Cambiare

Tornare indietro sembra naturale.
Ma andare oltre, camminare, correre, ampliare sono necessità.

Mi apro al cambiamento. Sperimento.

I miei pensieri sono immagini che scorrono e si imprimono in me.

Davanti mi si apre una gran bella visione.

Sì. Cose belle.

Uno specchio. Riflette la me spettatrice. Guarda un po’ e se ne va.

Tutto ha un senso, persino quella serie di colori in bianco e nero ma dove le sfumature prendono una luce accesa e quasi violenta.

Guardo. Scruto. Osservo.
Prendo. E me ne vado.

Qui

Una festa per il mio ritorno.
Inaspettata. Ma aspettata.

Ti ho sentito dal profumo… che bello che ci sei.

E un abbraccio che vale più di mille parole scritte.

Perché nelle braccia di qualcuno è ancora più bello.

Che bello che sei qui.
È bello essere qui.

Mancavi. Sei mancata. Terribilmente. Si sente quando non ci sei: è tutto calmo.

Rido.
Mi commuovo.

Questa è una famiglia per me.
Queste sono le persone con le quali sto più in contatto e che sanno tutto di me. Vite, morti e miracolati.

Sì, perché in mezzo a chi mi ama mi sento miracolata.
Sento quanto valga la mia vita per davvero.
Sento quanto sia bello condividere i passi. Litigare per poi riprendersi fra le braccia.
Qui sento quanto sia bello vivere. E farlo bene, anche per loro.

Una festa per me. Senza avere fatto nulla, senza festeggiare nulla.

Bello che ci sei. È bello esserci.

Ho il cuore pieno. Dopo tanto dolore subito e inferto.
Sono qui.
E sono Ale.

Salgo su

Guarda bene Ale. Per accorgerti delle cose.

Sento qualcuno di familiare, come se lo conoscessi già.
Questa è la mia realtà. Sento. Guardo. Dovrei dire troppe cose per farmi capire davvero. Ho fiducia in me. E allora che cosa mi preoccupa tanto?
Cerco di capire.
Forza necessaria ne ho. Resistenza pure, persino al dolore anche quello più devastante.
Mi risolvo i problemi da sola, da molto. Forse da sempre.
So che non è mai tardi per fare qualcosa con la propria vita. E faccio ciò che voglio.
Sono indipendente e libera.
E allora che cos’è?

Paura.

Di perdere i miei ricordi e i ricordi delle mie persone.
È questo, solo questo.
Paura di non ricordarmi dove abito.
È come parlare del ricordo di una perdita. Perché è questo di cui si tratta.
Ve lo devo spiegare?
Non lo so ci riuscirò.

Una follia ma non di quelle che mettono in pericolo la propria vita o quella degli altri.
Essere sempre alla ricerca di qualcosa di bello nella giornata perché quel ricordo mi rimarrà da lì alle ore successive.
Notare piccolezze anche se non sai se rimarranno.
Credere ai gesti e non alle parole.
Accorgersi che qualcosa cambia nella propria vita e nella propria testa ed esserne consapevoli.
Essere avvolti da un banco di nebbia. Fitta.
Apprezzare ogni cosa.
Spostarsi dove l’umano tocca il cielo.
Andare in cima, sempre più su. Per poi scendere di volata coi capelli che ti raggiungono da lì a poco.

Ah. Grazie Ardi.

Sempre peggio

L’ultimo ricovero.


Le faccio già la puntura, dice il baldo giovane e aitante con due occhi verdissimi dietro la mascherina.
Ma davvero, rispondo imbarazzata.
Si abbassi le mutande… caspita ma pure i pantaloni?
Eh, veda lei…
Ma proprio uno così dovevo beccare…
Poi le faccio il prelievo signora.
Io che penso Signora un casso.
Ora aspettiamo la neurologa.
La neurologa arriva. Tira la tenda. Intanto il baldo infermiere lo stanno commentando tutte.
Ma lo ha visto? Si tocchi la punta del naso… che sedere alto e sodo… vede doppio? Ha mal di testa…
A me sembra di essere in una gabbia di pazzi…. Scusate ma se sono qui è perché sto male… già sono in imbarazzo che quello là mi ha visto le terga.
Beata lei. Ride lei e la sua accompagnatrice.

Provi a camminare… Sente qualcosa se la tocco? Deve essere nuovo, finalmente qualcosa di bello da vedere…
Oh caspita.
Sentite… sono qui e sto male e ripeto quello là mi ha pure visto il sedere e mi ha detto Signora.

Ridono.
Il giovanotto vestito d’azzurro dice Signora ora le faccio il prelievo.
Io che ripenso Signora un casso. Eppure potrebbe essere mio figlio. Ma lui che ne sa…
Ah. Già. Il braccialetto…. A. M. 11/06/78…
Porca vacca.. sa… potrei essere sua madre.

Senta Signora si sente bene?
No non mi sento bene e lei continua a chiamarmi Signora. E mi ha pure visto il sedere.
Eh va beh… sa quanti ne vedo al giorno?
Ormai nemmeno ci faccio più caso… Un sedere o un braccio è la stessa cosa…
Ecco. Sempre peggio.

Il segreto

Questo è un segreto che mi porto dietro da anni. Nemmeno lo ricordavo più… eppure le cose dell’infanzia ancora le ricordo molto bene. Solo quelle. Ma è già qualcosa.
È arrivato il tempo di svelarlo, primo perché me ne sono ricordata stanotte, e non so per quale strano gioco della mia mente, secondo perché i diretti interessati non ci saranno più.
Saranno passati 35-38 anni.
E ora parlo.
Perché, ad oggi, è una cosa che mi fa ridere.


Alle elementari la mia classe era sempre a fianco di un’altra classe. Cambiavamo piani o aule ma sempre insieme eravamo. Erano due prime, poi due seconde e così via fino alle quinte.
Io avevo una maestra. Rigida, di vecchie maniere e persino manesche. Anzi manesche no. Lei si serviva di una bacchetta per picchiare. E a me ne dava un sacco. Sulle dita. Perché invece che seguire disegnavo e scrivevo già il mio diario. Ma ascoltavo. Ed ero brava. Andavo molto bene e nemmeno lei se lo spiegava.


Nell’altra classe c’era un maestro su per giù come lei. Rigido. Sempre in jeans attillati e camicia bianca. E faceva paura. Era un bell’uomo, le mamme erano tutte innamorate di lui. Per questo gli perdonavano  tutto. Persino che fumasse in classe o tagliasse le ciocche alle bambine che si toccavano i capelli. Ecco. Io li avevo sempre corti, non me li toccavo e me li sono sempre portati tutti a casa. Almeno quello.


Tutti insinuavano avessero una storia. Ma lei era sposata.
Era come fosse una classe unica di quaranta bambini e due maestri.
Musica con opera lirica e piano, ginnastica, gite e molto altro sempre insieme.


Capitò che io e il mio amichetto di scorribande Simone li beccammo mentre si baciavano.
Rimanemmo fermi e impalati.
Ma lui disse Che schifo si baciano e ci presero per il colletto.
Lei ,con gli occhi da pazza, ci disse se uno di voi due parla gliela farò pagare molto cara.
Non parlammo. Muti come i pesci anche tra noi due.
Rimasi talmente traumatizzata che non svelai nulla nemmeno in famiglia.
Ecco. Ora ho svelato il segreto.
Chissà se Simone se lo ricorda ancora…
Due bimbi traumatizzati a vita.

Mela bacata

Non ricordo bene le cose.


Provo emozioni contrastanti.


So che oggi sono stata bene. Felice.
Non lo so se domani me ne ricorderò.
Ma oggi sì. Oggi custodisco un tesoro prezioso dentro. Per ora, per oggi, può bastare.

Non è accontentarsi. È accettarsi. Perché sì, accetto di non essere come tutti. Ho il cervello danneggiato. Nemmeno comprare otto chili di mele mi basterà. E so già che mai saprò perché. Io no, ma un giorno qualcuno sì. E andrà bene comunque.
Anche io ad oggi sto meglio rispetto ai malati di tempo fa. E chissà come stavano loro… è la vita.


Non si riesce a far capire bene che cosa si provi, ciò che ti si sbatte in faccia all’improvviso.
Non si può davvero e non si riesce.
Qualcuno timidamente chiede.
Qualcuno vuole sapere.
Io ne parlo anche volentieri se mi viene chiesto e se interessa.


Sono così. Come una mela bacata. Forse per questo vendono mele in questi giorni.

