Il giorno muore

Il giorno muore.
Ha piovuto.
Ho visto scendere acqua dal vetro come le dita di un bambino che si cerca di aggrappare.


Qui il mare non si vede.


L’acqua è solo fatta di gocce di pioggia o di condensa mentre cucino e ho la pentola sul fuoco.


Ho scritto molto in questi giorni.


Ho avuto qualche lacrima per te.
Ma è come se fossi schermata da qualcosa.
Forse col tempo il dolore mi rafforza davvero più che indebolirmi.
Come l’occhio che si abitua al buio, così io con tutta la mia vita. Questa è quella sorta di vetrata che ho addosso.

La indosso col migliore dei miei sorrisi.

Che tutto vada avanti bene, che riesca a risolvere ancora tutti i miei problemi brillantemente.
C’è qualcosa di speciale attorno a me. Una specie di alone come fosse una sorta di incantesimo.
C’è sempre qualcuno che mi accoglie. E c’è sempre un progetto che va a monte ma che corre parallelamente a cose che si sistemano.
A volte blocco le emozioni. Quelle che mi farebbero piangere dentro. Lo so, è sbagliato.
Ma impiego l’energia in altro modo.
E cammino. Tantissimo. Per pensare a tutto quello che, altrimenti, non riuscirei a gestire.


Mi fanno malissimo le gambe. Da troppo. A volte davvero mi è difficile fare finta che Lei non esista.
Come le lacrime sul vetro di un tram. Come me dentro senza il mio papà.

Leggero

Giorni che non va bene niente.
Giorni che diventano mesi.
Giorni maldestri. Storti.
Giorni neri.
E giorni che sembra che qualcosa sia diverso. Durasse un’ora o più .
Poi ho capito. Decido io come fare andare le cose .
Ci sono tragedie che rimangono.Nel mentre ti arrabatti a trovare un modo per sopravvivere. Perché trattasi di questo.
Come vedi le cose?
Le tragedie permangono e se nel frattempo trovi un sistema per stare bene? Tanto non dimentico.
Sta a noi quanto le tragedie possano diventare ancora più grandi.

Che cosa significa perdere la propria mamma?
E il proprio papà?

Ho iniziato a capire le cose mentre le stavo attraversando.

Ho capito che amo la leggerezza. Non voglio una vita pesante dove acuire le cose brutte.
Voglio ridere e scherzare.
Voglio andare in giro.
Voglio condividere.
Ho bisogno degli altri accanto, il solo sentirli mi fa stare bene.
Poi certo mi ritrovo sola col dolore interiore. I drammi capitano. Lo so bene. Anche tutto ciò che pensiamo sia riservato ad altri. Poi qualcosa ti viene addosso. E ti attraversa. Lo so bene.

Un aperitivo con persone speciali mi fa vivere felice.

Lo so quanto sono amata. E quanto le persone mi siano grate per come sono. Ho bisogno degli altri. E di stare bene in modo leggero.

Pelle bianca

Racconto storie. Mie o di altri.
Mi piace parlare di ciò che sento uscire anche dalle altre bocche e non solo dalla mia testa.
Scrivo perché ho paura di perdere i miei ricordi o di non riuscire a bloccare e fissare momenti.
Per me è importante non perdere la mia memoria nel senso di tutto il mio vissuto, quello che mi ha fatto diventare la Ale che conosco.
Ho fame di farlo.
La bellezza dei ricordi rende la mia casa un posto estremamente ricco. Foto, post it, appunti, cose annotate sparse per la casa. Oggetti appartenuti a qualcuno di speciale.
Tutto può curare le mie ferite.
Anche due quaderni fatti per me da una persona, con le sue foto e le sue frasi. Una persona che chissà quanto mi avrà stramaledetta… ma anche questo fa parte della me di oggi.
Mi hanno ripetuto spesso quanto fossi irresponsabile e pazza. Ma non sono nulla di ciò. Per davvero.

Ho una foto della mia nonna. Bellissima. Quella pelle chiara mi ricorda ancora della seta di buona fattura, morbida,liscia e bianca.

Ho raccolto opinioni delle più svariate. Ma ho sempre fatto di testa mia.

Mi sono spesso preparata per fare festa. Perché mi piace. Mi rende ciò che davvero sono.

Mi sono presa cura delle persone che ho amato. Con cura e delicatezza il più delle volte. Le ho prese e riposte dentro, facendo posto, stringendo qualcosa d’altro.

Sono Ale. Vedo cose strane, sento emozioni sulla pelle anche di cose che ci sono state e provate da altri.

Procedo rapidamente ma sempre nella direzione opposta e sbagliata.

La mia nonna.

@quadernodiemozioni

Capisco

Capito tutto Alessandra?
Sbarro e sgrano gli occhi. Si, ho capito.
Ma sei sicura? Sì, certo.
Se vuoi o se hai domande, perché magari non hai capito bene.
Ma certo che ho capito.
Perché mi guardi così…. magari non avevi capito.
Eh sì. Ho capito bene.
Ma che altro posso fare?
Piangere o strapparmi I capelli?
Non lo farò.
E questo al di là che io abbia capito.
È che mi guardi così….
Eh ma la mia faccia è questa.
Hai quegli occhioni sorridenti…
Sì ma ho capito ugualmente.

Solito discorso tra me e la neurologa.
Capisco.
So tutto.
Immagino ciò che avrò davanti ma più che capire non posso.
Non mi interessa. Non penso nemmeno al domani figuriamoci al dopodomani.
Capire capisco.
Ma io penso a come sto oggi.
Già fra un minuto è per me un futuro lontanissimo.
Oggi. Ora.
Conta questo.
Penso solo a che cosa mangiare fra poco e dove andare a prendere la brioche più buona.
L’evoluzione della malattia non è cosa che mi riguarda perché più che seguire regole e prendere farmaci non posso.
Tenermi in allenamento nel corpo e nella mente, solo questo posso.
Al resto penserà Lei.

Quindi capisco.
Anche se capisco.
Anche se rispondo in modo sereno ed educato.
Perché sono così davvero.
Sono molto serena.
Reagirò come dovrò ma quando sarà.
Ora no.
Ora voglio solo un saccottino al cioccolato.
Un pochino freddo in modo da sentire una mattonella di cacao che poi si scioglie in bocca.

Cammeo

E ho messo il Cammeo.
Per sentirti addosso.
Oggi una di quelle giornate che non respiravo da quanto mi mancavi.
Ho buttato il naso verso l’aria, ho cercato di capire se uscisse del respiro.
Non pensavo di sopravvivere alla tua mancanza. Sopravvivo. Sì.
Ma prima era tutta un’altra cosa.
Sarà poi giusto sopravvivere e basta?
Alla Ale che non dirà mai più quella parola del 19 marzo.
Alla Ale che guarda le vetrine, si specchia e pensa… oh questa cosa lo farebbe felice. Ma poi ritorna nella realtà, quella vera che ti dice che le cose stanno in altro modo.
Alla Ale che ha perso persone ma ecco, con te non doveva andare così.
Alla Ale che in quei due giorni disperati si è presa cura di te. E ti ha baciato la fronte. E ti ha bagnato il viso con una lacrima, l’unica scesa mentre le altre erano diventate ghiaccio dentro la sua gola e il suo naso.
Alla Ale diventata grande quel giorno mentre cercava di accudire gli altri.
Alla Ale che ha bisogno ancora di te.

E rimetto via il Cammeo perché non voglio perderlo.

Il mangiatore di pomodori

L’altro giorno ho avuto un flash.
Camminavo insieme al mio compagno di passeggiate e, a un certo punto, tira fuori dalla tasca un frutto e lo sgagna ( dal milanese, mordere).
Ne vuoi uno Ale?
Rimango basita.


Il mio nonno lo faceva sempre.
Andavamo a fare dei giri lunghissimi a piedi e dalle tasche del giubbotto tirava fuori i pomodori e li mangiava.
Prima di partire passava dall’orto e riempiva le tasche.
Me ne passava uno in silenzio.
Il problema è che a me piaceva sgagnarli e riempirli di sale ma quello non lo portava mai con sé.


Mi ha riportato indietro di circa trentacinque anni.
Forse di più.


