Ecco

Ecco, eccomi.

Lo so, non scrivo da un po’ ma sto finendo di scrivere il libro nuovo e mi sta portando via un po’ di tempo.

Sto cercando di fare una cosa bella, più bella di sempre.

E devo dire che ne sono fiera.

Ma vi leggo, a giorni alterni, per restare sempre aggiornata!

E poi ho l’altro progetto parallelo su Instagram che mi piace molto.

Ma voi siete quelli che mi siete stati accanto sempre in tutti questi anni e mica scappo così!

E appena il nuovo nato sarà pronto del tutto, tornerò qui più spesso!

E c’è da dire anche che la salute non proprio al top in questo periodo mi sta rallentando tutto… Eh ma confido nella mia ripresa immediata.

Quindi io comunque vi seguo.

E so anche già il finale di Olena, per la cronaca.

Noi due

E mi piace infastidirlo e fargli i dispetti come quando eravamo piccoli.


Lui ha sempre sopportato perché ero la più piccola.
Non poteva tanto reagire e allora io continuavo.
Allo sfinimento.


Ma la mia mamma sapeva bene chi incominciava sempre… e infatti le prendevo sempre io.
E cercavo di scappare in modo goffo quando capivo che la situazione stava per degenerare.


E ancora adesso lo faccio. E lui fa sempre finta di non sopportarmi più.
Perché non si cambiano certe cose. Perché l’intimità che si stabilisce la si porta avanti sempre. E no, non cambia.

Tenere tutto

E ci son cose che fanno male.


Persone che fanno male.


Fatti che nella vita ti schiacciano come fossi un materasso con le molle.


Ci sono situazioni che fanno virare la manovra in modo ardito. Magari ti lasciano così, inerme e impassibile.


Poi c’è il modo nel quale si fa la manovra. Si può tentare di fare sì che quel passaggio sia più dolce e meno doloroso.


C’è il modo di prendere le cose che può essere fatale. O ti può regalare tutta una vita intera e nuova.


Approcciarsi e avvicinarsi.


Si possono raccogliere tutte le tessere cadute e rimetterle insieme alla bell’e meglio. Oppure eliminarne qualcuna ma mettendo fili invisibili che tengano tutto insieme ugualmente.

Anche senza colori

Nessun compromesso.
Tutta la mia vita è stata così, sono io ad essere così, c’è scritto questo nel mio DNA.
Non cambio. Non posso. Sarebbe come desiderare di avere i capelli neri oppure ricci. Ma non è scritto questo, là dentro. C’è scritto capelli lisci, castano chiaro.


E c’è scritto bianco o nero. Forse proprio per questo i miei occhi hanno iniziato a vedere così. Forse non è la malattia, forse è proprio quella targa dentro di me.


Riconosco le anime piene di luce. Le anime buone le sento a pelle, non lo so il perché ma è sempre stato così. O forse vedo solo la parte bella delle persone. o, forse, è quella che riesco a tirare fuori io quando mi avvicino agli altri. E c’è qualcuno che riesce anche a tirare fuori la parte migliore di me oltre che a tirare fuori il bello da sé.
Questo mi conforta.


Mi hanno insegnato a guardare tutte le persone e a non escludere nessuno a parte quelle poco educate, poco gentili e poco delicate. Sì, quelle le elimino.
Mi piace chi tratta gli altri in modo gentile e che considera nello stesso modo tutti. E poi sceglie da sé, col proprio pensiero.
Questo mi fa sentire libera di poter scegliere con chi stare, senza paletti e senza imposizioni. Sto con chi mi fa stare bene e mi fa entrare nel suo mondo. E ho creato il mio personale e chi vi entra ci starà bene.


La luce fa sempre ombre. E guardo la mia per terra sotto a un lampione. Non mi interessa più chi si è messo in posizione di copertura, chi ha oscurato pezzi del mio corpo là a terra.


E posso ancora permettermi fallimenti perché mi sento forte e coraggiosa. E sì, mi sento gentile e mi sento educata. E nemmeno le altre ombre mi potranno far sentire diversa. Anche senza un braccio. Anche senza colori.

Va tutto bene

Come la rivedi con gli occhi di oggi?


Simpatica e buffa come allora.
Con la smorfia sulle labbra quando qualcosa non andava.
Con la stessa serenità.
Perché sì, quella piccola Ape di allora è serena anche oggi.


È nata così. E, come allora, senza nessun miracolo nelle tasche. Il miracolo non esiste se non posto nella sua forza interiore, cercata e bramata, trovata un po’ per caso ma acciuffata e messa in custodia.


Non è stato nulla facile. Ma le risate aiutano come l’aria sotto l’acqua quando l’onda la porta giù con sé. Ma odia ancora nuotare, sì, come allora quando la mamma la portava in piscina a imparare a stare a galla. Il broncio, il nascondiglio segreto dove infilare i costumi e la cuffia, la voglia di scappare al primo respiro di cloro.
E poi tornare nella stessa piscina ma per vedere un film e fare una cena e le è equivalso a una sorta di riscatto.


Come la fai sentire la piccola? Un po’ speciale.

E oggi che cosa vorrebbe? Nulla di più, va tutto bene veramente.

E poi

E poi capita di incontrare uno uguale.

Lo riconosci subito.

Due parole e una certezza: avrà dietro qualcosa.

Mi chiede… Hai una Tachipirina o un Brufen?

Certo. Ho anche Oki , Moment… Che cosa ti senti?

Uno dei nostri dolori alla testa…

Allora una Tachi 500 sarà perfetta.

Senti… È da settembre che mi fanno male le gambe.

Tutto normale, stai tranquilla. Fa parte del pacchetto.

Perfetto.

Ma oggi forse riesco a chiamare la neurologa.

Io ho il controllo domani.

Sai… Ti trovo bene rispetto l’ultima volta.

Eh. Anche io.

Sono contento che ho qualcuno accanto pieno di farmaci… Li ho scordati a casa.

Sto in zona, per qualsiasi cosa.

Odio le zip

Odio le zip da quando ero piccola. Ho sempre chiesto giubbotti coi bottoni. Ma i giacconi hanno quasi sempre la zip.
Le ho sempre spaccate tutte. Le spacco ancora.

Solo io? Solo a me accade?
Perché non si spiega.
Prima le odiavo perché quando la mia mamma mi  tirava su la lampo mi lasciava sempre dentro un pezzo di gozzo.
Ora o mi ritrovo i cursori tra le mani o mi ritrovo con le due rotaie aperte sul davanti.

Il giaccone blu è messo da parte causa zip e tasche bucate. E ha qualche mese di vita nonostante sia uscito da una gran costosa fabbrica di piumini.
Quello nero idem.
Zip e tasca rotta. Un anno di vita. Marca diversa ma costosa nello stesso modo.
Oggi tiro fuori il piumino nuovo, marca famosa, prezzo ancora più famoso. Rimango col primo cursore in mano. Per metterlo devo  usarlo a mo’ di felpa. E poi sapete? Ho sempre paura di rimanere inghiottita dentro tra le piume e di morire soffocata.

Odio le zip, forse ci vorrà un libretto di istruzioni per usarle.

Vecchia sdentata

Perché domani voglio la mia calza piena di cioccolatini e con dentro la letterina.
Perché la Befana è la mia festa preferita.
Perché era la festa più bella con la lettera più bella.
Perché la mia mamma mi lasciava la calza sul tavolo marrone piena dei miei cioccolatini preferiti e di caramelle Rossana.
Perché vicino alla calza c’era sempre il regalino.
Perché ho sempre amato la vecchiaccia sdentata piuttosto che il pacioccone vestito di rosso.
Perché aveva le scarpe rotte e la scopa di saggina, la stessa che usava la mia nonna sui nostri sederi quando ci picchiavamo o combinavamo qualcosa.

