sotto la curva. Foto con la maglia e poi le mandavo a lui e lui che le mostrava, fiero, ai colleghi.

Un bacio al mio papà. Un bacio d’amore puro, quello che si prova solo verso la propria famiglia di sangue.

E poi provi amore anche per altri, quelli che si mescolano alla tua vita, per restare o per piccoli passi. A volte inutili ma, dicono, servono ugualmente anche quelli.

Io non l’ho ancora capito se servano davvero. Di certe persone credo si possa fare anche a meno di conoscerle, talmente sono incentrate solo ed esclusivamente alla propria piccola cerchia ristretta.

Ma lo si capirà a che cosa siano servite.

Io so quello che ho oggi.

So quello che sono oggi.

So che le mie braccia sono ancora bene aperte e fiduciose. So che rido ancora, nonostante le tragedie.

So che mio fratello Daniele è la persona che più amo al mondo. Perché è dentro di me.

So che sono ricolma di amore puro.

E so che le persone con me si sentono a proprio agio e al posto giusto.

Intoppo

E come reagisci a qualcosa di bello?
Sei pronto a prenderlo?
O hai paura?
Paura di perdere quel qualcosa o paura di poterne gioire?
Perché siamo sempre pronti a prendere batoste e meno di accogliere  meraviglia?
È davvero più facile rimboccarsi le maniche dello sentire quella sensazione che ti fa scoppiare il cuore?
Perché siamo meno pronti di fronte alla luce del sole piuttosto che alla penombra?

Nascondersi nel buio, magari dietro un divano. Non farsi vedere. Non mettersi in evidenza. Stare lì, in un angolo aspettando che passi e arrivi l’alba.

E siamo, invece, capaci di metterci sotto la luce del sole, con le braccia aperte e, magari, salutare qualcuno agitando le braccia? Siamo capaci di attirare l’attenzione su di noi e dire ehi gente, mi è capitato qualcosa di bellissimo!

No. Le cose bellissime tendiamo a non sottolinearle,  sia mai possano scappare dalle mani.
Ma fermiamo le persone per raccontare loro se ci capita qualche intoppo.

Alle mamme

Auguri alle mamme.
A quelle che ti abbracciano quando sei in lacrime e ti riempiono le guance di baci mentre ti dicono non crescere resta sempre così.
Alle mamme allegre che riempiono la casa mentre cantano canzoni improbabili.
Alle mamme che si travestono da ladro per farti passare la paura degli intrusi.
Alle mamme che, mentre portano un vassoio di vitello tonnato ballando Heather Parisi, cadono sul sedere e si rompono il codino.
Alle mamme che ti dicono non devi pensarci tu, tu devi pensare solo a essere felice sempre.
Alle mamme che si nascondono dietro all’armadio per poi fare bu.
Alle mamme che ti spronano a studiare, ad essere curioso, a fare domande, ad essere educato e gentile e che ti insegnano a ridere ogni giorno.
Alle mamme dalle quali impari a non prenderti sul serio e ti danno esempio di onestà.
Alle mamme che ti fanno sentire a casa, in ogni luogo si trovino.
Alle mamme che lo sono e a quelle che si sentono così e hanno cura anche dei figli degli altri.

Salvata

Come un profumo lasciato addosso, anche sui capelli.

Come una lacrima che scende nascosta.

Un saluto. Te ne vai. E vorrei salire su quel treno e scendere alla prima fermata solo per non lasciarti.

Ma poi non basterebbe nemmeno una sola fermata.

Ti giri e te ne vai. Sensazione strana dentro. Tristezza.

E il tempo passa sempre troppo veloce che non è giusto.

Solo in certe circostanze sembra non scorrere mai.

Un arrivederci al più presto che viene da dentro.

Le foto insieme gelosamente custodite come un ciondolo prezioso dal nome improbabile.

E la pioggia non ha mantenuto la promessa di cadere copiosa.

Ci sono parole, gesti e braccia che mettono in salvo.

Mi sento salva e salvata.

Manca solo il cappuccino

Guardo su e mi sento subito meglio.
Sì, ok, il tempo non promette nulla di buono ma amo la pioggia. E oggi ho anche le scarpe giuste.

Vado a stare in mezzo alla gente. Non voglio vite separate, non le amo. Amo il chiasso. E amo quel faccino da furetto che mi sta davanti a lavoro e mi dice sempre meno male che sei qui e che sei arrivata. Porti allegria. Credo non ci sia nulla di più bello.
Portare qualcosa di sé è magico e resta.

E ora sto solo pensando a qualcosa del passato mentre sono su un tram mezzo vuoto. Ho tristi ricordi laggiù. E altri tanto belli da fare esplodere dentro.

Dimenticare qualcuno è impossibile anche se ti ha causato tanti problemi. E allora sarà un arrivederci, mi piace pensare possa essere così. Poi ti giri, guardi dall’esterno come fossi uno spettatore stanco e te ne vai.

Il nonno me lo diceva spesso Se dai tanto mancherai tanto.
Sarà vero? Certo è che gli ho sempre creduto. Perché mi amava e io amavo lui quindi era così.