Mi sono vista il mio nonno bello vivo nei miei occhi, nel suo giubbotto di velluto chiaro e col pelo dentro. Mi piaceva tantissimo quel capo. Me ne regalarono uno simile ma non è mai stata la stessa cosa.
E lo vedo con la sciarpa di lana e il cappello sulle ventitré, rigorosamente.

Non mi fermo

Affronto qualsiasi cosa.
Le più ardue mi hanno messa a dura prova.
Ma caspita se affronto tutto.
Sorridi sempre Ale.
Sì. Anche perché nessuno è colpevole per i miei drammi.
Poi arriva quella piccola cosa che mi fa vacillare un po’.
Eppure a confronto è cosa piccola. Beh. Nemmeno tanto.
Ma sempre tutto legato a sta malattia che ha paura di essere dimenticata.
Sia mai.
No, piccola, non mi scordo di te.

Problemi burocratici.
Sì, mi hanno sconfortata. Problemi coi permessi a lavoro. Che dico… sono disabile certificata… ma credete che una persona sia felice di prenderli? Quando li prendo è perché non ce la faccio a vivere in modo normale. Oppure perché mi devo curare. Ne ho diritto più di un finto cieco. Cos’è sta cosa che dice che mi è stata rigettata la domanda? Che poi… Dopo anni? Con una malattia che volgerà al peggio? Li ho sempre presi e ora? Mah.

Ma poi sono uscita in balcone e c’è un cielo bellissimo.
Tanto bello dopo giorni di nuvole e pioggia. Pioggia persistente ma stavolta avevo i polacchini perfetti.

Respiro.
Dai Ale.
Anche questa si sistema. Anche se non dovesse… non è la fine del mondo.
Nemmeno sta malattia balorda e ingrata lo è.

Fa niente se i dolori mi vogliono fermare. Io non mi fermo.
No no. Non mi fermo.

Passo e chiudo

Sono buona davvero. E riesco a sentire le persone. 
Ho fatto male e me ne hanno fatto, sia persone sia situazioni.
Me ne hanno dette di belle e di brutte.
Mi sono messa in discussione.
Ma sono buona.
Mi hanno dato della analfabeta emotiva. Ci ho pensato.
No. Non lo sono per nulla.
Ho sempre chiesto scusa.
Le hanno anche pretese e le ho fatte anche dopo molto ma solo quando le sentivo vere e sincere.
Ma a me?
Io di scuse ne ho ricevute sempre molto poche.
Quasi mai.
Ho fatto e detto cose assurde.
Ma quelli che volevano scuse o che sono spariti… Ve lo siete mai chiesto in che periodo fosse Ale?
Che cosa stesse provando Ale?
Vi siete chiesti che cosa significhi perdere qualcuno che si ama?
Siete stati abbastanza accanto?
Siete davvero così limpidi e puri voi che non accettate o pretendete le mie scuse?

Ecco.
Io ho pensato e davvero mi sono fatta domande. Mi sono massacrata per non esser stata buona in alcuni casi… e voi?

Vi siete fermati a pensare?
Vi siete cosparsi il capo di cenere, preso in mano il telefono per dire Scusa anche tu, Ale.
Scusa per aver detto cose non vere, per non esserci stati, per essere spariti, per non aver mantenuto promesse, per essere scappati davanti a cose e problemi grandi.

Per tutti quelli che hanno lasciato Ale da sola…
Avreste e dovreste scusarvi anche voi.
Come ha fatto lei.

Ecco. Lo penso davvero.
Non sono uno stinco di santo.
Ma lo sapete bene quanto possa dare e quanto abbia dato.
Quindi ora le scuse e il mettersi in discussione dovreste pretenderli da voi.

Passo e chiudo.

Uno a far due

Me l’hanno sempre detto Ti manca sempre uno a far due.
Era forse la frase preferita del mio nonno quando si parlava di me.
Aveva ragione.


Per fare prima le cose, saltavo e salto pezzi magari fondamentali. Il risultato veniva e viene  anche ma non così alla perfezione.


E questa è tutta la mia vita.
Sono così in qualsiasi cosa. Perdo pezzi per fare prima, per vedere subito il risultato finale. E il finale? Quando riesce perfettamente è solo per botta di gran fortuna e, al di là di tutto, mi sento molto fortunata.
Basta non ripetere gli esperimenti per non avere delusioni facili.


Buona la prima. E basta così.
Le persone che lavorano con me me lo dicono… ma se sei stata capace una volta… perché ora no?
Perché non ho più voglia. La prima è andata. È sufficiente.
Che disastro. È che ho sempre voglia di arrivare già all’epilogo.
Senza ripensamenti e forse senza nemmeno troppo pensare.


Come quando sistemo i cassetti… rimangono ordinati forse un giorno solo.
Sono caotica. Disordinata. A volte pressappochista. Impulsiva.
E ho sempre voglia di fare cose nuove e mi ci butto.


Voglia irrefrenabile di vivere la vita e tutte le esperienze di fretta.
Qualsiasi proposta è sempre sì.
Andiamo? Sì.
Viaggiamo? Sì. Va bene anche senza conoscere la meta.
Proviamo? Subito.
Senza pensare.
E visto che difficilmente il DNA si può cambiare… mi mancherà sempre uno a far due.

Non sarei Ale

Questo posto mi ha regalato emozioni meravigliose.
Quando mi sono accadute le cose peggiori e ho deciso di raccontarle qui, ho avuto parole e messaggi bellissimi da voi. Come se mi conosceste davvero. E si sentiva quanto vi foste attaccati alla mia persona. Come se davvero mi conosceste. Oppure scrivendo e  aprendo il mio cuore sono davvero riuscita a farmi conoscere.
Ci provo anche nella vita reale, quella che mi porta a lavoro ogni giorno e mi fa fermare con le altre persone. Le persone speciali, quelle che ogni tanto mi regalano pezzi di vita loro e si fermano per me. Per darmi un aiuto, per sapere come sto davvero.
Non sono ancora riuscita a perdonare del tutto chi millantava che mi sarebbe stato accanto sempre. Ma stare vicino quando tutto è bello e va bene è semplice. E meraviglioso. Ma quando si perde qualcuno… Ecco .. da soli non ce la si fa. Ci sono cose che davvero non si capiscono se non si passano. Io non sapevo che cosa significasse perdere pezzi di famiglia fin quando non l’ho provato. Sono stata accanto alle persone che lo avevano passato prima di me. Ma mai capendolo nel profondo. Come la maternità. È vero, non si può davvero capire se non la si prova. Ci si può avvicinare forse. Ma mai saprò che cosa significhi vedere la propria pancia crescere perché si ha dentro un essere nuovo.
Io avrei voluto avere accanto le persone che volevo. Così non è stato. E ne ho sofferto. Forse perdonare non è la parola giusta. Mancanza. Chi non c’è stato non c’è stato. Ed è stato grave per la mia vita. E per la mia persona. Ma alcune  persone ci sono state per partecipare al mio dolore. Come fossero uscite da un cilindro. Tam ad esempio mi ha detto Sai non so che dire ma sono qui. So quanto amassi il tuo papà. E mi è stato accanto in silenzio. Ma così tanto vicino ed era quello di cui avevo bisogno. Sabri l’ho conosciuta qui.  Ed è stata un dono. E ogni dono che ricevo me lo tengo stretto davvero. Ho mantenuto tutti quelli che mi sono stati accanto per le persone perdute . Tutte nel corso della mia vita. Perché avevo bisogno della vicinanza . Anche in silenzio ma si ha bisogno delle persone . Almeno…io ho bisogno degli altri. E le persone mi salvano quando sto male anche per la malattia. Ho affrontato cose che non posso raccontare. Non tutto si può raccontare. Ma se non fosse stato per gli altri… non sarei qui e non sarei Ale.

Lettera agli occhi del mare

Capita che un tram deragli.
Capita per un po’ di starci lontani da quei vagoni che sanno di metallo.

Non ci parliamo da una vita, probabilmente non ci parleremo più. Meno ne sai e meglio è. Meno ne so e meglio sarà.
Speravo la tua permanenza non fosse breve. Non lo è stata,  effettivamente. Ma si è conclusa e, come capita quasi sempre, nel peggiore dei modi.