Domani voglio la mia calza. Perché a me piace e la apprezzo.
E perché amo ancora i cioccolatini e le Rossana incartate di rosso che quando le apri fanno rumore.

E perché poi ci ho sempre guadagnato le calze più belle.

E sapete… a me le vecchie sdentate  piacciono e mi fanno sorridere più dei bonaccioni e paciocconi. Perché sarò anche strana, ma la apprezzo ancora anche alla mia età.

Ok, la foto non c’entra nulla ma ieri 1 a 0….

Ehilà

Ehilà.
Sono undici mesi che sto senza te.
Sai, vivo.
Cerco di essere la donna felice che hai conosciuto tu. Ma sai, non sempre è possibile. È quasi come aver perso un arto, manca sempre qualcosa.
Una sensazione dolce mi arriva quando sono a tavola e bevo il primo bicchiere per te. Mi porto dentro la tua felicità al desco, apprezzando la buona cucina e il buon bere. Come quando venivo a pranzo e stappavi la bottiglia.
Siamo stati bene insieme. Mai nessun tipo di amore può essere paragonabile. Persino quando ti imbatti nell’uomo della tua vita con gli occhi belli e che cerca di renderti felice. Nulla può essere paragonabile alla sensazione di quell’amore profondo e incondizionato. Nulla può fare stare sereni come stare con le persone che darebbero tutto per te e che ti fanno sentire protetta e amata in qualsiasi tipo di situazione ci si trovi. Sì, perché quell’amore non ti fa porre domande e non lo metteresti in dubbio mai.

Il tuo amore,  papà,  è stata una fortuna. Sono ciò che sono anche per quello.

E lo so quanto fossi fiero anche nelle mie azioni più infantili. So di averti reso orgoglioso. So quanto mi apprezzassi. So quanto sapessi di aver contribuito a rendermi onesta e libera e semplice nel pensiero. Libera, sì. E indipendente.
Sai, al solo pensiero di poterti un giorno perdere stavo male e rimandavo indietro quelle idee. Mica credevo fosse davvero possibile. E poi è successo quel che è successo e lo abbiamo affrontato, anche perché alternative non c’erano.
E sai, sono stata brava. Ho cercato di essere forte per me e non solo.

Il Natale non è stato un vero Natale. Tu sembravi un bimbo gioioso in quel giorno dove ci avevi tutti accanto. Non è stata la stessa cosa ma siamo rimasti uniti ed è stato dolce.

Sai, ho sempre bisogno di sentire qualcosa di bello dentro. E lo è stato. Perché era giusto così. Stare insieme, stare vicini anche con una lacrima rubata oppure creando un tipo di Natale diverso.

Papà, se mi guardi di nascosto non far caso alle mie pazzie. Son sempre la stessa. E ti sento dentro e ne vado fiera.

Ci sono sempre

Ale sta rinascendo, diventando un centro importante per sé.

Ha dato vita a progetti che la rendono fiera e avrebbero reso fiero anche quell’uomo così importante.

È tornata ad aprirsi e a trovare un contatto col mondo esterno.

Pensa sempre a qualcosa di nuovo da creare che sia importante per sé e per chi l’ha amata tanto.

Ha un contatto privilegiato con gli altri perché li sente e anche bene.
Ha sentito molto anche in passato per poi prendere tutto e disfarsene, rottamarlo e metterlo nei dolori rimasti impressi come cicatrici.

Sì, ha cicatrici visibili. Alcune no. Alcune si sono assorbite in quanto esperienze risultate fine a sé stesse e inutili. Non tutti le hanno voluto bene come dicevano ma le persone più importanti sì, eccome.

A volte anche rendersi conto di ciò che è nullo può essere bello. Liberarsi di zavorre pesanti che non hanno fatto bene…. è bello e liberatorio come camminare sotto la pioggia.

Non le interessa più rimanere nei ricordi di altri. Le interessano i suoi e ciò che fa è perché lo sente, nel bene e nel male. Anche quando urla. O piange. O ride. O litiga. Tutto ciò che ha fatto è quello che realmente sentiva quindi i giudizi li rimanda al mittente.

E sarà un anno bello, deve essere così per forza.

Non lo sa dove si trovi o come ci sia arrivata: non è importante. Nemmeno sapere dove questo posto sia.

Quali sono le ultime notizie?

Ale vuole stare bene e continuare a farsi compagnia.

E stare qui con voi. Perché no, non scappa e ci mette sempre tutto, persino la faccia. No. Non scappa mai. E no, non si eclissa. Resta.

E ci sono sempre.

Casa

Il Natale si faceva da noi coi nonni.
La mia mamma cucinava dal mattino presto tutte le sue eccellenze.
Faceva tutto lei mentre noi giocavamo e ribaltavamo tutto quello che aveva sistemato con cura.


Ecco, ci faceva apparecchiare.
Ci mollava la tovaglia in mano e dovevamo sistemare la tavola in sala. Facevamo un sacco di giri con una forchetta o un bicchiere perché di voglia proprio non eravamo dotati.
All’ultimo minuto urlava che andava a lavarsi e di controllare il ragù mentre era in doccia.
Sì, sì, come no.
Usciva grondante d’acqua perché sentiva odore di bruciato.
L’ho girato un secondo fa. Questa era la nostra frase prediletta.
Era sempre indaffarata mentre ci urlava dietro di tutto o ci doveva separare in qualche litigio.


Ci sentivano fin al piano terra sempre. Si urlava tutti in quella casa di via Schiaparelli. D’altra parte dovevamo sentirci da una stanza all’altra e superare il rumore dei treni di fronte.


I nonni arrivavano in 112. La nonna veniva lasciata davanti al portone e il nonno andava a parcheggiare e sempre lontano anche quando c’era posto vicino.
Mai capito il perché.
Mi sembra ancora di sentire l’odore dei nonni che sapeva di buono. E l’odore dell’arrosto e delle patate nel suo sugo.


Era un caos. Pezzi di carta ovunque, nastri, scatole e giochi dappertutto.
E la mamma urlava. Il papà rideva
e noi ci picchiavamo per gioco e poi per davvero.
Era casa. La nostra casa. Era il nostro caos. E darei di tutto per riviverlo un po’.

Buon Nat-Ale

A me.
Alle persone che amo.
Alle persone che ho amato.
A quelli che ho perduto.
A chi mi ama.
A chi mi vuole un bene dell’anima.
A quella famiglia che stava in una tavola gomito a gomito innervosendosi pure per il poco spazio ma rallegrandosi per il tanto cibo.
A chi mi ha cresciuta.
Alle persone speciali che ho incontrato.
A quelli che sono rimasti.
A quelli appena entrati che mi fanno sorridere il cuore.
Alle persone che mi sono state accanto in ogni angolo buio della mia vita e in ogni posto pieno di luce e felicità.
A chi mi ha scritto e voluto conoscere.
Per tutti quelli che si sono fermati, soffermati e deciso di stare accanto a me.
A chi mi ha permesso di regalare la mia parte più bella.
A chi mi ha regalato rabbia, rancore e odio e si è fatto odiare.
A chi mi ha fatto del male apposta.
Alle persone che mi hanno fatto capire che potevo essere meglio di ciò che ero.
A chi è ritornato nella mia vita per restarci.

A chi mi ha curata da anonima ma come fossi qualcuno di famiglia.

A chi mi ha salvato la vita.

