Intermittenza

Gli ultimi eventi della mia vita sono Stati piuttosto pesanti.

Ci ho riprovato.

Devo davvero prendermi una pausa. Non so quanto durerà. Un po’ sicuro.

L’ultimo lutto mi ha davvero messa ko. Devo recuperare, lo spettro del tunnel nero mi fa paura e devo prendermi cura di me.

Sì. Ho un po’ paura e mi sento fragile. Non riuscirei a dare ciò che vorrei. Già non sono riuscita a stare accanto a chi ho voluto bene. Già ho perso persone fondamentali. Non solo portate via dalla morte.

Ogni tanto tornerò a leggervi. E so che starete dalla mia. Devo davvero rimettermi in pista. Mi sento devastata. Devo ricostruire la parte bella che ho perduto.

Vi penso. E ringrazio per tutto. Spero che siate tutti con me.

A presto, spero.

Ape intermittente.

Caro Sindaco. Tanto non risponde mai.

Capodanno a Milano e violenza sulle ragazze.


Subire una violenza.
Sentire mani di altri che non conosci su di te.
O anche mani che conosci, sì perché, a volte, sono anche mani che conosci. Anche bene.
Sentirsi sporchi, violati, sentirsi in mani che proprio non hai deciso di avere addosso.

Sentire per la prima volta le mani addosso di un uomo su un autobus. E, spesso, non avere coraggio di reagire, semplicemente perché ancora non sei abituato. E sei ancora tanto piccolo. Sì, perché poi può diventare ovvio e scontato venire palpeggiate sui mezzi. Non è giusto ma è così. Ci si abitua e si impara a difendersi. E no. Non è una cosa normale abituarsi a tutto ciò.

Ricordo bene la prima volta che mi è accaduto. E ricordo le successive. Ricordo lo schifo e ricordo gli odori che avevo attorno. Ricordo ogni singola volta che ho sentito addosso mani che non volevo assolutamente. Ricordo la rabbia verso di me quando non sono stata in grado di reagire. Non sempre.

No. Non si può capire se non l’hai subito. Sono cose che ti porti dentro. Sono facce che ti restano nella mente ben stampate più dei vecchi amori.

Sconosciuti o conosciuti. Arrivi a provare dei sentimenti di rabbia talmente tanto forti che vorresti armarti di qualcosa e andare a fare tanto male.

No. Non sono cose che passano. Mai. Certo, riesci ad acuire l’allerta, raddrizzi le antenne e magari riesci a evitare certe situazioni. Solo perché aprì bene gli occhi, anche quelli dietro.

Sì, questa è Milano, caro Sindaco. Certo, non solo Milano. Ma Lei, caro Sindaco, no, non puó proprio capire che cosa si possa provare a meno che qualcuno non abbia approfittato di Lei. È stato mai sfiorato, toccato, violato? Sa che cosa si possa provare? Se così non fosse, allora le Sue sono soltanto parole al vento. E tali resteranno.

Ah. Già. Lei non risponde mai.

Che sia un anno pieno di meraviglia

Nonostante tutto….

Si ricomincia.

Anno nuovo. Intenzioni bellissime.

Un viaggio che segna il nuovo anno e un nuovo inizio.

Perché sì, si può ricominciare se si ha voglia di farlo e se si è pieni di positività.

Accantonare le cose brutte. Avere voglia, e tanta, di far sì che la vita possa essere bellissima.

Vedere posti unici, nutrirsi di buon cibo e cose belle… Che cosa può essere più adeguato per avere un anno pieno di speranza e voglia di vivere in pieno?

A volte può bastare poco. A volte un pochino di più. A volte si può essere felici per un nonnulla…

La vita è una… Io me la voglio godere!

Brindo. A voi. A me. A questo nuovo anno.

Ogni mattina mi alzo e decido io come andrà la mia vita, senza bisogno di oroscopi o affidarmi alle altre persone.

Io decido.

E decido che voglio essere felice.

Supereroe

Grazie per quella volta che ci hai portate a vedere il concerto del sosia di Elvis. Grazie per tutte le risate del ritorno per quanto quel tizio fosse improbabile.
E quando sgranavi quegli occhi blu come il cielo delle diciassette.
Mi facevi ridere solo a sentire il tuo modo di parlare così tanto milanese.


Grazie per quando mi hai detto eh ma come ti trovo bene,  nonostante mi vedessi un pallone dopo una settimana di ospedale attaccata a quelle flebo che odiavo. Va che bella faccia bianca e rossa. Almeno mi hai tirato su il morale.


Grazie per i viaggi in giro a vedere concerti e per quella risata che scoppiava fragorosa.

Forse ci sentiamo sempre dei super eroi. Forse crediamo che a noi non possa mai capitare nulla. Forse crediamo davvero di essere immortali, a qualsiasi età.

Certo è che si sbatte contro le cose e si pensa sempre di superare tutto. 

Certo è che mi hai lasciata qui a fissare il vuoto e sono ancora incredula.

Certo è che non mi hai fatta dormire… pensando a quanto possa stare male lei ed io qui, a non poter fare nulla.

Certo è che, supereroi o meno, ci si sente tanto impotenti e fragili. E ci si trova ad essere sempre troppo lontani anche quando si è vicini.

Sono triste. Tanto triste. Triste tanto.
Mi sento come se non respirassi bene.
Mi sento tanto male.

E se poi penso che te ne sei stato là lontano e da solo… No, non aiuta.

Un viaggiatore impolverato

Mi prendi, mi avvolgi, mi commuovi. Ogni volta. Come se il tempo non fosse passato. Come fosse ancora ieri.
Sai, non mi sembra vero tu sia ancora qui.
Tu che dai significato alle parole, che dai loro un senso.
Ti ho sentito quando hai detto Starà ballando dalla gioia.
Effettivamente… avevi ragione. Sai quanta felicità mi ha dato quella frase?
Si sono accumulate cose che si sono ingigantite. Quell’abbraccio proprio non me l’aspettavo.
Ogni notte a riflettere.
Sicura di restare?
Sì, resto. Certo, ora devo andare: mi è tornato l’appetito.
Altro Martini? No. Stavo per correre via. Faremo colazione insieme e sarà bellissimo.
Che vista bella da qui. Ci vivrei.  Vieni qui con me. So quello che voglio. Voglio svegliarmi con te accanto. Vuoi la stessa cosa?
Sì. Hai detto sì.
È come vivere per sempre dentro qualcuno. O qualcosa. Questa è la cosa più bella che ti lascerò.
Io che sono un viaggiatore a volte stanco e a volte impolverato. Ma tu che dici Ti rendi conto della felicità che porti?
Suonano bene queste parole uscite così, in modo spontaneo.
Non sempre abbiamo ciò che meritiamo davvero. Ma, spesso, abbiamo molto di più.
Milioni di cose possono andare male ma un milione di altre cose possono andare bene, anche benissimo. Basta aprire gli occhi.

Come voglio uscire da tutto questo?
Viva. Voglio uscirne viva. Ho ancora troppe cose da fare.

Perché sì. Babbo Natale è arrivato.

Tolgo la polvere dalla mia giacca.

Lehermitte

Quando senti la tua schiena strana…

Quando ti sembra che qualcuno ti stia tirando le bretelle..

Quando la tua spina dorsale è molle ed è una corda elastica dentro te…

Quando il Lehermitte bussa nuovamente alla tua porta…

Esci.. Sei qui… Non puoi che godertela… Già che ci sei…

Quando arriva l’uomo nero. Tutina nera e cappuccio calzato.

L’uomo nero.
Protagonista di storie che, da piccoli, ci fanno alzare le orecchie.
Occhio all’uomo nero che arriva e ti porta via.
Poi arriva davvero.
Non si riconosce subito, ahimè.

È un pochino diverso da come te lo eri immaginato, per questo occorre più tempo per svelarlo.

L’uomo nero si cela sotto un sorriso simpatico. Ti riempie di belle parole alle quali tu credi.

L’uomo nero è come il tuo zaino: diventa sempre più pesante e tu rischi di cadere all’indietro. Presente quando cadi sulle terga? Il dolore è straziante.
Poi hai una sola possibilità. Togliersi lo zaino, la zavorra pesante.
Te lo sfili e lo lanci via.

Quanto è bello iniziare a correre leggeri anche contro vento?
Quanto è bello eliminare le persone negative dalla propria vita? Quanto è bello riprendere in mano la propria vita?
Non ha eguali.