Colpo

È arrivato il duro colpo.

Quello che mi aspettavo ma non mi aspettavo.

Quello che rende fragile il mio cuore ancora di più.

Ho visto l’auto del mio papà parcheggiata in centro. Dentro non c’era nessuno. L’avrei fermato credo. Gli avrei detto tienila con cura e tieni con cura questa licenza.

Sento il cuore piangere e già era una pessima giornata.

Gente che viene e va come se fossi scartoffia. Gente che dice addio come se il valore di una persona fosse zero. Sarò zero. Ma ho il cuore buono anche se fa male.

Mi sento davvero male. Non respiro.

Respirerò. Di nuovo.

Cuore

In questa giornata internazionale del cuore, vorrei scrivere due parole.

Stasera non ho tantissimo tempo per fermarmi ma, mentre il mio bello si fa carino, mi sembra giusto scrivere.
E sì, il tempo lo trovo.

Il cuore si è insinuato più volte nella nostra famiglia.

Questo post è per dire due parole.

Il mio papà è morto a causa di un infarto molto brutto.
Non poteva essere salvato.
Aveva il cuore forte e sano. Eppure…

Aveva il cuore buono. Era un uomo dolce e generoso.
Noi figli ci siamo sentiti sempre tanto amati. Colmati. E noi lo amavamo sopra tutto.
Io lo andavo a trovare, gli saltavo addosso, me lo abbracciavo e baciavo. Volevo sapesse e volevo sentisse tutto il mio amore per lui.
Lucio, ti voglio un bene dell’anima. Glielo dicevo e un pochino lo imbarazzavo. Non era tanto abituato a queste cose, era cresciuto solo. Con la mia mamma ha iniziato a sentire amore e affetto, quello vero e puro, il senso di casa e di famiglia. E ci stava bene. E gli era sempre mancato.
Il suo cuore era pieno di gesti verso noi e verso gli altri. Era sempre disponibile. Per tutti.
È ironico quasi che un uomo con un cuore tanto bello si sia trovato d’un tratto ad essere fregato proprio da esso.

Ecco questo è tutto.
Papà mio. Da quando non ci sei sento il cuore fragile. E sofferente.
Ti abbraccio, la tua piccola.

A chi pensa che non ho un cuore…

Ce l’ho. Ha solo sofferto parecchio.

Riempirsi

Non sorprenderti di vedermi ridere in questo periodo.
Che altro posso fare?


Ho sempre cercato di affrontare tutto così: facendo più piccole le cose, cercando di guardarle sotto un profilo comico. Anche se spesso viene scambiato per cinismo. Ma non lo è.  E non è nemmeno leggerezza.


D’altra parte, mica si può passare la vita con gli occhi tristi… Già gli avvenimenti capitano senza nemmeno venga loro chiesto di presentarsi. Ma arrivano. Soprattutto le cose delle quali abbiamo paura e cerchiamo di tenere il più lontane possibile.


Cerco di tenermi allegra.
Tanto il dolore resta comunque. Da tristi e da felici. Tanto vale, allora, cercare di rendere più comoda la vita. E più carina. Non si fa peccato a farsi una risata o a stare bene accanto a qualcuno.


Cercherò di rendere questa serata e questa notte straordinarie. Belle e da ricordare.
Sono qui. Il passato a volte si fa vivo. E più si fa sentire e più la mia sete di gioia avanza. E ne voglio sempre di più. Perché me lo merito proprio.
Merito qualcosa di bello. E persone belle accanto. E che mi riempiano.

E ci sto bene

È come se mi sentisse, da lontano.
Inizio a pensare sia così davvero.
Arriva sempre al momento giusto nella mia vita. Senza bisogno di cercarlo.
E lo sento anche io.
È come se lo avessi dentro.
Gli scrivo… Oi che c’è?
Come fai a sapere?
Non lo so. Me lo sento.
Anche io.

Sarà una forma di sensibilità che abbiamo stabilito negli anni anche se eravamo ‘piccoli’.
Perché anche se sei piccolo le emozioni di sentono. E si riesce a volere bene in modo puro e illimitato. Dando qualsiasi cosa. Di tutto.
Un pensiero, uno scritto, un regalo, qualsiasi tesoro che faccia sentire all’altro la sua importanza. Un senso di gratitudine per darsi.  E per essersi  dato a te.
E quando cammino e scovo qualcosa per lui… la vedo la sua faccia illuminata.
Ai mercatini c’è sempre da prendere per me e per lui.
Lettere scritte da altri. Ne va matto. E se le trovo… Beh… Non è che le trovo a caso, le cerco per lui. Perché mi vedo davanti la sua faccia felice. E ne vale la pena solo per quel momento.
Grazie per esserci. E per vivere in me. Mi hai fatto posto. E ci sto bene.

P. S. Mi devi una cena, Bologna o Milano scegli tu. Non te lo scordare più il portafoglio.

Mangio, papà

Tiro fuori i pantaloni neri che usavo alle medie ed erano i miei preferiti.
Tutto torna si dice… son tornati anche loro.
Più che altro almeno mi vanno. Non cadono. Metto la cintura.
Prendo il coltello e faccio un buco.
Ho perso qualche chilo.
Oggi mi sono pesata vestita. La neurologa non sarà contenta. Due chili in meno vestita. Con le scarpe.
Eppure mangio. Sarà il periodo. O forse cammino troppo.
Ma camminare mi fa bene, alle gambe e alla mente. Ieri sono arrivata a 32.000 passi.

Il primo che si accorge sempre del mio peso è Mario il barista.
Ale, mangia un bombolone o sparisci.
Va bene, lo porto via: sono in ritardo.
Anche l’indiano che vende i fiori sull’angolo. Mangia Alessandra.
Si si. Mangerò.

La portinaia la incontro davanti al supermercato. Ti offro la colazione, mi sembri magrina. Ma no grazie, già fatta. Già fatte. Due.

Nonostante tutti i problemi del mondo, le persone pensano sempre e solo al cibo. Come il mio papà. Il cibo è l’unica cosa importante pare. E la trovo una cosa fantastica. Mi fa ridere.
Il mio papà si è sempre preoccupato che mangiassi abbastanza. Quando mi veniva a trovare mi riempiva di qualsiasi leccornia trovasse dal prestinaio.
Ora me le vado a comprare io.
Eh sì, mangio Papà.

Vado veloce, sono di fretta

Ho un sacco di progetti.
Non sogni nel cassetto (quello ormai straborda), progetti veri e propri, da mettere in pratica.
Arrivati a questo punto, occorre solo rivedere i tempi.
Una cosa alla volta.

Andare di fretta.
Andavo di fretta.
Vado di fretta. Ho sempre fretta.
Si capisce già da come cammino. Ma dove corri sempre? Se vado piano inciampo nei miei piedi… che ci posso fare?
Correre. Per stare dietro a chi ha le gambe lunghe e fa un passo mentre tu ne devi fare due, a volte tre.

Non riesco a spegnere il cervello. Mai.
Nemmeno di notte.

Vado così veloce che, a volte, mi perdo di vista.

Vado veloce per non inciampare, parlo veloce e mi perdo le parole, mangio veloce che mi sembra nemmeno di ingurgitare.

Penso veloce. Agisco di impulso.

Sono un disastro. Le persone nemmeno riescono più a starmi dietro: ci rinunciano.

E quando vedo una pista da ballo mi ci fiondo subito. Non chiedo a nessuno di venire con me, come se non ci fosse mai abbastanza tempo. Mi ci butto in mezzo e ballo e ballo. Anche a costo di cadere a causa delle mie zampe ballerine. Ma ballo.

Ho fretta. Fretta di fare più cose possibili. Fretta di agire, di fare cose e conoscere nuove persone. Ho fretta. Tanta.
Voglio fare prima della scadenza, prima che sta compagna mi levi tutto quanto.

Quindi… se chiedo qualcosa, vorrei subito un sì! Se si ipotizza qualcosa che deve venire… bisogna farla. Subito subito.
Ma che fretta hai Ale?
Ho fretta. E vado veloce.

Una per tutti

Perché non puoi tornare un pochino con me?
Solo per il bacio della buonanotte.
Solo per sentirmi chiamare per nome, per intero.
Solo per portarmi l’acqua o darmi diecimila lire per avere sempre qualcosa in tasca.
Solo per lamentarti delle mie continue uscite serali anche nei giorni di scuola.
Per venirmi a recuperare ai concerti e arrabbiarti perché andavo sempre ad infilarmi dietro il palco a conoscere i cantanti.
Ed io che uscivo felice… e tu che avevi gli occhi di fuori.