A tutti quelli della mia famiglia per avermi regalato momenti di pura felicità. E sapete… Ne è valsa la pena anche se oggi sono qui a piangere per voi.

Al mio papà. Un uomo meraviglioso che mi ha resa bellissima e piena di amore, quello che riesco a regalare ogni giorno.

A tutti voi che mi avete donato le parole più belle, pezzi della vostra vita e affetto.

Buon Natale.

Caro Babbo Natale

Caro Babbo Natale,
quest’anno, se Dio vuole, sta per concludersi.

Ho perso tanto, troppo.
Portami tanti regali, sono stata buona più che ho potuto.
Non sempre ma spesso.

Ho sofferto tanto, fammi trovare tanti regali grandi sotto al mio albero che, anche quest’anno, ho fatto con cura e con le luci più belle.

Se il dolore si potesse spiegare era nel pacco più grande lo scorso anno.

Portami qualcosa di bello e che mi faccia ridere spensierata.
Portami gioia e amore, ciò che ho perso quel giorno di quasi undici mesi fa all’ora di pranzo.
Mentre i più mangiavano io ero in una stanza a piangere disperata pensando che non potesse essere vero.

Basta regalarmi forza ogni anno. Non ne posso più. Portami qualcosa di nuovo e di bello, da scartare e da mettere nelle mie tasche.

Ti lascio la porta aperta: pensaci tu, come quando eravamo piccoli e non riuscivamo a dormire per l’eccitazione della mattina dopo.

Sei strana

Ogni giorno i soliti riti.
Due caffè a casa e uno fuori.
Oggi ocio al basel.
Ogni giorno inciampo ugualmente nel gradino del bar.
Ecco… Anca incoeu mi dice il barista.

Certo che sei strana forte Ale.
Lo so.
Parlo in modo strano, cammino in modo strano, mi piacciono le persone strane.

Attiro persone assurde che mi guardano basite.

I bambini devono captare la mia stranezza perché mi sorridono sempre. Rispondo con una linguaccia perché mi piace la loro faccia che da un sorriso aperto passa allo spalancare gli occhi in modo incredulo.

Corro per non inciampare. Corro perché credo sempre di avere fretta. Ce l’ho dentro la fretta di mio.

Sì, sono strana.
Un bambino mi parla da adulto.
Mi mostra foto della sua collezione di penne.
Parla come un filosofo e mi dice ora ti mostro queste che sono il mio orgoglio. È serio. A me fa ridere da impazzire.
Non ridere di me.
No. Rido per la tua tenerezza.

Sei strana tu.
Ah sì, sai che novità.

Troverò

Tempo da neve.
Profumo di pollo arrosto dalla rosticceria.
Lo sento anche se sono raffreddata.
Mi ricorda le nostre domeniche insieme, in sala sul tavolo rotondo.

Le mie gambe fanno male, vado al rallentatore. Esco prima del solito ma arriverò in ritardo, già lo so.

Vorrei tanto stare bene.
Stare bene in toto, svegliarmi e dire  Wow Ale! Che giornata meravigliosa.

Succederà, non lo so quando ma prima o poi dovrà succedere.

Vorrei stare un po’ a casa, a riposo, ma non posso. Ma forse lavorare fa bene a non pensare.

Mi guardano appena mi alzo Che hai Ale?
Sembro ubriaca, sbando.
Almeno lo fossi, ubriaca con qualcosa di tanto buono e frizzantino e freddo al punto giusto.

Inizio la giornata nel migliore dei modi, caffè e saccottino.
La barista mi guarda allibita… che c’è oggi Ale?
Sono solo tanto stanca.
Non parli nemmeno oggi…
Tengo le energie rimanenti. Che poi… ne sono rimaste?
Per forza, le cerco nelle tasche, frugo e qualcosa troverò.

Spacco tutto

Eppure mi sveglio e mi dico, sarà passato.
No.

Il dolore è sempre lancinante.
Le mie gambe gridano vendetta.
Faccio di tutto per camminare in modo normale.
Nemmeno oggi è passato.
Domani gli esiti mi diranno che cosa ho dentro, magari di nuovo.


Quest’anno detestabile avrà pure una fine…


E quest’anno voglio andare via e prendere e lanciare di tutto giù dalla stanza… va bene, non si fa. Ma invece si fa e lo farò. Che poi… lanciare qualcosa è così bello o spaccare…


Come la mia bisnonna… aveva quel fare argentino che prendeva e spaccava. E anche la mia nonna. Quando era arrabbiata prendeva un piatto e lo scagliava a terra. Ce l’ho nel DNA.
E spaccherò di tutto e sarà bello rimettersi in pista finalmente.


Ora capisco quelli che lanciano lavatrici o cose simili giù dal balcone: una liberazione.
Se mi sentisse o vedesse il mio nonno chissà quanti insulti…

Ma qui ci sono io e son rimasta io qui…
Quindi nonno, spaccherò tutto.

Non mollo nulla

Uno dei primi coccoloni che feci prendere alla mia mamma fu quando a sei anni entrai, per gioco, dentro una vetrata con tutto il corpo. Mi diedero 32 punti solo al polso. Sul resto del corpo persi il conto. So che cercavo di nascondere l’altro braccio per non farmi aggiungere altro filo. Non riuscì la mia impresa: mi beccarono. Ma tante ferite riuscii a tenerle segrete. Avevo paura perché avevo visto la siringa enorme e, all’inizio, credevo fosse per l’altra bambina accanto a me che sembrava più morta che viva.
Invece era proprio per me. Avevo addosso una quantità industriale di dottori e infermieri ma io pensavo alla mia mamma fuori e a mio fratello a casa in lacrime.

Oggi vengo qui a prendere i miei farmaci: il pronto soccorso nuovo è stata allargato e si trova alle spalle del vecchio.

Che caso, mi dico.

Tornare nello stesso luogo e ricordare quel momento lontano di cui porto ancora cicatrici e una piccola forma di disabilità motoria. Che nascondo molto bene. Come tutto il resto. Come oggi. Come il sembrare normali anche quando i dolori alle gambe iniziano a essere davvero infestanti più dell’edera.

Ma quando ho qualcosa ho imparato a fare così: nascondo. E lo faccio bene.

Torno a casa tenendo i miei novemila e più euro di farmaci attaccati al mio corpo… se mi derubano devono prima rubare me. Non mollo nulla.

Non sono sola

Dieci mesi senza di te.


Sai, sono stata in risonanza oggi.
Dopo la prima lista di nomi stavo per cedere… quindi dopo pochi minuti.
Ma poi, ce l’ho fatta.
Ho resistito.
Volevo mollare. Non l’ho fatto anche se sapevo bene che tu non eri fuori seduto ad aspettarmi, con la tua gamba agitata che disturbava tutti. E senza i tuoi sacchetti pieni di focacce e di brioche per sfamare la tua bimba, pensando la tua bimba fosse composta da almeno cinque persone.


Sì, ce l’ho fatta. Non festeggio nemmeno la mia vittoria. Senza di te non ha più senso.
Mi fanno tanto male le gambe ultimamente. Non so che cosa sia successo dentro al mio corpo.
La tua perdita qualche strascico lo avrà pur lasciato.


Ma sai, saresti stato tanto fiero.
Saresti fiero di me, una volta di più.
C’è da dire che ti bastava poco per esserlo.
Mi rende in pace che mi sapevi felice. Sì, te ne sei andato nel mio periodo più bello, dove tutto sembrava perfetto.
E vedevi quanta gioia avevo dentro.
Le cose non son state tutte lisce.
Ho sofferto parecchio. Ho affrontato cose grandi.


