Il giorno muore

Il giorno muore.
Ha piovuto.
Ho visto scendere acqua dal vetro come le dita di un bambino che si cerca di aggrappare.


Qui il mare non si vede.


L’acqua è solo fatta di gocce di pioggia o di condensa mentre cucino e ho la pentola sul fuoco.


Ho scritto molto in questi giorni.


Ho avuto qualche lacrima per te.
Ma è come se fossi schermata da qualcosa.
Forse col tempo il dolore mi rafforza davvero più che indebolirmi.
Come l’occhio che si abitua al buio, così io con tutta la mia vita. Questa è quella sorta di vetrata che ho addosso.

La indosso col migliore dei miei sorrisi.

Che tutto vada avanti bene, che riesca a risolvere ancora tutti i miei problemi brillantemente.
C’è qualcosa di speciale attorno a me. Una specie di alone come fosse una sorta di incantesimo.
C’è sempre qualcuno che mi accoglie. E c’è sempre un progetto che va a monte ma che corre parallelamente a cose che si sistemano.
A volte blocco le emozioni. Quelle che mi farebbero piangere dentro. Lo so, è sbagliato.
Ma impiego l’energia in altro modo.
E cammino. Tantissimo. Per pensare a tutto quello che, altrimenti, non riuscirei a gestire.


Mi fanno malissimo le gambe. Da troppo. A volte davvero mi è difficile fare finta che Lei non esista.
Come le lacrime sul vetro di un tram. Come me dentro senza il mio papà.

Cammeo

E ho messo il Cammeo.
Per sentirti addosso.
Oggi una di quelle giornate che non respiravo da quanto mi mancavi.
Ho buttato il naso verso l’aria, ho cercato di capire se uscisse del respiro.
Non pensavo di sopravvivere alla tua mancanza. Sopravvivo. Sì.
Ma prima era tutta un’altra cosa.
Sarà poi giusto sopravvivere e basta?
Alla Ale che non dirà mai più quella parola del 19 marzo.
Alla Ale che guarda le vetrine, si specchia e pensa… oh questa cosa lo farebbe felice. Ma poi ritorna nella realtà, quella vera che ti dice che le cose stanno in altro modo.
Alla Ale che ha perso persone ma ecco, con te non doveva andare così.
Alla Ale che in quei due giorni disperati si è presa cura di te. E ti ha baciato la fronte. E ti ha bagnato il viso con una lacrima, l’unica scesa mentre le altre erano diventate ghiaccio dentro la sua gola e il suo naso.
Alla Ale diventata grande quel giorno mentre cercava di accudire gli altri.
Alla Ale che ha bisogno ancora di te.

E rimetto via il Cammeo perché non voglio perderlo.

Maglia bianca

Quando capitano le cose più strane…

Possiedo solo due magliette bianche.
Oggi apro il cassetto e le vedo. Ne prendo una e la metto.
Nel pomeriggio mi accorgo che non sembra mia.
Troppo a girocollo. Troppo grande anche. Sembra quasi un vestitino.
Insomma. È una maglietta del mio papà; le metteva sempre sotto alle camicie.
Ma che ci fa nel cassetto del mio armadio?
Io non l’ho mai messa lì e non so nemmeno da che parte arrivi.
Eppure era lì ed è della marca che portava lui.
Pazzesco.
Come se ogni cosa mi dicesse Ohi Ale non dimenticarmi.
Eh no. Come potrei? Non avere di queste paure.
Quelle cose inspiegabili che nemmeno ho voglia di capire. Quelle cose che fanno piacere.
Sorprese le chiamo. E pure belle.

Oggi ti ho addosso.
Oggi ti ho portato con me.
Noi sullo sfondo del mio telefono e quando ti guardo mi viene da darti un bacio. Come quando vengo a dirti ciao nell’armadio.

Ciao papà. Avevi ragione tu: è un dolore che non si capisce fin quando non lo si prova. Si può immaginare? Forse. Ma quando è successo a Gigi non credevo potesse essere così forte e di impatto. Nemmeno credevo sarebbe mai potuto capitare.
Farò ogni cosa in mio possesso per non dimenticare nulla.
Scriverò di te. Cercherò di sognarti. Mi guarderò allo specchio un po’ di più.

Otto

Faccio due conti.
Otto mesi senza il mio papà sono quasi mille baci in meno.
Mille abbracci non ricevuti.
Un sacco di regali in meno, specialmente quelli del sabato.
Sono lacrime che non escono e quelle poche che sono uscite sono già finite.
Sono un sacco di parole in meno e quelle che ora dico sono dentro a un armadio. Per ragguagliarlo alla meglio.
Sono chissà quante risate in meno. O un sacco di volte in meno che non lo vedo esplodere sotto i baffi solo guardandomi e osservando la mia mimica gestuale e facciale.

Sembri il mio papà, diceva lui.
E io sembro il mio, dicevo io.
Due gocce d’acqua che mi rendono malinconica quando mi specchio.
Ma so che almeno mio fratello quando mi guarda lo può un po’ rivedere.
Eppure io quando lo guardo e lo osservo… anche io ritrovo il mio papà nei suoi gesti e nei suoi modi di fare.
E questa cosa mi rende felice.
Sapere che mio fratello abbia preso così tanto da quell’uomo che amavo sopra tutto mi rende gioiosa.

Rifaccio due conti.
Quanti ne mancheranno ancora.

Otto mesi. Non preoccuparti papà mio… sarai con me ogni giorno. E andrò io a trovare i tuoi genitori e lascerò un fiore anche per te.

Casso quanto ti ho amato e ti amo ancora.

Cuore

In questa giornata internazionale del cuore, vorrei scrivere due parole.

Stasera non ho tantissimo tempo per fermarmi ma, mentre il mio bello si fa carino, mi sembra giusto scrivere.
E sì, il tempo lo trovo.