L’uomo nero si veste di bianco. Ti si attacca come fosse la seconda pelle. Parla di cose belle e recita una vita che non ha.
Ti riversa addosso infelicità e negatività come vomito dopo una sbornia.

Perché a me? Perché ha fermato me?
Perché sono felice. Perché non conosco differenze tra le persone. Perché sono serena. Perché l’uomo nero ha bisogno di affossare altri soggetti e renderli come lui.

L’uomo nero recita una vita felice quando così non è. Vive a seconda di ciò che si deve e non ciò che si vuole.
Adduce colpe ad altri per non essere un soggetto libero. Eh già. L’uomo nero libero e indipendente non è anche se vuole far credere il contrario.

Nell’anno che verrà non voglio più incontrare l’uomo nero.
Non voglio perdere il mio tempo prezioso a leccare ferite altrui. Non perderò secondi che valgono oro con chi si crogiola nel proprio dolore.
Mi piace la gente che reagisce.
Amo chi si alza nuovamente.
Adoro chi non ha paura di prendere decisioni importanti.

Basta chi non ride, basta chi non apprezza ciò che ha e vuole rubare l’energia altrui, basta chi adduce colpe ad altri per i propri problemi, basta chi perde persone perché ha paura di reagire, basta vite finte, basta chi è grande e grosso ma non ha coraggio alcuno di fronte alle avversità.
Basta chi non è libero, basta chi si professa ciò che non è. Basta chi scompone vite altrui per pareggiare conti di una vita creata che non piace.

Per il prossimo anno… eliminiamo dalle nostre vite tutti gli uomini neri travestiti con un cappuccio. Non regaliamo felicità e positività alle persone sbagliate, non facciamoci rubare energie vitali da chi non è capace di lottare perché ha paura.

Eliminiamo tutto. Come quando, da piccoli, giocavamo a indovina chi…

È felice? No. Via.
È positivo? No. Via.
È coraggioso? No. Via.
È vero? No. Via.
Può regalarti qualcosa di bello? No. Via.
Può rendere la tua vita migliore? No. Via.
Può essere cosa buona? No. Via.

Eliminiamo chi non ci apprezza, chi non ci vuole bene davvero, chi ci sfrutta, chi ruba il nostro tempo, chi fa ma poi si ritrae. Eliminiamo i presuntuosi, quelli che non ascoltano i nostri bisogni, quelli che non parlano e non rispondono, eliminiamo chi ci ha mentito, eliminiamo chi non ha coraggio e vuole rubare il tuo. Eliminiamo chi non ha tempo per te e si dedica solo al suo piccolo e ristretto nucleo. Eliminiamo chi si professa uomo libero ma non si rende conto di essere uno schiavo. Eliminiamo chi non ha capito che la vita è solo questa e ruba spizzichi di felicità ad altre persone solo al bisogno. Auguriamo loro di restare attaccati alle proprie cose e di averne cura, almeno di quelle.

Come diceva il mio nonno Uomo che piange, donna che giura… è tutta una fregatura.


Anno nuovo… basta impostori. Questo è L’AUGURIO più grande che faccio a tutti noi.

A chi

A chi ti ama per ciò che sei
a chi ti sta accanto, nonostante tutto
a chi ti ruba la vita perché la propria non lo rende felice
a chi ha tutto e non è felice lo stesso
a chi ha poco ed esce a fare la spesa
a chi rovina le vite degli altri e resta bello bello nella propria
a chi ama e tanto
a chi ha la capacità di empatia
a chi sa come stai senza parlare
a chi è infelice e ti prosciuga l’anima
a chi crede di avere una famiglia perfetta
a chi una famiglia perfetta non la ha ma è capace di amare sempre
a chi ha la forza di chiudere la porta che sta rovinando la propria vita
a chi ha la voglia di cambiare perché è onesto con sé stesso
a chi ti delude perché si rivela ciò che non è
a chi se ne frega e ride ugualmente
a chi gode nel mandare qualcuno vicino a morte certa
a chi rinasce a testa alta

A chi apprezza questo giorno di festa e ha sempre il coraggio di sorridere
a chi sta male
ma soprattutto a chi sta bene.

A chi ride a crepapelle

A chi ha avuto tutto ma piange ugualmente

A me. Sempre a me, prima di tutto. A me che sono felice, nonostante tutto.

A voi.

Buone feste.

A tutti quanti voi. E a me.

A voi che mi avete supportata e sopportata nei miei sfoghi. E lo fate ancora.
A tutti quanti voi che vi siete fermati a lasciarmi una frase bella.
A voi che mi leggete e mi date tanto affetto.
A voi che non conosco ma che sento qui accanto.
Tutti.

A chi non crede più alla magia del Natale. A chi non ha la mia forza e si lascia andare. A chi, purtroppo, non è stata data speranza, al contrario mio.
A chi mi ha presa in braccio. E per mano. E che mi ha rialzata.
A tutti voi, testimoni delle mie cadute continue. Ma anche di ogni volta che mi sono rialzata.
A chi mi accompagna in questo viaggio.
A chi starà con me. A chi starà dalla mia parte. A chi farà il tifo.
A chi si farà una bella bevuta brindando anche per me.

E a me. Che mi sono sempre rialzata e, devo essere onesta, non so nemmeno io come. A me, caduta tante volte. Troppe. In cerca di amore sempre in ogni sua forma. A me che cerco il bello e vorrei trovarlo sempre.

Vi porto a spasso con me in questo viaggio forte che mi porterà non so nemmeno io dove.

Anticipo tutti coi miei pensieri di Natale per voi.

A me. Brindo a me. Alla mia forza che, per fortuna, è ancora qua, nonostante a volte sia tanto dura.

Grazie! Per ognuno di voi.

Ci sarò per Natale

Questa è per te.
Perché sei una persona speciale e piena di tante cose belle dentro.
Perché sei il mio amico. Non un amico e basta.
Sei tu che mi hai abbracciata piena di lacrime.
Sei tu che sei felice per il mio ultimo successo. È a te che dico le cose e col quale mi apro.
È con te che rido.
Sei tu che curi le mie ferite, tutte.
Sei tu che mi regali le cose più assurde da mettermi addosso e sono io che me le metto felice.
Tu sei entrato nella mia vita e magari nemmeno volevi starci. Eppure, così, in modo naturale, sei diventato il mio amico.
Le risate sono con te.
E questo è il mio regalo di Natale. Il più speciale. Perché io sono qui sempre anche se non mi credi mai.
Perché noi siamo sempre qui.
E se non mi senti sai già che è perché sto male. E allora corri ai ripari.
Io sono la persona più fortunata perché quel giorno ti sei fermato a parlare. E perché hai continuato a parlare con me.
Stampelle, cerotti, flebo, gessi, occhiali… mi hai visto in ogni mia sfaccettatura. E, per colpa mia, hai perso il regalo di compleanno dell’altra tua amica… che lo dedica a me per te.
Che fregatura.
Ma io ho un paraorecchie meraviglioso. E avrò un Natale al caldo. Stai al caldo anche tu. Perché io sono qui. E lo so bene che cosa hai dentro e quanto tu stia male. Ma hai anche un po’ di me. Pensa a come vado in giro io e fatti uscire un sorriso. Anzi ridi. Perché le sorprese, magari, non sono ancora finite…

Mi sento davvero una persona fortunata.

Mi attacco al tram

A volte ritornano…

Per noi milanesi il tram è una magia.

È romantico ed è tanto bello girarsi la città così.

Ci sono tanti modi di dire legati a questo nostro mezzo speciale.

Mi attacco spesso al tram, da sola.

Poi capita anche di dire Mi sento come finita sotto un tram.

Mi è venuto addosso un tram.

Ecco. Di seguito una carrellata del significato letterale.

Quindi. Se venite a Milano, sappiate di preferire l’aggrapparsi piuttosto che il finirci contro.

Si sta

Come in inverno

Sul tram

La tua faccia

Ma poi… La magia vera… L’incontro con il vero Babbo Natale e la sua folletta…

Perché essere più in alto di Babbo Natale ma più in basso della sua folletta… È qualcosa di magico.

Si può essere felici? Si deve essere felici.