Piove. Sembra una mattinata londinese qualsiasi, manca solo il cappuccino in mano mentre scendi le scale della metropolitana.

Starò bene come sempre. Ha sempre funzionato così. Già uscendo dal proprio guscio è un buon inizio.

Ovunque tu vada, voglio stare con te. Dappertutto, qualsiasi posto sia.

E resterò a ridere e a ballare fino a tarda serata anche se so bene che qualcuno lo rivedrò fra chissà quanto.

Che sia un compleanno bello

Sì, bello. Forse diverso, forse strano. Ma bello.

Che sia pieno di messaggi di auguri dalle persone lontane. Ma vicine, a loro modo.

Che sia pieno di tante cose da ricordare e di pasticcini da mangiare.

Che torni indietro tutto il bello che hai lasciato in giro.

Non conviene morire

Sono giunta alla conclusione che morire non conviene proprio.
Solo problemi burocratici che continuano, incessanti, a ricordarti che devi provare dolore su dolore.

Chiudere un conto.
Chiudere.
Tagliare cordoni che ti mettono davanti alla paura che, farlo, è come dimenticare.
Ma no, non si dimentica.
Ma la paura è quella.

Avvisare la compagnia telefonica per chiudere quella linea che ti è stata accanto per anni nelle prime posizioni della tua lista. Forse la prima.

E se poi qualcuno lo chiama? E se poi qualcun altro avrà il suo numero?

Smarrimento. Paura. Desolazione. Uno prova a trovare sempre un lato comico di ogni vicenda, ma, qui, proprio non lo vedo.  Eppure bisogna trovarlo. Qualcosa che faccia sorridere per non affogare o annaspare completamente.

Ho sempre buttato tutto sul ridere per restare a galla. Mi viene difficile oggi come oggi.

Trovare il lato positivo mi aiuta sempre. Oppure fare dell’ironia. Ma qui non ce la faccio.

Per questo è tutto difficile. Per questo vorrei fossero già passati anni luce anche se, ciò che è accaduto, è ancora tanto vivido in me nella sua più totale tragedia.

Troverò il modo per tenere la testa all’aria aperta senza affogare.

Senza parole

Tiro fuori lo spazzolino. Mi lavo i denti con la solita cura. La mia bocca ha sapore del mio profumo al muschio.
Qualcosa nell’astuccio deve aver perduto.
Lo spazzolino è impregnato.
Prendo e getto tutto.
Dovevo fare come il mio papà.
Quando si partiva prendeva gli spazzolini e li incartava tutti nella stagnola.
Un ricordo che mi è balzato alla mente così, potevo anche non ricordarmene più.

Me lo chiedevo perché lo facesse. Ora forse ho capito.

Tutto questo mi ricorda di una vacanza fantastica insieme, io e lui in America.
Quindici giorni lontani da tutti e dalla scuola. Realizzare quel sogno senza farsi troppe domande, pensando solo a ciò che poteva accadere di bello.
E fu bellissimo.

La voglia di partire, di andarsene in giro per posti nuovi o vecchi me l’ha passata lui.
La voglia di imparare e vivere i luoghi. Io, di mio, ho solo aggiunto la voglia di conoscere persone.

E ieri ho sentito un’amica. Il nostro progetto ha ripreso forza ed era così tanto entusiasta che le ho detto al volo Sì, sì lo faremo eccome. Insieme.

Passare gioia ripaga sempre. Perché? Perché quando ne hai un po’ di meno tu c’è qualcuno che te la ripassa come una palla. E l’ho ripresa con me. Stavolta, però, non la perdo più.

E finalmente rivedo un purissimo incanto visivo che mi lascia di stucco e senza parole.

Sento cose belle

Esame fatto.
Accolta in modo carino, a braccia aperte.
Una chiacchierata e via, tutto pronto per i marcatori.
Qualche buco di troppo sulle braccia ma ci sono abituata a queste vene piccole e che si sfaldano.
Ora partono i quindici giorni di attesa. L’esito arriverà per mail: ora tutto è facile e immediato.

Ale ce l’ha fatta, anche questa volta.

Il mio papà sarebbe stato fiero, sarebbe stato là fuori ad aspettarmi, facendo andare nervosamente la gamba accavallata.

Ale ha messo in scena il suo destino, un’altra volta senza paura.

Certo è che se davvero la mia malattia avrà un altro nome… me ne hanno fatto perdere di tempo. Non che la cosa mi cambi la vita… non che nulla cambi in me… però a me piace sapere sempre come stanno le cose. Però fa niente. Si vede che così doveva andare.

Mai visto così tanta gente messa male tutta insieme come oggi. Soprattutto bambini. Quelli che ti fanno chiudere il cuore e che ti mettono davanti a domande essenziali sulla vita. Perché?
Perché i bambini?
Perché non bastano gli adulti?

Sono finita nella stanza di una ragazzina in flebo. Cortisone, lesione ecc. Sì, sì. Conosco bene l’iter. Ma perché?