Il cuore si è insinuato più volte nella nostra famiglia.

Questo post è per dire due parole.

Il mio papà è morto a causa di un infarto molto brutto.
Non poteva essere salvato.
Aveva il cuore forte e sano. Eppure…

Aveva il cuore buono. Era un uomo dolce e generoso.
Noi figli ci siamo sentiti sempre tanto amati. Colmati. E noi lo amavamo sopra tutto.
Io lo andavo a trovare, gli saltavo addosso, me lo abbracciavo e baciavo. Volevo sapesse e volevo sentisse tutto il mio amore per lui.
Lucio, ti voglio un bene dell’anima. Glielo dicevo e un pochino lo imbarazzavo. Non era tanto abituato a queste cose, era cresciuto solo. Con la mia mamma ha iniziato a sentire amore e affetto, quello vero e puro, il senso di casa e di famiglia. E ci stava bene. E gli era sempre mancato.
Il suo cuore era pieno di gesti verso noi e verso gli altri. Era sempre disponibile. Per tutti.
È ironico quasi che un uomo con un cuore tanto bello si sia trovato d’un tratto ad essere fregato proprio da esso.

Ecco questo è tutto.
Papà mio. Da quando non ci sei sento il cuore fragile. E sofferente.
Ti abbraccio, la tua piccola.

A chi pensa che non ho un cuore…

Ce l’ho. Ha solo sofferto parecchio.

Mangio, papà

Tiro fuori i pantaloni neri che usavo alle medie ed erano i miei preferiti.
Tutto torna si dice… son tornati anche loro.
Più che altro almeno mi vanno. Non cadono. Metto la cintura.
Prendo il coltello e faccio un buco.
Ho perso qualche chilo.
Oggi mi sono pesata vestita. La neurologa non sarà contenta. Due chili in meno vestita. Con le scarpe.
Eppure mangio. Sarà il periodo. O forse cammino troppo.
Ma camminare mi fa bene, alle gambe e alla mente. Ieri sono arrivata a 32.000 passi.

Il primo che si accorge sempre del mio peso è Mario il barista.
Ale, mangia un bombolone o sparisci.
Va bene, lo porto via: sono in ritardo.
Anche l’indiano che vende i fiori sull’angolo. Mangia Alessandra.
Si si. Mangerò.

La portinaia la incontro davanti al supermercato. Ti offro la colazione, mi sembri magrina. Ma no grazie, già fatta. Già fatte. Due.

Nonostante tutti i problemi del mondo, le persone pensano sempre e solo al cibo. Come il mio papà. Il cibo è l’unica cosa importante pare. E la trovo una cosa fantastica. Mi fa ridere.
Il mio papà si è sempre preoccupato che mangiassi abbastanza. Quando mi veniva a trovare mi riempiva di qualsiasi leccornia trovasse dal prestinaio.
Ora me le vado a comprare io.
Eh sì, mangio Papà.

Una per tutti

Perché non puoi tornare un pochino con me?
Solo per il bacio della buonanotte.
Solo per sentirmi chiamare per nome, per intero.
Solo per portarmi l’acqua o darmi diecimila lire per avere sempre qualcosa in tasca.
Solo per lamentarti delle mie continue uscite serali anche nei giorni di scuola.
Per venirmi a recuperare ai concerti e arrabbiarti perché andavo sempre ad infilarmi dietro il palco a conoscere i cantanti.
Ed io che uscivo felice… e tu che avevi gli occhi di fuori.


Chi ti ha dato quella maglietta? Che cosa hai fatto? Alessandra, hai bevuto?
Sì, sì e sì. La risposta era sempre sì.
Ma non sei contento che ti dico la verità?
Io certe cose non le voglio sapere.
Dille a tua madre.
Eh no, le dico anche a te. Ma se non le dico a voi a chi le dico?


Ma con quanti ragazzi esci? Ne devi scegliere uno. Esci sempre con uno diverso, non si fa.
Sono amici papà.
Amici… ma quali amici. Non mi fido dei tuoi amici. Infatti devi fidarti di me. Mi fido. Di te si, di loro no.


Brontoli sempre.
Lo vedo come ti guardano.
E meno male che mi guardano papà. Stai sereno.
No.


Quante liti che abbiamo fatto.
Per le uscite, per gli orari di rientro.
Per le vacanze, per i ragazzi sempre sbagliati e… quanto avevi ragione su ognuno di loro.
Troppo trucco, la gonna è corta, sei sempre in giro mezza biotta (dal milanese, nuda, n. d. r.).
Metti la giacca che fa freddo, copri la pancia.


E quanto mi facevi ridere.
E le mie urla che sentivano fino in portineria… tu non vuoi farmi vivere. Vuoi tarparmi le ali.
Si, intanto pensa a studiare, esci di casa e potrai fare quello che vuoi.

E poi hai iniziato a comprarmi biglietti aerei per andare lontano. Pure per seguire il mio cuore anche se sapevi bene che era sempre in direzione sbagliata.


Alla fine ci prendevi sempre su tutti.
E ognuno aveva un soprannome.
Fragolone, braccione, Bob Marley, il malà…
Ne avevi una per tutti.


E mi facevi ridere.

E oggi mi manchi e mi sento biotta senza te. Perché sai… Oggi ho bisogno di te. Ho davvero bisogno di te oggi.

Manchi

E allora ti parlo.

Non so chi ti abbia voluto portare via da me. So che sento tanto la necessità di averti.

Papà, ho tanto bisogno di te.

Tu che mi dicevi bambina mia… Non si lasciano le bambine così da sole nel mondo.

Vorrei fossi qui. Ora che mi sento scoperta. E ho freddo.

Te ne sei andato così. Inaspettatamente. Era un giorno freddo di febbraio. E io ho ancora tanto freddo.