Sei ed eri una brava persona. Mi hai dato molto e di più più non potevi. Ma sai, in quel modo era davvero difficile esprimersi. Mai stata più felice di allora. Nonostante tutto.

È successo. E ti ho rivisto solo nella mia mente. Non ti ho cercato da alcuna parte.
A volte si sta così tanto male che ci si crea un guscio intorno. Un guscio dove si cerca di non provare nulla.

Ho preso una decisione forse più di un anno fa. Non posso ripensarci. Per me. Ma non solo. Ho deciso di andarmene. Tu te ne eri già andato da molto.
Ci saranno cose che ora desideri e che io non saprò mai. Ma è giusto così. Non potevi allora e non potresti nemmeno oggi. Il dolore della solitudine non lo ripagherà nulla al mondo.

Nel frattempo ho fatto un viaggio introspettivo. Ho capito che le promesse spesso non si mantengono e non è colpa di nessuno.
Sapevamo di dover stare attenti. Ho sempre sperato in un miracolo.
Ma nemmeno quelli esistono.

Famiglia. Quella che prima o poi devi salutare. E che cerchi di ritrovare e ricostruire. Eri la mia famiglia. Ma una soluzione non c’era e non ci sarebbe mai stata. Ed ogni giorno era triste ed era un macello. Ogni giorno bisognava mettere in atto meccanismi di difesa. Ma la cosa mai si risolveva.

Fu uno sbaglio? Sì. Soprattutto per non aver messo la parola fine in fretta.
Le persone poi fanno cose assurde quando non sono contente. E non lo ero. Non lo ero più da troppo.

Una porta aperta che potrebbe non richiudersi mai.
Ma ti copro ancora le spalle col mio silenzio. Darei ancora tutto per te.

E mi sveglio ancora alle cinque per te.

Va benissimo

Sono nata per godere delle cose.
Lavoro tanto ma adoro divertirmi.
Amo stare con gli altri: è la mia natura e ognuno ha la propria.


Non sto costretta in piccoli cerchi. Mi piace allargare.
Mi piace fare cose e vedere posti nuovi. Anche vecchi ma con occhi diversi.


Includo persone. Anche le più disparate.
Venite, facciamo, andiamo.
E vedo gli altri sorridere e li rivedo con occhi pieni di entusiasmo. Basta prenderli per mano, a volte.


Non tutti prendono iniziative se si trovano da soli.
Io ho imparato a godermi la vita anche da sola.
L’ho imparato ancora di più dal mio ultimo viaggio.
Fare di tutto, partecipare alla mia vita anche solo con me stessa.
Perché no?


La mia mamma ha sempre detto E mica sono la figlia della serva.
Parole che mi fanno ridere.
Ma giuste.


Esco. Faccio e mi godo la vita. Se voglio andare in un posto ci vado e se, nel mentre, incontro qualcuno che mi vuole accompagnare ben venga. Se no… va benissimo lo stesso.

Pronta

Ho accantonato le cattiverie.
Anche quelle stupide e inutili.
Ci vediamo? Sono qui.
Non ci sono.
Per poi postare una foto dietro casa, apposta per ferire.
Cattiveria? Forse più stupidità.

Perdere tempo e occasioni e tirare fuori la parte peggiore di sé.

Si impara da tutto.
Imparerò a non farlo. O a non farlo più . Imparerò a stare attenta.
Imparerò a non ferire. Lo imparo da ciò che ho subito e da ciò che ho anche fatto.

Chiudere la porta che ha deluso.
Chiudere anche se avevo promesso di non farlo. Ma certe cose sono troppo da digerire. Come le paure.

Ora sono una persona nuova.
Anche grazie a tutte queste cose.
Le terrò a mente per non farle ad altri. Per non fare del male.

Ho una consapevolezza in più. Se è vero che le persone arrivano per un motivo, il motivo è che ho imparato la lezione: starò attenta. A ciò che dico e a ciò che faccio. Mi sento nuova, cresciuta e pronta,un po’ di più per gli altri.

… ma ritrovata.

Maglia bianca

Quando capitano le cose più strane…

Possiedo solo due magliette bianche.
Oggi apro il cassetto e le vedo. Ne prendo una e la metto.
Nel pomeriggio mi accorgo che non sembra mia.
Troppo a girocollo. Troppo grande anche. Sembra quasi un vestitino.
Insomma. È una maglietta del mio papà; le metteva sempre sotto alle camicie.
Ma che ci fa nel cassetto del mio armadio?
Io non l’ho mai messa lì e non so nemmeno da che parte arrivi.
Eppure era lì ed è della marca che portava lui.
Pazzesco.
Come se ogni cosa mi dicesse Ohi Ale non dimenticarmi.
Eh no. Come potrei? Non avere di queste paure.
Quelle cose inspiegabili che nemmeno ho voglia di capire. Quelle cose che fanno piacere.
Sorprese le chiamo. E pure belle.

Oggi ti ho addosso.
Oggi ti ho portato con me.
Noi sullo sfondo del mio telefono e quando ti guardo mi viene da darti un bacio. Come quando vengo a dirti ciao nell’armadio.

Ciao papà. Avevi ragione tu: è un dolore che non si capisce fin quando non lo si prova. Si può immaginare? Forse. Ma quando è successo a Gigi non credevo potesse essere così forte e di impatto. Nemmeno credevo sarebbe mai potuto capitare.
Farò ogni cosa in mio possesso per non dimenticare nulla.
Scriverò di te. Cercherò di sognarti. Mi guarderò allo specchio un po’ di più.

La mia

L’ala dell’ape si è ricucita.
Come una ferita che si assesta da sola. E si rimargina. Giorno per giorno. E poi vedo il segno rossastro della mia cicatrice.
Brava Ale.

Ritrovare un amico.
La parte che aggiunge.
La parte spensierata.
La parte che accoglie.
Fidarsi e affidarsi.
Lo sento che ha bisogno di me.
Mi chiede un consiglio.
Rispondo in modo spassionato.

Costruisco una villetta coi pezzi del lego, quelli che mi porto dietro da quella casa spensierata e piena di gioia. Piena di tutto. Dove i litigi erano all’ordine del giorno. Così come le facce e le guance piene di baci.

Sai. Sono qui.
Rimango qui.
Come prima, come quando facevamo le cose senza conseguenze. O se c’erano non erano così importanti.
Ma ora le conseguenze potrebbero essere così rilevanti da cambiare una vita intera.
Ascoltami.

Rileggerò ogni tua parola in modo attento.
Grazie Ale.

Sentirmi piena come da troppo non mi sentivo.
Combinare cose e guai ancora.
Fare del caos un’arma, vivere in un luogo dove mi sento sommersa e protetta. Entro dalla porta e quasi mi sento male vedendo tutte quelle cose. Ma sono le mie e sono senza ordine alcuno. Caspita come mi ci sento bene.
E allora da quella porta ci ripasso ma felice… sì, questa è la casa che conosco. La mia. Sono io.

Non lo so spiegare bene

Come stare dietro la saracinesca di una vetrina.
Come quando strabuzzi gli occhi per vedere le cose belle e poi c’è proprio quella che ti rapisce e che vuoi a tutti i costi.


Ricordo che mi successe una volta al mare.
C’era un bambolotto in vetrina vestito d’azzurro. A me le bambole non sono mai piaciute ma quella aveva un’espressione così vecchia e triste che mi attirava.
E aveva un completo azzurro di lana. Aveva il cappello col pon pon bianco.
Lo volevo a tutti i costi. Costava 36.000  lire. Chiesi di comprarmelo. No. Metti via le paghette. Chiesi soldi anche a mio fratello per averlo. Non ricordo come o quando ma riuscii ad averlo.


Andai a comprarlo con mio fratello.
Ero felice.
Poi, una volta a casa, lo guardai bene e pensai… ma che diavolo me ne faccio ora? Poi è triste e sembra vecchio.
Non ero più così tanto felice.


Avere qualcosa tra le mani, qualcosa che hai desiderato molto e poi arriva quel momento, quella tristezza che copre la tua felicità. Forse è quell’aver dovuto riporre un desiderio poiché già avverato… Non lo so. Ma è quella la sensazione. Felicità ma mista a tristezza e malinconia, non lo so spiegare bene.