Alla faccia di chi mi ha detto cose squallide per rabbia. Il mio cuore è fragile davanti alle ingiustizie. Un bimbo malato è una ingiustizia.
Sarò anche una viscida opportunista, sarò una sprezzante menefreghista ma ho un cuore che sussulta. E che pulsa. E tutto ciò che prova lo butta fuori. E parla. E ascolta. E dà sempre possibilità di ribattere. E no, non si rallegra per chi sta male. Mai.

E continuo a pensare che un bimbo non sano sia la cosa più ingiusta possa capitare.

E sì. Il mio cuore è buono e mi fa sentire cose belle.

Aspettando…

Aspettando Pavia… Aspettando l’esame atroce…

Cosa c’è di meglio se non buttarsi in un parco a tema cowboy?

E cercare di divertirsi in un giorno, a me, molto caro.

E ballare come fanno gli americani

Sono felice e me lo merito.

Domani ci penserò.

A Pavia

Arriva il giorno del giudizio. Lunedì l’ospedale di Pavia mi aspetta per il grande esame, quello terribile che ho fatto qui senza esito esatto. Quello che mi aveva portato via giorni di sonno. E quando ricevetti la busta a casa, ci misi un’ora per aprirla.

Lo rifaccio ma con un altro stato d’animo.
Sono tranquilla. Sarà quel che sarà. Sto bene, qualsiasi cosa avrà poca importanza. Qualsiasi nome avrà la mia malattia avrà un altro senso. Sto bene. Mi daranno cure più mirate. Ma la cosa importante è di stare in piedi, camminare, parlare, pensare, ricordare.
Il resto farà il suo corso. Io posso fare zero, quindi… che senso ha preoccuparsene?

Pavia non è lontana. Ne approfitterò per fare una bella gita domani, per qualcosa che promette divertimento assicurato. Per guardare negli occhi quel bel visino buffo e passarci del tempo insieme. Finalmente.

Pavia sarà un’altra città da amare oppure da odiare. Vedremo.

Inizierà un nuovo corso. E va bene così.

Capito Papà? Sono tranquilla.

La verità è mia

Parlo di cose mie e di ciò che mi accade.
Non sono verità assolute, sono la mia verità.
Mai pensato di avere un potere così enorme da credere sia come dico io in generale.
Quel che dico o scrivo è così per me.
Giusto o sbagliato è ciò che penso poiché la penna è la mia.

A volte mi sento sola anche se ammetterlo è difficile.
Viviamo incastrati nelle vite altrui, volenti o nolenti abbiamo sempre a che fare con altre persone.

Le perdite non possono rallegrare.
Non rendono felice me. Una perdita è un fallimento. Tenere qualcuno lontano perché è più giusto per la propria vita è qualcosa che può costare e anche a caro prezzo. Te ne rendi conto e lo accetti. Ma come può rallegrare una cosa del genere?
Per chi si rallegra allora dico Confessa la tua verità. E poi procedi pure e nel modo che preferisci. Ma guardati dentro e pensa bene a ciò che hai combinato o detto o non detto.
Poi sì, puoi anche esser fiero di te. Ma, ed è ciò che penso io, sarà difficile possa essere così.

Quando do un’occhiata in giro, c’è tutto, proprio tutto, non manca nulla. Chi amo c’è ancora. E ne sono felice.
E non è pretendere l’impossibile. È avere qualcosa dentro da poter regalare o condividere. E mi sento di avere quel qualcosa, a discapito di chi pensa io sia una analfabeta emotiva.
Che poi… sì ok parole belle e ricercate… ma che cosa vorranno mai dire insieme?
Ho tanto da dare. Tanto ho dato, troppo. Ma non me ne sono mai pentita. E sì, ho ancora un cuore buono e grande. E sì è la mia verità.

A te

A te,
che mi hai aiutato a portare il dolore.
A te,
che mi hai presa per mano per non farmi sbandare.

È facile stare vicino nei momenti belli e spensierati. A chi non piace ridere?

A te,
che mi hai alleggerito il peso del giorno dopo giorno, di quando ti alzi e ti dici E ora?
A te, che hai cercato di rappezzare il mio cuore.

È facile dire ci sarò sempre quando non si ha bisogno che sia così.
Ma quando poi arriva quel momento?

A te, che mi hai asciugato le lacrime invisibili.
A te,
che mi hai preso in giro nel mio peggior momento.

È facile ridere con chi ride. Ma con chi proprio non può perché non è il momento? Sì, è più facile sparire.

Ma tu sei qui. Qui accanto sempre.
Non è facile e non sono facile.

Hai portato con me lo zaino pieno di libri di ogni materia, così pesante da pensare di cadere all’indietro.

Facile non è. Ma è un poco più dolce quando non ti senti solo.

A te.

Grazie.

Filo conduttore

Salire sulle scale mobili di Bignami, dove sei solo tu e inizia a partire appena metti su un piede.
Mettere i piedi paralleli e poco più avanti del gradino che si forma non appena partirà. Ecco. Le punte dei tuoi piedi salgono ad elle.
Bella quella sensazione. Lo facevo da piccola. Lo faccio ancora su ogni scala mobile che incontro.