Mica è giusto aver lasciato la tua piccola da sola.

Perché piango di soppiatto e di nascosto quando quella cosa dentro si fa sempre più grande.

Mi manchi. Ogni giorno che passa è qualcosa in più. Un dolore in più che provo.

Ti cerco ancora.

Prendo ancora il telefono per dirti le cose.

Il tuo numero è lì.

Passo dalle vetrine e penso è la cosa giusta per il mio papà.

E ora sono qui e le lacrime scorrono a fiumi perché tu tante cose non le avresti permesse. E mi saresti stato accanto. Ma certo. Tu eri il mio papà.

Vorrei tornare indietro e darti ancora tanti baci e stare tra le tue mani molto di più.

Mi manchi papà. Mica credevo di poter soffrire così tanto.

Avanti Ale

Si possono buttare giù davvero i muri?
È che dopo un po’ si ha come l’impressione che ci voglia troppo impegno aggiuntivo e si perde la lucidità. Forse anche un poco la voglia.
Ti ritrovi forse a non sapere più che fare, cosa dire, come procedere.
Come se fosse troppo anche per me che di forza ne ho sempre avuta.
Che ne ho. Ma ho anche le mie cose e i miei problemi che, a volte, diventano così grandi che sembra mi vogliano schiacciare.
Posso andare piano. Ma non va comunque nella direzione giusta. Questa è l’impressione.
Il fatto è che a volte mi sembra di non essere più io.
E non voglio sia così.
Trovarsi a modellare sé stessi per potersi avvicinare.
Sembra tutto insormontabile.
Forse inutile come andare dentro a una strada cieca. Come me che quasi cieca lo sono per davvero.
Ma sto in piedi. Guardo. Cammino. Ribilancio l’equilibrio, quello perduto, ogni volta , ad ogni intoppo nuovo.
Mi manca quell’uomo al quale chiedere un consiglio, come fare, che cosa è meglio.
Ma mi fermo e penso.
E farò da me.
Avanti Ale.

Per te, papà.

Mancanze surreali

Oggi mancanza atroce.
Saranno le cose che facevamo insieme…
il sabato trascorso senza il nostro pranzo insieme.
Le partenze e gli arrivi senza.
Le risonanze senza nessuno fuori.
I problemi non condivisi.
Le gioie men che meno.
Io ci parlo. Là davanti all’armadio.
Ma non è la stessa cosa.
Gli odori delle pelli, del bucato e del deodorante.
Mancano voci.
Annaspo.
Ma continuo.
Ma le gioie? Le vittorie?
Quelle sono peggio delle sconfitte.
Girasoli regalati.
Mancanze surreali.
Felicità che chissà dove si vedranno.
Son qui. Ma a volte senza senso.
A volte sì.
Amore regalato come un dono trovato per caso. Sì, perché in quell’armadio sembra quasi succeda di tutto.
Mancanze.

Non sono stata io

Non sono stata io.
Frase perfetta per ogni casino combinato.


La casa appena imbiancata di fino. Una carta da parati appena messa.
Dei chiodi sul tavolo per rimettere i quadri.
Lo scintillio negli occhi di una bimba.
Ale prende il martello e inizia a mettere chiodi a caso.
Una mamma che controlla se ci sono mosche sul muro. Un secondo. Un urlo Alessandra aaaa. Una bimba che corre e si chiude in bagno.
Che cosa hai fatto Ale.
Non sono stata io.
Ale.
Scusa mamma, non ho resistito. Mi piace il martello.


Un vaso in dote spaccato ma rimesso al suo posto. Un pallone da basket nascosto.
Alessandra aaaa.
Non sono stata io.
Sai che cosa significava quel vaso?
Scusa mamma, ho visto il pallone e non ho resistito. Ho fatto finta fosse un canestro.


Una povera mamma che urlava ogni secondo. Bimbi assassini che se ne fregavano abbastanza.
Ma dopo ogni casino combinato, un bacio inaspettato aggiustava tutto.
Forse non i vasi. Ma le persone… ecco, quelle sì.

Io sarei l’orsetto in giallo.

Valigia di quaderni

Sto bene davvero. Cammino tantissimo  il che va tanto bene per le mie gambe.
Vedo qualcosa in più che sembra quasi un miracolo.
Ho comprato letteralmente mezza valigia di quaderni. Mi piacciono da impazzire. Mi piace l’odore e li scelgo con cura.
Poi ho trovato un negozio che vendeva solo carta da lettera… e io… ne vado proprio matta.

Mi è arrivata da Google stamattina un ricordo del mio papà di un anno fa. Un subbuglio interno.
Io credo sarebbe fiero di me e del mio percorso. Sarebbe orgoglioso del mio inglese e direbbe… vedi… meno male che ti abbiamo fatto studiare.
Sì, sarebbe fiero della sua bimba.
Io ci parlo. Sì.
Non credo esistano paradisi e affini.
Ma lo immagino accanto a me, come fosse dietro nel mio zaino.
Ogni tanto devo essere onesta… mi viene giù qualche lacrima. Se poi penso che non me lo abbraccerò mai più vado proprio in panico. Avevo tanto bisogno della sua dolcezza. Colmava mancanze ingestibili. Colmava il mio cuore. Mi rendeva serena. E  mi sentivo amata tanto.

Il senso della vita

Parti così e sei felice.

Torni così e sei felice lo stesso.

Perché speranze ce ne sono sempre. Bisogna raschiare nel proprio barile di casini.

Perché poi vedi certe cose e la vita ritrova un senso speciale.

Qualcosa ti fa stare così tanto bene che finalmente il bello ritorna dentro te.

Stai tranquillo papà

Quando gli amici partivano per il militare.