Chi ti ha dato quella maglietta? Che cosa hai fatto? Alessandra, hai bevuto?
Sì, sì e sì. La risposta era sempre sì.
Ma non sei contento che ti dico la verità?
Io certe cose non le voglio sapere.
Dille a tua madre.
Eh no, le dico anche a te. Ma se non le dico a voi a chi le dico?


Ma con quanti ragazzi esci? Ne devi scegliere uno. Esci sempre con uno diverso, non si fa.
Sono amici papà.
Amici… ma quali amici. Non mi fido dei tuoi amici. Infatti devi fidarti di me. Mi fido. Di te si, di loro no.


Brontoli sempre.
Lo vedo come ti guardano.
E meno male che mi guardano papà. Stai sereno.
No.


Quante liti che abbiamo fatto.
Per le uscite, per gli orari di rientro.
Per le vacanze, per i ragazzi sempre sbagliati e… quanto avevi ragione su ognuno di loro.
Troppo trucco, la gonna è corta, sei sempre in giro mezza biotta (dal milanese, nuda, n. d. r.).
Metti la giacca che fa freddo, copri la pancia.


E quanto mi facevi ridere.
E le mie urla che sentivano fino in portineria… tu non vuoi farmi vivere. Vuoi tarparmi le ali.
Si, intanto pensa a studiare, esci di casa e potrai fare quello che vuoi.

E poi hai iniziato a comprarmi biglietti aerei per andare lontano. Pure per seguire il mio cuore anche se sapevi bene che era sempre in direzione sbagliata.


Alla fine ci prendevi sempre su tutti.
E ognuno aveva un soprannome.
Fragolone, braccione, Bob Marley, il malà…
Ne avevi una per tutti.


E mi facevi ridere.

E oggi mi manchi e mi sento biotta senza te. Perché sai… Oggi ho bisogno di te. Ho davvero bisogno di te oggi.

Come sempre

Come un respiro profondo dopo tanto dolore.


Arriva un giorno atteso da anni, dal periodo pandemia.
Un matrimonio rimandato e finalmente
celebrato.


Un momento da viversi a pieno, nonostante tutto e nonostante un pensiero fisso, là.


Armarsi e schermarsi con le migliori intenzioni. E il più bello dei sorrisi. Perché sì, in quel momento quelle due fanciulle si meritavano la parte migliore di tutti.


Ale ci sei… che bella cosa.
Sì, Ale c’è. Alla grande. In gran spolvero con tutte le armi migliori posizionate alla meglio sul bancone.


Perché non c’è cosa più bella di vedere persone felici. E rubarle e metterle nelle proprie giornate. Perché felicità chiama felicità. E sì, sono stata felice.


I periodi peggiori passano. Lasciano posto a ricordi comunque belli e pieni di tanto. E io oggi mi vesto di forza ancora più pesante.

E ce la farò. Ce la faremo. Come sempre.

Dammi solo un po’di tregua

Trovarmi incapsulata. Bloccata a forza come dentro una camicia con le cinghie.
Trovarmi stretta. Eppure son dimagrita, le cinghie dovrebbero allentarsi.


Aspetto quel momento per poter scivolare via senza far troppi danni alla pelle.


Ho capito sai che hai spinto sull’acceleratore… Ma son convinta che riuscirò a levarti quel piede.


Come il papà quando  insegnava ad andare in macchina. Toccava la gamba, si aggrappava alla maniglia.
Controllava quasi ogni respiro.


E così Tu.


Sei attenta. Sei caparbia. Sei tenace. Non molli la presa di un secondo. Ti insinui nella mia vita pensando di controllarla. E sì, un pochino ti ci riesce pure.


Ho capito che mi starai addosso. Ho capito che non mi lasci sola. L’ho capita.

Ora frenati un po’ perché così non mi è facile vivere. Non posso passare ogni giorno a tenere sotto controllo te.

Possiamo anche convivere, sai?


Dammi solo un po’ di tregua.

Mamma e papà

Lascio casa.
Alessandra hai bisogno qualcosa che piove e fa tanto freddo… vuoi un golf, un ombrello o un passaggio?
No, grazie per la saprò cavare.
Ho dovuto comprarmi delle scarpe nuove e, per mancanza di spazio, buttare le vecchie inondate di acqua.
Calze nuove e pantaloni lunghi.
Esco dal negozio che sembro un’altra persona.
Sì, me la so cavare papà.
Aspetto in un bar perché è presto per spostarmi dall’altra parte.
Scrivo. Penso.
Che bell’incontro Alessandra.
Sì, davvero.
Mi sono sentita a casa e protetta.
Perché alla fine è ciò che si cerca.
Ritornare in una famiglia sempre.
Vera o no.
Ma si cerca sempre quello.
E puoi comprare il motorino più bello che ti faccia scompigliare i capelli, avere il lavoro più bello o cercare la casa giusta per vivere… ma nulla ti farà sentire davvero a casa e a posto come le persone.
L’avevo già capito con la malattia.
Queste persone hanno avuto cura di me. Vedevo mi controllavano tornassi.
Si cerca sempre e ovunque una mamma e un papà, soprattutto quando se ne è sguarniti.
È ciò che cerco.
Il calore.
Casa.

Tutto da me

Mi sono sentita sola? Sì.
Da quando ho perso la mia famiglia le mie richieste d’amore si sono triplicate. Forse perché sono sempre stata abituata a riceverne un sacco che, poi, mi sono trovata destabilizzata.
Lo sono? Effettivamente no.
Sono in questa città che , per me, non è più bella. Forse perché fuori dal centro storico è davvero un’accozzaglia di roba desolante. E sporca. Così tanto da farmi riempire di voglia di tornare a Milano in fretta che, anche se poi così tanto pulita non è, è la mia città e la mia casa. E poi è pieno di mosche che si attaccano alla pelle. E, per quanto ne abbia una tatuata sul braccio, le mosche iniziano a starmi sulle balle.

Sono qui per stare a fianco di chi amo per un’operazione delicata. Ne andrà del suo futuro e del suo stare bene.
Lui è famiglia per me.
È la persona che ride delle mie disavventure, che oltrepassa i miei limiti e le mie crisi. Ha deciso di tenermi la mano, nonostante tutto.
Ogni volta che cado, nel vero senso della parola, mi tira su.
E ride dei miei lividi insieme a me.
Ma non l’hai visto il palo? Mmm… no… con un occhio solo è difficile tenere tutto sotto controllo. Imparerò.
Ma che gambe hai che sei sempre a terra? Dai tirami su e smettila di fare lo spiritoso.
Ride di me. Con me.

Sono sempre stata indipendente. Mi hanno cresciuta insegnandomi a trovare sempre una soluzione anche trovandomi al di là del mio paese e senza punti di riferimento.

Con lui in ospedale mi sono ritrovata con me stessa.
Sì, non è la prima volta.
Colazione da sola, pranzo e cena.
Conosco persone svariate. Parlo.
Parlo con me e mi ascolto.

Rispondo alle caterve di messaggi che arrivano. Come facevo a sentirmi sola?
Anche da lontano qualcuno si occupa di me. E io che mi sono lamentata della mia solitudine.

Perché sono strana sicuro. Ma se amo amo davvero. E cerco di esserci. Gli altri lo sanno.  Lo sa pure chi dice che non si fida più di me.
Ecco. Questa è la cosa peggiore che possano dirti.
È che alle parole non do peso. Nemmeno alle mie.
Do peso ai fatti. A chi c’è perché vuole, nonostante tutto.

Ora aspetto facendo chilometri su chilometri e corro e cammino.
Aspetto che esca dalla sala operatoria e che veda il mio sorriso. E sappia che sono qui. Per lui. Perché è bello sapere che qualcuno è fuori ad aspettarti, nei momenti belli e in quelli meno.
Sono un mostro spesso. Ma se qualcuno ha voglia di fermarsi e di tirare fuori il meglio… sa che può averlo. Può avere tutto da me.

Nonostante tutto

Tratto da una storia vera.