Non lo siete? Attaccatevi al tram🤣

Due ruote. E un plastico

La mia nuova bici è nera.
Impenna, frena. Devo solo imparare a capirla.
Va veloce.
Tanto veloce.
Non uso bici da un’eternità. Devo solo re imparare.
Ho già imparato a impennare come i tabbozzi di periferia.
Sono una di loro.
Mi fermo di fronte alla vetrina più bella. Sto a guardare quel plastico per decine di minuti.

Ma sì. Va bene anche così.

Perché è Natale anche qui

Siamo nati tutti così: chi piccolino e chi prima. Incubatrice ancora prima di sapere che sesso avessimo. Eh, sì, doveva essere una sorpresa, come la vita. Talmente tanto una sorpresa che ancora il nome non era noto o stato scelto esattamente. Io dovevo chiamarmi Francesca. Ma alla mia mamma non piaceva che, essendo lombardi, mi avrebbero chiamato tutti con quella e troppo aperta. Allora sì, Alessandra. Ma avvertendo di non chiamarmi Sandra.
Ne è rimasto solo uno a chiamarmi Sandrina. E da lui lo accetto: in quella Sandrina c’è tutto l’amore e la tenerezza che prova per me.
E va bene così.


In quel ragnetto piccolo che stava nel palmo dei medici, è sbocciato un fiorellino. Delicato. Fragile. Da proteggere. Un fiorellino che poi è diventato un leoncino. E così mi chiamava il nonno. Leòna. O Leún. Perché il maschile qui lo si mette per rendere le persone ancora più forti e per sottolinearne l’uguaglianza.
Il Leone è cresciuto.
Fa ancora tanti danni. Ha voglia e spesso di mollare tutto, ma non lo fa. Lotta ancora. Per chi lo ama e lo ha amato.

Le gambe non rispondono al cervello. Il cervello ha forti blackout tipo in metropolitana a New York. La schiena non lo lascia in pace nemmeno più durante la giornata. Giorni e ore dove fiducia e voglia di lottare perdute si alternano alla voglia di vivere che ha. Il tempo fa un ticchettio che fa finta di non ascoltare.

Che cosa prova un genitore con un figlio malato? È la peggior paura che si possa provare, credo. Eppure in reparto sembrano le persone più serene al mondo, forse mentendo, per una volta giustamente, ai propri figli. Rocce salde. Famiglie che non si spezzano davanti alle tragedie. Come la mia. Mai respirato tanta serenità come qua. Mai percepito tanta vita come in mezzo alle tragedie peggiori. Quanta stima per quelle coppie tanto giovani che stanno prendendo in mano un peso tanto forte. Eppure lo fanno. Senza sfasciarsi.

Facciamo l’albero? Lo facciamo bello? Lo facciamo grande? Perché è Natale anche qui.

Il tuo giorno

È il tuo giorno, oggi.


Stracciare carte, riducendole a coriandoli colorati e pesanti.
La sala ne è piena. La sala è piena.


Su quale ramo hai messo la stella?
Non riesco a vederla, avrai scelto la parte più nascosta.


Dicono ci voglia accanto una persona speciale. E bisogna lavorare sodo, bisogna lavorarci in due.

Hai trovato un posto ancora più bello per quella stella?

Sì, la vedo. Farò anche io la cosa più giusta. La mia stella la metto in alto, salgo in punta dei piedi e mi arrampico. Si vede? Dimmi da laggiù se si vede.

Che valore può avere una promessa? Eh. Dipende chi la fa. Io a te credo, l’ho sempre fatto. Anzi. Mai posta una domanda del genere.
La tua promessa. Riuscirci è una cosa importante. Facciamo un passo alla volta. Ti ricordi quel golf diventato piccolissimo?

Mettine un’altra di stella.
Può essere vita nascondere ciò che si prova? Passarne tante e tornare a casa insieme. C’è cosa che più ti riempie il cuore di questa?

Visto che è un giorno speciale, lo renderò tale.

Un brandello di anima

E poi ho messo qualcosa di mio.
Mi hanno detto tocca e fai con le tue mani, lascerai un brandello della tua anima.
Che cosa bella, ho pensato.
Allora è questa la collaborazione? Trasmettere un poco della mia anima… ci provo e ci voglio riuscire.


C’è chi ti insegna le cose in modo romantico. Lavorare in due su un qualcosa che sarà prezioso per altri. Mi hanno passato segreti che, ancora, non ho capito fino in fondo. Ma lo hanno fatto. L’entusiasmo di vedere una storia speciale dietro ogni cosa che ti arriva fra le mani.
E qualcuno toccherà la tua.


Ho lavorato sodo per lasciare quel brandello. Volevo che il risultato fosse ottimo.


Hai reso le mie mura trasparenti, sai?
Mi hai donato gioia nel fare.
E lo vedi anche tu.
Questo è ciò che indosso, questa è la mia identità: io sono così. Voglio rimanere anche solo per quel brandello. Voglio venire ricordata? Sì. Voglio un posto nei cuori di chi amo? Si. Eccome.
Sono una zingara e quindi voglio avere un posto almeno in cose non tangibili.
Difetto? Echissene. Non ho altro. Ho questo. E vivo così senza conoscere altri modi.
Quel dito lo rimando al mittente.
Io sono così. E mi piaccio pure.


Ora festeggio una cosa speciale che attendevo.
Ah. Tornata.

Stappate con me, stasera. Sono felice.

Ehilà

Devo prendermi qualche giorno. Ho delle cose a cui pensare.
Mi è stato fatto un discorso che ho bisogno di metabolizzare bene.
Come se non bastassero già le mie cose personali.
Ma qui ho proprio bisogno di capirmi io perché forse la visione mia che ho di me non è quella che hanno gli altri di me.
Penserò. Dovrò mettere in discussione un po’ di cose. Ma ho bisogno di capire bene bene prima di rimettermi a scrivere. Perché quando scrivo sono me stessa in tutto e sono sempre stata onesta. E, per onestà, ho bisogno di capire meglio alcune cose di me, altrimenti non sarei leale.
Ma vi leggo. Eccome se vi leggo e vi commento pure.

Voglio essere Sue Ellen

Vi ricordate di Dallas?
Mi è venuto in mente quando finalmente ho capito a chi assomiglia uno che conosco da anni.
Ogni volta mi dicevo Assomiglia a qualcuno
Tac. Capito, così, all’improvviso.
Ecco chi è! È Bobby di Dallas!

Pensare che io non ho mai visto una puntata.
La telespettatrice attenta era la mia nonna;
rimaneva attaccata al televisore della cucina, in bianco e nero.

Davvero non ho mai visto una puntata anche perché ero davvero troppo piccola ancora. Eppure conoscevo ogni personaggio. Ovvio, più i principali. Sapevo, e so ancora, tutto di J. R. Sue Ellen , Bobby e Pamela.

Come hanno fatto questi personaggi a diventare protagonisti anche del quotidiano di una bambina delle elementari?
Non lo so. Eppure a scuola giocavamo a Dallas. Anche in casa. Il nonno era J. R. ( per forza) e poi aveva anche un cappello uguale ma di paglia. La nonna di conseguenza non poteva che essere Sue Ellen, una povera alcolizzata piena di problemi. Ma tanto bella.


Tutti parlavano di Dallas. Soprattutto quando Bobby morì. Quella fu la vera tragedia. Meno male che poi tornò, rimettendo il cuore in pace di molte persone a casa, nonna compresa.
Ma la cosa più grave e preoccupante fu quando spararono a J. R. Allora sparammo anche noi al nonno, col nostro kit per giocare a guardie e ladri.  Gli sparammo con le freccette a ventosa e arancioni in punta e, già che c’eravamo, gli mettemmo anche le manette. Tiè.

Se dovessi scegliere… Voglio essere Sue Ellen.

Una bottiglia speciale

Le liti passano. Oppure il giorno dopo succede qualcosa d’altro che ti fa scordare la lite precedente.


Poi ti trovi in pausa con qualcuno che non ti è mai piaciuto troppo. Una persona che amica non vorresti. Eppure qualcosa sembra averla cambiata.
Parla dal nulla di cose personali, tanto personali. In modo naturale. Premetto che ho la calamita verso chi decide io sia la sua confidente. So sempre cose di tutti senza volerlo. E poi ne parlo in giro come forma di riscatto personale. Essere la prescelta non può avvenire a titolo gratuito. Non sarebbe cosa da fare… ma avverto prima. Se mi dici sappi che non mi tengo nulla.