Ma tu te ne sei andato vedendomi così piena di gioia. Ti parlavo delle persone nuove al nuovo lavoro. Sono ancora lì e mi stanno accanto e mi vogliono bene. Sono persone speciali. E tu lo sapevi perché mi vedevi. Mi ascoltavi e ridevi tanto di tutti i casini che combinavo. Non mi hanno lasciata sola mai.
Saresti tanto contento anche tu.
Stai tranquillo: non sono sola.

Signora

Entro coi piedi, entrambi, dentro le cose e le persone.
Mi fermo e chiedo.
Ho tempo, sai?
Lo trovo.
Faccio domande.

La signora mi parla, oggi è triste. Tiene gli occhi bassi, parla piano come se le avessero strappato la voce dalla gola.
Sai, Signora, oggi è un giorno di festa. Non esiste non sorridere.
Oggi non si possono tenere gli occhi così. La direzione la devi tenere alta, Signora.

Un bambino, dietro di me, mi prende in giro. Sì, lui pensa che non me ne accorga.

Signora, lo vedi anche tu quel bambino che mi ride dietro le spalle?

Vai a chiedere perché mi prende in giro e fallo anche tu.

Oggi non esistono problemi, oggi li chiudiamo dietro una porta a tripla mandata.

Siamo tristi per come si comportano gli altri?
Vedila in modo diverso. Oggi stai con noi Signora e pensa a te. Tanto guarda, poi torni a casa e comunque i tuoi grattacapi li troverai comunque.

Solito iter

Ieri ho chiamato per i farmaci.
Alessandra hai fatto gli esami?
Mmm no.
Però li ho fatti l’ultima volta… ho cercato di arrampicarmi ovunque …
Alessandra devi fare gli esami.
È che ieri dovevo andare ma proprio non ce l’ho fatta a non mangiare… ho visto i biscotti nuovi e li ho aperti.
Vado domani.

E così stamattina alle sette e dieci ero già davanti al portone inferocita perché se non faccio colazione divento una bestia.

E in quel posto mi sembrano sempre così lenti con la mia pancia vuota… E io che trimpino (non so se è italiano o milanese). Ma trimpino davvero perché fin quando non raggiungo il bar son sempre nera.

A malapena saluto. E quando l’infermiere non trovava la vena volevo ucciderlo. È qui, si vede.
Non esce nulla.
Al terzo buco mi fiondo fuori col giubbotto da allacciare e la sciarpa in mano nonostante i due gradi.

E arriva il momento più bello… Arriva il saccottino.

E torno felice.

Stasera la solita schedina piena di crocette arriva via mail.

Mando subito alla neurologa  perché sono al pelo coi farmaci.

Son peggiorati, lo vedo da me.
Vediamo che dirà, se potrò tenere la cura o che cosa dovrò fare. E aspetto il nove quando il tubone mi darà il suo responso.

Sai che c’è Ale?
Che balle. Sempre lo stesso iter, saran sempre le stesse parole.
Ale. Domani niente saccottino, domani assaggia la brioche con dentro il wafer, quella che volevano rifilarti oggi ma oggi eri una bestia.

L’orso

Sta per compiere 38 anni la mia Cita.


E poi c’è lui, l’orso della mia mamma che sta per compiere 70 anni.
È ancora bellissimo.


Il nonno se lo portò in Vespa con la mia mamma dietro.
Quando in Vespa ci facevano i viaggi in quattro e quello al posto  davanti si riempiva di fogli di giornale per non avere freddo.
Il vestito di quest’orso senza nome lo fece la mia nonna.


Eccolo qua. Ve lo mostro perché è davvero bellissimo. Oltre che speciale.

Il giorno muore

Il giorno muore.
Ha piovuto.
Ho visto scendere acqua dal vetro come le dita di un bambino che si cerca di aggrappare.


Qui il mare non si vede.


L’acqua è solo fatta di gocce di pioggia o di condensa mentre cucino e ho la pentola sul fuoco.


Ho scritto molto in questi giorni.


Ho avuto qualche lacrima per te.
Ma è come se fossi schermata da qualcosa.
Forse col tempo il dolore mi rafforza davvero più che indebolirmi.
Come l’occhio che si abitua al buio, così io con tutta la mia vita. Questa è quella sorta di vetrata che ho addosso.

La indosso col migliore dei miei sorrisi.

Che tutto vada avanti bene, che riesca a risolvere ancora tutti i miei problemi brillantemente.
C’è qualcosa di speciale attorno a me. Una specie di alone come fosse una sorta di incantesimo.
C’è sempre qualcuno che mi accoglie. E c’è sempre un progetto che va a monte ma che corre parallelamente a cose che si sistemano.
A volte blocco le emozioni. Quelle che mi farebbero piangere dentro. Lo so, è sbagliato.
Ma impiego l’energia in altro modo.
E cammino. Tantissimo. Per pensare a tutto quello che, altrimenti, non riuscirei a gestire.


Mi fanno malissimo le gambe. Da troppo. A volte davvero mi è difficile fare finta che Lei non esista.
Come le lacrime sul vetro di un tram. Come me dentro senza il mio papà.

Leggero

Giorni che non va bene niente.
Giorni che diventano mesi.
Giorni maldestri. Storti.
Giorni neri.
E giorni che sembra che qualcosa sia diverso. Durasse un’ora o più .
Poi ho capito. Decido io come fare andare le cose .
Ci sono tragedie che rimangono.Nel mentre ti arrabatti a trovare un modo per sopravvivere. Perché trattasi di questo.
Come vedi le cose?
Le tragedie permangono e se nel frattempo trovi un sistema per stare bene? Tanto non dimentico.
Sta a noi quanto le tragedie possano diventare ancora più grandi.

Che cosa significa perdere la propria mamma?
E il proprio papà?

Ho iniziato a capire le cose mentre le stavo attraversando.

Ho capito che amo la leggerezza. Non voglio una vita pesante dove acuire le cose brutte.
Voglio ridere e scherzare.
Voglio andare in giro.
Voglio condividere.
Ho bisogno degli altri accanto, il solo sentirli mi fa stare bene.
Poi certo mi ritrovo sola col dolore interiore. I drammi capitano. Lo so bene. Anche tutto ciò che pensiamo sia riservato ad altri. Poi qualcosa ti viene addosso. E ti attraversa. Lo so bene.

Un aperitivo con persone speciali mi fa vivere felice.

Lo so quanto sono amata. E quanto le persone mi siano grate per come sono. Ho bisogno degli altri. E di stare bene in modo leggero.

Pelle bianca

Racconto storie. Mie o di altri.
Mi piace parlare di ciò che sento uscire anche dalle altre bocche e non solo dalla mia testa.
Scrivo perché ho paura di perdere i miei ricordi o di non riuscire a bloccare e fissare momenti.
Per me è importante non perdere la mia memoria nel senso di tutto il mio vissuto, quello che mi ha fatto diventare la Ale che conosco.
Ho fame di farlo.
La bellezza dei ricordi rende la mia casa un posto estremamente ricco. Foto, post it, appunti, cose annotate sparse per la casa. Oggetti appartenuti a qualcuno di speciale.
Tutto può curare le mie ferite.
Anche due quaderni fatti per me da una persona, con le sue foto e le sue frasi. Una persona che chissà quanto mi avrà stramaledetta… ma anche questo fa parte della me di oggi.
Mi hanno ripetuto spesso quanto fossi irresponsabile e pazza. Ma non sono nulla di ciò. Per davvero.