Farcela

Provo ancora gioia come se voi foste ancora qui.
Vorrei realizzare quel sogno là, anche se sembra tanto grande.
Così grande da sembrare quasi reale. E si avvicina a me.
Non dico. Non ne parlo. Per una volta non mi lascio scappare nulla. Perché poi sarà ancora più bello urlare ehi, ci sono riuscita.

Mi piace chi va avanti anche se sofferente. Mi piace chi persegue nei propri intenti anche se vede da lontano un cartello che si avvicina. Sì, quel cartello là.

Io credo ancora di poter fare quella cosa. Ci credo. E sì, ci metto sentimento in modo possa funzionare. E ci metto pure tutta la mia felicità. Perché poi sarà bellissimo.

Ho un amore spasmodico per la mia famiglia nonostante le difficoltà passate e le discussioni e il fatto che di normale ci fosse ben poco. Ma, al di là delle apparenze, quanto ci siamo sempre amati e sostenuti. Nel poco, nel tanto e nel poco ancora.

E quanto ci siamo presi cura gli uni degli altri.
Mi piace tornare alla base ogni tanto, alla base di tutto. Oppure nei posti vissuti assieme. Trovare racconti personali solo nostri. Ricordare sguardi scambiati, anche solo da spettatore.

Il mio papà ad esempio aveva uno spirito di materna accoglienza. Mi ha lasciato tanto. E mi piace ritrovare quell’aspetto nelle altre persone. Mi piace chi dona serenità e ti accompagna. E aveva quella sofferenza interna che lo rendeva malinconico. E che offriva agli altri, anche quella.

Ho perduto persone che ho amato.
Sono malata e vi dirò… non è sempre così semplice andare avanti…
Il resto è superfluo. Rimane quello che ho bisogno di dare e di ricevere.

Ale che dici… Ce la farai?
Si, so di farcela.

Continuare

Do corda alla gente.
Mi piacciono le persone e starci in mezzo.
Non ho paura ad avvicinarmi e conoscere.
Nonostante non sempre le cose siano andate lisce. Ma capita questo. Non tutti ci possono piacere e non si può piacere a tutti. E non tutti sono così speciali e affini alla mia anima.


Poche volte, quasi mai, ho avuto paura.
Ultimamente mi è capitato.
Avere paura di qualcuno che si conosce. Una paura vera e fondata.
Non sapere dove l’altra parte vuole andare… Ma sai che ferisce e tocca anche le tue persone.
Allora hai paura per te e per loro.
Ringrazi che ti abbia eliminata dai social nascondendosi dietro la scusa che tu possa fare qualcosa. Ma farlo non è roba mia. Non spio e non cerco. Quando chiudo chiudo per davvero.
E la paura è proprio quella. La mente di chi fa certi ragionamenti… allora li può fare con me. E questo mi fa paura. Paura che mi trovi e faccia male alle mie cose.
L’anima si riprende e si ricuce e anche molto bene.

Ma continuerò a conoscere persone e a considerarle. A farmi regalare qualcosa. A regalare qualcosa di bello perché credo di poterlo essere davvero.
Continuerò a darmi.

Noi

Credo che condividere valga ogni prezzo.
A me piace farlo. Ne sono abituata. Se hai fratelli o sorelle lo capisci da subito che non tutto è per te. Nulla è solo per una una persona sola. Condividi l’amore dei genitori, i giochi e magari la stessa stanza. Se sei più piccolo ti vengono anche passati i vestiti. E poi i libri di scuola. 
Si impara da subito con quel compagno fedele che hai avuto in dono.
Dividere. Condividere.

È una risorsa in più, una fortuna e non un merito.
Chi hai vicino da sempre lo sa che non sei una minaccia. Lo sa che può fidarsi. Lo sa che non farai mai nulla per nuocerlo. Mai.

Poi arriva il momento di condividere anche il dolore, quello vero e puro.

Condividere ed essere altruisti generano emozioni forti.


Ci sono io. Sono qui. Non ti lascerò mai. Prendo una sedia, mi metto accanto così lo sai che non me ne andrò. Starò qui. Per un po’ o per tanto. Ma anche se faccio un giro poi ci ritorno qui.

È questa la mia certezza. Forse l’unica che ho.

Ottanta

Andare in trasferta per la propria squadra o per un concerto è impagabile.
Se poi li fai entrambi anche di più.

La squadra porta emozioni contrastanti. Felicità o rabbia. Ma farlo con qualcuno è più bello ancora.
E quanti concerti in trasferta ho visto?
Tantissimi.
Da ogni parte.

E finalmente arriva il giorno del concerto di Clapton. Un’impresa.

Ricordo un treno per Padova con le mie amiche. Un concerto fantastico e il momento di ripartire la mattina dopo passando la notte in città, in un parchetto  e fermate dalla polizia. Ma avete visto dove siete? Una pila illuminava una serie di siringhe che non vedevo dagli ottanta.

Recinto

Uno dei regali più belli fu quando comprarono la settimana enigmistica per farla con me, a distanza.
Per me significò molto.

Mi sentivo a quell’epoca una ferita della vita.

Sì, credo si dica così.

Mi hanno accusato di più cose. Le ultime quelle che più hanno fatto male.
Mi hanno accusato di esaltarmi per poco e che se qualcuno mi regala anche solo un verso diventa, per me, speciale.
Ed è vero. Ed è così. E la trovo una cosa bella, nulla della quale vergognarsi.
Basta accogliere per trovare le cose più speciali che hanno dentro le persone.

Mi avvicino a chi soffre. Non ho paura di toccare con mano o di contaminarmi del dolore altrui.
Se posso, aiuto.
E anche questa è una cosa bella e credo sia la parte che rende speciale la mia persona. È la parte che mi fa essere orgogliosa di me.
Sono fatta per sanare. Credo questo. E per aiutare. E lo faccio  col cuore.
Chi apprezza può entrare.


Gli altri che rimangano fuori dal recinto.

Ale è Ale

Una pietra gigante.
Pesante.
Copro.
Affondo.
Paure che sommergo.
Paura.
Non avevo più paura di nulla. Di niente.
Da quando mi sono trovata scoperta
… perché averne ancora?
Sono andata in metro, in risonanza e in ascensore.

Dimentico meglio ora.
Ho avuto paura. Tanta, troppa.
Male inferto.
Male gratuito e non spiegabile.
Ho paura di ciò che capisco poco e da poco.

Ora dimentico.
Da oggi starò bene.
Da oggi rinasco.
Da oggi Ale è Ale.

Otto

Faccio due conti.
Otto mesi senza il mio papà sono quasi mille baci in meno.
Mille abbracci non ricevuti.
Un sacco di regali in meno, specialmente quelli del sabato.
Sono lacrime che non escono e quelle poche che sono uscite sono già finite.
Sono un sacco di parole in meno e quelle che ora dico sono dentro a un armadio. Per ragguagliarlo alla meglio.
Sono chissà quante risate in meno. O un sacco di volte in meno che non lo vedo esplodere sotto i baffi solo guardandomi e osservando la mia mimica gestuale e facciale.

Sembri il mio papà, diceva lui.
E io sembro il mio, dicevo io.
Due gocce d’acqua che mi rendono malinconica quando mi specchio.
Ma so che almeno mio fratello quando mi guarda lo può un po’ rivedere.
Eppure io quando lo guardo e lo osservo… anche io ritrovo il mio papà nei suoi gesti e nei suoi modi di fare.
E questa cosa mi rende felice.
Sapere che mio fratello abbia preso così tanto da quell’uomo che amavo sopra tutto mi rende gioiosa.

Rifaccio due conti.
Quanti ne mancheranno ancora.

Otto mesi. Non preoccuparti papà mio… sarai con me ogni giorno. E andrò io a trovare i tuoi genitori e lascerò un fiore anche per te.

Casso quanto ti ho amato e ti amo ancora.

Cambiare

Tornare indietro sembra naturale.
Ma andare oltre, camminare, correre, ampliare sono necessità.

Mi apro al cambiamento. Sperimento.