Ci sono cose che non racconta perché sono troppo dolorose.
Eppure si apre.
Ma quella cosa successa, quel fatto , lo tiene  solo per sé.
Lo custodisce in maniera gelosa.
Eppure a volte qualcosa, qualcuno, qualche parola glielo fanno riaffiorare.
Ma lo tiene stretto.
Ne avrà forse parlato con tre o quattro persone in tutta la sua vita. E coi suoi psicologi. E con quell’uomo speciale che la ha abbracciata ma non abita più accanto a lei. E la aspetta. La aspetta ancora. Ma, a volte, le cose non possono più andare. Perché tutto cambiò da quel giorno. Semplicemente. E non fu più la stessa.
Lo sa che non esistono colpe. Lo sa bene. Ma quella di aver visto soffrire chi amava. Quella sì. Perché il nucleo ha sofferto con lei. Per il fatto e per quelli , a grappolo, accaduti poi.

Ricorda l’odore schifoso. Molto bene.
Ricorda con una sensazione di nausea e vomito pronto a uscire.
Ricorda la pelle vicina e le fa schifo il solo pensiero.

Ricorda parole affidate a chi avrebbe dovuto proteggerla. Ma non accadde.
Semplicemente perché quell’uomo era molto sopra di lei, troppo. E si accorse che non siamo per nulla tutti uguali, né davanti alla legge né davanti alle persone.

È così. Non lo siamo e mai lo saremo.
Ma chi si porta i danni permanenti?
Non lui.
Chi ha pagato un prezzo alto? Non lui anche se i soldi per chiudere le bocche li aveva e li usò. C’è persino chi li accettò di buon grado.

Ricatti. Minacce. Senso di schifo e di vergogna passati col tempo. Ma rimasti in fondo. Là sotto.

Ed è lì che si tiene il fatto.
Lì. Per lei e per non dimenticare. E certo dimenticare non si può.
Ma è andata avanti. Nonostante tutto.

Avanti Ale

Si possono buttare giù davvero i muri?
È che dopo un po’ si ha come l’impressione che ci voglia troppo impegno aggiuntivo e si perde la lucidità. Forse anche un poco la voglia.
Ti ritrovi forse a non sapere più che fare, cosa dire, come procedere.
Come se fosse troppo anche per me che di forza ne ho sempre avuta.
Che ne ho. Ma ho anche le mie cose e i miei problemi che, a volte, diventano così grandi che sembra mi vogliano schiacciare.
Posso andare piano. Ma non va comunque nella direzione giusta. Questa è l’impressione.
Il fatto è che a volte mi sembra di non essere più io.
E non voglio sia così.
Trovarsi a modellare sé stessi per potersi avvicinare.
Sembra tutto insormontabile.
Forse inutile come andare dentro a una strada cieca. Come me che quasi cieca lo sono per davvero.
Ma sto in piedi. Guardo. Cammino. Ribilancio l’equilibrio, quello perduto, ogni volta , ad ogni intoppo nuovo.
Mi manca quell’uomo al quale chiedere un consiglio, come fare, che cosa è meglio.
Ma mi fermo e penso.
E farò da me.
Avanti Ale.

Per te, papà.

La parola famiglia

E se ne esce così.
Noi quattro siamo una famiglia.


Ma che bella questa cosa.


Eh sì. Abbiamo il nostro incontro fisso qui.
Le famiglie sono così.
Quindi siamo una famiglia anche noi quattro.


E mi ritrovo a quella tavola. Con la famiglia.


Perché abbiamo bisogno l’una dell’altra. Perché ci siamo con scadenza. A volte settimanale e a volte mensile.


Una famiglia.
Che bella parola.


Un regalo sul tavolo. Per me. La sorellina piccola, l’unica sorella per loro.
E sentire storie assurde. Più mie che loro. E ridere insieme. Perché ridiamo. E ormai in quel posto siamo di casa. La padrona mi abbraccia. Ciao Ale che bello che sei qui.


Sì. Ci sono. E mi sento in famiglia davvero. La mia. Con quelle tre facce alle quali ho imparato a volere bene. Quattro soggetti che tra loro non c’entrano nulla. Ma ci siamo comunque trovati, forse un po’ per caso ma con la stessa voglia di fare qualcosa insieme. Quattro lavori diversi. Nulla che ci possa amalgamare ma con la stessa voglia di stare bene.

Mancanze surreali

Oggi mancanza atroce.
Saranno le cose che facevamo insieme…
il sabato trascorso senza il nostro pranzo insieme.
Le partenze e gli arrivi senza.
Le risonanze senza nessuno fuori.
I problemi non condivisi.
Le gioie men che meno.
Io ci parlo. Là davanti all’armadio.
Ma non è la stessa cosa.
Gli odori delle pelli, del bucato e del deodorante.
Mancano voci.
Annaspo.
Ma continuo.
Ma le gioie? Le vittorie?
Quelle sono peggio delle sconfitte.
Girasoli regalati.
Mancanze surreali.
Felicità che chissà dove si vedranno.
Son qui. Ma a volte senza senso.
A volte sì.
Amore regalato come un dono trovato per caso. Sì, perché in quell’armadio sembra quasi succeda di tutto.
Mancanze.

Non sono stata io

Non sono stata io.
Frase perfetta per ogni casino combinato.


La casa appena imbiancata di fino. Una carta da parati appena messa.
Dei chiodi sul tavolo per rimettere i quadri.
Lo scintillio negli occhi di una bimba.
Ale prende il martello e inizia a mettere chiodi a caso.
Una mamma che controlla se ci sono mosche sul muro. Un secondo. Un urlo Alessandra aaaa. Una bimba che corre e si chiude in bagno.
Che cosa hai fatto Ale.
Non sono stata io.
Ale.
Scusa mamma, non ho resistito. Mi piace il martello.


Un vaso in dote spaccato ma rimesso al suo posto. Un pallone da basket nascosto.
Alessandra aaaa.
Non sono stata io.
Sai che cosa significava quel vaso?
Scusa mamma, ho visto il pallone e non ho resistito. Ho fatto finta fosse un canestro.


Una povera mamma che urlava ogni secondo. Bimbi assassini che se ne fregavano abbastanza.
Ma dopo ogni casino combinato, un bacio inaspettato aggiustava tutto.
Forse non i vasi. Ma le persone… ecco, quelle sì.

Io sarei l’orsetto in giallo.

L’uomo col fucile

Molti anni fa me ne andai a Parigi. Già la conoscevo: l’avevo vista col mio papà e poi con mio fratello, io e lui da soli.
Quell’anno, però, lessi una guida in modo accurato.
Diceva di stare attenti alle persone perché non era  una città così sicura.


Non ho mai avuto paura a girare da sola. Nemmeno di notte.


Quella sera ricordo che sentii un urlo tremendo.
Mi fermò subito dopo un ragazzo che correva  chiedendomi se volevo comprare una collana.
Nemmeno risposi.
Mi capitò più volte in quel soggiorno.
Volevano farmi comprare di tutto.


Ecco che, camminando su un viale, vidi un’ombra dietro di me. Un’ombra con qualcosa in mano.
Io ero convinta che quel qualcosa fosse il fucile degli Intoccabili.
Mi girai di scatto. E gli urlai contro. Il vecchio con ombrello si spaventò così tanto che iniziò a correre lui.

Ci sono

E guardo le foto.
Da bambina ci mettevamo in sala, aprivamo le scatole. Ognuno prendeva un mazzetto di foto e poi lo faceva girare al vicino di sedia. Che momenti. Avevamo i nostri riti. Passavamo così giornate intere a casa e anche dai nonni. Ma il sistema era sempre lo stesso.


Il mio mazzetto me lo son tenuto e l’ho rimesso dentro. Ne ho vista qualcuna e poi è stato sufficiente per quel magone ingordo dentro di me.


Non ho pianto.
Nemmeno piango.
Ho visto piangere la mia mamma due volte. Il mio papà lo stesso, due.
Ho visto gli occhi lucidi di mio fratello e l’ho abbracciato forte.
Non siamo mai stati propensi alle lacrime. Non lo so il perché. Eppure sono sensibile. Empatica. Provo infinità di cose. Ma piango davvero di rado.


Faccio fatica, a volte, a dare un senso e una spiegazione alle cose.
So che sono triste. Ma felice.
Sono davvero triste. E più passano i giorni e peggio è.
Ma sono felice e faccio cose. La mia vita è andata dritta e proprio non lo so nemmeno io come ho fatto a stare ancora qui. E abbastanza centrata.
Ma ci sono.

Guardate. La mia tutina. Poi l’ho passata alla mia Cita.

Vero che sei felice?