Mi fa ridere.
Ci sono cose che ci portiamo dietro e che sappiamo solo noi.
Non diciamo nulla perché sono il risultato dei nostri dialoghi interiori. A chi può interessare?

Prendere le pile rettangolari e mettere la lingua nei due buchi in cima. Prendere  la scossa prima di posizionare la pila dove devi.
Bello, bello.
Belle sensazioni. Un filo conduttore del bambino fino l’età adulta. Adulta… si fa per dire.

Equilibrio

Emozioni non tradite.
Parole dette, desideri messi in atto.
Ti spaccherei anche a metà pur di averti dappertutto.
Dove andiamo non mi importa.

Sento scuse che così sincere mai ricevute.
Ascolto, accetto.

Essere scherniti non uccide. Allora rido anche io. Mi piace esser presa in giro. Crea un legame, crea una intimità.

Resti? Mi farai compagnia?

Ero abituata diversamente e, cambiare, non è facile. Ma può essere divertente.

Ho una pianta da curare: che eccellente simbolo di rinascita. Ha fatto i butti.

La mia vita ha bisogno di equilibrio. Resto in asse, i piedi aperti e paralleli. Resto sopra. E sai… la cosa bella è che non faccio fatica.

Ultimo taxi

L’ultimo taxi sul quale sono salita non è stato quello del mio papà. È stato quello per andare da lui.
Corra la prego, Niguarda padiglione sud. Faccia prima possibile.
In un lampo arrivai.

Ho iniziato a correre, mi fermò un’infermiera. Dove deve andare?
Terapia intensiva, unità coronarica e poi non ricordo altro. La accompagno.

Portata davanti alla porta. E ora? Aspetti, vado a sentire io…

Sono tutti lì per lui, è in buone mani, faranno tutto il possibile.

Fatemelo vedere.

Attesa infinita.

Un’attesa snervante di ore.

E poi si sono presi cura di lui.

Ho visto una carezza e degli occhi lucidi di un infermiere.

Una stretta di mano forte per le condoglianze.

Poco altro ricordo.

Fate tutto il possibile per il mio papà vi prego.

Le mie ultime parole dette.

Un ciao papino. Siamo qui tutti per te.

Ci hai fatto un gran bello scherzone.

E non eri il tipo da fare grandi scherzi.

E basta taxi. Per almeno un sacco di altro tempo.

Lumaca

Lasciarsi andare non è una delle opzioni.
Sedersi a guardare la mia vita come uno spettatore nemmeno.


C’è chi per natura nasce per stare fermo e c’è chi nasce per correre.
Corro. Veloce o piano non è importante.

Mi fermo solo per dialogare. E per rispondere alle domande.

Andare sempre. Fermarsi solo per riparare i danni per poi ripartire.

Mi specchio per vedere se sia ancora tutto a posto, almeno in apparenza.
Vedersi bene è un buon motivo per continuare. Un buon inizio.

Non mi tengo dentro nulla. Parlo. Anche di ciò di cui non vado fiera. Vedrai che sarà così Ale: avrai una vita bella.
Certo, a volte è difficile crederlo. A volte è difficile mettersi in modalità positiva.
Ma ci provo, ogni giorno. E corro. Di continuo, mi sposto da un luogo all’altro, da una parte all’altra della città. Sì, lo faccio anche quando correre equivale a farsi superare da una lumaca. Ma sto dietro facendo finta di ammirare il suo guscio e la sua andatura.

Si possono avere buone visioni anche stando arretrati. Anche in ultima fila. E ci vuole coraggio anche per farsi vedere in ultima posizione. Prima o poi qualcuno lo oltrepasserò.

Serena

La vita cambia. Anche nel giro di mezzo secondo. Volenti o nolenti.
Cambia tutto il proprio corso, cambia la nostra visione, l’importanza che diamo al tempo.

Sì, me lo sono goduto e sa bene quanto l’ho amato. E so bene quanto lo abbia fatto lui. Saper le cose e dirsele sempre.

Impotenza.

Avere il papà è bello perché ti senti protetto. Puoi fare qualsiasi cosa che sarà sempre dalla tua parte. Puoi litigarci e amarlo comunque .
Sai dove tornare sempre. Sai a chi chiedere anche da persona adulta e indipendente. Sai sempre che c’è.
Lo vedi nell’intimità che crea con la donna che ha scelto per la vita. Lo vedi mentre ci scherza e la chiama col suo nome e con quello che le dà.
Lo vedi da lontano nel suo rapporto nel quale tu vorresti sempre dire la tua ma non puoi. E non devi. Vorresti metterti nei loro momenti più belli ma in quelli non puoi starci perché sono i loro. Allora li vedi felice da lontano e ringrazi per l’esempio e per poterti vivere quel rapporto completo in silenzio. Impari dal loro modo di sostenersi nel bello e nel brutto. Di esserci sempre l’uno per l’altra e dove non esiste mio, tuo, io, tu. Esiste nostro ed esiste noi.