Ho una foto della mia nonna. Bellissima. Quella pelle chiara mi ricorda ancora della seta di buona fattura, morbida,liscia e bianca.

Ho raccolto opinioni delle più svariate. Ma ho sempre fatto di testa mia.

Mi sono spesso preparata per fare festa. Perché mi piace. Mi rende ciò che davvero sono.

Mi sono presa cura delle persone che ho amato. Con cura e delicatezza il più delle volte. Le ho prese e riposte dentro, facendo posto, stringendo qualcosa d’altro.

Sono Ale. Vedo cose strane, sento emozioni sulla pelle anche di cose che ci sono state e provate da altri.

Procedo rapidamente ma sempre nella direzione opposta e sbagliata.

La mia nonna.

@quadernodiemozioni

Capisco

Capito tutto Alessandra?
Sbarro e sgrano gli occhi. Si, ho capito.
Ma sei sicura? Sì, certo.
Se vuoi o se hai domande, perché magari non hai capito bene.
Ma certo che ho capito.
Perché mi guardi così…. magari non avevi capito.
Eh sì. Ho capito bene.
Ma che altro posso fare?
Piangere o strapparmi I capelli?
Non lo farò.
E questo al di là che io abbia capito.
È che mi guardi così….
Eh ma la mia faccia è questa.
Hai quegli occhioni sorridenti…
Sì ma ho capito ugualmente.

Solito discorso tra me e la neurologa.
Capisco.
So tutto.
Immagino ciò che avrò davanti ma più che capire non posso.
Non mi interessa. Non penso nemmeno al domani figuriamoci al dopodomani.
Capire capisco.
Ma io penso a come sto oggi.
Già fra un minuto è per me un futuro lontanissimo.
Oggi. Ora.
Conta questo.
Penso solo a che cosa mangiare fra poco e dove andare a prendere la brioche più buona.
L’evoluzione della malattia non è cosa che mi riguarda perché più che seguire regole e prendere farmaci non posso.
Tenermi in allenamento nel corpo e nella mente, solo questo posso.
Al resto penserà Lei.

Quindi capisco.
Anche se capisco.
Anche se rispondo in modo sereno ed educato.
Perché sono così davvero.
Sono molto serena.
Reagirò come dovrò ma quando sarà.
Ora no.
Ora voglio solo un saccottino al cioccolato.
Un pochino freddo in modo da sentire una mattonella di cacao che poi si scioglie in bocca.

Cammeo

E ho messo il Cammeo.
Per sentirti addosso.
Oggi una di quelle giornate che non respiravo da quanto mi mancavi.
Ho buttato il naso verso l’aria, ho cercato di capire se uscisse del respiro.
Non pensavo di sopravvivere alla tua mancanza. Sopravvivo. Sì.
Ma prima era tutta un’altra cosa.
Sarà poi giusto sopravvivere e basta?
Alla Ale che non dirà mai più quella parola del 19 marzo.
Alla Ale che guarda le vetrine, si specchia e pensa… oh questa cosa lo farebbe felice. Ma poi ritorna nella realtà, quella vera che ti dice che le cose stanno in altro modo.
Alla Ale che ha perso persone ma ecco, con te non doveva andare così.
Alla Ale che in quei due giorni disperati si è presa cura di te. E ti ha baciato la fronte. E ti ha bagnato il viso con una lacrima, l’unica scesa mentre le altre erano diventate ghiaccio dentro la sua gola e il suo naso.
Alla Ale diventata grande quel giorno mentre cercava di accudire gli altri.
Alla Ale che ha bisogno ancora di te.

E rimetto via il Cammeo perché non voglio perderlo.

Il mangiatore di pomodori

L’altro giorno ho avuto un flash.
Camminavo insieme al mio compagno di passeggiate e, a un certo punto, tira fuori dalla tasca un frutto e lo sgagna ( dal milanese, mordere).
Ne vuoi uno Ale?
Rimango basita.


Il mio nonno lo faceva sempre.
Andavamo a fare dei giri lunghissimi a piedi e dalle tasche del giubbotto tirava fuori i pomodori e li mangiava.
Prima di partire passava dall’orto e riempiva le tasche.
Me ne passava uno in silenzio.
Il problema è che a me piaceva sgagnarli e riempirli di sale ma quello non lo portava mai con sé.


Mi ha riportato indietro di circa trentacinque anni.
Forse di più.


Mi sono vista il mio nonno bello vivo nei miei occhi, nel suo giubbotto di velluto chiaro e col pelo dentro. Mi piaceva tantissimo quel capo. Me ne regalarono uno simile ma non è mai stata la stessa cosa.
E lo vedo con la sciarpa di lana e il cappello sulle ventitré, rigorosamente.

Non mi fermo

Affronto qualsiasi cosa.
Le più ardue mi hanno messa a dura prova.
Ma caspita se affronto tutto.
Sorridi sempre Ale.
Sì. Anche perché nessuno è colpevole per i miei drammi.
Poi arriva quella piccola cosa che mi fa vacillare un po’.
Eppure a confronto è cosa piccola. Beh. Nemmeno tanto.
Ma sempre tutto legato a sta malattia che ha paura di essere dimenticata.
Sia mai.
No, piccola, non mi scordo di te.

Problemi burocratici.
Sì, mi hanno sconfortata. Problemi coi permessi a lavoro. Che dico… sono disabile certificata… ma credete che una persona sia felice di prenderli? Quando li prendo è perché non ce la faccio a vivere in modo normale. Oppure perché mi devo curare. Ne ho diritto più di un finto cieco. Cos’è sta cosa che dice che mi è stata rigettata la domanda? Che poi… Dopo anni? Con una malattia che volgerà al peggio? Li ho sempre presi e ora? Mah.

Ma poi sono uscita in balcone e c’è un cielo bellissimo.
Tanto bello dopo giorni di nuvole e pioggia. Pioggia persistente ma stavolta avevo i polacchini perfetti.

Respiro.
Dai Ale.
Anche questa si sistema. Anche se non dovesse… non è la fine del mondo.
Nemmeno sta malattia balorda e ingrata lo è.

Fa niente se i dolori mi vogliono fermare. Io non mi fermo.
No no. Non mi fermo.

Passo e chiudo

Sono buona davvero. E riesco a sentire le persone. 
Ho fatto male e me ne hanno fatto, sia persone sia situazioni.
Me ne hanno dette di belle e di brutte.
Mi sono messa in discussione.
Ma sono buona.
Mi hanno dato della analfabeta emotiva. Ci ho pensato.
No. Non lo sono per nulla.
Ho sempre chiesto scusa.
Le hanno anche pretese e le ho fatte anche dopo molto ma solo quando le sentivo vere e sincere.
Ma a me?
Io di scuse ne ho ricevute sempre molto poche.
Quasi mai.
Ho fatto e detto cose assurde.
Ma quelli che volevano scuse o che sono spariti… Ve lo siete mai chiesto in che periodo fosse Ale?
Che cosa stesse provando Ale?
Vi siete chiesti che cosa significhi perdere qualcuno che si ama?
Siete stati abbastanza accanto?
Siete davvero così limpidi e puri voi che non accettate o pretendete le mie scuse?

Ecco.
Io ho pensato e davvero mi sono fatta domande. Mi sono massacrata per non esser stata buona in alcuni casi… e voi?

Vi siete fermati a pensare?
Vi siete cosparsi il capo di cenere, preso in mano il telefono per dire Scusa anche tu, Ale.
Scusa per aver detto cose non vere, per non esserci stati, per essere spariti, per non aver mantenuto promesse, per essere scappati davanti a cose e problemi grandi.