I miei pensieri sono immagini che scorrono e si imprimono in me.

Davanti mi si apre una gran bella visione.

Sì. Cose belle.

Uno specchio. Riflette la me spettatrice. Guarda un po’ e se ne va.

Tutto ha un senso, persino quella serie di colori in bianco e nero ma dove le sfumature prendono una luce accesa e quasi violenta.

Guardo. Scruto. Osservo.
Prendo. E me ne vado.

Qui

Una festa per il mio ritorno.
Inaspettata. Ma aspettata.

Ti ho sentito dal profumo… che bello che ci sei.

E un abbraccio che vale più di mille parole scritte.

Perché nelle braccia di qualcuno è ancora più bello.

Che bello che sei qui.
È bello essere qui.

Mancavi. Sei mancata. Terribilmente. Si sente quando non ci sei: è tutto calmo.

Rido.
Mi commuovo.

Questa è una famiglia per me.
Queste sono le persone con le quali sto più in contatto e che sanno tutto di me. Vite, morti e miracolati.

Sì, perché in mezzo a chi mi ama mi sento miracolata.
Sento quanto valga la mia vita per davvero.
Sento quanto sia bello condividere i passi. Litigare per poi riprendersi fra le braccia.
Qui sento quanto sia bello vivere. E farlo bene, anche per loro.

Una festa per me. Senza avere fatto nulla, senza festeggiare nulla.

Bello che ci sei. È bello esserci.

Ho il cuore pieno. Dopo tanto dolore subito e inferto.
Sono qui.
E sono Ale.

Salgo su

Guarda bene Ale. Per accorgerti delle cose.

Sento qualcuno di familiare, come se lo conoscessi già.
Questa è la mia realtà. Sento. Guardo. Dovrei dire troppe cose per farmi capire davvero. Ho fiducia in me. E allora che cosa mi preoccupa tanto?
Cerco di capire.
Forza necessaria ne ho. Resistenza pure, persino al dolore anche quello più devastante.
Mi risolvo i problemi da sola, da molto. Forse da sempre.
So che non è mai tardi per fare qualcosa con la propria vita. E faccio ciò che voglio.
Sono indipendente e libera.
E allora che cos’è?

Paura.

Di perdere i miei ricordi e i ricordi delle mie persone.
È questo, solo questo.
Paura di non ricordarmi dove abito.
È come parlare del ricordo di una perdita. Perché è questo di cui si tratta.
Ve lo devo spiegare?
Non lo so ci riuscirò.

Una follia ma non di quelle che mettono in pericolo la propria vita o quella degli altri.
Essere sempre alla ricerca di qualcosa di bello nella giornata perché quel ricordo mi rimarrà da lì alle ore successive.
Notare piccolezze anche se non sai se rimarranno.
Credere ai gesti e non alle parole.
Accorgersi che qualcosa cambia nella propria vita e nella propria testa ed esserne consapevoli.
Essere avvolti da un banco di nebbia. Fitta.
Apprezzare ogni cosa.
Spostarsi dove l’umano tocca il cielo.
Andare in cima, sempre più su. Per poi scendere di volata coi capelli che ti raggiungono da lì a poco.

Ah. Grazie Ardi.

Sempre peggio

L’ultimo ricovero.


Le faccio già la puntura, dice il baldo giovane e aitante con due occhi verdissimi dietro la mascherina.
Ma davvero, rispondo imbarazzata.
Si abbassi le mutande… caspita ma pure i pantaloni?
Eh, veda lei…
Ma proprio uno così dovevo beccare…
Poi le faccio il prelievo signora.
Io che penso Signora un casso.
Ora aspettiamo la neurologa.
La neurologa arriva. Tira la tenda. Intanto il baldo infermiere lo stanno commentando tutte.
Ma lo ha visto? Si tocchi la punta del naso… che sedere alto e sodo… vede doppio? Ha mal di testa…
A me sembra di essere in una gabbia di pazzi…. Scusate ma se sono qui è perché sto male… già sono in imbarazzo che quello là mi ha visto le terga.
Beata lei. Ride lei e la sua accompagnatrice.

Provi a camminare… Sente qualcosa se la tocco? Deve essere nuovo, finalmente qualcosa di bello da vedere…
Oh caspita.
Sentite… sono qui e sto male e ripeto quello là mi ha pure visto il sedere e mi ha detto Signora.

Ridono.
Il giovanotto vestito d’azzurro dice Signora ora le faccio il prelievo.
Io che ripenso Signora un casso. Eppure potrebbe essere mio figlio. Ma lui che ne sa…
Ah. Già. Il braccialetto…. A. M. 11/06/78…
Porca vacca.. sa… potrei essere sua madre.

Senta Signora si sente bene?
No non mi sento bene e lei continua a chiamarmi Signora. E mi ha pure visto il sedere.
Eh va beh… sa quanti ne vedo al giorno?
Ormai nemmeno ci faccio più caso… Un sedere o un braccio è la stessa cosa…
Ecco. Sempre peggio.

Il segreto

Questo è un segreto che mi porto dietro da anni. Nemmeno lo ricordavo più… eppure le cose dell’infanzia ancora le ricordo molto bene. Solo quelle. Ma è già qualcosa.
È arrivato il tempo di svelarlo, primo perché me ne sono ricordata stanotte, e non so per quale strano gioco della mia mente, secondo perché i diretti interessati non ci saranno più.
Saranno passati 35-38 anni.
E ora parlo.
Perché, ad oggi, è una cosa che mi fa ridere.


Alle elementari la mia classe era sempre a fianco di un’altra classe. Cambiavamo piani o aule ma sempre insieme eravamo. Erano due prime, poi due seconde e così via fino alle quinte.
Io avevo una maestra. Rigida, di vecchie maniere e persino manesche. Anzi manesche no. Lei si serviva di una bacchetta per picchiare. E a me ne dava un sacco. Sulle dita. Perché invece che seguire disegnavo e scrivevo già il mio diario. Ma ascoltavo. Ed ero brava. Andavo molto bene e nemmeno lei se lo spiegava.


Nell’altra classe c’era un maestro su per giù come lei. Rigido. Sempre in jeans attillati e camicia bianca. E faceva paura. Era un bell’uomo, le mamme erano tutte innamorate di lui. Per questo gli perdonavano  tutto. Persino che fumasse in classe o tagliasse le ciocche alle bambine che si toccavano i capelli. Ecco. Io li avevo sempre corti, non me li toccavo e me li sono sempre portati tutti a casa. Almeno quello.


Tutti insinuavano avessero una storia. Ma lei era sposata.
Era come fosse una classe unica di quaranta bambini e due maestri.
Musica con opera lirica e piano, ginnastica, gite e molto altro sempre insieme.


Capitò che io e il mio amichetto di scorribande Simone li beccammo mentre si baciavano.
Rimanemmo fermi e impalati.
Ma lui disse Che schifo si baciano e ci presero per il colletto.
Lei ,con gli occhi da pazza, ci disse se uno di voi due parla gliela farò pagare molto cara.
Non parlammo. Muti come i pesci anche tra noi due.
Rimasi talmente traumatizzata che non svelai nulla nemmeno in famiglia.
Ecco. Ora ho svelato il segreto.
Chissà se Simone se lo ricorda ancora…
Due bimbi traumatizzati a vita.

Mela bacata

Non ricordo bene le cose.


Provo emozioni contrastanti.


So che oggi sono stata bene. Felice.
Non lo so se domani me ne ricorderò.
Ma oggi sì. Oggi custodisco un tesoro prezioso dentro. Per ora, per oggi, può bastare.

Non è accontentarsi. È accettarsi. Perché sì, accetto di non essere come tutti. Ho il cervello danneggiato. Nemmeno comprare otto chili di mele mi basterà. E so già che mai saprò perché. Io no, ma un giorno qualcuno sì. E andrà bene comunque.
Anche io ad oggi sto meglio rispetto ai malati di tempo fa. E chissà come stavano loro… è la vita.


Non si riesce a far capire bene che cosa si provi, ciò che ti si sbatte in faccia all’improvviso.
Non si può davvero e non si riesce.
Qualcuno timidamente chiede.
Qualcuno vuole sapere.
Io ne parlo anche volentieri se mi viene chiesto e se interessa.