Ed era appena partito quando lo conobbi.
Tornava rasato di fino. Sembrava un pulcino.
Mi portava di tutto.
Un giorno tirò fuori uno zaino dal bagagliaio che gli costò dei giorni di punizione.
Me lo portò e ce l’ho ancora.
E mi chiamava dalla cabina fin quando non finiva l’ultimo gettone e dovevamo salutarci. Mi chiamava a casa, ricordo la sua frase per chiedere di me.

Quando era in licenza passavamo le giornate in macchina ad indovinare le canzoni alla radio, abbassava il volume e cambiava stazione in continuazione.

Poi arrivava il momento di accompagnarlo e dei saluti. Il suo ultimo abbraccio era per me, rimanevo con gli occhi lucidi fin quando la macchina spariva verso l’autostrada. O il treno all’uscita della tettoia.

Ma tornava. Eccome se tornava. Tornava spesso. E sempre con qualcosa.

Era un filo quello che ci teneva legati.
Passare il tempo con lui era bello. Non dimentico quei momenti.

Stavamo in auto e parlavamo tantissimo. Guardavamo gli altri amici giù e ridevamo di loro. Persino di quello che all’epoca era uno con cui uscivo. Ogni tanto faceva capolino scocciato perché stavo a parlare con un altro. Ma stavamo bene. Il mio cuore sobbalzava ed era quieto con lui accanto. Eravamo amici. E diventammo molto di più in un tempo piccolo. Eravamo legati, così tanto da avere una nuova persona tra le mie di estrema fiducia.

Ci sono momenti che si ricordano per sempre. Ci sono momenti che rimangono. Sensazioni e profumi che ti legano a vita a qualcosa che, ogni tanto, salta fuori così, casualmente.

È così che l’ho pensato. Siamo ancora legati. A doppia mandata.

Passando per caso da un negozio, ho visto un paio di pantaloni militari. Erano uguali a quelli dell’epoca.
Sono entrata. Il prezzo mi ha fatta un po’ rimanere. Come fanno a costare tre euro dei pantaloni nuovi?
Perché sono gli ultimi rimasti, ultima taglia e vestono poco.
Mmmm… a occhio e croce mi vanno.
Provali. No, no, non provo mai nulla. Immagino e capisco se mi possono stare.
Li ho presi. Ancora sconvolta per il prezzo, vado a casa e sono perfetti.

Sono io, sono quella che metteva i suoi circa venticinque anni fa. No, di più.

E allora l’ho pensato. Ora, per forza di cose, abbiamo due vite separate ma che, ogni tanto, si scontrano ancora. E ci siamo sempre, l’una per l’altra come allora anche se l’entità dei problemi si è un po’ gonfiata. All’epoca l’unico che avevamo era vedere se prendeva l’autoradio a frontalino in macchina.

E il mio papà che era preoccupato. Ma perché Alessandra ha solo amici maschi? chiedeva terrorizzato alla mamma. Perché le cose vanno come vanno. L’hai tirata su come un maschio. Ed è carina e le si avvicinano. Diamole fiducia. Non mi fido degli altri. Farai bene a farlo o ne uscirai pazzo.

Alessandra, devi uscire? A che ora torni? Con chi esci? Non lo conosco.
Crescevo.
Sono cresciuta. Stai tranquillo papà.

Qui

Va beh.
Passerà mi dico.
Non posso dannarmi per sempre.
Passerà anche questa, come tutto il resto. Passerà. Colpe le ho anche, come sempre. Ma stavolta non posso prendermela con me. E non posso costringere nessuno a volermi bene.

Cammino. Vedo il nome del mio papà. Fotografo.

Su quel molo lo saluto.

Ciao papà. Che poi… nemmeno ti chiamavo così. Ti ho sempre chiamato per nome.

Venivi al venerdì sera dopo lavoro. Ti aspettavamo iper eccitati. Te ne andavi il lunedì mattina presto. Ci lasciavi un biglietto sul tavolo con la mancetta.

Li ho ancora i tuoi biglietti. Ne ho uno che ho sempre tenuto nel portafogli. Nella Carta d’identità. Per questo non ho mai voluto quella elettronica, per poterci tenere dentro il tuo biglietto, uno degli ultimi. Firmato Babus.

Quanto sapevi essere dolce. Come una mamma. Protettivo anche troppo. Ma tanto dolce che ti si inumidivano gli occhi. E avevi quegli occhi belli. Tristi e malinconici ma tanto belli. Ci hai sempre colmato d’amore. Ce lo hai sempre dimostrato.

Qui ho ricordi felici. Qui ti penso e sei felice. Quanto ho fatto bene a passare giorni proprio nel posto dove siamo stati tanto bene tutti insieme.

Questa vacanza mi sta riempiendo di me. Mi sta coprendo come quando venivi a tirarci su le lenzuola e ci davi il bacio della buonanotte. E mica solo da piccoli… lo hai fatto finché siamo stati lì.

Quella barba cresciuta durante la giornata ha sempre pizzicato le mie gote. Quando ero più piccola e mi riempivi di baci diventavo come un tedesco sotto al sole senza crema.

Sai. Sono stata una bimba amata sempre. E fortunata. Persino la ragazza Ale. E persino la donna Ale, quella che ha sempre cercato di proteggere te e che ti ha sempre risparmiato tante verità.

La tua bimba però lo sarò per sempre. Certo non dirò mai più la parola papà ma tu sei quello che mi ha amata sopra tutto anche quando non lo meritavo tanto.

Sai, sono felice qui. Sono tanto felice. E ti porto sempre nel mio cuore. Nessuno poteva regalarmi un papà migliore di te. Nessuno mi amerà mai quanto te.

Mi manca dire papà. Mi manca parlare col mio papà e stringermelo e abbracciarmelo e baciarmelo.

Passato e presente.