Per tutti quelli che hanno lasciato Ale da sola…
Avreste e dovreste scusarvi anche voi.
Come ha fatto lei.

Ecco. Lo penso davvero.
Non sono uno stinco di santo.
Ma lo sapete bene quanto possa dare e quanto abbia dato.
Quindi ora le scuse e il mettersi in discussione dovreste pretenderli da voi.

Passo e chiudo.

Uno a far due

Me l’hanno sempre detto Ti manca sempre uno a far due.
Era forse la frase preferita del mio nonno quando si parlava di me.
Aveva ragione.


Per fare prima le cose, saltavo e salto pezzi magari fondamentali. Il risultato veniva e viene  anche ma non così alla perfezione.


E questa è tutta la mia vita.
Sono così in qualsiasi cosa. Perdo pezzi per fare prima, per vedere subito il risultato finale. E il finale? Quando riesce perfettamente è solo per botta di gran fortuna e, al di là di tutto, mi sento molto fortunata.
Basta non ripetere gli esperimenti per non avere delusioni facili.


Buona la prima. E basta così.
Le persone che lavorano con me me lo dicono… ma se sei stata capace una volta… perché ora no?
Perché non ho più voglia. La prima è andata. È sufficiente.
Che disastro. È che ho sempre voglia di arrivare già all’epilogo.
Senza ripensamenti e forse senza nemmeno troppo pensare.


Come quando sistemo i cassetti… rimangono ordinati forse un giorno solo.
Sono caotica. Disordinata. A volte pressappochista. Impulsiva.
E ho sempre voglia di fare cose nuove e mi ci butto.


Voglia irrefrenabile di vivere la vita e tutte le esperienze di fretta.
Qualsiasi proposta è sempre sì.
Andiamo? Sì.
Viaggiamo? Sì. Va bene anche senza conoscere la meta.
Proviamo? Subito.
Senza pensare.
E visto che difficilmente il DNA si può cambiare… mi mancherà sempre uno a far due.

Non sarei Ale

Questo posto mi ha regalato emozioni meravigliose.
Quando mi sono accadute le cose peggiori e ho deciso di raccontarle qui, ho avuto parole e messaggi bellissimi da voi. Come se mi conosceste davvero. E si sentiva quanto vi foste attaccati alla mia persona. Come se davvero mi conosceste. Oppure scrivendo e  aprendo il mio cuore sono davvero riuscita a farmi conoscere.
Ci provo anche nella vita reale, quella che mi porta a lavoro ogni giorno e mi fa fermare con le altre persone. Le persone speciali, quelle che ogni tanto mi regalano pezzi di vita loro e si fermano per me. Per darmi un aiuto, per sapere come sto davvero.
Non sono ancora riuscita a perdonare del tutto chi millantava che mi sarebbe stato accanto sempre. Ma stare vicino quando tutto è bello e va bene è semplice. E meraviglioso. Ma quando si perde qualcuno… Ecco .. da soli non ce la si fa. Ci sono cose che davvero non si capiscono se non si passano. Io non sapevo che cosa significasse perdere pezzi di famiglia fin quando non l’ho provato. Sono stata accanto alle persone che lo avevano passato prima di me. Ma mai capendolo nel profondo. Come la maternità. È vero, non si può davvero capire se non la si prova. Ci si può avvicinare forse. Ma mai saprò che cosa significhi vedere la propria pancia crescere perché si ha dentro un essere nuovo.
Io avrei voluto avere accanto le persone che volevo. Così non è stato. E ne ho sofferto. Forse perdonare non è la parola giusta. Mancanza. Chi non c’è stato non c’è stato. Ed è stato grave per la mia vita. E per la mia persona. Ma alcune  persone ci sono state per partecipare al mio dolore. Come fossero uscite da un cilindro. Tam ad esempio mi ha detto Sai non so che dire ma sono qui. So quanto amassi il tuo papà. E mi è stato accanto in silenzio. Ma così tanto vicino ed era quello di cui avevo bisogno. Sabri l’ho conosciuta qui.  Ed è stata un dono. E ogni dono che ricevo me lo tengo stretto davvero. Ho mantenuto tutti quelli che mi sono stati accanto per le persone perdute . Tutte nel corso della mia vita. Perché avevo bisogno della vicinanza . Anche in silenzio ma si ha bisogno delle persone . Almeno…io ho bisogno degli altri. E le persone mi salvano quando sto male anche per la malattia. Ho affrontato cose che non posso raccontare. Non tutto si può raccontare. Ma se non fosse stato per gli altri… non sarei qui e non sarei Ale.

Lettera agli occhi del mare

Capita che un tram deragli.
Capita per un po’ di starci lontani da quei vagoni che sanno di metallo.

Non ci parliamo da una vita, probabilmente non ci parleremo più. Meno ne sai e meglio è. Meno ne so e meglio sarà.
Speravo la tua permanenza non fosse breve. Non lo è stata,  effettivamente. Ma si è conclusa e, come capita quasi sempre, nel peggiore dei modi.

Sei ed eri una brava persona. Mi hai dato molto e di più più non potevi. Ma sai, in quel modo era davvero difficile esprimersi. Mai stata più felice di allora. Nonostante tutto.

È successo. E ti ho rivisto solo nella mia mente. Non ti ho cercato da alcuna parte.
A volte si sta così tanto male che ci si crea un guscio intorno. Un guscio dove si cerca di non provare nulla.

Ho preso una decisione forse più di un anno fa. Non posso ripensarci. Per me. Ma non solo. Ho deciso di andarmene. Tu te ne eri già andato da molto.
Ci saranno cose che ora desideri e che io non saprò mai. Ma è giusto così. Non potevi allora e non potresti nemmeno oggi. Il dolore della solitudine non lo ripagherà nulla al mondo.

Nel frattempo ho fatto un viaggio introspettivo. Ho capito che le promesse spesso non si mantengono e non è colpa di nessuno.
Sapevamo di dover stare attenti. Ho sempre sperato in un miracolo.
Ma nemmeno quelli esistono.

Famiglia. Quella che prima o poi devi salutare. E che cerchi di ritrovare e ricostruire. Eri la mia famiglia. Ma una soluzione non c’era e non ci sarebbe mai stata. Ed ogni giorno era triste ed era un macello. Ogni giorno bisognava mettere in atto meccanismi di difesa. Ma la cosa mai si risolveva.

Fu uno sbaglio? Sì. Soprattutto per non aver messo la parola fine in fretta.
Le persone poi fanno cose assurde quando non sono contente. E non lo ero. Non lo ero più da troppo.

Una porta aperta che potrebbe non richiudersi mai.
Ma ti copro ancora le spalle col mio silenzio. Darei ancora tutto per te.

E mi sveglio ancora alle cinque per te.

Va benissimo

Sono nata per godere delle cose.
Lavoro tanto ma adoro divertirmi.
Amo stare con gli altri: è la mia natura e ognuno ha la propria.


Non sto costretta in piccoli cerchi. Mi piace allargare.
Mi piace fare cose e vedere posti nuovi. Anche vecchi ma con occhi diversi.


Includo persone. Anche le più disparate.
Venite, facciamo, andiamo.
E vedo gli altri sorridere e li rivedo con occhi pieni di entusiasmo. Basta prenderli per mano, a volte.


Non tutti prendono iniziative se si trovano da soli.
Io ho imparato a godermi la vita anche da sola.
L’ho imparato ancora di più dal mio ultimo viaggio.
Fare di tutto, partecipare alla mia vita anche solo con me stessa.
Perché no?


La mia mamma ha sempre detto E mica sono la figlia della serva.
Parole che mi fanno ridere.
Ma giuste.