Capire qualsiasi parola si dica, incassando colpi bassi, gioire di quelli più alti.
Ogni giorno scopro qualcosa di me. Che cosa metto al primo posto?
Lo stare bene il più possibile.
Ci posso provare. Ci posso anche riuscire. Per ciò che mi è concesso.
Ho già avuto un sacco di cose che di solito si sopportano in una vita intera. E sono solo a metà.
Ma questo è ciò che faccio.
Una lotta giornaliera.
Ogni vittoria da festeggiare con una birra ricercata.


È bello fare una sorpresa, ricevere qualcosa da qualcuno che apprezza ciò che sei.

E allora scarto una piccola scatola. Per me. Pensata per me.
Mentre vado a un pranzo trovo questo piccolo gioiello al mio posto.
La mia felicità è enorme, mi riempie e fa anche male tanto sia incontenibile dentro di me. Come avere un liquido che si estende e si espande andando addosso alle cose vitali.


Caspita. Che ho fatto per meritarmi tanto? Che ho fatto perché qualcuno si sia fermato pensando a come fare felice me?
Scarto, apro la scatolina. Tre animaletti in gomma mi guardano.
Ale… vero che sei felice?
Sì.

Ombra

E mi guardo. Mi piaccio ancora. Mi piace Ale.
Guardarsi dentro un muro, nella propria ombra e fare ancora più caso ai dettagli.
Qualche capello in ricrescita spara.
Mi riconosco in questo alone.
Sono io anche se non ho volto.
Ma so bene che mi siedo come allora, con la gamba sotto per sentirmi più alta. E sentirmi a mio agio.
Mi riconosco anche così.
Riconosco Ale. La vecchia Ale. E anche la nuova Ale.
Vedo così. In bianco e nero e, a volte, qualcosa in più. Ma è tutto un più. Dettagli. A volte superflui.
Ale è ciò che vede anche in quel muro.

Uomo barbuto


Ho la foto di un uomo barbuto nel portafoglio, regalo di un compagno di ospedale. Ti proteggerà il cervello Ale e ne hai bisogno.
Grazie.
E me lo ricordo quel giorno. Perché quando hai qualcosa, i colleghi malati partecipano. Perché questa non è una malattia molto normale. E tutti veniamo colpiti in modo diverso. Quindi, mentre ci ritroviamo nelle stanze, sentiamo tutto e vediamo tutto perché stiamo tutti insieme.
Se un medico parla col vicino di letto, tu sei anche chiamato a volte a intervenire. Sembra assurdo ma è così.
Poi inizi a vedere la sfilata dei sinistrati con ogni tipo di ausilio e allora ti dici… evvai… non è ancora così per me.

Ma quel giorno ero io la più conciata della compagnia.
E la sfilata era al mio letto.
Infezione al cervello. Occhio partito. Parole perdute. Problemi cognitivi ecc.

Arrivò lui con la moglie e mi mise questa foto sotto al cuscino. Ti proteggerà.
Grazie.
E la signora mi accarezzava la testa.  E chi mi conosce bene sa quanto io odi che mi si mettano le mani in testa. Saranno i capelli lisci rimasti come quelli dei bambini, ma tutti si sentono sempre in diritto di accarezzarmi proprio lì.
Ma quella signora lo aveva fatto con amore e in modo dolce. Un gesto proprio da mamma. Ed era tanto dispiaciuta per me. Allora non dissi nulla anche perché ero davvero conciata da sbattere via. Avevo più tubi  che nei. E più cerotti che peli. E così tanti lividi da sembrare stata ammazzata di botte.
E quell’uomo barbuto significò tanto.

Sapete quando un gesto che ti fanno è talmente tanto bello e inaspettato? Quando qualcuno ha un’attenzione nei tuoi confronti anche se non sei nulla per lui? Ecco. E me lo tengo quell’uomo perché ha un significato speciale.

A volte quando sei lì nel tuo letto ad aspettare le cure, i parenti, le mamme e i papà degli altri diventano un po’ anche i tuoi. Si occupano anche di te. Hai bisogno? Ti prendo l’acqua? Ti chiamo l’infermiera?

E ci si sente fortunati. Ci si sente meno soli.

Sette mesi

Sono sette mesi senza te, domani.
Che dire?
La mia vita è andata avanti. Sette mesi.
Cerco di non pensare a quel momento.
Cerco di tenerlo fuori.
Quel giorno.
Quel giorno maledetto.
Sette mesi di casini. Sette mesi e ti ho sognato una volta sola.
Sette mesi e sette mesi di vuoto totale.
Perché vorrei pensarti di più… ma fa male da morire.
Se mi fermo a pensare a quella folle corsa verso te… Mi sento davvero morire.
Chi l’avrebbe detto che avrei dovuto davvero passare un momento del genere?
Chi l’avrebbe mai detto che avrei dovuto decidere per te?
Staccate tutto.
Sette mesi pregando un dottore di farti vivere.
Quello staccate tutto mi ha di colpo reso una donna. Il coraggio più forte del bene. O forse il bene più forte del coraggio. Non vogliamo che soffra.. Lasciatelo andare.
Stacchiamo. Tre ore al massimo.
Va bene.
Ma sta soffrendo troppo. Staccate.
Volete chiami qualcuno?
No. Bastiamo noi.
E te ne sei andato così.
E tu che quella autoambulanza ci sei salito con le tue gambe.
E noi lontani da te.
Soffro come un cane.
Mai nulla riuscirà a calmare il dolore. Nulla di nulla.

Riconoscersi

Vedi chi, come te, ha un occhio incerottato. E striscia una gamba.


La mia rientra un pochino verso sinistra. Me lo fanno notare, già lo avevo capito: inciampo più spesso del solito.


Vai per strada e noti particolari. Ha la sm sicuro.


Perché si riconoscono.
Perché li riconosco, ho imparato.
Anni di DayHospital ti fanno vedere bene anche con un occhio solo.
E sì, ci riconosciamo.


Come quando riconosci una persona da come cammina. O riconosci i passi e sai chi sta arrivando. Così.


Si impara a riconoscersi. Molto bene. Altro che ti dicono puoi fare una vita normale. Gli strascichi rimangono addosso alla pelle e al corpo.

Non sono

È vero. Non sono madre. Mai lo sarò.

C’è chi te lo ricorda costantemente… Non sei madre non puoi capire.

Ok, non sono madre ma non sono nemmeno deficiente.

Eh sì, avrei voluto esserlo.

Ma certe cose non si decidono. Avvengono. Si accettano.

Non sono madre ma sono capace di amare. Sì, ne sono capace e riesco a dimostrarlo. A volte male, a volte meglio. A volte molto bene.

Sono capace di dare e tanto. Questo è indubbio. Poi c’è chi apprezza, chi meno, chi no. Ma quando qualcuno ne è felice… E prende senza paura… È bellissimo.

E mi piace dare. E quando sei abituato da piccolo ad ogni forma d’amore, è normale darne. E riceverne. Poi capisci che non tutti ne sono capaci. Forse dipende dall’esempio e da ciò che vedi in casa.

Eh sì non sono madre. Ma se lo fossi stata… Sarei stata simpaticissima e ci saremmo divertiti tanto.

Un rumore bellissimo

Torna il momento di togliere i pantaloncini.


Fa fresco, finalmente.
Sì, perché a settembre torna tutto.
Anche il fresco, quello che ti fa uscire e ti ricorda di prenderti qualcosa per coprirti.


Allora, mentre esci per cenare, ti viene da tornare indietro a prenderti una felpa.
Ma no… si sta così bene… da quanto non si stava così? Da quando il fresco ti spaventa, Ale?
Come andare in motorino.
Come girare per la città di sera mentre le braccia iniziano a mostrare i peli che si erigono.


La sensazione di correre e stare bene.
Che poi… qualcuno avrà dietro qualcosa per coprirsi, qualcuno, in caso, te la presterà.


Uscire. Essere talmente pieni di fare cose nuove che sembra quasi di scoppiare.
Vedere posti, fare qualcosa insieme a chi ti ama, stare a ridere o anche no, ma stare.


Settembre è come iniziare di nuovo.
E inizi a farti promesse… quest’anno tengo la bocca più cucita, non rifarò gli stessi errori, mi metterò nel mood di stare bene e non accettare provocazioni. Perché, per me, il nuovo anno inizia nel mio mese più bello.
Quello dove il colore delle foglie cambia e ti prepari con le scarpe nuove a schiacciarle per sentire quel rumore bellissimo.

Di qui e di lì

Hai mai posato un orecchio sul battito di qualcuno?
È una bella sensazione.
È sentire. Sentire qualcuno, sentirne la vita.