Perché la vita continua.
Accanto a un uomo che muore la vita scorre. La gente è felice, beve e ascolta un ragazzo che canta.
La vita va così. Accanto a persone che piangono ci sono persone felici.

Da che parte sto io oggi?

Guardo un uomo che muore e ascolto un ragazzo che canta nel pieno della sua vita.

Sono venuta qui per rivivere il mio passato, quello di me felice. Tanto felice. Una bambina felice. E non per fossilizzarmi su quello ma per potere andare oltre. Il passato lo guardo attenta. Il futuro non lo vedo, forse se avessi un figlio lo vedrei di più. Vedo il presente però. E me lo vivo.

Perché, nonostante la mia vita sia sempre stata un casino e costellata di problemi e di drammi, io sono stata una bambina felice. Dentro di me sto ritrovando quella bambina piena di gioia. L’avevo perduta. Non sarà un percorso facile. Sarà lungo ma sto ritrovando quella bambina.

Ho iniziato e finito un libro oggi. Non so se sia stato casuale ma mi ha ricordato la mia bimbetta interiore. Quella che prendevano in giro perché aveva un occhio strabico e che, poi, quell’occhio  e quello sguardo sono Stati quelli che mi hanno regalato più gioie in assoluto. Hanno fatto girare tante teste e tanti si sono soffermati anche per altro.

La bimbetta è una donna che ne combina di tutti i colori. È brillante e divertente e in tanti amano la sua compagnia. Ha cercato di esser cosa buona. Non sempre le è riuscito. Sente le persone. Troppo. Ha cercato di fare del bene. Ma ha fatto anche parecchio male anche non dipendentemente dalla sua volontà.

Ma la vita è fatta così. È come esser dalla parte di chi muore mentre un ragazzo canta.

Quando era morto il mio papà ricordo di essermi ritrovata da sola seduta a un parchetto perché volevo stare un attimo solo con me stessa.
Dietro di me un ragazzo diceva
mi ha scritto dicendo mi manca l’odore della tua pelle… che palle le ho risposto sono venti giorni che non mi lavo.
Mi ha anche fatta ridere. Quanto siamo diverse dai maschi.
Bello anche così. È la vita. Faccia schifo o meno… è la vita.

E la mia… No, non fa schifo. È particolare. La vedo in modo speciale. E mi manca tanto un amico speciale. Ma anche questa è la vita.

Ehi.

vedo una cosa e dico è giusta per lui… la prendo… poi mi viene da lasciarla giù. ma che fai Ale…ehi Ale. Non puoi.
e se poi non la vuole..
e che te ne fai..
la aggiungi nel sacchetto…
si farò così.
la metto nel sacchetto. si sa mai.
eppure è mio amico.
eppure…
che strano non sentirlo e non sapere.
mi sento anche male.

Va bene senti… usciamo a mangiare bene e stiamo fuori a bere fino all’alba…. Fammi bene fammi bere fammi ridere.
ho bisogno di non pensare.
devo stare bene. io devo stare bene. e qui sto bene.
i tempi si accorciano.
devo andare in ospedale l’occhio peggiora a vista… sembra un ossimoro.
quanto sto bene.
il molo.
saluto il mio papà.
quanto stava bene qui.
lo vedo nella sua camicia gialla mentre cammina davanti a me.
papà… cazzo papà…
vado a bere, vado a vivere.
vivo.

Ma quanti lividi sulla pelle. E una morsicata di animale non specificato sull’occhio destro, quello sano🤦‍♀️

Il dolore

Arriva il momento di dare parola al dolore.
Quando non è condiviso diventa ancora più forte. Quasi ingestibile.

Lo tutelo. Non lo posso nascondere.

Si potrebbe anche andare oltre.
Decido di fermarmi. Anche se non è da me.
Lo uso come modo di venire condotta a un’attenzione maggiore verso la vita.

Sono viva.

Ciò che sto provando non passerà così, da solo.

Le esperienze ci plasmano e ci trasformano anche inconsciamente.

Questo dolore enorme che provo mi desta. Mi fa svegliare. Come quando ti danno un pizzicotto sulla faccia mentre sei assorto.

La cosa da fare ora è tenere lo sguardo aperto verso ciò che accade.
Cambio direzione.

Non riesco a non farmi toccare. Non riesco a distaccarmi. Non riesco a farmi anestetizzare. Ciò che provo lo provo e lo sento. Lo sento dentro e lo sento sulla pelle.

Mi prenderò cura di questo dolore che provo. E mi prenderò cura di me. Continuerò a chiedere un aiuto, uno stop momentaneo per farmi ascoltare.
Continuerò a fare domande anche quando non mi verrà data risposta.
E risponderò a chi vorrà fermarsi perché ne varrà la pena.

Perdere un riferimento è destabilizzante. La mancanza degli affetti può distruggere. Si chiede aiuto, a volte in modo vano. So che ci sono stata per chi mi ha chiesto di fermarmi e sempre sarà così.
Chiederò anche io.
E lo chiederò anche alla me di adesso e alla me di mesi fa.

Mi farò prendere la mano.
Darò la mia.

Buon compleanno PAPÀ

Userò tutta la dolcezza che ho nel cuore.


Oggi sarebbe stato il tuo giorno.
Oggi è un giorno speciale.
È il tuo compleanno.
Auguri al mio papà.

Avremmo dovuto festeggiarlo alla grande. Dopo tutto questo periodo strano ce lo eravamo ripromessi.

Lo festeggio io per te.

Nessuno potrà mai amarti quanto me, dicevi.
È vero, sai?

Non si può essere amati più di quanto possa il proprio papà. Solo un papà ti mette davanti, e sempre, a qualsiasi cosa.