Esco. Faccio e mi godo la vita. Se voglio andare in un posto ci vado e se, nel mentre, incontro qualcuno che mi vuole accompagnare ben venga. Se no… va benissimo lo stesso.

Pronta

Ho accantonato le cattiverie.
Anche quelle stupide e inutili.
Ci vediamo? Sono qui.
Non ci sono.
Per poi postare una foto dietro casa, apposta per ferire.
Cattiveria? Forse più stupidità.

Perdere tempo e occasioni e tirare fuori la parte peggiore di sé.

Si impara da tutto.
Imparerò a non farlo. O a non farlo più . Imparerò a stare attenta.
Imparerò a non ferire. Lo imparo da ciò che ho subito e da ciò che ho anche fatto.

Chiudere la porta che ha deluso.
Chiudere anche se avevo promesso di non farlo. Ma certe cose sono troppo da digerire. Come le paure.

Ora sono una persona nuova.
Anche grazie a tutte queste cose.
Le terrò a mente per non farle ad altri. Per non fare del male.

Ho una consapevolezza in più. Se è vero che le persone arrivano per un motivo, il motivo è che ho imparato la lezione: starò attenta. A ciò che dico e a ciò che faccio. Mi sento nuova, cresciuta e pronta,un po’ di più per gli altri.

… ma ritrovata.

Maglia bianca

Quando capitano le cose più strane…

Possiedo solo due magliette bianche.
Oggi apro il cassetto e le vedo. Ne prendo una e la metto.
Nel pomeriggio mi accorgo che non sembra mia.
Troppo a girocollo. Troppo grande anche. Sembra quasi un vestitino.
Insomma. È una maglietta del mio papà; le metteva sempre sotto alle camicie.
Ma che ci fa nel cassetto del mio armadio?
Io non l’ho mai messa lì e non so nemmeno da che parte arrivi.
Eppure era lì ed è della marca che portava lui.
Pazzesco.
Come se ogni cosa mi dicesse Ohi Ale non dimenticarmi.
Eh no. Come potrei? Non avere di queste paure.
Quelle cose inspiegabili che nemmeno ho voglia di capire. Quelle cose che fanno piacere.
Sorprese le chiamo. E pure belle.

Oggi ti ho addosso.
Oggi ti ho portato con me.
Noi sullo sfondo del mio telefono e quando ti guardo mi viene da darti un bacio. Come quando vengo a dirti ciao nell’armadio.

Ciao papà. Avevi ragione tu: è un dolore che non si capisce fin quando non lo si prova. Si può immaginare? Forse. Ma quando è successo a Gigi non credevo potesse essere così forte e di impatto. Nemmeno credevo sarebbe mai potuto capitare.
Farò ogni cosa in mio possesso per non dimenticare nulla.
Scriverò di te. Cercherò di sognarti. Mi guarderò allo specchio un po’ di più.

La mia

L’ala dell’ape si è ricucita.
Come una ferita che si assesta da sola. E si rimargina. Giorno per giorno. E poi vedo il segno rossastro della mia cicatrice.
Brava Ale.

Ritrovare un amico.
La parte che aggiunge.
La parte spensierata.
La parte che accoglie.
Fidarsi e affidarsi.
Lo sento che ha bisogno di me.
Mi chiede un consiglio.
Rispondo in modo spassionato.

Costruisco una villetta coi pezzi del lego, quelli che mi porto dietro da quella casa spensierata e piena di gioia. Piena di tutto. Dove i litigi erano all’ordine del giorno. Così come le facce e le guance piene di baci.

Sai. Sono qui.
Rimango qui.
Come prima, come quando facevamo le cose senza conseguenze. O se c’erano non erano così importanti.
Ma ora le conseguenze potrebbero essere così rilevanti da cambiare una vita intera.
Ascoltami.

Rileggerò ogni tua parola in modo attento.
Grazie Ale.

Sentirmi piena come da troppo non mi sentivo.
Combinare cose e guai ancora.
Fare del caos un’arma, vivere in un luogo dove mi sento sommersa e protetta. Entro dalla porta e quasi mi sento male vedendo tutte quelle cose. Ma sono le mie e sono senza ordine alcuno. Caspita come mi ci sento bene.
E allora da quella porta ci ripasso ma felice… sì, questa è la casa che conosco. La mia. Sono io.

Non lo so spiegare bene

Come stare dietro la saracinesca di una vetrina.
Come quando strabuzzi gli occhi per vedere le cose belle e poi c’è proprio quella che ti rapisce e che vuoi a tutti i costi.


Ricordo che mi successe una volta al mare.
C’era un bambolotto in vetrina vestito d’azzurro. A me le bambole non sono mai piaciute ma quella aveva un’espressione così vecchia e triste che mi attirava.
E aveva un completo azzurro di lana. Aveva il cappello col pon pon bianco.
Lo volevo a tutti i costi. Costava 36.000  lire. Chiesi di comprarmelo. No. Metti via le paghette. Chiesi soldi anche a mio fratello per averlo. Non ricordo come o quando ma riuscii ad averlo.


Andai a comprarlo con mio fratello.
Ero felice.
Poi, una volta a casa, lo guardai bene e pensai… ma che diavolo me ne faccio ora? Poi è triste e sembra vecchio.
Non ero più così tanto felice.


Avere qualcosa tra le mani, qualcosa che hai desiderato molto e poi arriva quel momento, quella tristezza che copre la tua felicità. Forse è quell’aver dovuto riporre un desiderio poiché già avverato… Non lo so. Ma è quella la sensazione. Felicità ma mista a tristezza e malinconia, non lo so spiegare bene.

Farcela

Provo ancora gioia come se voi foste ancora qui.
Vorrei realizzare quel sogno là, anche se sembra tanto grande.
Così grande da sembrare quasi reale. E si avvicina a me.
Non dico. Non ne parlo. Per una volta non mi lascio scappare nulla. Perché poi sarà ancora più bello urlare ehi, ci sono riuscita.

Mi piace chi va avanti anche se sofferente. Mi piace chi persegue nei propri intenti anche se vede da lontano un cartello che si avvicina. Sì, quel cartello là.

Io credo ancora di poter fare quella cosa. Ci credo. E sì, ci metto sentimento in modo possa funzionare. E ci metto pure tutta la mia felicità. Perché poi sarà bellissimo.

Ho un amore spasmodico per la mia famiglia nonostante le difficoltà passate e le discussioni e il fatto che di normale ci fosse ben poco. Ma, al di là delle apparenze, quanto ci siamo sempre amati e sostenuti. Nel poco, nel tanto e nel poco ancora.

E quanto ci siamo presi cura gli uni degli altri.
Mi piace tornare alla base ogni tanto, alla base di tutto. Oppure nei posti vissuti assieme. Trovare racconti personali solo nostri. Ricordare sguardi scambiati, anche solo da spettatore.

Il mio papà ad esempio aveva uno spirito di materna accoglienza. Mi ha lasciato tanto. E mi piace ritrovare quell’aspetto nelle altre persone. Mi piace chi dona serenità e ti accompagna. E aveva quella sofferenza interna che lo rendeva malinconico. E che offriva agli altri, anche quella.

Ho perduto persone che ho amato.
Sono malata e vi dirò… non è sempre così semplice andare avanti…
Il resto è superfluo. Rimane quello che ho bisogno di dare e di ricevere.

Ale che dici… Ce la farai?
Si, so di farcela.