Sono così. Come una mela bacata. Forse per questo vendono mele in questi giorni.

Colpo

È arrivato il duro colpo.

Quello che mi aspettavo ma non mi aspettavo.

Quello che rende fragile il mio cuore ancora di più.

Ho visto l’auto del mio papà parcheggiata in centro. Dentro non c’era nessuno. L’avrei fermato credo. Gli avrei detto tienila con cura e tieni con cura questa licenza.

Sento il cuore piangere e già era una pessima giornata.

Gente che viene e va come se fossi scartoffia. Gente che dice addio come se il valore di una persona fosse zero. Sarò zero. Ma ho il cuore buono anche se fa male.

Mi sento davvero male. Non respiro.

Respirerò. Di nuovo.

Cuore

In questa giornata internazionale del cuore, vorrei scrivere due parole.

Stasera non ho tantissimo tempo per fermarmi ma, mentre il mio bello si fa carino, mi sembra giusto scrivere.
E sì, il tempo lo trovo.

Il cuore si è insinuato più volte nella nostra famiglia.

Questo post è per dire due parole.

Il mio papà è morto a causa di un infarto molto brutto.
Non poteva essere salvato.
Aveva il cuore forte e sano. Eppure…

Aveva il cuore buono. Era un uomo dolce e generoso.
Noi figli ci siamo sentiti sempre tanto amati. Colmati. E noi lo amavamo sopra tutto.
Io lo andavo a trovare, gli saltavo addosso, me lo abbracciavo e baciavo. Volevo sapesse e volevo sentisse tutto il mio amore per lui.
Lucio, ti voglio un bene dell’anima. Glielo dicevo e un pochino lo imbarazzavo. Non era tanto abituato a queste cose, era cresciuto solo. Con la mia mamma ha iniziato a sentire amore e affetto, quello vero e puro, il senso di casa e di famiglia. E ci stava bene. E gli era sempre mancato.
Il suo cuore era pieno di gesti verso noi e verso gli altri. Era sempre disponibile. Per tutti.
È ironico quasi che un uomo con un cuore tanto bello si sia trovato d’un tratto ad essere fregato proprio da esso.

Ecco questo è tutto.
Papà mio. Da quando non ci sei sento il cuore fragile. E sofferente.
Ti abbraccio, la tua piccola.

A chi pensa che non ho un cuore…

Ce l’ho. Ha solo sofferto parecchio.

Riempirsi

Non sorprenderti di vedermi ridere in questo periodo.
Che altro posso fare?


Ho sempre cercato di affrontare tutto così: facendo più piccole le cose, cercando di guardarle sotto un profilo comico. Anche se spesso viene scambiato per cinismo. Ma non lo è.  E non è nemmeno leggerezza.


D’altra parte, mica si può passare la vita con gli occhi tristi… Già gli avvenimenti capitano senza nemmeno venga loro chiesto di presentarsi. Ma arrivano. Soprattutto le cose delle quali abbiamo paura e cerchiamo di tenere il più lontane possibile.


Cerco di tenermi allegra.
Tanto il dolore resta comunque. Da tristi e da felici. Tanto vale, allora, cercare di rendere più comoda la vita. E più carina. Non si fa peccato a farsi una risata o a stare bene accanto a qualcuno.


Cercherò di rendere questa serata e questa notte straordinarie. Belle e da ricordare.
Sono qui. Il passato a volte si fa vivo. E più si fa sentire e più la mia sete di gioia avanza. E ne voglio sempre di più. Perché me lo merito proprio.
Merito qualcosa di bello. E persone belle accanto. E che mi riempiano.

E ci sto bene

È come se mi sentisse, da lontano.
Inizio a pensare sia così davvero.
Arriva sempre al momento giusto nella mia vita. Senza bisogno di cercarlo.
E lo sento anche io.
È come se lo avessi dentro.
Gli scrivo… Oi che c’è?
Come fai a sapere?
Non lo so. Me lo sento.
Anche io.

Sarà una forma di sensibilità che abbiamo stabilito negli anni anche se eravamo ‘piccoli’.
Perché anche se sei piccolo le emozioni di sentono. E si riesce a volere bene in modo puro e illimitato. Dando qualsiasi cosa. Di tutto.
Un pensiero, uno scritto, un regalo, qualsiasi tesoro che faccia sentire all’altro la sua importanza. Un senso di gratitudine per darsi.  E per essersi  dato a te.
E quando cammino e scovo qualcosa per lui… la vedo la sua faccia illuminata.
Ai mercatini c’è sempre da prendere per me e per lui.
Lettere scritte da altri. Ne va matto. E se le trovo… Beh… Non è che le trovo a caso, le cerco per lui. Perché mi vedo davanti la sua faccia felice. E ne vale la pena solo per quel momento.
Grazie per esserci. E per vivere in me. Mi hai fatto posto. E ci sto bene.

P. S. Mi devi una cena, Bologna o Milano scegli tu. Non te lo scordare più il portafoglio.

Mangio, papà

Tiro fuori i pantaloni neri che usavo alle medie ed erano i miei preferiti.
Tutto torna si dice… son tornati anche loro.
Più che altro almeno mi vanno. Non cadono. Metto la cintura.
Prendo il coltello e faccio un buco.
Ho perso qualche chilo.
Oggi mi sono pesata vestita. La neurologa non sarà contenta. Due chili in meno vestita. Con le scarpe.
Eppure mangio. Sarà il periodo. O forse cammino troppo.
Ma camminare mi fa bene, alle gambe e alla mente. Ieri sono arrivata a 32.000 passi.

Il primo che si accorge sempre del mio peso è Mario il barista.
Ale, mangia un bombolone o sparisci.
Va bene, lo porto via: sono in ritardo.
Anche l’indiano che vende i fiori sull’angolo. Mangia Alessandra.
Si si. Mangerò.

La portinaia la incontro davanti al supermercato. Ti offro la colazione, mi sembri magrina. Ma no grazie, già fatta. Già fatte. Due.

Nonostante tutti i problemi del mondo, le persone pensano sempre e solo al cibo. Come il mio papà. Il cibo è l’unica cosa importante pare. E la trovo una cosa fantastica. Mi fa ridere.
Il mio papà si è sempre preoccupato che mangiassi abbastanza. Quando mi veniva a trovare mi riempiva di qualsiasi leccornia trovasse dal prestinaio.
Ora me le vado a comprare io.
Eh sì, mangio Papà.

Vado veloce, sono di fretta

Ho un sacco di progetti.
Non sogni nel cassetto (quello ormai straborda), progetti veri e propri, da mettere in pratica.
Arrivati a questo punto, occorre solo rivedere i tempi.
Una cosa alla volta.

Andare di fretta.
Andavo di fretta.
Vado di fretta. Ho sempre fretta.
Si capisce già da come cammino. Ma dove corri sempre? Se vado piano inciampo nei miei piedi… che ci posso fare?
Correre. Per stare dietro a chi ha le gambe lunghe e fa un passo mentre tu ne devi fare due, a volte tre.

Non riesco a spegnere il cervello. Mai.
Nemmeno di notte.

Vado così veloce che, a volte, mi perdo di vista.

Vado veloce per non inciampare, parlo veloce e mi perdo le parole, mangio veloce che mi sembra nemmeno di ingurgitare.

Penso veloce. Agisco di impulso.

Sono un disastro. Le persone nemmeno riescono più a starmi dietro: ci rinunciano.

E quando vedo una pista da ballo mi ci fiondo subito. Non chiedo a nessuno di venire con me, come se non ci fosse mai abbastanza tempo. Mi ci butto in mezzo e ballo e ballo. Anche a costo di cadere a causa delle mie zampe ballerine. Ma ballo.

Ho fretta. Fretta di fare più cose possibili. Fretta di agire, di fare cose e conoscere nuove persone. Ho fretta. Tanta.
Voglio fare prima della scadenza, prima che sta compagna mi levi tutto quanto.

Quindi… se chiedo qualcosa, vorrei subito un sì! Se si ipotizza qualcosa che deve venire… bisogna farla. Subito subito.
Ma che fretta hai Ale?
Ho fretta. E vado veloce.