E il tempo passava e io mi allontanavo sempre un pochino di più per la mia sete di libertà.
E mi guardavi mentre uscivo la sera…
Mi sembra che hai esagerato col trucco, la gonna non ti sembra troppo corta? Se ti offrono da bere Non accettare, chissà che cosa ti mettono dentro al bicchiere. Non è che non mi fido di te, sono gli altri che mi preoccupano.

Eh sì. Più crescevo e più mi guardavi da lontano.

Andavo e venivo ma per il tuo giorno ero sempre qui, per te.  Perché ci tenevo. E so che per te era importante.

Oggi festeggio. Te lo meriti. Te lo sei sempre meritato.

Mi hai dato più di quanto potessi chiedere.
Mi hai donato e ricoperta di amore illimitato, di beni materiali, di tutto. Mi hai fatta studiare, mi hai insegnato ad essere indipendente anche se so bene quanto ti fosse costato. Eppure tornavo tra le tue braccia e col viso tra le tue mani. Sempre.

Ho un castello enorme di ricordi con te. Cose fatte, posti visti, luoghi scovati e litigate epocali. Questo rende più dolce il mio dolore.
Sai, si sa che arriva quel momento. Si sa che prima o poi siamo costretti a dire ciao. Ma non credevo così presto e, sinceramente, non credevo sarebbe capitato davvero.

Sono grande. Ero piccola dentro e un poco infantile ma la testa era grande anche allora.

Oggi ti festeggio. Oggi mi manchi. Oggi vorrei addormentarmi e sapere che, se avrò bisogno, verrai tu a portarmi un bicchiere d’acqua. Sì, come quando ero piccola e gridavo di notte Papà, ho sete.

Te ne sei andato sapendomi felice, sapendoci felici. E pieni. E soddisfatti. Credo non ci sia regalo più bello che potevamo farti. Per te.

Mi hai regalato un fratello meraviglioso. E più lo guardo e più rivedo te. Sì, è maturo e un grande lavoratore. Siamo due persone talmente tanto diverse che la cosa ti lasciava sempre basito. Come si può essere tanto differenti nonostante si è nati e cresciuti nella stessa famiglia? Eh ma le fondamenta sono le stesse. E sì, questo lo sapevi bene. Ed eri tanto fiero di entrambi.

Buon compleanno Lucio. Buon compleanno a quell’uomo eccezionale che era il mio papà. Che è e sarà il mio papà sempre.

Scorro

E, per il momento, decido di rimanere senza meta.
Vago.
Rispondo ai messaggi.
Leggo le mail, finalmente e dopo tanto.
Sono rimasta indietro. Mi capita spesso, ultimamente.

Vago. Senza cercare nulla.
Fluttuo.
Il caldo e il sole rovinano la mia pelle. Non riesco nemmeno più a contare le macchie nuove.
Iniziano a ricomparire le lentiggini, nonostante la crema a 50 di copertura che metto anche in città.

Come se poco avesse ancora importanza vitale. Ascolto il mio respiro. A volte è strano, a volte è come si bloccasse nel momento del sonno. Salto in piedi e lo faccio tornare.

Rispondo a un ciao di qualcuno che nemmeno conosco. Ma il sorriso era così bello che mi ha lasciato qualcosa di meraviglioso dentro.

Riempio la mia parte che dorme ancora.

Condivido del vino bianco fresco e millesimato e del cibo parlando di quanto era bello anche solo un anno fa.

Ricordiamo vecchie cose e momenti rimasti in così tante foto che il telefono non aveva più memoria. Ma che bello era. Come ci siamo divertiti. Ogni giorno sceglievamo dove andare a mangiare. Un’ora di scampo, un’ora preziosa.

Troveremo altri posti ancora. Troveremo le nostre mete.

Eppure ne ho fatte di cose, eppure ho stravolto la mia vita.
Eppure ora va… scorre.

Scorro anche io.

Ombra sul muro

Il momento nel quale esco.
Nessuna ombra può seguirmi, nemmeno la mia.
Cammino alle spalle del sole, la schiena è calda.
Sono alti i muri ma ho imparato a guardarli dal basso. Apprezzo altezze, apprezzo il sentirmi piccola. Più si alzano le cose e più mi faccio tascabile.
E poi mi prendi, mi curi, mi saluti.

Le mie ossa fragili, la mia pelle così bianca da rimanere bruciata anche in città.
Le zanzare che mi pungono le gambe e mi lasciano segni che sembrano indelebili.
Ma poi, col tempo, se ne vanno anche loro.

Tu non vai.
Ti ho sognato.
Eri bello.

Io che avevo paura di non vederti più. Sei comparso, ehi ciao sono qui, mi dici.

La mancanza che stritola forte il cuore, come uno straccio che va strizzato per non far cadere l’acqua in eccesso.

Sono piena di lacrime interiori. Ci provo a torcermi ma non se ne vanno.
Rimango impregnata dentro.

Mi scaldo. Il sole mi abbraccia. Mi faccio tenere, mi faccio circondare.

Manchi, sai?

Mi giro di continuo, faccio cose senza senso.

Rido ancora, sai?

Ma non mi sento spensierata, non più.

Continuo. Il dolore per te è qualcosa che avrò per sempre. Mi sento un’ombra, piccola. Mi vedo sul muro e mi ritrovo grande. In un battito di ciglia sono io di nuovo.

Io e il mio papà

Ti prenderei la faccia tra le mie mani infantili.
Ti direi non avere paura.
Proteggere chi è diventato grande, così tanto da diventare fragile.
Vorrei ancora riempire le labbra e baciarti la faccia col sottofondo della barba che, di sera, iniziava a pungere.
Da piccola ti guardavo mentre la facevi, alzando il mento e dicendo state attenti se no il papà si taglia.
La pelle profumata di buono. Ti vedo mentre stendi il dopobarba picchiettando sulle gote e sugli zigomi che confondevo coi miei.

Ti vedo davanti alle specchio del corridoio mentre ti fai il nodo alla cravatta, al collo di una camicia stirata in modo perfetto.