Li sapevo felici e sereni. Li sapevo in un rapporto completo dove tutto era a disposizione di tutti. Tutti davano e tutti prendevano. Non c’era chi dava di più o di meno. Chi poteva dava a suo modo. Soldi, sentimenti, emozioni, amore. Cose materiali. E non. Ho assorbito questo da quando ero molto piccola. Non c’era bisogno di imparare le cose se avevi l’esempio.
L’amore verso l’altro non si può insegnare. Ma si assorbe un giorno dietro l’altro. I figli sanno bene. Vedono, assorbono. Magari non parlano perché ciò che vedono sembra loro normale. Anche se sei piccolo capisci quanto si amino i tuoi genitori e in che modo lo fanno. Le famiglie perfette non esistono e la mia mai lo è stata. Ma era una casa colma e strabordante di amore.

E allora grazie. Sì, così è ancora più dura senza te ma che altro potevi darmi? Mi hai dato tutto. E sono serena.

Al mio fianco

Guardo nel vuoto. A volte mi ci perdo. Penso alle cose mie.
Mi estraneo per dedicarmi a qualcuno o a qualcosa, anche in mezzo alle persone.

Riscopro me. Posso ancora dare ed essere capace di ricevere e di dire grazie.

Mantengo con gelosia quel perimetro di difesa che mi occorre per sentirmi libera.

Ale, intervieni sempre, diceva. Non buttarti a stare in una vita sprecata.
Poi chiediti… oggi ho fatto qualcosa che ne sia valsa la pena per me, solo per me? Sì. E i suggerimenti e i consigli me li tengo ben stretti e scolpiti come fossero stati detti ieri.

Ale, non odiare: è uno spreco inutile di energia. Odia solo le atmosfere tristi e stanne alla larga. Vero. Ma, a volte, non posso fare a meno di odiare qualcuno.

Quando tengo a una persona glielo faccio sapere. E quando mi costringerà ad andare gli dispiacerà così tanto da credere di impazzire.

Osservo. Apprezzo la verità, la bellezza e la fragilità. Non riesco a sfuggire proprio alle cose belle.

Sono il punto centrale della mia vita. E amo chi decide di camminare al mio fianco.

Spalle voltate

Fa freddo. A volte no. Oggi sì.
Fa freddo e non ho da coprirmi.
C’è una cosa che devi sapere: non ti serve un invito speciale.

Un giorno ho pensato che potesse esserci anche altro nella mia vita. C’era fuori un mondo che mi aspettava. Mi sono buttata là in mezzo, semplicemente e con la leggerezza e l’onnipotenza di un adolescente.
Beh sì. Lo faccio con tutto. Non si torna indietro mai. Tutto ciò che accade è così e basta. Non si può cambiare il posto delle pedine spostate. E, forse, per fortuna.

Chiedimelo. Perché sei qui?
Per essere spensierata. No, non dimentico il dolore che ho sentito e parecchio, ultimamente. Ho sofferto e soffro. Sarà anche un momento difficile ma se sono qui è perché voglio vivere e voglio vivere felice. Tu lo vorresti più di qualsiasi altra cosa.

Sono in viaggio. Sempre avanti. Cammino tanto: mi concentro meglio.

La libertà che mi hai donato e insegnato è un nuovo inizio, ogni volta.

E quando mi caccerò in un nuovo guaio? Starò in guardia. Sai, non ho più paura di niente. Se il risultato sarà disastroso, mi farò una risata a danno delle spalle voltate.

Con tutto il resto

L’emozione di tornare tra chi mi vuole bene mi fa svegliare alle quattro e poi alle cinque e poi alle cinque e mezza…
Mi alzo. Ma sì, anche se è presto, faccio tutto con calma.
Alla faccia della calma.
Sento anche già gli uccellini e fuori è ancora tanto buio.
Il pino svetta. Lo abbevero.
L’aria sembra pulita.
Ho già preparato i vestiti, manca solo la doccia. Forse oggi, essendo presto, riesco a fare asciugare i capelli senza uscire col solito umido sulla testa.

Già mi vedo immersa nei loro saluti.
È tanto bello stare bene. Così tanto da accantonare tutti i problemi. Da guardare tutto in maniera soddisfacente.

Leggo i giornali. Inizia ad arrivare un pochino di chiaro. Bevo il secondo caffè. Penso. Scrivo.

Mi manca solamente un uovo da aprire per scovare la mia sorpresa. L’uovo più grosso. Lo prendo e lo sbatto contro il tavolo. Dentro sì è aperto. Sciolgo l’incartamento e lo vedo dentro ad un sacchettino di plastica. Ecco il mio regalo: un gufetto. Con collanina annessa. Bello, bello. Già lo metto.

Inizia bene questa giornata. Sento di stare bene. Non penso al dolore, nemmeno a quello che mi è stato arrecato appositamente e senza motivo alcuno. Ognuno è felice con ciò che vuole. Ognuno avrà le sue soddisfazioni personali. Chissenefrega.
Un braccialetto azzurro sprecato che spero sia finito in spazzatura. Con tutto il resto.