E il suo respiro?
Hai mai fatto caso a come quella persona respira? Lo senti nel buio e nel silenzio?
È bello. Qualcuno che è lì e che non hai perso.

E come fa la sua faccia quando si arrabbia?
Come fanno le sue labbra?

Io le noto queste cose e me le annoto.
Così so, così conosco.

E gli occhi come fanno mentre ti spiano di nascosto?

Fa ridere ma le noto davvero.
Noto qualsiasi particolare fisico.
Do importanza e voglio ricordare.

Ale ha il battito leggero. Lento, molto lento. Quando è felice o prova qualcosa dentro allora il suo battito diventa normale.

Di notte a volte si sveglia di soprassalto perché quel battito si blocca. E si desta. E inizia a far caso a come respira.

Non so come sia la sua faccia quando si arrabbia. Ma so come mette giù il broncio, spesso glielo hanno fotografato.

E spia di nascosto. E gli occhi vanno veloci di qui e di lì.

Sedici anni

Feci una festa con altre amiche per i miei sedici anni. La mamma venne con me a prendere qualcosa di carino. Optammo per un vestitino blu scuro, increspato sul davanti, corto e semplice. Il mio papà disse subito che fosse troppo corto. Ridemmo.

La festa andò bene. Per mezzanotte e trenta dovevo essere fuori di lì che papà mi sarebbe venuto a prendere.

Uscii prima per essere puntuale. E avevo anche bevuto e non volevo mi beccasse quindi uscii a mezzanotte per prendere aria.

Si sedette accanto a me uno che sembrava un angelo. Era di una bellezza sconvolgente, con gli occhi trasparenti e gonfi. Ma con una faccia bella e aperta. Sembrava tanto più grande di me.
Ciao. Ciao.

Mi chiamo Ale. Anche io mi chiamo Ale.

Scusa sono fatto.
Che vuol dire? Pure io ho bevuto un pochino.

Son fatto Ale.
Di che?
Mi drogo.
Ah. Io no.
Fai bene.
Eh sì, penso proprio di sì.
Sei bella sai?
È che con questo vestito mi sento una scema.
Stai bene. Moltissimo. Sei bella.
Grazie. È il mio compleanno.
Il regalo però l’ho appena ricevuto io.

Parlammo per trenta minuti. E mi maledissi per non essere uscita prima perché una persona così non l’avevo mai conosciuta.

Mi piace parlare con te. Che dici se lo rifacciamo? O hai paura di me Ale?
Non ho paura di te. Sì, parliamo ancora.
Io scrivo.
Anche io.

E parlammo ancora davvero. Mi diede il suo numero di casa. Ci incontravamo sempre lì, qualche volta, di pomeriggio.

Ho scritto per te Ale. Ti ho scritto una canzone.

Leggevo i suoi testi ed erano immediati e carichi.
Sapeva usare le parole e molto bene.
Io non sapevo chi fosse davvero e poco me ne importava.
Guardavo MTV e non conoscevo la musica italiana.

L’ultima volta insieme mi regalò un quaderno pieno di pensieri e in molti lui parlava di me.

Lo conservo ancora. Nel cassetto del mio comodino.
Fu uno dei primi a morire per malattia. Vidi la notizia su Corriere. Mi venne un accidente. Ma me lo disse che iniziava a stare male. E per questo mi regalò quel tesoro.

Ecco. Io un’emozione così grande l’ho riprovata poi poche altre volte nella mia vita.
E me lo porto dentro ancora. Quando sono un pochino giù quella canzone per me la riascolto. E lo rileggo.

… e poi arrivò il mio papà… e chi era quell’uomo Ale? Ti ha importunata?
Tranquillo papà. E poi non è un uomo. È un ragazzo.
Perché dai confidenza a tutti?
Ma quale confidenza…


Invece sì. Son così. Papà mi spiace ma la do ancora.

Un’amica del genere

Dimmi ciò che senti Ale.

Sentire… a volte credo di non riuscire più a sentire. E a sentirmi.
Troppe cose a cui pensare, burocrazia, documenti, esami clinici, sintomi nuovi e vecchi.
E io dov’è che sono? Perché spesso nemmeno lo so.
Che cosa sento dentro?

La paura di ritornare in quel buio.
La paura attanaglia.
So che, come diceva l’uomo coi pantaloni di pelle, devo occuparmi di me.
Basta anche poco e per poco.
Tu che fai per te?
Per questo ho comprato quel corso. E mi ha fatto un gran bene.

I dolori mi accompagneranno sempre. Diventeranno dolci malinconie.

Allora provo qualcosa. Riesco ancora a provare.
Seppur un dolore interno. Ma provo.

E ci provo a fare bene, mantenendo un impegno con me.

Ci provo. Un passo avanti. Sempre uno avanti, anche se piccolo.

Ci provo.
Imparo a cadere sempre meglio in modo da non graffiarmi le ginocchia.

Provo a sentire anche ciò che c’è dentro me.

A volte davvero potrebbe bastare un gesto fisico dall’esterno.

Un abbraccio vero. Senza chiedere.
E in questi giorni ne ho dati e ricevuti.
E ne avevo un gran bisogno.

Perché sì. Davvero spesso ne sento l’esigenza.
Perché sono un treno e completamente indipendente in tutto.
So stare con me. Anche nei momenti peggiori. Ma a volte senti quella cosa di volerti sentire protetto dentro altre braccia. Braccia che non respingono. Braccia che accolgono. E ti avvolgono come un manto.

E sta malattia che sfianca. E non demorde. Che ogni giorno mi bussa alla porta Ehi ti ricordi di me, Ale?

Ma che avrò mai fatto per avere un’amica del genere?

E ora combatto per me. Il mio papà era fiero che affrontassi così questa malattia. Ora, a volte, mi dico… e ora che senso ha?

Ma combatto lo stesso. Combatto sempre, ogni giorno. Spero che almeno ne valga la pena.

Perché a volte mi sento così.

Conta questo

E ci vediamo da una parte all’altra del vetro.
Quanti anni son passati? Qualcuno.
Esco dalla porta e mi abbraccia forte. Fortissimo. E mi alza. Ed è felice. E io pure.
Ride fortissimo. Ale quanto mi sei mancata.
E mi stringe e mi tiene forte.
Sì. Che bello rivedersi dopo tanto.
E mi ha tenuto per un tempo lungo attaccato a sé.
La sensazione di bene profondo.
Delle sensazioni che non cambiano.
La certezza che nulla sparisce anche senza vedersi o sentirsi.
E mi tiene. Sempre forte.
Che bello sentirti ridere Ale.
Sì, è bello.
Tanto.

Raccontarsi gli ultimi anni di vita in pochissimo. Ma tanto… ha senso? Chi se ne importa. Chi se ne importa che cosa si è fatto… ora siamo qui. Siamo di nuovo insieme. Basta questo.
E sai…
Mi sento rinascere. Ci voleva. Ci voleva questo abbraccio.

Papà sai, ti avrebbe dato fastidio. Ma oggi sono felice. Guai a chi toccava la tua bimba.

Perché se non posso avere più te che eri così affettuoso…

Non ce la faccio senza abbracci di chi mi ama nel profondo per come sono.

Per te, per sempre

Che gusto c’è a guardare le partite anche per te?

Eppure la fede la porto avanti, anche per te.

Perché mi ricordo io, te e Daniele allo stadio, con le sciarpe che ci compravi e i cuscinetti.

E le bottigliette mignon di fernet branca e ci facevi leccare il tappo… Non ditelo alla mamma è il nostro segreto.

Mamma mamma ho ciucciato il tappo del fernet… E va beh Ale sei viva lo stesso.

Sempre e solo forza Inter mi raccomando.

E la tua cricca e le tue urla.

E le tue urla anche a casa e come aspettavi il momento della partita, trepidante, anche quando la squadra faceva pena ma tu non mollavi mai.

La fede è la fede.

La tua maglia ti ha accompagnato. Con noi.

E sempre e solo forza Inter. Promesso papà.

Per te, per sempre.

Olli

Sentirsi toccati nell’intimità.
Una parola dolce che arriva.
Un bisogno appagato.
Riempire lo spazio col proprio movimento.
Sentirsi protetti, come la cornice fa col quadro.
Lo spazio sembra sgombro e limpido.

Suona bene questa musica che sento. È fatta di rumori, di piatti che sbattono nel cola piatti, di posate appoggiate e di acqua versata.
Sembra che abbia tutto un senso.