Ti vedo mentre scegli i vestiti accuratamente e l’orologio giusto, sul tuo polso piccolo come i nostri.

Sai, Daniele ti assomiglia tanto. È un uomo. È un grande lavoratore come te. È onesto e serio.
Anche io ti somiglio nella faccia. Rivedo te, il mio papà.

La tua risata interrogativa sulle cose che raccontavo a macchinetta.

Il tuo affetto nei gesti e nel voler sempre esserci.

Le litigate per gli orari assurdi da rispettare. Ma come faccio a tornare a casa alle undici e un quarto se esco alle dieci?

Il tuo aspettarmi con la lucina accesa. E rientravo e sentivo clic. Buio.

I tuoi regali quando tornavi dai viaggi distrutto. Avevi sempre la forza di aprire la valigia e noi tre lì attorno ad aspettare che tirassi fuori le cose per noi.

Darei dieci anni della mia vita per avere indietro ancora cinque minuti di quei momenti. Magari quelli della domenica tutti insieme,  il pranzo in sala con la tovaglia che sapeva di bucato e le paste sul vassoio posizionate in modo ordinato. E tu in mezzo a noi per dividere i litigi e le botte che ci davamo per un nonnulla.

Nulla più è perfetto senza te. Nessuna festa sarà più all’apice della gioia. E sai. Ieri è stata una giornata triste e tu sai quanto amassi il mio giorno. Sì, ho festeggiato e lo farò ancora. Ma io rivoglio indietro te che sei il mio papà.

Costola di Ape

Servivano solo alcuni scatoloni per potere giocare e per costruirsi una casa.
E così… ebbi una lavatrice con l’oblò tagliato alla perfezione con un taglierino.
I pulsanti col pennarello nero.
Giocavamo a fare i grandi e a fare il bucato.
Raccoglievamo da terra i nostri vestiti e poi via, tutto in lavatrice. Per un po’.
Bastava davvero poco per esaltarci.

Il resto arrivò per Natale.
Un forno di legno e un lavabo che sarebbe dovuto funzionare per davvero. Ma ecco che qui arrivò mio fratello l’inventore che, nei panni di un idraulico, smontò tutto e ricompose. Il rubinetto non andò mai più.

Ci costruimmo anche la televisione senza tubo catodico.
Cambiavamo anche canale. Io ero al quiz, mio fratello al telegiornale.

Bastava davvero un non nulla.
Non che adesso mi ci voglia di più per divertirmi. Mi occorre ancora tanto poco. E ieri… caspita non ridevo così tanto da un secolo. Forse è stata la prima volta dopo la morte del mio papà.
Sapete quando sembra di aver fatto un centinaio di addominali?
Mi faceva male tutto, per un attimo ho anche creduto mi si fosse rotta una costola.

Riempivi la mia vita

Sono arrivati.
Sono negativi.
Non ho quella forma di sclerosi, quella che mi avrebbe fatto ancora più male.

Papà, te lo dico.
Nemmeno sai che ero andata a farli.
Nemmeno sai che ho aspettato quasi un mese.

Ieri mi ha scritto il medico.
Buona notizia, no?

Mah, si, certo.

Non riesco ad essere così felice.
Non so. Forse lo so.

Sai… non lo dovrei dire… ma che me ne può interessare se non sarò con te a brindare?

Ho tasse altissime da pagare… non mi interessa nemmeno questo.

Non è che sono diventata apatica. È che adesso è tutto senza te e non sono più queste le cose che mi interessano.

La neurologa è di sicuro più felice di me di questa notizia.

Fra poco compio gli anni.
Io che festeggiavo per una settimana intera mentre mi dicevi basito Ma come fai ad essere così piena di vita?

Non avrò i tuoi auguri alle sette del mattino mentre mi ricordavi che scricciolo che ero.
Non avrò il tuo regalo personale, scelto per me.
Che bello farti i regali Ale… sei sempre così felice.
E il nostro pranzo fuori? Con la bottiglia migliore  da finirci io e te.

E le tue mani che si riempivano della mia faccia. Io che mi buttavo addosso e tu che mi tenevi stretta.

Il mio papà riempiva la mia vita.

Soffio

Riprendo in mano quel pezzo di vita che mi era stato tolto.
Mi ripulisco. Mi disinfetto con l’alcool che brucia su una ferita. Soffio. Soffio forte. Il bruciore si quieta.

Lo facevamo da bambini.
Acqua ossigenata che faceva la schiuma e il rumore in sottofondo come un bicchiere di Coca Cola versata veloce.

Stavamo a guardare. Soffia, soffia diceva la mamma mentre anche la sua bocca faceva aria per calmare quella sensazione.

Le croste si creavano da sole, il giorno dopo. Lasciale, non levartele o ti rimarranno i segni. Per questo ho stampe indelebili sulla pelle bianca e trasparente.
Marchi impressi accanto al colore scuro delle vene sotto.

Soffiare sulle candeline mentre qualcuno, dietro, non resiste e lo fa per te.
E allora? Sarà mica che devo condividere il mio desiderio? O regalarlo?

Io lo esprimo. La festa è mia e ne ho diritto io.
Chiudo gli occhi.

Due bimbetti si fanno dispetti.
Gli adulti riaccendono di continuo quelle candele. Una mano sulla bocca per il tempo dello spegnimento.

No, non regalo nulla, il desiderio è tutto mio. Il tempo che mi è stato tolto in modo arbitrario non lo recupero più. Quel patto è finito. Scatto veloce, non lascio vantaggio alcuno.

E se l’Inter vince lo scudetto ti porto con me sotto la curva Nord.

Non conviene morire

Sono giunta alla conclusione che morire non conviene proprio.
Solo problemi burocratici che continuano, incessanti, a ricordarti che devi provare dolore su dolore.