Ci assesteremo

C’è chi viene a spiare perché rido tanto.
Mi basta poco per farlo: ogni occasione è buona. Perché? Perché non voglio affossarmi e perché tu sei inglobato in me. E allora sai, voglio renderti maledettamente visibile anche agli altri. Tu che eri silenzioso. Io così tanto rumorosa. Tu che illuminavi con la tua essenzialità.

Un gesto tenero e porto con delicatezza mi viene restituito. Sono i legami a farci recuperare dopo le tragedie. E a unirci nelle cose belle.

L’esistenza penso valga per ciò che si ha voglia di sperimentare e per il modo di condividere. Quando mi libero ho l’impressione che la mia vita diventi più leggera e sostenibile. La fiducia nei compagni di viaggio è completa.

Provo ad ascoltare e non faccio supposizioni. Le parole hanno un suono bello e mi accompagnano.

Tu sapevi tutto. Sapevi quanto potessi sognare ad occhi aperti.

Non voglio vedere la tristezza sui volti. Sì, la capto subito. Mi avvicino, chiedo.

Ho scelto il mio posto dove dimorare e dove la luce penetra attraverso le finestre. Mi alzo e c’è già un chiaro timido che vuole entrare. Non ha bisogno dell’invito, apro le ante e lo faccio partecipare per bene.

Parlerò di te a tutti quelli che cattureranno il mio interesse. Ultimamente non è stato nulla facile. Ma tutto si aggiusterà su nuovi equilibri. E ci assesteremo.

Ai nostri papà

Poi lì in quel punto vedi un’apertura e una possibilità e allora ti ci infili. Piano. E poi in modo irruente. Metti prima il naso e poi tutto il resto di te.

Ti si apre un panorama sconosciuto. L’acqua scorre continuamente e tu ti metti a saltellare su ogni sasso grande che incontri. C’è un luogo nuovo al di là del tuo corpo. Non ti fermi fin quando non trovi lo scorcio perfetto.

È proprio lì che ci si cura a vicenda con delicatezza.

Va bene, forse non siamo perfetti ma si fa sempre di tutto per sostenere. E per prepararsi alla vita, a quello che può offrirci e a ciò che ci può togliere.

E si vedono molte cose e vecchie e nuove conoscenze, persino dove la visibilità è minima.

Hai la sensazione di avere qualcuno addosso che ti protegge? Unito a te in modo indissolubile per la vita.


Io sì.

Buona Pasqua al mio papà e al papà di Gigi… Buon compleanno.

Prepararsi

Si può essere più incoscienti?
No.
Buttarsi sempre a capo fitto perché non esiste il momento giusto. O meglio, se non ci si immerge nelle cose come si fa a sapere se era il tempo esatto?
Provarci. Per poi scoprirlo.

Fare un sacco di strada, arrivare come si è, senza orpelli aggiuntivi.

Idee su dove si è diretti?
Sempre avanti. Sempre di buon passo.

Persone che si fanno notare poco per mille motivi.
Trovare un modo alternativo per scovarle: se non si possono vedere, si possono ascoltare.

Acuire i sensi, tutti. Stare attenti, stare all’erta.

Un po’ come riempire una borraccia alla fontana. La sciacqui e ci versi dentro acqua pulita e fresca e la tieni per un pezzo di strada. E la sorseggi per poi finirla  avidamente fino alla prossima stazione. Si vede già da qui: è vicina.

Fermarsi quando senti Ciao, come stai? Sì, fermarsi ad ascoltare davvero.

E poi, nel silenzio, ti fermi davvero a sentire se c’è qualcuno. Una presenza pacata e gentile arriva silenziosa come fosse senza scarpe.

Sai, mi stavo preparando per te anche prima di conoscerti.

Eri strano

La verità è che è ancora un dolore enorme.
I giorni passano e alla tua mancanza non mi ci abituo.
L’avvicinarsi delle feste è qualcosa di infame.
Ogni festa sarà così ma questa è la prima ufficiale senza te.
Eppure nemmeno eravamo soliti festeggiare insieme. Io partivo, facevo altro. Ma quest’anno la voglia di andarmene non è così invadente.
Cose, vicende, documenti che si accumulano e ai quali dare la priorità.
Altro che il mio solito ci penserò domani. Qui c’è poco da rimandare.

Certo che già una persona ha una perdita enorme della quale farsi carico, lo stato non aiuta in questo. Documenti su documenti da fare e portare avanti e indietro, dichiarare fatti che nemmeno si conoscono. Tutte queste cose vorrebbero portarti allo stremo. Nemmeno qualche giorno in pace per realizzare di avere avuto una delle perdite più grandi che esistano. E per farla propria.
Come essere sviati dal proprio dolore.
Ma chi lo dice che una persona vorrebbe sfuggirne?

Il tuo orologio suona a degli orari improbabili e anche quando non dovrebbe.
Ma che sveglia è 16.42?
Si vede che proprio non ci capivi nulla.
E che sveglia è le 2.20 di notte che mi ha fatta alzare nel buio più totale per cercare di spegnerla?
Mah. Certo che eri proprio strano.