Una per tutti

Perché non puoi tornare un pochino con me?
Solo per il bacio della buonanotte.
Solo per sentirmi chiamare per nome, per intero.
Solo per portarmi l’acqua o darmi diecimila lire per avere sempre qualcosa in tasca.
Solo per lamentarti delle mie continue uscite serali anche nei giorni di scuola.
Per venirmi a recuperare ai concerti e arrabbiarti perché andavo sempre ad infilarmi dietro il palco a conoscere i cantanti.
Ed io che uscivo felice… e tu che avevi gli occhi di fuori.


Chi ti ha dato quella maglietta? Che cosa hai fatto? Alessandra, hai bevuto?
Sì, sì e sì. La risposta era sempre sì.
Ma non sei contento che ti dico la verità?
Io certe cose non le voglio sapere.
Dille a tua madre.
Eh no, le dico anche a te. Ma se non le dico a voi a chi le dico?


Ma con quanti ragazzi esci? Ne devi scegliere uno. Esci sempre con uno diverso, non si fa.
Sono amici papà.
Amici… ma quali amici. Non mi fido dei tuoi amici. Infatti devi fidarti di me. Mi fido. Di te si, di loro no.


Brontoli sempre.
Lo vedo come ti guardano.
E meno male che mi guardano papà. Stai sereno.
No.


Quante liti che abbiamo fatto.
Per le uscite, per gli orari di rientro.
Per le vacanze, per i ragazzi sempre sbagliati e… quanto avevi ragione su ognuno di loro.
Troppo trucco, la gonna è corta, sei sempre in giro mezza biotta (dal milanese, nuda, n. d. r.).
Metti la giacca che fa freddo, copri la pancia.


E quanto mi facevi ridere.
E le mie urla che sentivano fino in portineria… tu non vuoi farmi vivere. Vuoi tarparmi le ali.
Si, intanto pensa a studiare, esci di casa e potrai fare quello che vuoi.

E poi hai iniziato a comprarmi biglietti aerei per andare lontano. Pure per seguire il mio cuore anche se sapevi bene che era sempre in direzione sbagliata.


Alla fine ci prendevi sempre su tutti.
E ognuno aveva un soprannome.
Fragolone, braccione, Bob Marley, il malà…
Ne avevi una per tutti.


E mi facevi ridere.

E oggi mi manchi e mi sento biotta senza te. Perché sai… Oggi ho bisogno di te. Ho davvero bisogno di te oggi.

Come sempre

Come un respiro profondo dopo tanto dolore.


Arriva un giorno atteso da anni, dal periodo pandemia.
Un matrimonio rimandato e finalmente
celebrato.


Un momento da viversi a pieno, nonostante tutto e nonostante un pensiero fisso, là.


Armarsi e schermarsi con le migliori intenzioni. E il più bello dei sorrisi. Perché sì, in quel momento quelle due fanciulle si meritavano la parte migliore di tutti.


Ale ci sei… che bella cosa.
Sì, Ale c’è. Alla grande. In gran spolvero con tutte le armi migliori posizionate alla meglio sul bancone.


Perché non c’è cosa più bella di vedere persone felici. E rubarle e metterle nelle proprie giornate. Perché felicità chiama felicità. E sì, sono stata felice.


I periodi peggiori passano. Lasciano posto a ricordi comunque belli e pieni di tanto. E io oggi mi vesto di forza ancora più pesante.

E ce la farò. Ce la faremo. Come sempre.

Dammi solo un po’di tregua

Trovarmi incapsulata. Bloccata a forza come dentro una camicia con le cinghie.
Trovarmi stretta. Eppure son dimagrita, le cinghie dovrebbero allentarsi.


Aspetto quel momento per poter scivolare via senza far troppi danni alla pelle.


Ho capito sai che hai spinto sull’acceleratore… Ma son convinta che riuscirò a levarti quel piede.


Come il papà quando  insegnava ad andare in macchina. Toccava la gamba, si aggrappava alla maniglia.
Controllava quasi ogni respiro.


E così Tu.


Sei attenta. Sei caparbia. Sei tenace. Non molli la presa di un secondo. Ti insinui nella mia vita pensando di controllarla. E sì, un pochino ti ci riesce pure.


Ho capito che mi starai addosso. Ho capito che non mi lasci sola. L’ho capita.

Ora frenati un po’ perché così non mi è facile vivere. Non posso passare ogni giorno a tenere sotto controllo te.

Possiamo anche convivere, sai?


Dammi solo un po’ di tregua.

Mamma e papà

Lascio casa.
Alessandra hai bisogno qualcosa che piove e fa tanto freddo… vuoi un golf, un ombrello o un passaggio?
No, grazie per la saprò cavare.
Ho dovuto comprarmi delle scarpe nuove e, per mancanza di spazio, buttare le vecchie inondate di acqua.
Calze nuove e pantaloni lunghi.
Esco dal negozio che sembro un’altra persona.
Sì, me la so cavare papà.
Aspetto in un bar perché è presto per spostarmi dall’altra parte.
Scrivo. Penso.
Che bell’incontro Alessandra.
Sì, davvero.
Mi sono sentita a casa e protetta.
Perché alla fine è ciò che si cerca.
Ritornare in una famiglia sempre.
Vera o no.
Ma si cerca sempre quello.
E puoi comprare il motorino più bello che ti faccia scompigliare i capelli, avere il lavoro più bello o cercare la casa giusta per vivere… ma nulla ti farà sentire davvero a casa e a posto come le persone.
L’avevo già capito con la malattia.
Queste persone hanno avuto cura di me. Vedevo mi controllavano tornassi.
Si cerca sempre e ovunque una mamma e un papà, soprattutto quando se ne è sguarniti.
È ciò che cerco.
Il calore.
Casa.

Nonostante tutto

Tratto da una storia vera.

Ci sono cose che non racconta perché sono troppo dolorose.
Eppure si apre.
Ma quella cosa successa, quel fatto , lo tiene  solo per sé.
Lo custodisce in maniera gelosa.
Eppure a volte qualcosa, qualcuno, qualche parola glielo fanno riaffiorare.
Ma lo tiene stretto.
Ne avrà forse parlato con tre o quattro persone in tutta la sua vita. E coi suoi psicologi. E con quell’uomo speciale che la ha abbracciata ma non abita più accanto a lei. E la aspetta. La aspetta ancora. Ma, a volte, le cose non possono più andare. Perché tutto cambiò da quel giorno. Semplicemente. E non fu più la stessa.
Lo sa che non esistono colpe. Lo sa bene. Ma quella di aver visto soffrire chi amava. Quella sì. Perché il nucleo ha sofferto con lei. Per il fatto e per quelli , a grappolo, accaduti poi.

Ricorda l’odore schifoso. Molto bene.
Ricorda con una sensazione di nausea e vomito pronto a uscire.
Ricorda la pelle vicina e le fa schifo il solo pensiero.

Ricorda parole affidate a chi avrebbe dovuto proteggerla. Ma non accadde.
Semplicemente perché quell’uomo era molto sopra di lei, troppo. E si accorse che non siamo per nulla tutti uguali, né davanti alla legge né davanti alle persone.

È così. Non lo siamo e mai lo saremo.
Ma chi si porta i danni permanenti?
Non lui.
Chi ha pagato un prezzo alto? Non lui anche se i soldi per chiudere le bocche li aveva e li usò. C’è persino chi li accettò di buon grado.

Ricatti. Minacce. Senso di schifo e di vergogna passati col tempo. Ma rimasti in fondo. Là sotto.

Ed è lì che si tiene il fatto.
Lì. Per lei e per non dimenticare. E certo dimenticare non si può.
Ma è andata avanti. Nonostante tutto.