Ma stavolta è un pochino diverso.
Liti pesanti ne abbiamo fatte. Antipatia reciproca a tratti. Però, onestamente, parecchie volte se ne è uscita con cose che mi hanno fatta piangere dal ridere. Ricordo un aneddoto che mi ha provocato così tante risate che ancora per poco stavo per soffocare.


Dal nulla, e un po’ mi sono rivista nel modo di esporsi, parla  di sé. Sono un po’ depressa. Passo momenti al di fuori del mio corpo. Porca vacca. Anche tu? Depersonalizzazione? Parliamo così, francamente, davanti ad altri come se stessimo disquisendo di piatti culinari.
Ma pensa. Mica allora sono cose rare. E, riconoscendomi in lei, mi ha fatto tenerezza. Ma scusa, non potevi dirlo prima? Qui abbiamo da festeggiare perché non c’è altro modo per non fissarsi. Hai ragione. La prossima volta si festeggia. E no. Cerchiamo di non farti andare giù. Alla bottiglia penso io e dovrà essere speciale!

Scrigno

Milano stamattina è così. E fa freddo come da tanto non si sentiva.

Vedo il tram in fondo. Va veloce e sento il rumore delle rotaie che fa eco fino a qui.
Una ragazza mi chiede informazioni per il Duomo, buttando termini inglesi a caso. Sarà la moda del momento.
Però il mio significato alle parole è diverso dal suo. Interviene un frate. Mi svincolo felice.


Ricordo al liceo la prof di latino. Metteva termini a caso latini in mezzo all’italiano forse per sembrare intelligente. Solo all’esame finale dei cinque anni ho capito che a quelle parole aveva dato una sua personale visione. Dovevo capirlo quando parlava di Tizio, Caio e Sempione. Essere giudicati da lei mi lasciava alquanto perplessa. Per prendere voti alti dovevo sbagliare di proposito. Non so chi le avesse dato la laurea, allora meno male non l’ho presa. Pensava che il fiume di Londra si chiamasse Senna, ma dava tanti quattro. Forse c’era chi era peggio di lei. O meglio. Ma mai lo sapremo.


Milano a quest’ora è uno scrigno ovattato e coperto di gelo. Le luminarie sono accese anche se non si vedono. È ingiustamente silenziosa. E bella da far tremare.

La vera forza della natura

Ho un cuginetto che si chiama come me.
Cuginetto… ha un anno meno di me.
Io lo penso sempre piccolo, sarà che, quando penso a me, penso a una ragazzina dispettosa e sarà anche che è quello più piccolo di questa famiglia scalcagnata.
Non ho ricordi di lui in culla perché io l’avevo lasciata da pochissimo.
A lui sono passati seggioloni, lettini e vestiti. Quindi sì, da questo punto di vista è stato ancora più sfortunato di me: mai nulla di nuovo. Si è ritrovato cose già comprate e scelte per altri.

Ho ricordi vaghi dei nostri incontri. Ho solo poche immagini da piccoli bene assestate nella mente.

Ricordo il discorso della mamma. State attenti a giocare con Ale, non fategli male, non fate i soliti disgraziati.
Secondo i grandi era un bimbo da proteggere. Lì ci spiegò in modo facile cosa fosse la sindrome di down. Mah… a me sembrava tanto carino, dolce e affettuoso. E aveva la forza di un vitello. Altro che stare attenti, noi dovevamo stare attenti. Era ancora più manesco di noi, per questo ci piaceva.
E poi, poi sputava addosso peggio di un lama. Che bello, possiamo sputare anche noi. Pensavo a quanto fosse fantastico giocare con lui. Abbiamo fatto lotte epocali e gare di sputi pazzesche. Sapeva anche lui che dovessimo sempre fare queste cose ben lontani dagli adulti. Aveva capito tutto.


L’unica cosa che odiavo era la sua lingua che mi sembrava lunghissima peggio di quella dei Kiss. Ho sempre odiato le bave e lui ci leccava la faccia di continuo. Ecco. Odiavo quella cosa.


Amava il mio nonno. Per questo era uno di noi. Ricordo una sua corsa velocissima finita in braccio al mio nonno che ancora un poco e cadeva all’indietro. Ma riuscì a tenerlo. Lui iniziò a dargli pugni fortissimi in pancia per poi finire a baciarlo e abbracciarlo.

Ale è tanto affettuoso. Ora è un cuoco. È fidanzato. Vive da solo grazie ad una associazione che lo aiuta nella sua indipendenza. Altro che cuginetto da proteggere, è una forza della natura.

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Non si va mai bene comunque

Mi peso ogni mattina.
Ho preso davvero quattro chili?
urka..
Eppure non mi sembra.
Eppure dice di sì.
La cintura è sempre allo stesso buco, quello che avevo dovuto farmi fare nuovo.
I pantaloni stanno larghi uguale.
ok, i capelli sono cresciuti.
Ma dove li ho messi questi kg?
Non li vedo e non li sento mica.
Poi ho capito. La bilancia super tecno per controllare il mio peso parte da due chili e cento. Poi scendo e impazzisce e segna altro. Credo sia totalmente andata.
Non mi peso per vezzo. Né per compiacimento. Mi peso per controllare esattamente i dosaggi e controllare l’effetto che hanno sul mio corpo. Ho un quaderno dove segno tutto. Medinale ed effetto. Certo è che se la mia tecno bilancia impazzisce, qui è tutto da rivedere porca miseria. Potevo accorgermene prima. Poteva venirmi qualche dubbio. A volte ci si mente per non vedere la realtà?
Mah… probabile.
Se oggi peso 54 chili… ieri 59…
L’altro ieri 49… quanto sarò davvero? Farò la media.  Faccio prima a passare dalla farmacia. Eppure mi guardo nelle porte del tram e pure i leggins mi stanno larghi. Ieri arriva una signora con venti brioche appena sfornate. Me le hanno messe vicino a me e mi hanno detto… sei l’unica che se le può permettere… sì, ok ma venti brioche sono venti brioche… mica ce la faccio. E mentre mi tolgo il golf mi dicono ma te sei una che non mangia altrimenti non saresti così. Ma cosa dite.. oggi la bilancia dice 59 kg… ridono come pazze. Eh sapeste… c’è poco da ridere. Comunque vada… non si va mai bene.

Parole perdute

Amarezza, dispiacere, infelicità.
Lasciale andare via. Lascia se ne vadano. Non conosci vendetta. Lascia andare.
Lascia andare come se nulla fosse accaduto nonostante la capacità di recupero non è più immediata come quella dei bambini.

Leggi pure quella lettera, leggila come il mittente fosse andato lontano, partito per sempre.
Come implorare qualcuno che ti aspetti anche solo per un maledetto momento? Uno solo. Non puoi.

Non sei preparata a difenderti. Ti mancano armi, parole ed educazione alla lotta. I colpi non sono mai bene assestati.
Pensavi che l’unica cosa a contare fosse di crederci.
Non prenderle neppure le armi in mano. Hai messo una trappola e ci sei caduta tu dentro.


E mentre dici una cosa importante, vieni interrotta. Altre cose da fare. Già. Altro. C’è sempre altro. La cosa importante è svanita. Non ci sarà altro momento per dirla. Fa niente. Prepara il cappotto e difenditi da questo freddo. Le parole. Appunto. Sono quelle che ormai hai perduto.

Cosa ti porterai via ancora di me?

Arriva, arriva.
Sì. Sento che sta per arrivare. Domani no, nemmeno dopodomani. Ma sta per arrivare.
Già da un po’ lo sento attraverso le mie gambette da struzzo.
Non è negatività: ho imparato a riconoscerlo.
Quindi attenderò attenta.
Nel frattempo farò di tutto per svagarmi durante l’attesa.
Meno male che arrivano i giorni di vacanza. Speriamo colpisca lì.
Attendo. Paziente. Impaziente. Terrò l’occhio sano bene aperto e anche le orecchie congelate.
Arriva.

Tempo, tempo questo nemico di tutti. Prima ti imbianca le tempie poi corre veloce su tutto il resto. E speriamo passi in fretta questo tempo mentre aspetto. E speriamo faccia ciò che deve senza esagerare. Speriamo non mi rimanga addosso per troppo.

Ti aspetto.
Tanto per curiosità… dove colpirai stavolta? Cosa ti porterai via ancora di me?