Caos più totale

Apro l’armadio e capisco che qualcosa mi sta per cadere addosso.
La sensazione è quella di esplosione.
Eppure metto praticamente le solite cose per non andare a rovistare dietro.
Ma stavolta tutto cade.
È il momento di salvare il salvabile.
Tiro fuori tutto. Ahimè.
Caspita… pieno di cose mai indossate.
Cose che nemmeno ricordavo di avere.
Cose stirate ridotte a poveri stracci. Solo da rilavare e ristirare.
Il mio lunedì inizia proprio così, nel modo peggiore.. Eppure la mamma lo ha sempre detto…
Gli armadi vanno tenuti in ordine. Altrimenti sarà tutto da rifare e sarà solo una perdita di tempo poi.
Vero.
Eppure lavo, stiro e lancio dentro, chiudendo le ante per non vedere.
Faccio così, sempre.
A casa e a lavoro.
La filosofia è sempre quella… poi ci penserò.

Quando i colleghi vedono il mio armadietto a lavoro rimangono basiti.

Ne hanno ben donde.
Sono nata disordinata. Mica è colpa mia. La mamma ci ha provato in ogni modo. Nulla da fare. Certe cose non si riescono proprio ad assorbire. E non imparo. Nemmeno dopo l’esplosione che, ciclicamente, arriva.

No, non si impara l’ordine.
Non per altro, è che proprio non lo vedi che si sta creando del caos.

Non si percepisce. Non se ne ha un’idea  fin quando la situazione degenera.

Uno ci può provare ma non si ha la percezione. È proprio un modo diverso di vedere le cose. Mi impegno con gli altri ma i risultati sono sempre minimi.

C’era chi mi veniva a prendere e mi porgeva un sacchetto con dentro tutte le mie cose che lasciavo in giro.

La mamma ci buttava tutto a terra facendo mucchi che noi scavalcavamo con leggiadria.

La maestra mi buttava tutto in un angolo e mi nascondeva la cartella e io nemmeno me ne accorgevo. Credeva avessi problemi mentali gravi. Sì, proprio lei che odiava i lenti di comprendonio e i mancini. Proprio lei che usava la bacchetta di legno per torturarci le dita.

Corro veloce

Un’altalena.
Su e poi giù a piombo.
In altissimo e in un secondo in bassissimo.
Perché gli alti sono super alti e i bassi uno schifo totale.

Andare in altalena può essere divertente, bisogna trovare lo spirito giusto per andarci.

La giornata è sublime. Il vento si è lasciato dietro un cielo che raramente si vede.

Le montagne tra i palazzi, le rotaie di un vecchio tram arancione che arriva.

Odore di ferro che si alza e ti riporta a quando, da piccolo, aspettavi l’uno sull’angolo per andare dal dentista.

Inforchi gli occhiali da sole che, con la maschera, si appannano pure quelli.

Che giornata meravigliosa. Non vedo l’ora sia stasera per andare a correre col fresco.

Altro che altalena. La lascio ai bimbi per giocare e litigare per il proprio turno.

Oggi sto a metri da terra e corro veloce.

Battipanni. L’arma letale della nonna.

Il genio incompreso (io) si nascondeva dietro alle lenzuola stese.
Il posto perfetto per non essere visti.
Peccato l’ombra e peccato i piedi che sbucavano sotto.
Allora il genio (sempre io) si toglieva le scarpe in modo furbesco.
Ecco.
Arrivava il battipanni direttamente sul mio sedere, ogni volta.
Ma come facevano a vedermi? Non lo so. Ad ogni dispetto, una corsa per non essere presa.
Puntualmente trovata, ogni volta.
Quanto facevo arrabbiare la nonna.

Una volta io e mio fratello ce ne andammo in giro per il paese.
Nel giro di poco fummo colti da un acquazzone estivo tremendo.
Correvamo felici sotto la pioggia, completamente fradici.
Prendemmo la strada più lunga per tornare, fermandoci anche al cimitero, luogo delle storie macabre del nonno.
Per questo nessuno ci trovò.
Per questo il nonno non ci scorse sulla strada, venendoci a cercare in 112.

Quando tornammo in villa, il nonno era ancora in giro a cercarci e la nonna, spaventata, ci accolse con la scopa e il solito battipanni.
Andate a cambiarvi e ad asciugarvi, disgraziati.
E noi ridevamo e lei ci sbraitava addosso.
Chissà perché, ma il battipanni era sempre e solo sul mio sedere.

Grazie per tutto

Ci avete donato tutti gli strumenti per essere indipendenti e liberi.
E riusciamo sempre a cavarcela anche da soli.
Su una cosa avevate completamente ragione: studiate. Sarà l’unico modo per avere un bagaglio pieno e per farvi le vostre idee.

Ho una testa che ragiona. Sono libera. Indipendente fin da piccola. So sempre dove voglio andare. So fare bene e anche male ma di mio.

So che cosa è meglio per me senza chiedere.

So provare emozioni forti.

Essere semplici nell’esprimersi. Essere in grado di farlo.

Grazie per tutto.

Ci sarà musica stasera

Allontanare qualcuno non è mai facile. Anche se ti ha fatto tanto male.
Venire via perché non c’è più nulla da fare. Non c’è più posto per te. E non si tollerano elemosine.