Avanti Ale

Si possono buttare giù davvero i muri?
È che dopo un po’ si ha come l’impressione che ci voglia troppo impegno aggiuntivo e si perde la lucidità. Forse anche un poco la voglia.
Ti ritrovi forse a non sapere più che fare, cosa dire, come procedere.
Come se fosse troppo anche per me che di forza ne ho sempre avuta.
Che ne ho. Ma ho anche le mie cose e i miei problemi che, a volte, diventano così grandi che sembra mi vogliano schiacciare.
Posso andare piano. Ma non va comunque nella direzione giusta. Questa è l’impressione.
Il fatto è che a volte mi sembra di non essere più io.
E non voglio sia così.
Trovarsi a modellare sé stessi per potersi avvicinare.
Sembra tutto insormontabile.
Forse inutile come andare dentro a una strada cieca. Come me che quasi cieca lo sono per davvero.
Ma sto in piedi. Guardo. Cammino. Ribilancio l’equilibrio, quello perduto, ogni volta , ad ogni intoppo nuovo.
Mi manca quell’uomo al quale chiedere un consiglio, come fare, che cosa è meglio.
Ma mi fermo e penso.
E farò da me.
Avanti Ale.

Per te, papà.

La parola famiglia

E se ne esce così.
Noi quattro siamo una famiglia.


Ma che bella questa cosa.


Eh sì. Abbiamo il nostro incontro fisso qui.
Le famiglie sono così.
Quindi siamo una famiglia anche noi quattro.


E mi ritrovo a quella tavola. Con la famiglia.


Perché abbiamo bisogno l’una dell’altra. Perché ci siamo con scadenza. A volte settimanale e a volte mensile.


Una famiglia.
Che bella parola.


Un regalo sul tavolo. Per me. La sorellina piccola, l’unica sorella per loro.
E sentire storie assurde. Più mie che loro. E ridere insieme. Perché ridiamo. E ormai in quel posto siamo di casa. La padrona mi abbraccia. Ciao Ale che bello che sei qui.


Sì. Ci sono. E mi sento in famiglia davvero. La mia. Con quelle tre facce alle quali ho imparato a volere bene. Quattro soggetti che tra loro non c’entrano nulla. Ma ci siamo comunque trovati, forse un po’ per caso ma con la stessa voglia di fare qualcosa insieme. Quattro lavori diversi. Nulla che ci possa amalgamare ma con la stessa voglia di stare bene.

Mancanze surreali

Oggi mancanza atroce.
Saranno le cose che facevamo insieme…
il sabato trascorso senza il nostro pranzo insieme.
Le partenze e gli arrivi senza.
Le risonanze senza nessuno fuori.
I problemi non condivisi.
Le gioie men che meno.
Io ci parlo. Là davanti all’armadio.
Ma non è la stessa cosa.
Gli odori delle pelli, del bucato e del deodorante.
Mancano voci.
Annaspo.
Ma continuo.
Ma le gioie? Le vittorie?
Quelle sono peggio delle sconfitte.
Girasoli regalati.
Mancanze surreali.
Felicità che chissà dove si vedranno.
Son qui. Ma a volte senza senso.
A volte sì.
Amore regalato come un dono trovato per caso. Sì, perché in quell’armadio sembra quasi succeda di tutto.
Mancanze.

Non sono stata io

Non sono stata io.
Frase perfetta per ogni casino combinato.


La casa appena imbiancata di fino. Una carta da parati appena messa.
Dei chiodi sul tavolo per rimettere i quadri.
Lo scintillio negli occhi di una bimba.
Ale prende il martello e inizia a mettere chiodi a caso.
Una mamma che controlla se ci sono mosche sul muro. Un secondo. Un urlo Alessandra aaaa. Una bimba che corre e si chiude in bagno.
Che cosa hai fatto Ale.
Non sono stata io.
Ale.
Scusa mamma, non ho resistito. Mi piace il martello.


Un vaso in dote spaccato ma rimesso al suo posto. Un pallone da basket nascosto.
Alessandra aaaa.
Non sono stata io.
Sai che cosa significava quel vaso?
Scusa mamma, ho visto il pallone e non ho resistito. Ho fatto finta fosse un canestro.


Una povera mamma che urlava ogni secondo. Bimbi assassini che se ne fregavano abbastanza.
Ma dopo ogni casino combinato, un bacio inaspettato aggiustava tutto.
Forse non i vasi. Ma le persone… ecco, quelle sì.

Io sarei l’orsetto in giallo.

L’uomo col fucile

Molti anni fa me ne andai a Parigi. Già la conoscevo: l’avevo vista col mio papà e poi con mio fratello, io e lui da soli.
Quell’anno, però, lessi una guida in modo accurato.
Diceva di stare attenti alle persone perché non era  una città così sicura.


Non ho mai avuto paura a girare da sola. Nemmeno di notte.


Quella sera ricordo che sentii un urlo tremendo.
Mi fermò subito dopo un ragazzo che correva  chiedendomi se volevo comprare una collana.
Nemmeno risposi.
Mi capitò più volte in quel soggiorno.
Volevano farmi comprare di tutto.


Ecco che, camminando su un viale, vidi un’ombra dietro di me. Un’ombra con qualcosa in mano.
Io ero convinta che quel qualcosa fosse il fucile degli Intoccabili.
Mi girai di scatto. E gli urlai contro. Il vecchio con ombrello si spaventò così tanto che iniziò a correre lui.

Ci sono

E guardo le foto.
Da bambina ci mettevamo in sala, aprivamo le scatole. Ognuno prendeva un mazzetto di foto e poi lo faceva girare al vicino di sedia. Che momenti. Avevamo i nostri riti. Passavamo così giornate intere a casa e anche dai nonni. Ma il sistema era sempre lo stesso.


Il mio mazzetto me lo son tenuto e l’ho rimesso dentro. Ne ho vista qualcuna e poi è stato sufficiente per quel magone ingordo dentro di me.


Non ho pianto.
Nemmeno piango.
Ho visto piangere la mia mamma due volte. Il mio papà lo stesso, due.
Ho visto gli occhi lucidi di mio fratello e l’ho abbracciato forte.
Non siamo mai stati propensi alle lacrime. Non lo so il perché. Eppure sono sensibile. Empatica. Provo infinità di cose. Ma piango davvero di rado.


Faccio fatica, a volte, a dare un senso e una spiegazione alle cose.
So che sono triste. Ma felice.
Sono davvero triste. E più passano i giorni e peggio è.
Ma sono felice e faccio cose. La mia vita è andata dritta e proprio non lo so nemmeno io come ho fatto a stare ancora qui. E abbastanza centrata.
Ma ci sono.

Guardate. La mia tutina. Poi l’ho passata alla mia Cita.

Vero che sei felice?

Capire qualsiasi parola si dica, incassando colpi bassi, gioire di quelli più alti.
Ogni giorno scopro qualcosa di me. Che cosa metto al primo posto?
Lo stare bene il più possibile.
Ci posso provare. Ci posso anche riuscire. Per ciò che mi è concesso.
Ho già avuto un sacco di cose che di solito si sopportano in una vita intera. E sono solo a metà.
Ma questo è ciò che faccio.
Una lotta giornaliera.
Ogni vittoria da festeggiare con una birra ricercata.


È bello fare una sorpresa, ricevere qualcosa da qualcuno che apprezza ciò che sei.

E allora scarto una piccola scatola. Per me. Pensata per me.
Mentre vado a un pranzo trovo questo piccolo gioiello al mio posto.
La mia felicità è enorme, mi riempie e fa anche male tanto sia incontenibile dentro di me. Come avere un liquido che si estende e si espande andando addosso alle cose vitali.


Caspita. Che ho fatto per meritarmi tanto? Che ho fatto perché qualcuno si sia fermato pensando a come fare felice me?
Scarto, apro la scatolina. Tre animaletti in gomma mi guardano.
Ale… vero che sei felice?
Sì.

Ombra

E mi guardo. Mi piaccio ancora. Mi piace Ale.
Guardarsi dentro un muro, nella propria ombra e fare ancora più caso ai dettagli.
Qualche capello in ricrescita spara.
Mi riconosco in questo alone.
Sono io anche se non ho volto.
Ma so bene che mi siedo come allora, con la gamba sotto per sentirmi più alta. E sentirmi a mio agio.
Mi riconosco anche così.
Riconosco Ale. La vecchia Ale. E anche la nuova Ale.
Vedo così. In bianco e nero e, a volte, qualcosa in più. Ma è tutto un più. Dettagli. A volte superflui.
Ale è ciò che vede anche in quel muro.