Nuovo gruppo

Da qualche minuto mi sento osservata.
Mi sta guardando sicuro, aspetta che metto impegno così apprezza…
Ora stiamo esagerando. Fra poco alzo la testa.
Sì. Mi guarda.

Dimmi, dice, hai bisogno?

Dimmi tu, mi sento osservata.

Ride. Che strano. Non è che rida molto di suo.
Riabbasso la testa.


Sai che cosa mi piace di te? Rialzo la testa.
Mmm… ora mi dirà che ci metto impegno… O che ho degli occhi belli…. Sì, sì, sicuro.
Mi piace il tuo modo di fare.
Ah. Le sorrido.
Sembra che tu sia qui da sempre.
Oh. Che bella cosa che mi dici.
Sei proprio una di noi.

Ha ragione. Mi sento parte di loro.
Ma sono state loro ad accogliermi con le braccia aperte quando potevano non farlo. Mi hanno aiutata da subito. Mi hanno passato trucchi e segreti che potevano portarsi nella tomba.
Quando qualcuno ti passa tutto di sé senza paura, allora sì, ti senti parte di qualcosa. Per forza che poi uno si senta bene e stia bene.

Sono partita per questo viaggio nuovo, totalmente inaspettato e sconosciuto.
Non è facile rimettere tutto in discussione, nemmeno se hai vent’anni.
L’ho fatto. Mi sono incamminata su questo percorso senza nemmeno saperne la meta. Forse ancora non la conosco perfettamente.

Per ora, mi basta stare bene. Sentirmi di nuovo in un progetto speciale, sentirmi utile. Mi piace avere qualcuno accanto che vigili su di me in modo discreto. Quando poi stai con chi non ti respinge è molto più semplice introdursi in un gruppo nuovo..

E poi… Quando decidi di dividere una bevuta e una mangiata… Il gioco è fatto.

Vedovella

La vedovella piange incessantemente.

A me piace chiamarla Drago Verde.

Cosa c’è di più bello di fermarsi a bere, mettere sotto il dito per fare uscire lo zampillo e bagnare chi passa davanti a te?

Poi far finta di nulla e chiedere scusa con la faccia da angioletto…

Mi diverto con poco ma, prima o poi, lo becco chi vorrà menarmi…

Ehi

Ehi nonno, ti ricordi quanto sono stata male dopo che te ne sei andato?
Eri un punto centrale della mia vita.
Eppure hai fatto di tutto per rendermi libera e indipendente. Ma tu eri tu. Ed eri sempre lì, in quella casa all’angolo.


Lo sai, sì, lo sai. Sai tutto perché ti parlo costantemente come se tu fossi ancora qui.
Ti parlo.  Chissà chi mi vede che cosa pensa! Mi viene da raccontarti le cose. Saresti fiero. Ho assorbito tutto quello che potevo. Ho succhiato tutto e l’ho fatto mio.


La sensazione di sentirsi tremendamente soli, quella che mai più volevo provare. Ti ricordi? Guardavo fuori e mi sentivo vuota senza la tua parte fisica accanto.
Persa. Senza sapere dove andare. Così mi sentivo.


E ti continuo a parlare. E continuano a vedermi. Ma sai… pazienza.


Se devo dirti qualcosa te la dico e poi eri anche un pochino sordo che mi tocca urlare.
Il tempo mitiga il dolore. Avevi ragione. Ma a volte mi sento ancora ai piedi di un baratro. Mi manca la tua mano. Mi manca l’odore della tua pelle. E la tua voce. Come si può fare diventare dolci i ricordi?
Eppure ora lo sono. Non piango più. Non c’è giorno che non rivolga a te un pensiero e ti dica qualcosa.


Se ho bisogno, chiedo. Me lo ha insegnato l’uomo vestito di pelle.
Chiedo. Non sempre ricevo risposte.
Ho provato a rivolgermi ad altri ma sai, tempo, problemi apparentemente insormontabili e voglia si mettono sempre in mezzo tra la mia richiesta e la parola che cerco.


Ma allora, che dici, faccio bene a chiedere?
Manchi tu. Manca chi mi dava senza mai chiedere nulla in cambio. Sono anche io come te. Se mi chiedono un aiuto cerco di esserci, puntuale, come lo eri tu. Se mi cercano per stare bene io ci sono. Faccio di tutto per trovare tempo da dedicare, soprattutto al supermercato. Quando mi dicono lei che è alta… nemmeno fossi uno dei vatussi. Mi ingegno. E riesco ancora ad arrampicarmi.

Sono come te. Saresti fiero, sai? E ora sono qui. Sono senza di te. Non so a chi rivolgermi perché solo tu mi amavi in quel modo e mi facevi sentire protetta. Ma sono come te e sai… mi sento tanto fiera di assomigliarti. Quando cessa il dolore? Quando ci si sente meno soli?
Quando potrò chiedere anche io? Quando arriva il mio turno?
Meno male mi hai aiutato a crescere indipendente. E forte.

ET chiama casa?

Pensate per un attimo se tutta la vostra vita fosse rinchiusa dentro a un braccialetto. Beh, certo, elettronico, di ultima generazione, nemmeno la NASA  ne ha uno simile a disposizione. Forse gli alieni.


Pensate a tutti i vostri dati, nome, cognome, numero di telefono, indirizzo, malattie, scansioni di ogni tipo, tutto là dentro. Una vita completa rinchiusa in pochi cm di gomma. Non riciclabile, a prima vista.


Ricordate alle elementari? Ci mettevano un cordino al collo con un cartoncino attaccato. Nome, scuola, classe, numero fisso della famiglia e, se necessario, anche quello dei nonni.
E funzionava.
Io, ad esempio, mi persi alla mostra sugli Impressionisti. Una svista mentre mi allacciavo le scarpe, dannati lacci! Erano meglio le scarpe a strappo!
La maestra nemmeno se ne accorse. Probabile che più alunni perdeva più la sua vita fosse lieta, visto il soggetto.


Ecco. Una cosa simile. Un braccialetto per farti sempre trovare e per ricordarti le cose essenziali.
A proposito, ieri ho dimenticato di prendere le pastiglie.

Una vita intera buttata dentro ad un oggetto piccolo rispetto alle dimensioni di un essere umano.

Che sensazioni si possono avere se non frustrazione, tristezza e chi più ne ha più ne metta?

Mettersi in contatto con gli alieni sarebbe una possibilità.

E se capitasse che ET chiama casa? chi troverebbe a braccia aperte a riprenderselo?

Strani

Non ricordo il primo incontro con la parola morte. So che, come un ventaglio che si chiude, cadevano le pedine lontane e poi quelle più vicine e poi quelle troppe vicine.


Il primo forse fu lo zio Anteo. Lui no, proprio non lo ricordo fisicamente. So che aveva le dita mozzate e io ne ero incantata. Gliele guardavo di continuo e le volevo come lui. Andavo in giro nascondendo nel palmo le ultime falangi. Quando andavamo a trovarlo chiedevo lui di mostrarmi le mani. Che belle, pensavo  e dicevo mentre la mamma voleva nascondersi sotto al tavolo dalla vergogna.


La moglie era la mia parente, sorella del nonno. Parlava così tanto che finiva col perdere la voce. Le piaceva godersi la vita. Aveva una cicatrice sotto la gola ben visibile. Anche quella aveva un forte potere attrattivo su di me. Per questo mi piaceva andare a casa loro.


Morti loro, morta la casa. Altra famiglia, altre persone, altre vite. Se solo fossero rimasti i loro fantasmi là dentro… si salvi chi può…
Facevano delle litigate tremende. Lei urlava e lui le rispondeva in modo pacato, così tanto da farle perdere la pazienza ancora di più. E più la perdeva e più gridava. Ma lui era imperturbabile.

Che soggetti strani che possiede la mia famiglia.  Non ci siamo mai fatti mancare nulla. Sì, l’ho sempre pensato. Altro che mulino bianco. Eravamo tutti strambi forti. Era più una famiglia tipo Adam’s.

Io che ero sempre a cercare fatti oscuri e che riportavano a morti traumatiche o omicidi. Io che seguivo il nonno nei cimiteri e ascoltavo le sue storie che mi rubavano i sonni.

Una famiglia con morti violente per pazzia ma tenute ben nascoste per chissà quali motivi. Soggetti problematici. Ai funerali c’era da restare estasiati dal vedere quella sfilata di personaggi assurdi.