A volte vedo una bimba che mi guarda fissa e, con quegli occhi, le darei di tutto.

Sai, forse potresti parlarmi un po’ di lei.

Fare del proprio meglio anche con chi non conosci bene.

E allora ti ringrazio per avermi parlato di lei.
Sai. A volte è come se non la riconoscessi. Come quando sei immerso nell’acqua e le tue gambe sembrano lunghe il doppio e magre il triplo. E sfocate.
La percezione di guardare. Di farlo bene per imprimere immagini.

Memoria creata su appunti presi.
Su foto scattate ma ormai sbiadite.
Su ricordi lontani.
Su discorsi captati.
Su domande mai fatte.

Sì, suona bene questa musica. Suona bene scandire quel nome.

Vieni a giocare Ale?

E poi una manina grassa si posa pesantemente e infantilmente sulla spalla, tirandomi la mia maglietta preferita.

Facciamoci una foto come le amiche. Oh, sì, va bene. Ma che bello che siamo amiche.
Sì, ti ho prestato la mia bambola.
Sì, sì lo so, l’ho messa vicino al mio letto. È un pochino inquietante quando mi sveglio alla mattina ma me la tengo lì.
E poi sì, siamo amiche tu mi porti sempre i giochi.
Sì. E tu mi ci fai giocare. E allora sì, siamo amiche.

Ale, vieni a giocare?
Oh, sì.
Posso farti le trecce?
Eh, ma l’ultima volta mi hai tagliato una ciocca però, con la scusa che le forbici erano finte.
Dai, vieni a giocare.

E mi prende per mano.

La sensazione di qualcuno che si aggrappa e sa che si può fidare è davvero impagabile.
Quando una manina ti cerca e ti stringe e ti tira verso il basso e poi fa dei salti che rischi ti venga il colpo della strega. Sì, impagabile.

Ale ma tu muori? La mamma dice che sei malata e che non posso farti male.
Tu basta che non mi tagli ancora le ciocche di nascosto così quando mi guardo non mi viene un colpo e  poi puoi fare tutto ciò che vuoi.  E no, non mi fai male. E no, per oggi non muoio così possiamo giocare.

La mia mamma sui generis

Perché quando le dicevo ho paura dei ladri, non voglio dormire, devo stare sveglia così se entrano li vedo.
Lei mi diceva, vai a letto poi arriva il ladro.
E arrivava lei, travestita da ladro, col cappello di lana e la scopa in mano. Entrava in cameretta cantando la sigla della Pantera Rosa, mi dava dei colpetti con la scopa e poi mi ricopriva di baci e mi faceva il solletico.


Perché quando mio fratello aveva paura delle cose alte e dei palazzi, noi camminavamo tutti bassi, piegati in avanti per la città.


Perché, portando un piatto pieno di arrosto in sala facendo Heather Parisi, cadde e si ruppe il codino. E l’arrosto finì per terra.


Perché si nascondeva dietro i mobili per poi farci spaventare.


Perché quando ci faceva fare i compiti in sala, volava di tutto in testa di mio fratello perché proprio non ne voleva sapere.


Perché ogni tragedia era sempre superabile.


Perché ballavamo il can can in un corridoio che a malapena conteneva me. Canta, il can can si canta così, diceva.


Perché ogni congiuntivo sbagliato era un piatto di insalata in più da ingurgitare la sera.


Perché non esistevano fiabe ma solo coniugazioni di verbi da ripetere allo sfinimento fino a davvero crollare di sonno.


Perché non si contavano le pecorelle ma si dicevano le tabelline.


Perché ad oggi rido tantissimo, supero qualsiasi ostacolo e so ancora fare i calcoli a mente.

Parla male

Sono piuttosto socievole.
Quando vado a fare le mie vacanze in ospedale, incontro e conosco sempre tante persone tra malati, sinistrati, medici, infermieri e specializzandi di ogni tipo.

Quando mi rompo parlo con qualcuno anche perché le flebo durano ore.


Mi è capitato di conoscere un ragazzo, lo vedevo spesso. Più giovane di me.
È stato lui a rivolgermi la parola quel giorno.

Il problema era che a lui la malattia aveva portato via la parola e facevo davvero fatica a capirlo. Allora urlavo come una matta per rispondergli, quando capivo. Poi ho iniziato a parlare solo io per non trovarmi nella situazione di dire… scusa puoi ripetere?
Zoppicava anche un po’.
Zoppica ancora.


Un giorno ha anche avuto il coraggio di dirmi di non urlare… Allora glielo ho dovuto dire… Scusa ma capendo poco tendo a urlare… mi viene così, non farci caso.
Poi non l’ho più visto.
Non so come, ma tramite una mia collega, è riuscito a risalire a me.
Tramite lei sempre, ci siamo scambiati i numeri.


Il problema è che poi mi ha telefonato.
Io non ho risposto. Gli ho scritto dicendo che non potevo perché ero a lavoro. Ma il fatto è che non avrei capito una parola e non lo volevo mettere in imbarazzo.
Una, due, tre ecc…. mai risposto.
Allora mi ha detto… ma scusa Ale ma sei sempre a lavoro che non rispondi mai?
Allora glielo ho dovuto dire… Il fatto è che io non ti capisco e mi imbarazzo e poi mi verrebbe da urlarti al telefono tutto il tempo e mi parrebbe brutto.


Basta. Questa è la storia di una matta che urla con uno solo perché parla male.

Solidarietà fra malati. Come il mio nonno che guardava gli altri e diceva… Che vecchi.

Posta

Oggi ho deciso di aprire la buca delle lettere.
Ci vuole coraggio, dopo le vacanze.
Sei buste bianche, di quelle che devi solo aprire e guardare a quanto ammonta la cifra in basso a destra, a volte al centro ma sempre spostata a destra.


Bene.


Senti Ale… ma perché non fai finta che arriverai a casa domani?
Nessuno lo sa che sei già arrivata.
Facciamo così.
Domani, quando scendi, riapri la casella.
Ah sì, sì, ottima soluzione.
Che bisogno c’è di sapere tutto per forza e subito…


Aspetta lunedì invece.
Così avrai la certezza di uno stipendio in Banca.
C’è bisogno per forza di farlo domani?
Ah già.
Sì, sì.


Torno dalle vacanze lunedì.

Già che ci sono… quasi quasi me ne vado via davvero ancora. Tanto…
Ma sì, perché no?
Così sono scusata davanti al mio postino. Non che non apprezzi il suo lavoro, anzi.
A volte mi porta pacchetti pieni di cose e mi guarda più felice di me. E a volte qualche letterina, sì perché c’è qualcuno che, come me, ama scrivere ancora. E allora ci mandiamo buste piene di adesivi e piene di regalini.

Punti di vista

A me piace l’aereo. Mi fa proprio impazzire.


Subito dopo dei taralli al limone che vengono chiamati biscotti(????), riesco a dormire un po’.
Sogno pure.
Sogno di mangiare una ciabatta calda con dentro il crudo.
Mi sveglio perché mi rendo conto che sto aprendo la bocca per infilarmelo nella mia di ciabatta.
Ho capito che a volte ho così fame che sogno il cibo.
Non è che sia una mangiona di mio… ma a volte ho proprio degli istinti animaleschi verso il cibo quando ho fame.


Avevo un bel programmino.
Mi sono fidata di un inglesone che mi ha detto ma va ormai non ci sono più problemi coi voli. Anche perché… a Linate sono passata in cinque minuti.
Non potevo crederci quando mi sono messa in coda. Dall’uscita. E poi… due piani di fila da fare… tempo stimato due ore.
Ah.
Ma io volevo passare e andare a mangiare in pace. Ecco. Arrivata al pelo. E meno male che, fidandomi ma nemmeno troppo dell’ inglesone, sono arrivata con largo anticipo. E ho fatto bene anche perché era già alla seconda media alle otto.


E quando pensavo di essere al dunque… Ancora trentacinque minuti di attesa stimata.
Passata. Mi hanno fatta togliere le all Star dicendo fossero degli stivali.

Ma sono punti di vista anche quelli.

Ora io con i moon boot.

Nonna nonna

Buon compleanno alla mia nonna che oggi avrebbe compiuto ben cento anni.

Oggi la festeggio.

Oggi, appena rientro in Italia, mi compro un barattolo di nutella anche se non ne vado matta e me lo mangio.

Oggi la festeggio così.

Era golosa e aveva delle braccia morbidissime e piene di ciccia.