Mi sento speciale per avere briciole di vite altrui. Io voglio tutto, voglio sempre di più. Perché me lo merito. Merito una vita bella.
Non discuto delle scelte altrui. Non è cosa che mi interessa. Ma non sto in panchina se ho la forza di giocare. Non è quello il mio ruolo.

Ho le mie speranze e i miei sogni, come tutti. E sono tanti.
Mi occupo di quelli.


Non si può curiosare né tanto meno infiltrarsi nelle teste altrui anche se so bene che è l’unico luogo dove si trovi la verità.
Pazienza. Se uno vuole essere sincero e puro, allora parla. Se no, pace. Odio il silenzio, le bugie e chi non affronta la vita di petto. E chi dà sempre la colpa ad altri.

Ale. Fai a modo tuo sempre. Perché? Perché è così che voglio vivere. Voglio le cose più belle. E voglio darle. E voglio portarmi via il meglio.

Me la cavo sempre.

E ci sarà musica stasera.

Sorrido

Sorrido a chi mi lascia passare anche se è rosso. Non mi suona e non sbraita ma vede che sto per perdere il tram.
Sorrido al tranviere che  riapre le porte perché mi vede da lontano.
Sorrido al bar mentre mi fanno il caffè e mi dicono ciao Ale. 

Perché mi sono alzata e ho deciso che oggi le cose andranno meglio. Oggi devo essere contenta e spensierata.

Ho messo addosso la crema della felicità. Quel profumo mi protegge e mi accompagna come un amico fedele.

Oggi decido di stare bene.
Certo, c’è quella sensazione di fondo che non  entusiasma al cento per cento. La mancanza è una voragine che si insinua. Ma decido come stare.
Mi sono alzata e ho deciso.
Sorrido. Un pochino di più.

Ritorna del bello se mi sento predisposta in maniera positiva.

La giornata è spettacolare come in una gita in montagna. Qui non c’è nebbia. Il cimitero svetta come un luogo bellissimo. Il castello laggiù in fondo sembra proteggere chi corre.

Sorrido dentro e fuori.
Ho messo il tuo orologio anche se, ancora, non so leggere le ore. Eppure mi avevi insegnato sull’orologio grande in cucina.
Nulla di fatto. Nemmeno so distinguere la destra dalla sinistra.
Ma questa è un’altra storia.

Polpette

Ho imparato a fare le polpette esattamente come piacevano a te.
Niente aglio e tanto prezzemolo.
Le faccio ancora così. Non cambio nulla.
Perché quando te le portavo ti si illuminavano gli occhi. E allora le lascio così. E sono buone da non capirci più nulla.

Capita di uscire a mangiare in qualche posto speciale, mangiare così bene che pensi Caspita, se morissi adesso morirei felice.

Apprezzare il cibo e il buon vino l’ho imparato da te.
E anche di ringraziare chi ti prepara qualcosa di buono. Farlo sapere, perché è giusto così.
Cercare il cuoco e dirgli Grazie ho mangiato benissimo.

A chi non fa piacere ricevere un complimento? O sentirsi dire Grazie?

Avevi il cuore buono. Resistevi nella tua raffinatezza.

Dico sempre Grazie perché me lo hai insegnato. E so quanto possa fare piacere.

Quando lo dicono a me è qualcosa che riempie. Fare qualcosa per qualcuno fa stare bene.

Friggevi tu le polpette nei giorni di festa. Chiudevate la porta della cucina e tutte le altre per non lasciare odore. Vi sento ancora sbraitare perché in cucina non c’era posto per due cuochi.
Che ridere.
E io che passavo per caso e ne mettevo in tasca un paio senza essere vista mentre erano sullo Scottex a raffreddare.

Forse non si vede ma sono felice

Gli inizi di qualcosa sono belli.
Una vita nuova, un nuovo lavoro, una casa, un matrimonio, una nuova amicizia. Di qualunque cosa si tratti, è bello. Avere un respiro diverso, una visione differente. È qualcosa che elettrizza. E oggi mi sento così.

L’inizio ti fa lasciare dietro ciò che non piace, qualcosa che ti ha devastata completamente nel cuore, nel fisico e nella mente.

Oggi respiro bene. L’aria è fresca.
Ho avuto un weekend speciale.
Ho ritrovato la fiducia negli altri e, forse, mai l’avevo perduta.

Grazie a te che ci sei per restare.


Grazie a chi mi vuole nel suo progetto nuovo e mi fa sentire parte di  qualcosa.


Grazie a me. Grazie al mio carattere che ogni volta mi riporta in vetta.

Ritrovare la fiducia e affidarsi.
Non perdere entusiasmo e avere sempre voglia di proseguire.

Ritrovare un’affinità bella, col gusto dello scherzo e della risata.

Essere nella vita di qualcuno con leggerezza e con le risate.

Avere voglia di passare bei momenti e che siano spensierati.
Avere quella volontà di essere cosa bella.
Sono una cosa bella? Sì, perché voglio esserlo.

Ale, sei felice?
Sì, sono felice papà. Voglio che tu lo sappia.