Probabile sia per questo che non ho problemi a relazionarmi con tutti e a considerarli allo stesso livello.

E poi c’erano tutti quelli acquisiti che ci gravitavano attorno. Ricordo il fidanzato della zia Rosa, tal Pietro, per il quale il mio nonno provava una sorta di antipatia mista a fastidio fisico. Effettivamente non era molto simpatico. Era vedovo, romano con due figli già grandi. Forse era persino nonno. Si dava un sacco di arie, teneva il sigaro costantente fra le labbra, era enorme e ancor più gonfio della sua boria. Ma la zia era felice. E mi adorava.

Mancava giusto la malata di sclerosi tra tumorati, pazzi, incidentati, anoressici, e chi più ne ha più ne metta… ma è la mia famiglia e a me sembra tanto normale.  E giusta per me.

Protezione

Sono ben protetta. Ho più strati di vestiti pesanti, ho il cappello, la sciarpa. I guanti no.
Ho il sorriso per difendermi e stemperare gli attacchi.
Tutto l’aiuto possibile lo ho già. Mi aiuto io, al bisogno.


L’insegnamento è stato quello di non fare parlare i pregiudizi per me.
Non chiedo alle persone di cambiare ma nemmeno di arginare la cosa trovando nuovi sistemi per mentire.
Conosco e mi faccio un’idea. Approfondisco se me ne danno la possibilità.
Poi posso anche provare antipatie, anche pesanti.

Mi proteggo dal freddo, ma solamente da quello. Per il resto, sono un bersaglio ben visibile e raggiungibile. Ma, onestamente, sono pochi quelli che attaccano: si fermano prima perché sanno che il dolore può rimanere attaccato alle pareti. E capiscono quanto sia più benefico indietreggiare.

Fra lo sapeva. Non voleva colpire ma fare uno scherzo cattivo.
Più ci avvicinavamo e più capiva che mi avrebbe ferita. Decise di desistere. Una risata. Un abbraccio. Non c’è nemmeno gusto, sei troppo pura. Rimarrei peggio di te.
Mi colpì. Me lo disse solamente dopo anni. Io non mi accorsi di nulla.
E, ancora oggi, siamo legati.

Il sorriso non è debolezza. Mi sento un leone. Ogni mattina lo indosso. E non è ancora liso.

Qualcosa di molto raro

C’è stato un vento glaciale e fresco che ha liberato tutto il cielo.

Mi metto alla fermata… Ci sono le montagne. Si può fare finta di abitare là sopra.

Sembrano vicine le cime innevate.

Fa freddo sì, ma si sente aria pulita.

Qui a Milano non capita spesso di sentirsi in una città pulita da tutto.

Oggi è arrivato quel giorno. Oggi si può aprire la bocca e respirare in modo copioso.

Mi viene voglia di fare foto.

Ops… Trovo qualcosa di introvabile. Di solito è pieno di scarpe singole in giro e non ho mai capito il motivo. Oggi trovo una coppia. Questo è qualcosa di molto raro, come le montagne là in fondo.

Bellezza

Tirarsi fuori dai giochi non è la soluzione.


Lo so, sei dalla mia parte. Lo so che capisci, altrimenti sarebbe non parlare la stessa lingua.


Un gioco di squadra.

Dimmi che cosa pensi, dimmelo sempre. Se non sei d’accordo, rimani qui ugualmente. E lo so bene che resti.
Mettiamoci al sicuro. Decidiamo la prossima mossa.
Non penso da sola.Se vogliamo vincere, dobbiamo stare dalla stessa parte.

Mi giro. Ti vedo. Sì, ti vedo anche se avevo gli occhi serrati. Ti vedo eccome. Persino con gli occhi ancora chiusi.
Protezione, sicurezza, casa.
Sto bene. Penso a quanto adoro la vita.

Un ricordo dolce regala un sorriso impregnato di lacrime salate. No, non è disperazione. È bellezza pura.

Trovare la felicità sempre.

In caso… Vi lascio l’indirizzo.

Tamponamento

Ci sono persone che entrano nella nostra vita e sai già che ci resteranno.


Poi c’è lei, Emma.


Sbattute contro come due macchine che si tamponano al semaforo. Per caso, per una svista, per un pensare ad altro.
Ci siamo scontrate, non per caso ma per un progetto comune. Sai quando hai la sensazione di stare bene con qualcuno anche se non lo hai mai visto?
Sai quando al primo sorriso che ricevi capisci di quanto potrai guadagnare?
Comincia così, questo incontro divertente.

Lei.

Ora ve la presento.
Lei è tanto semplice quanto bella.
È alta, ha i capelli lisci chiari e lunghi e dei fanali chiari come occhi.
Sto parlando di lei, non di me.
Potrei anche essere io, invece parlo di Emma.

Poi, d’improvviso, a casa mia, mi dice che la sto aiutando tanto. Una frase che  mi riempie di gioia. Lei mi ha aiutata? Sì. Mi ha regalato un pezzo della sua vita, in modo naturale. Quel pezzo che terresti solo per te, così intimo e doloroso che lo custodiresti con forza.
Mi ha donato qualcosa che, nel corso della serata, mi ha dato da pensare.


Io amo le persone che generosamente donano pezzi della propria vita. Io sono una persona molto fortunata; faccio incontri rari che aggiungono ciliegine alla mia torta al cioccolato.


Lei è una persona rara che è capitata a me, per caso, nella vita, tamponandomi al semaforo mentre tranquilla aspettavo di svoltare.

Lempis

Il nonno era diabetico da quando era piccolo. E non aveva un rene. Ogni giorno tre punture di insulina, per tutta la durata della sua vita.
Mi domandavo perché, ogni volta ci si trovava tutti quanti a mangiare insieme, chiedevano a turno al nonno se avesse fatto la sua puntura.
Mi chiedevo come mai. Lo faceva da sempre in piena e totale autonomia, perché continuare a domandare? Lo sapeva bene, no?


Ricordo la sua borsetta col medicinale. Ogni volta in un frigo diverso. E ricordo quanto gli piacesse mangiare. Aveva cali improvvisi di glicemia che chiamava LEMPIS.
In milanese… e quella parola rimase ed è l’unico modo conosca per dare un  nome a quei momenti.
Quando accadeva gli stavamo tutti addosso. Doveva mangiare qualcosa per fare alzare lo zucchero  velocemente. Iniziava a sudare da doversi cambiare completamente. Erano asciugamani a volontà. Eppure sembrava sempre in gran forma.


Era in cura al San Raffaele da sempre; la sua dottoressa, tal Paietta, lo faceva ringalluzzire più di quanto già non fosse.
Alla visita era sempre tanto bello. La camicia gli è sempre stata bene. La barba fatta in modo più scrupoloso e aggiunta di dopobarba che gli regalava la zia ogni Natale. E lo ricordo. Ricordo che quando mi stringeva per salutarmi mi lasciava quel profumo sulla faccia.


Era tanto bello da sembrare un divo in bianco e nero di Hollywood. La nonna lo sapeva e ne era gelosa. Quando venivano a trovarci, era una sfilata incessante delle zitellone del palazzo che lo volevano vedere. Lui in sala a leggere il giornale e, a malapena, tirava su la testa per guardarle.

È così che scelse

Fecero la scelta tutti insieme.
Ringraziò per essere stata capita e amata come mai.
Misero il loro dolore dietro la sua felicità.

Basta così disse.
Loro nascosero le lacrime. Presero i suoi opuscoli. Questo dovrete fare di me. So già tutto. Questo voglio per me.
Non voglio altro.


Passo a salutare tutti quelli che mi hanno fatto del bene.
Li voglio abbracciare tutti.
E voglio dire grazie fra le lacrime.


Lo farà.


Lo faranno.


Leggete gli opuscoli. Fatelo per me.
Questo è l’atto d’amore più bello che possa ricevere.
Basta essere torturata, girata e rigirata per nulla. C’è a chi va bene e a chi no.


Nessuna valigia. Uno zainetto piccolino può racchiudere tutto. È il cuore che è pieno e pesa più di quello di tanti altri. Ha dato. Non quanto abbia ricevuto, sicuro. Ma ora è felice.