Chiudere un conto.
Chiudere.
Tagliare cordoni che ti mettono davanti alla paura che, farlo, è come dimenticare.
Ma no, non si dimentica.
Ma la paura è quella.

Avvisare la compagnia telefonica per chiudere quella linea che ti è stata accanto per anni nelle prime posizioni della tua lista. Forse la prima.

E se poi qualcuno lo chiama? E se poi qualcun altro avrà il suo numero?

Smarrimento. Paura. Desolazione. Uno prova a trovare sempre un lato comico di ogni vicenda, ma, qui, proprio non lo vedo.  Eppure bisogna trovarlo. Qualcosa che faccia sorridere per non affogare o annaspare completamente.

Ho sempre buttato tutto sul ridere per restare a galla. Mi viene difficile oggi come oggi.

Trovare il lato positivo mi aiuta sempre. Oppure fare dell’ironia. Ma qui non ce la faccio.

Per questo è tutto difficile. Per questo vorrei fossero già passati anni luce anche se, ciò che è accaduto, è ancora tanto vivido in me nella sua più totale tragedia.

Troverò il modo per tenere la testa all’aria aperta senza affogare.

Serena

La vita cambia. Anche nel giro di mezzo secondo. Volenti o nolenti.
Cambia tutto il proprio corso, cambia la nostra visione, l’importanza che diamo al tempo.

Sì, me lo sono goduto e sa bene quanto l’ho amato. E so bene quanto lo abbia fatto lui. Saper le cose e dirsele sempre.

Impotenza.

Avere il papà è bello perché ti senti protetto. Puoi fare qualsiasi cosa che sarà sempre dalla tua parte. Puoi litigarci e amarlo comunque .
Sai dove tornare sempre. Sai a chi chiedere anche da persona adulta e indipendente. Sai sempre che c’è.
Lo vedi nell’intimità che crea con la donna che ha scelto per la vita. Lo vedi mentre ci scherza e la chiama col suo nome e con quello che le dà.
Lo vedi da lontano nel suo rapporto nel quale tu vorresti sempre dire la tua ma non puoi. E non devi. Vorresti metterti nei loro momenti più belli ma in quelli non puoi starci perché sono i loro. Allora li vedi felice da lontano e ringrazi per l’esempio e per poterti vivere quel rapporto completo in silenzio. Impari dal loro modo di sostenersi nel bello e nel brutto. Di esserci sempre l’uno per l’altra e dove non esiste mio, tuo, io, tu. Esiste nostro ed esiste noi.

Li sapevo felici e sereni. Li sapevo in un rapporto completo dove tutto era a disposizione di tutti. Tutti davano e tutti prendevano. Non c’era chi dava di più o di meno. Chi poteva dava a suo modo. Soldi, sentimenti, emozioni, amore. Cose materiali. E non. Ho assorbito questo da quando ero molto piccola. Non c’era bisogno di imparare le cose se avevi l’esempio.
L’amore verso l’altro non si può insegnare. Ma si assorbe un giorno dietro l’altro. I figli sanno bene. Vedono, assorbono. Magari non parlano perché ciò che vedono sembra loro normale. Anche se sei piccolo capisci quanto si amino i tuoi genitori e in che modo lo fanno. Le famiglie perfette non esistono e la mia mai lo è stata. Ma era una casa colma e strabordante di amore.

E allora grazie. Sì, così è ancora più dura senza te ma che altro potevi darmi? Mi hai dato tutto. E sono serena.

Polpette

Ho imparato a fare le polpette esattamente come piacevano a te.
Niente aglio e tanto prezzemolo.
Le faccio ancora così. Non cambio nulla.
Perché quando te le portavo ti si illuminavano gli occhi. E allora le lascio così. E sono buone da non capirci più nulla.

Capita di uscire a mangiare in qualche posto speciale, mangiare così bene che pensi Caspita, se morissi adesso morirei felice.

Apprezzare il cibo e il buon vino l’ho imparato da te.
E anche di ringraziare chi ti prepara qualcosa di buono. Farlo sapere, perché è giusto così.
Cercare il cuoco e dirgli Grazie ho mangiato benissimo.

A chi non fa piacere ricevere un complimento? O sentirsi dire Grazie?

Avevi il cuore buono. Resistevi nella tua raffinatezza.

Dico sempre Grazie perché me lo hai insegnato. E so quanto possa fare piacere.

Quando lo dicono a me è qualcosa che riempie. Fare qualcosa per qualcuno fa stare bene.

Friggevi tu le polpette nei giorni di festa. Chiudevate la porta della cucina e tutte le altre per non lasciare odore. Vi sento ancora sbraitare perché in cucina non c’era posto per due cuochi.
Che ridere.
E io che passavo per caso e ne mettevo in tasca un paio senza essere vista mentre erano sullo Scottex a raffreddare.

A chi racconto le mie cose

Andare, partire.
Prendere un treno per andare a trovare qualcuno.
Lo zaino pieno di cose.
Un regalo, qualcosa che hai preso pensando a qualcuno.

E poi venire aspettati al binario mentre cerchi con gli occhi dal finestrino.
Lo sai che ti abbraccerà ed è quello di cui più hai bisogno.

Un senso di vuoto profondo che si riaffaccia. Quell’uomo che hai amato che ti manca da morire. Quell’uomo che è stato il primo che hai conosciuto. Si è sempre preso cura di te. E che cercavi con le tue manine.

Un dolore dolce. Un dolore che ti riporta a ritrovarlo e a cercarlo.

Infame, a volte, la vita.

Io che vado incontro al bello e tu che nemmeno lo saprai.

A chi racconto le mie cose?

Mi manchi sempre. Mi manchi di più quando sto bene e faccio cose perché, poi, non te le posso raccontare.

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