Era moderna. E bellissima.

Buon compleanno Nasta.

Valigia di quaderni

Sto bene davvero. Cammino tantissimo  il che va tanto bene per le mie gambe.
Vedo qualcosa in più che sembra quasi un miracolo.
Ho comprato letteralmente mezza valigia di quaderni. Mi piacciono da impazzire. Mi piace l’odore e li scelgo con cura.
Poi ho trovato un negozio che vendeva solo carta da lettera… e io… ne vado proprio matta.

Mi è arrivata da Google stamattina un ricordo del mio papà di un anno fa. Un subbuglio interno.
Io credo sarebbe fiero di me e del mio percorso. Sarebbe orgoglioso del mio inglese e direbbe… vedi… meno male che ti abbiamo fatto studiare.
Sì, sarebbe fiero della sua bimba.
Io ci parlo. Sì.
Non credo esistano paradisi e affini.
Ma lo immagino accanto a me, come fosse dietro nel mio zaino.
Ogni tanto devo essere onesta… mi viene giù qualche lacrima. Se poi penso che non me lo abbraccerò mai più vado proprio in panico. Avevo tanto bisogno della sua dolcezza. Colmava mancanze ingestibili. Colmava il mio cuore. Mi rendeva serena. E  mi sentivo amata tanto.

Una scena surreale

Qui è bello, tanto bello.
I ciclisti son folli, io credevo che avessero senso civico e mica come a Milano…

Invece inizio a vedere i ciclisti milanesi sotto un altro aspetto. E li rispetto.

Qui sì, hanno le piste ciclabili. Vanno super veloci e, piuttosto che fermarsi a un semaforo o sulle zebre, ti tirano sotto che fanno prima.

E oggi… Lo scontro… Beccato in pieno mentre mi bevevo una birra e riposavo le ossa…

Uno delle consegne ha centrato una signora… La signora è volata e lui che ha fatto? La prima cosa si è raddrizzato il manubrio mentre lei veniva soccorsa da miei colleghi di bevuta.

Non ci potevo credere… E poi… Tutti i ciclisti che passavano… a suonare e insultare per passare…

È stata una scena surreale.

Parto

Ho deciso. All’ultimo minuto.

Ho preso tre stracci e li ho lanciati in valigia.

Parto. Perché ho voglia.

Di solito mi portava a Linate il mio papà.

Oggi è stato un altro taxi a portarmi qui.

Senza venire aBbracciata.

Senza girarmi e vedere occhi lucidi.

Ma si va avanti. Mi mancano quegli occhi con le lacrime come se, ogni volta, dovessi partire per sempre.

Ciao papà.

Mi comporterò bene. Sarò felice. Mi prenderò cura di me.

#occupatutto

Un periodo da dimenticare per me.
Sono stata molto male, anche se per pochi giorni, fisicamente e di testa.
Ho riposato tanto.
Ho avuto crisi di astinenza da cortisone con sudori, tremori e dolori di ogni genere.
Dal momento che vado sempre di fretta, ho deciso che, per farmelo passare prima, dovevo fare qualcosa.
Ho comprato un corso online.
Iniziato, fatto e completato. Nel giro delle mie crisi.
Mi ha aperto la mente e mi ha fatto venire un’idea.
Ho aperto una pagina instagram che vi lascio e mi piacerebbe se ci seguissimo anche di là.
Ma da qui non me ne vado.
E anzi… grazie per i messaggi nei miei momenti bui che mi hanno dato un motivo in più per uscirne prima. Conciata da sbattere via ma sono ancora qui.

Il progetto che ho ideato sarebbe questo.
Cinque minuti per scrivere di getto senza staccare mai la penna dal foglio.
Un quaderno.
Una parola o un’immagine che rubo in giro per la città.

Sembrava un’idea carina
.. se volete… vi aspetto.

@quadernodiemozioni

Se volete vi aspetto con gioia😍

.

Ale racconta

Ho avuto un’infanzia bella. Felice. Piena di persone che amavo e che ho amato molto.
Poi la vita ti fa capire, presto o tardi, che cosa significhi davvero.
Si iniziano a perdere le prime persone.
Iniziano a spiegarti da piccolo che cosa è la morte anche se poi lo capisci nello stesso modo che lo capirai da grande. Chi ami non è più accanto a te.
Chi ami non ha più una voce e un odore. Non c’è tatto, non ci sono ricordi che rimangono poco imbastarditi dall’esterno o dai ricordi tuoi o da come avevi percepito qualcosa.
Semplicemente chi ami non c’è più.
Non c’è molto altro da dire. Non esistono compromessi.
Poi sì, ce ne facciamo una ragione, ci attacchiamo ad altro per non morire anche noi.
Perché sì, a volte vorresti morire anche tu.
Le fasi si alternano. Felice, triste, allegro, depresso, contento, gioioso, disperato e così via.

Ho perso qualcuno di molto importante. E non importa se sei piccolo o sei grande o sei adolescente.
Il risultato è quello. Il risultato è che non c’è più e tu avresti ancora tanto bisogno di chi ami accanto.

Io personalmente ho passato un periodo nel quale ce l’avevo col mondo intero. Ce l’avevo con tutti.
Sono arrivata al punto di pensare che d’ora in poi sarei stata io a decidere quando era il momento di eliminare qualcuno. Controllare la cosa per non farmi male. Per non cedere a nuovo dolore che annienta come un gas di scarico in un box.

Processi mentali folli? Sì.
Può essere. Ma ognuno di noi cerca di sopravvivere al proprio meglio perché quando si scava quel tunnel non è così facile uscirne.

Ho trattato male. Ucciso con le parole. Ferito per ferire. Ferire a volte sapendo di farlo e  a volte no. Non è una giustificazione, è solo una spiegazione. Di come e di che cosa è scattato nella mia mente.

La dolce Ape, che dolce lo è davvero, si è trasformata in un mostro senza eguali.
L’ho fatto. Ciò che è fatto è fatto ciò che è stato fatto non può non esser stato fatto. Lo diceva Shakespeare molto meglio di me. E molto prima pure.

Ho avuto un momento di follia nel quale sono caduta.
Purtroppo questa malattia ha acuito e aperto nuove cose nella mia mente. Da quando quel farmaco mi ha mandata in depressione, ne sono successe altre. E ho scoperto fino a che punto potesse arrivare la gravità di questa malattia. Uno pensa di finire in sedia a rotelle, ma le cose più gravi sono a livello mentale e neurologico. Ripeto. Non è una giustificazione.

La parte dolce di Ape esiste. Ma non solo. Ora la parte del mostro la tengo a bada, ci sto lavorando.
Non sono un mostro però. Rimango una bella persona. Rimane la mia gioia di vivere anche quando nemmeno ne avrei il motivo.

Ale che dice le cose dolci e carine è davvero lei. C’è chi non crede a questa Ape dopo il trattamento ricevuto.
Ho chiesto scusa. Non è bastato e mai basterà.

Questo mio post è rivolto alle persone che sono state ferite da me in modo indecente. Non lo faccio per liberarmi la coscienza, ma per fare andare avanti loro in modo migliore con le loro vite. Non era colpa vostra. Non siete come ho voluto descrivervi.
Ma le cose fatte sono fatte e le cose dette pure.

Io ho intenzione di perdonarmi. Posso solo impegnarmi a diventare migliore.
Per me. E per chi d’ora in poi incontrerò e sarà disposto a darmi una possibilità. Perché anche se sono un mostro… rimango Ape piena di cose da dare. Piena di attenzioni e cura verso le persone.
E posso solo offrire questo.
Mi assumo le mie colpe e responsabilità. Tutte. Ma nelle relazioni, tutte, si è sempre in due. Santi e perfezioni fortunatamente non ne ho mai incontrati.

Che poi… Allontanare, scappare, allontanarsi, avere paura… Va bene, va tutto bene. È giustificabile. Ma c’è una cosa che non trovo giusta. Chiudere e chiudersi e fare finta che da soli ce la si possa fare perché abbiamo tutti bisogno degli altri nella vita. Anche dei pazzi come me. E cancellare ciò che di bello esisteva e può esistere e potrà esistere… È stupido.

Con questo posso tornare alle mie crisi di astinenza. E sì… con tutto il dolore fisico che sto provando posso solo dire che la sto già pagando troppo.

Come ha sempre detto la mia mamma… Bisogna volerti sempre un gran bene Ale per sopportarti… Se mi volete bene… Restate. Se non ne vale la pena oltrepassate.