Implosione

Presente quando credi di aver trovato il tuo scrittore preferito? Quando il primo libro suo che leggi ti travolge totalmente? Il secondo libro ti annoia.  Il terzo ti annoia a morte che quando lo finisci e chiudi dici ah, che sollievo. Il quarto fa proprio schifo. Ma lo continui a leggere per vedere fin dove si possa spingere. E continui fin quando la parola fine ti riporta alla vita vera e dici, meno male l’ho finito e me ne sono sbarazzata.
Allora pensi Che delusione è stata. Che noia mortale. Che cattivo è stato, nascosto dal primo successo, nascosto da un’area di finzione totale. Allora ti chiedi… ma come ha fatto a piacermi? Come ho potuto perdere il mio tempo tanto prezioso? Come ho potuto farmi questo?
Realizzi sia stato tutto un grandissimo bluff. E ridi come una pazza per essere stata tanto stupida. Allora prendi quei quattro tomi e, anche se ti hanno insegnato che non si fa, li butti al macero. E continui a ridere.   Sì, perché è meglio ridere. Che cosa ti è rimasto? Nulla. Niente di niente. Prendi le altre due scartoffie da quattro soldi, e finte pure quelle come l’autore stesso, e le getti nel peggior cestino che conosci della zona. Inizi a correre felice. By by autore da quattro soldi, sei stato smascherato. Che delusione. Che schifo. Ora puoi tornare da dove sei venuto. Ah sì… là starai bene. Là è proprio il posto giusto per te. Là, proprio là dove i salici sputano saliva corrosiva e dove tu stai tanto bene a fingere la vita sia bella. Eh sì, ma a forza di fingere o ti abitui a far finta sia tutto meraviglioso oppure ti spari un colpo in testa. Tanto le magagne e le prese in giro vengono al pettine. Magari non per i tuoi lettori, ma per te stesso sì, eccome se arriva quel momento. Implosione. Caduta di un re o presunto tale.


Ecco. Il lettore non si frega. E quando lo freghi sai… lo perdi per tutta la vita. Perché si vive una volta sola ma quando si muore lo si fa per sempre.

Non so se, in questo caso, ha perso più il lettore o l’autore. Mmmm… Il lettore. Ha perso tempo, energia, sogni, ma quelli veri, e poi, diciamocelo, il lettore è solo uno e lui ne avrà degli altri. L’autore non perde mai. Rimane in gara in modo fiero. Sì, perché, per lui, di gare e numeri si tratta. Il lettore non fa corse. Non conosce calcoli. Non ha bilance a casa per compensare. Si dà e basta. Clap clap. Complimenti vivissimi. Sei proprio un figo.

Il lettore continua a correre beato. E mentre lo fa, scova un posto piccolino, pieno di carta e copertine. Libri nuovi e vecchi che convivono allegramente. Si sofferma. Ne prendo uno. Lo apre e ripone la sua fiducia. Legge, sorride. Ripone sogni, sì, ancora e ancora perché lui non li ha perduti. Per lui le gare non esistono. Sarà un libro bello. Meno deludente sicuro. Peggio dell’ultimo letto non può proprio esistere.

Il lettore non può arrivare ultimo se non ha perso la sua gioia, la sua voglia di vivere e la sua purezza.

L’autore? Ah. E chissenefrega. Non è più pensiero mio.

Corro. E rido leggera come un bambino.

Implosione. Puff.

Consigli di lettura.

Diffidate da chi è stanco della sua monotona vita e cerca uno spiraglio nella luce altrui e cerca di farla propria. Ruba, distrugge e fiero se ne va. Clap clap.

Io nemmeno

Aspettare questo momento con impazienza.
La sveglia non era così presto, ma l’eccitazione mi ha destata come un grillo.


Voglia di andare. Fare una cosa nuova e insieme a chi ti conosce bene e ha voglia di ridere e fare qualcosa insieme.
Ci si unisce senza programmarlo.


Quando ci siamo scoperti così?
Non lo so. Non ho capito. È stato un crescendo di fatti vissuti e confidenze strappate un poco alla volta. Consigli dati tra una birra e uno smettere mai di ridire. E tu che non credevi mai alle cose tanto assurde che mi capitavano in giro. Eppure siamo qui ancora a cercarci e messaggiarci per le cose più  strampalate. Cose che capiamo noi. Modi di dire nostri. Interpellarci con gli occhi anche senza le parole.

E ti ricordi durante il lock down che ci incontravamo al supermercato? Con la guardia che ci spiava se parlavamo. E noi parlavamo da lontano e io controllavo la tua spesa. E commentavo.

Abbiamo fatto entrare altre persone. Ma noi siamo noi. Uniti. E tu che ogni tanto ti vuoi confidare e butti lì delle frasi. Ma poi una risata ti fa solo venire voglia di non pensare e di goderti in pieno il momento.


Oggi sarà bello. Oggi ci uniamo con un filo più spesso. Tu che ti prendi cura dei miei affetti e io dei tuoi. Tu che con me non hai paura. E io nemmeno.

Freddo non ho più

Pronta per uscire. Pronta per respirare.
Fa freddo fuori, lo capisco dai vetri delle finestre.
Collant pesanti, ricamini a fiori. Vestito di jeans. Golf. Giubbotto felpato.
Sono pronta. Lascio scia di crema della felicità, persino le api mi seguono.


Vado in giro alla ricerca di tessuti. Ho già una meta precisa.
Ho una decisione importante dentro, presa insieme a chi mi ama. Protezione e calore, come queste calze color carta da zucchero e ricamate e che possiede solamente ogni bambina che si rispetti.


Apro il palmo. Conto le dita. Quante persone ho accanto che sono come le mie calze?
Mmm… faccio la prova. La solita mia.
Mi metto sotto braccio del malcapitato e sento se posso chiudere gli occhi camminando fra la gente.
Se li chiudo ho vinto qualcosa di impagabile.
Uno, due, tre… Sei. Chiudo gli occhi con sei persone. Quindi sono due Palmi che apro.
Totale fiducia. Mi affido.
Quanto è bello?
Regalarsi.
Riaprire gli occhi, guardarsi le calze e sorridere.

Freddo non ho più.

Trucco

Ora l’ho proprio capito.
Si proclamava un mago. E mi voleva insegnare i suoi trucchi.
Studia. Studia bene. Non per i voti ma per alimentare la voglia di conoscere. Studia più che puoi e lavora.
Per essere indipendente e per sentirti libera di fare, poi, ciò che vuoi.


L’ho capito a una tavolata di vecchi compagni di scuola.
Alla mia età gli amici sono quasi tutti sposati e con figli. C’è chi li ha per scelta e chi perché invece è così che deve andare. Sai poi quando arriva l’orologio che ti dice stop? E allora ti danni l’anima per fare tutto prima di quella fermata.


Per varie vicissitudini non ho figli.
Hanno cercato di farmi sentire una poveraccia. Ma mai come in quella tavolata mi sono sentita indipendente e libera. Libera non perché non abbia figli poiché, se avessi potuto, avrei voluto una squadretta di calcio. Libera perché sono indipendente. Perché faccio ciò che mi piace e amo e perché posso andare dove voglio. Da qualsiasi parte. E perché non butto una serata a parlare solo di figli. Perché così è  parlare di altri e non di sé. E allora, dove sono i sogni che avevamo? I lavori che bramavamo di fare? Dove è finito l’astronauta? Non lo so. Ma so tutto del suo erede al trono.


Ho perso amici importanti appena hanno procreato. Questo non l’ho mai capito. Un po’ come se avere un figlio significasse togliere qualcun altro dal proprio cappello. Come se la propria vita fosse annullata. Bebè o non bebè come fai ad annullarti? Ma avere un figlio significa davvero chiudersi in un cerchio a due o tre o quattro o cinque? E levare il superfluo? Questa cosa mi ha fatto molto arrabbiare fin quando ho deposto le armi.
Poi magari avrei fatto uguale… chi può dirlo?
Ma sono libera. Volo. Parlo di me.
E so fare solo questo.
Sono indipendente. Posso aspettare un momento e godermelo per un giorno intero. Riesco dare importanza a ciò che lo ha davvero. Do significato alle persone perché credo siano una fucina di preziosità. E mi lasciano qualcosa per esaltare la mia sete. Siamo esseri sociali che hanno bisogno degli altri. Soprattutto di quelli che non c’entrano nulla con noi. E parlo di me a chi vuole sapere. Parlo di me, non di altre persone che sostituiscono la mia di vita.

Bottoni

Un po’ come chi ha delle premonizioni.