Continuare

Do corda alla gente.
Mi piacciono le persone e starci in mezzo.
Non ho paura ad avvicinarmi e conoscere.
Nonostante non sempre le cose siano andate lisce. Ma capita questo. Non tutti ci possono piacere e non si può piacere a tutti. E non tutti sono così speciali e affini alla mia anima.


Poche volte, quasi mai, ho avuto paura.
Ultimamente mi è capitato.
Avere paura di qualcuno che si conosce. Una paura vera e fondata.
Non sapere dove l’altra parte vuole andare… Ma sai che ferisce e tocca anche le tue persone.
Allora hai paura per te e per loro.
Ringrazi che ti abbia eliminata dai social nascondendosi dietro la scusa che tu possa fare qualcosa. Ma farlo non è roba mia. Non spio e non cerco. Quando chiudo chiudo per davvero.
E la paura è proprio quella. La mente di chi fa certi ragionamenti… allora li può fare con me. E questo mi fa paura. Paura che mi trovi e faccia male alle mie cose.
L’anima si riprende e si ricuce e anche molto bene.

Ma continuerò a conoscere persone e a considerarle. A farmi regalare qualcosa. A regalare qualcosa di bello perché credo di poterlo essere davvero.
Continuerò a darmi.

Noi

Credo che condividere valga ogni prezzo.
A me piace farlo. Ne sono abituata. Se hai fratelli o sorelle lo capisci da subito che non tutto è per te. Nulla è solo per una una persona sola. Condividi l’amore dei genitori, i giochi e magari la stessa stanza. Se sei più piccolo ti vengono anche passati i vestiti. E poi i libri di scuola. 
Si impara da subito con quel compagno fedele che hai avuto in dono.
Dividere. Condividere.

È una risorsa in più, una fortuna e non un merito.
Chi hai vicino da sempre lo sa che non sei una minaccia. Lo sa che può fidarsi. Lo sa che non farai mai nulla per nuocerlo. Mai.

Poi arriva il momento di condividere anche il dolore, quello vero e puro.

Condividere ed essere altruisti generano emozioni forti.


Ci sono io. Sono qui. Non ti lascerò mai. Prendo una sedia, mi metto accanto così lo sai che non me ne andrò. Starò qui. Per un po’ o per tanto. Ma anche se faccio un giro poi ci ritorno qui.

È questa la mia certezza. Forse l’unica che ho.

Ottanta

Andare in trasferta per la propria squadra o per un concerto è impagabile.
Se poi li fai entrambi anche di più.

La squadra porta emozioni contrastanti. Felicità o rabbia. Ma farlo con qualcuno è più bello ancora.
E quanti concerti in trasferta ho visto?
Tantissimi.
Da ogni parte.

E finalmente arriva il giorno del concerto di Clapton. Un’impresa.

Ricordo un treno per Padova con le mie amiche. Un concerto fantastico e il momento di ripartire la mattina dopo passando la notte in città, in un parchetto  e fermate dalla polizia. Ma avete visto dove siete? Una pila illuminava una serie di siringhe che non vedevo dagli ottanta.

Recinto

Uno dei regali più belli fu quando comprarono la settimana enigmistica per farla con me, a distanza.
Per me significò molto.

Mi sentivo a quell’epoca una ferita della vita.

Sì, credo si dica così.

Mi hanno accusato di più cose. Le ultime quelle che più hanno fatto male.
Mi hanno accusato di esaltarmi per poco e che se qualcuno mi regala anche solo un verso diventa, per me, speciale.
Ed è vero. Ed è così. E la trovo una cosa bella, nulla della quale vergognarsi.
Basta accogliere per trovare le cose più speciali che hanno dentro le persone.

Mi avvicino a chi soffre. Non ho paura di toccare con mano o di contaminarmi del dolore altrui.
Se posso, aiuto.
E anche questa è una cosa bella e credo sia la parte che rende speciale la mia persona. È la parte che mi fa essere orgogliosa di me.
Sono fatta per sanare. Credo questo. E per aiutare. E lo faccio  col cuore.
Chi apprezza può entrare.


Gli altri che rimangano fuori dal recinto.

Ale è Ale

Una pietra gigante.
Pesante.
Copro.
Affondo.
Paure che sommergo.
Paura.
Non avevo più paura di nulla. Di niente.
Da quando mi sono trovata scoperta
… perché averne ancora?
Sono andata in metro, in risonanza e in ascensore.

Dimentico meglio ora.
Ho avuto paura. Tanta, troppa.
Male inferto.
Male gratuito e non spiegabile.
Ho paura di ciò che capisco poco e da poco.

Ora dimentico.
Da oggi starò bene.
Da oggi rinasco.
Da oggi Ale è Ale.

Otto

Faccio due conti.
Otto mesi senza il mio papà sono quasi mille baci in meno.
Mille abbracci non ricevuti.
Un sacco di regali in meno, specialmente quelli del sabato.
Sono lacrime che non escono e quelle poche che sono uscite sono già finite.
Sono un sacco di parole in meno e quelle che ora dico sono dentro a un armadio. Per ragguagliarlo alla meglio.
Sono chissà quante risate in meno. O un sacco di volte in meno che non lo vedo esplodere sotto i baffi solo guardandomi e osservando la mia mimica gestuale e facciale.

Sembri il mio papà, diceva lui.
E io sembro il mio, dicevo io.
Due gocce d’acqua che mi rendono malinconica quando mi specchio.
Ma so che almeno mio fratello quando mi guarda lo può un po’ rivedere.
Eppure io quando lo guardo e lo osservo… anche io ritrovo il mio papà nei suoi gesti e nei suoi modi di fare.
E questa cosa mi rende felice.
Sapere che mio fratello abbia preso così tanto da quell’uomo che amavo sopra tutto mi rende gioiosa.

Rifaccio due conti.
Quanti ne mancheranno ancora.

Otto mesi. Non preoccuparti papà mio… sarai con me ogni giorno. E andrò io a trovare i tuoi genitori e lascerò un fiore anche per te.

Casso quanto ti ho amato e ti amo ancora.

Cambiare

Tornare indietro sembra naturale.
Ma andare oltre, camminare, correre, ampliare sono necessità.

Mi apro al cambiamento. Sperimento.

I miei pensieri sono immagini che scorrono e si imprimono in me.

Davanti mi si apre una gran bella visione.

Sì. Cose belle.

Uno specchio. Riflette la me spettatrice. Guarda un po’ e se ne va.

Tutto ha un senso, persino quella serie di colori in bianco e nero ma dove le sfumature prendono una luce accesa e quasi violenta.

Guardo. Scruto. Osservo.
Prendo. E me ne vado.

Qui

Una festa per il mio ritorno.
Inaspettata. Ma aspettata.

Ti ho sentito dal profumo… che bello che ci sei.

E un abbraccio che vale più di mille parole scritte.

Perché nelle braccia di qualcuno è ancora più bello.

Che bello che sei qui.
È bello essere qui.

Mancavi. Sei mancata. Terribilmente. Si sente quando non ci sei: è tutto calmo.

Rido.
Mi commuovo.

Questa è una famiglia per me.
Queste sono le persone con le quali sto più in contatto e che sanno tutto di me. Vite, morti e miracolati.

Sì, perché in mezzo a chi mi ama mi sento miracolata.
Sento quanto valga la mia vita per davvero.
Sento quanto sia bello condividere i passi. Litigare per poi riprendersi fra le braccia.
Qui sento quanto sia bello vivere. E farlo bene, anche per loro.

Una festa per me. Senza avere fatto nulla, senza festeggiare nulla.

Bello che ci sei. È bello esserci.

Ho il cuore pieno. Dopo tanto dolore subito e inferto.
Sono qui.
E sono Ale.