Mi sono seduta su una sedia. La vedo entrare da lontano. Mi dico Ci sono venti sedie libere e adesso viene qui e si siede alla mia sinistra. Esatto. Io facevo la mia settimana enigmistica, sì! È giovedì, e la vedevo che scalpitava per parlare. Una gran bella signora. Un bel cappottino azzurro. Capelli bianchissimi in piega. Caspita che posto bello pulito! Sì davvero. Pulitissimo. Aveva una voce gioiosa.

Abbiamo iniziato a parlare. Scaduto il tempo dell’attesa, siamo uscite insieme. E siamo andate a bere un caffè. Mi racconta entusiasta che aveva una merceria. Ora se ne trovano sempre meno a Milano. Chi mi conosce bene sa quanto io ami le mercerie, l’odore tipico di biancheria nuova di pacca mista al chiuso dei cassetti dove si tengono i bottoni. Bottoni…. ma sa quanti ne ho ancora a casa? Di madreperla, di legno, di materiali ricercatissimi. Se le servono bottoni venga da me e le apro tutte le scatole che ho. Sa che mi piace guardarmeli ogni tanto? Non riesco a separarmene. Ma sa che a lei li darei volentieri? Può scegliere tutto ciò che vuole. Io non ho nessuno, un giorno butteranno tutto. Ci scambiamo i numeri? Sarebbe bello rimanere in contatto. Si. Volentieri. Segno il suo e le faccio uno squillo… 02 542… Ma è un fisso! Le lascio il mio. Mi chiami quando vuole. Sarebbe bello trovarci e andare a berci una tazza di qualcosa di caldo. Sì, sarebbe bello.

La passione dei bottoni l’ho ereditata dalla nonna. E per le mercerie. E per i pizzi e per le passamanerie. Guardavo ammirata le colonne perfette di bobine di fili in scala cromatica. E, quando andavo da lei, tiravamo fuori tutti i tesori che teneva nelle sue ceste del cucito. E c’era quella scatola di latta dove teneva bottoni e bottoncini che guardavo ammirata. E ora è mia. Custodita con cura.

Che bello ereditare passioni, che bello quando qualcuno coglie le nostre e le fa proprie.

Udienza al Papa

La pioggia è quella tipica londinese: quando ti si poggia sul naso sembra quasi lasci un alone di nebbia. Foglie bagnate. Stanno tra di loro in una perfetta sfumatura e poi noti gli stacchi col marciapiede. Percepisci  possa essere  un bel vedere, diverso dal solito.


Ombrelli che ti gocciolano addosso, anche dentro il colletto del giubbotto lasciandoti un brivido gelato che raggiunge la schiena. Umidi, dentro a un tram caldo. Vetri appannati, nebbia che esce dai nasi poiché le bocche sono tutte coperte. A volte c’è da dire poco nonostante abbia sempre sete di parole.

Leggo il mio libro.


La vita può anche essere bella se così la vogliamo guardare. Prendo il telefono e rispondo ai primi messaggi Mangiamo insieme oggi? Quando hai tempo per me? Non voglio essere così piena di impegni da non trovare posto per un’amica preziosa. Non si fa. Voglio sempre avere tempo perché, se si vuole, si trova. E allora sì, vediamoci oggi per pranzo. Ho troppa voglia di vedere quel faccino buffo. Non voglio diventare quel genere di persona, quella che non ha tempo e che, per vederla, sembra si stia chiedendo udienza al Papa.

Stop. Click.

Me ne devo solamente stare seduta qui. E, appena potrò stare in piedi, me ne andrò.


Dove?

In giro. A fare dispetti ai passanti. A buttare cose a caso nei carrelli nei supermercati. E fare impazzire le persone alla cassa.


Qual è il piano?

Fermiamo il tempo. Raggiungo chi devo e poi lo facciamo ripartire. Così non si perdono minuti preziosi, proprio quelli che non torneranno.
Muoviamoci. Sei pronto? Iniziamo.


Stop.


Voglio sfruttare al massimo questo momento di pausa. I sogni diventano possibili. La mente non interferisce con il cuore. Qui mi diverto perché è come mi pongo e reagisco alle cose che conta più delle cose stesse. Aspetto ancora un momento per godermi tutto questo.


Click.

Via. Si riparte. Il tempo è ripartito.
È davvero poco chiaro ciò che è successo? No, ma è molto strano.

E mi ha riportata a casa

E se perdo i ricordi?
Che cosa rimarrà del mio vissuto?
Che cosa sarà del mio vivere quotidiano?
E se perdo anche l’uso dell’altro occhio?
Beh, e perché dovrebbe succedere?
E se anche fosse, perché pensarci adesso?

Quante cose ho ancora da insegnare?


Sapete, mi piace passare cose. Mi piace regalare. Mi piace fare pensieri cercati. Capita di trovare la cosa giusta, quella esatta per una certa persona. Vi capita? Andare in giro rimanendo catturati da un oggetto o un libro o una frase o una foto. Qualcosa che doni all’altro poiché ti sembra fatto apposta o te l’ha fatto venire in mente.  O creare per qualcuno. La cosa più triste è quando scovi la sorpresa perfetta per qualcuno che non c’è più. Vi capita?  E vi capita di setacciare scarti o antichità e trasformarle in un tesoro per qualcuno che amate?
E quante persone si possono amare nella propria esistenza senza dover escludere nessuno?


E poi penso a quell’uomo coi pantaloni neri in pelle e penso a quella frase Ricordati Alessandra, i problemi personali di quell’uomo o di qualsiasi altro non sono più di tua competenza. Non lo capivo. Poi ho capito. Poi gli ho dato ragione. Poi non più.  E, forse,
è dovuta a questo la mia caduta successiva.


Ho guardato chi amo dalla mia nascita e ho visto la nostra vita insieme e tutta la mia vita. Che percorso meraviglioso.

E poi un’altra frase Alessandra, se parli devi avere qualcosa di originale da dire. Anche lui, nonostante i pantaloni attillati, era perfetto così come era ed era arrivato al momento giusto. Mi ha insegnato ad avere coraggio. E mi ha riportata a casa.

Qualcosa di bellissimo

E ti è piaciuta?


Mi è piaciuto il modo nel quale mi ha fatto entrare in casa sua.
Mi è piaciuto il suo sorriso nonostante avesse la mascherina fin sotto le lenti degli occhiali.

Ho  avuto come l’impressione di non averla mai notata prima. Eppure la conoscevo bene. Ma stavolta è stato diverso. Mi sono soffermato, ho aperto gli occhi e ho prestato attenzione.
Ho cercato di fare una cosa stupida per far colpo su di lei. Volevo solo farla sorridere. Invece ha riso. In modo assai sguaiato e, con un’altra donna accanto, mi sarei persino  vergognato.


Soltanto adesso capisco. Chissenefrega di che cosa possano pensare gli altri che, appunto, rimangono altri per un motivo.


È tutto un altro mondo e ci sono appena entrato. Non si può scegliere chi ameremo… ma lei… aprendo quella porta mi ha dato una mano per fare una scelta.


Che cosa vedi al di là di quello che puoi vedere?


Qualcosa di bellissimo.

La vita va morsicata

Una giornata piena di input e cose nuove da imparare ma imparare bene.


Gente che chiama. Amici che mandano vocali e messaggi. Tra un mi manchi e cosa si fa stasera… io penso ad una cosa sola… Penso alle mie Moretti rosse in frigorifero, alla temperatura esatta e che non vedono l’ora di venire aperte. Penso a quanto, oggi, me le sia meritate.

Arrivano offerte per andare via… occorre solo scegliere il luogo. L’inverno… c’è chi va in letargo… a me viene una voglia tremenda di andare via …
Booking propone Vienna… Sì. È ora di partire davvero. È ora di volare.

Apro la prima rossa. La mia mamma penserebbe sia una ubriacona… è che bere mi piace e lo trovo appagante dopo una giornatona così.


Apro qualsiasi sito mi proponga una meta interessante.
Viaggio con la mente.
Scelgo una meta e una data e poi avviso il compagno di viaggio.
Mentre clicco il pulsantone, organizzo la serata, il sabato e pure la domenica.
Mai successo prima di fare progetti… ma qui ho persone da vedere e poco tempo libero. E ho voglia e tanta di vedere ogni persona che mi vuole bene. Il tempo stringe. La vita va morsicata.