Scorro

E, per il momento, decido di rimanere senza meta.
Vago.
Rispondo ai messaggi.
Leggo le mail, finalmente e dopo tanto.
Sono rimasta indietro. Mi capita spesso, ultimamente.

Vago. Senza cercare nulla.
Fluttuo.
Il caldo e il sole rovinano la mia pelle. Non riesco nemmeno più a contare le macchie nuove.
Iniziano a ricomparire le lentiggini, nonostante la crema a 50 di copertura che metto anche in città.

Come se poco avesse ancora importanza vitale. Ascolto il mio respiro. A volte è strano, a volte è come si bloccasse nel momento del sonno. Salto in piedi e lo faccio tornare.

Rispondo a un ciao di qualcuno che nemmeno conosco. Ma il sorriso era così bello che mi ha lasciato qualcosa di meraviglioso dentro.

Riempio la mia parte che dorme ancora.

Condivido del vino bianco fresco e millesimato e del cibo parlando di quanto era bello anche solo un anno fa.

Ricordiamo vecchie cose e momenti rimasti in così tante foto che il telefono non aveva più memoria. Ma che bello era. Come ci siamo divertiti. Ogni giorno sceglievamo dove andare a mangiare. Un’ora di scampo, un’ora preziosa.

Troveremo altri posti ancora. Troveremo le nostre mete.

Eppure ne ho fatte di cose, eppure ho stravolto la mia vita.
Eppure ora va… scorre.

Scorro anche io.

Rifiorire

Ti fotograferò fino a farti rifiorire dentro.
E così è stato.

Lascio ad altri quel fare di tutto per non essere in grado di guardare.
Mi tolgo da persone poco attente, dalla loro incuria e disattenzione.
Mi metto in situazioni allegre, non perfette ma spensierate.
Mi avvicino a chi non fa drammi per un nonnulla, a chi è capace di riprendersi, a chi sa stare al gioco.

Mi giro quando dicono il mio nome.
Mi fermo quando sento una mano sulla schiena.

Ehi ciao.
Raccontami un po’ di te.

Hai fotografato quel posto anche se condurrà a qualcosa di difficile?

Sì.

Mentre aspetto treni che vanno e vengono e accumulano ritardi, guardo il tabellone.
Quanti posti ancora potrei vedere.
Basterebbe fingere di aver sbagliato destinazione.

Dove vorrei andare…
Quale scelgo?
Il primo che parte.

Mi prendo una granita per sentire scaglie gelate nella bocca che sanno di limone aspro.

Soffio nella cannuccia forte, il liquido schizza e mi fa stringere gli occhi. Che gioco assurdo, lo facevo da bambina per infastidire mio fratello.

Prendo un  pacco di biscotti al Bazar del souvenir. Sì, prendo qualcosa per chi mi sta accanto in modo puntuale.

Stringo la cannuccia fra i denti, la mastico forte per far passare il limone piano piano.

Scelgo ogni giorno chi fa di tutto per voler restare e mi prende in toto coi miei difetti ma anche coi miei pregi.

Sei in forma oggi Ale… Sì, lo sono.
Quanto parli… Sì, lo so.
Perché urli sempre?
Per farmi sentire meglio, lo direbbe anche il lupo. Cancello il tempo perduto a stare dietro a chi significato non ha avuto, a chi, col tempo, è diventato un peso e qualcosa di non bello.

Mi faccio una birra. Brindo a me alla faccia di chi voleva affossare la mia anima spensierata.
Brindo a te, al mio papà che riguardo sorridente in foto perché accanto a me.

Torno piena

Il passato che amo che si intreccia col presente.
Basta un gesto che mi riporti a me, piccola e bassa davanti a quell’uomo alto che ho amato tanto.

Mi tengo quel momento, solo momentaneamente. Poi voglio farti sapere di quanto sia stato bello. Inaspettato.

Ehi. Ciao.

Questa è l’occasione per parlarti.
Ma me ne devo andare.
Hai fatto qualcosa per me. Non riesce a tutti.
Mi sembra di vivere un momento astratto, enigmatico ma che mi lascia tra le mani qualcosa di vero. Si intona con la mia pelle, mi sta bene, ci sto dentro a pennello.

Qual è il luogo dove sto bene?
Qui.
Sì, qui sto bene.
Qui sono a mio agio.
Qui c’è qualcuno che mi fa sentire preziosa. E bella, tanto bella.

Ti ho lasciato qualcosa?
Qualcosa da ricordare come una vecchia foto appartenuta a una famiglia sconosciuta. Ma esistita davvero. Un frame di un momento da ricordare, di qualcuno che, probabilmente, non c’è più.

Una foto gettata di un periodo felice.

L’ho raccolta sai… e la regalo a te.

Non getto momenti.

Torno piena, anche stavolta.

Ombra sul muro

Il momento nel quale esco.
Nessuna ombra può seguirmi, nemmeno la mia.
Cammino alle spalle del sole, la schiena è calda.
Sono alti i muri ma ho imparato a guardarli dal basso. Apprezzo altezze, apprezzo il sentirmi piccola. Più si alzano le cose e più mi faccio tascabile.
E poi mi prendi, mi curi, mi saluti.

Le mie ossa fragili, la mia pelle così bianca da rimanere bruciata anche in città.
Le zanzare che mi pungono le gambe e mi lasciano segni che sembrano indelebili.
Ma poi, col tempo, se ne vanno anche loro.

Tu non vai.
Ti ho sognato.
Eri bello.

Io che avevo paura di non vederti più. Sei comparso, ehi ciao sono qui, mi dici.

La mancanza che stritola forte il cuore, come uno straccio che va strizzato per non far cadere l’acqua in eccesso.

Sono piena di lacrime interiori. Ci provo a torcermi ma non se ne vanno.
Rimango impregnata dentro.

Mi scaldo. Il sole mi abbraccia. Mi faccio tenere, mi faccio circondare.

Manchi, sai?

Mi giro di continuo, faccio cose senza senso.

Rido ancora, sai?

Ma non mi sento spensierata, non più.

Continuo. Il dolore per te è qualcosa che avrò per sempre. Mi sento un’ombra, piccola. Mi vedo sul muro e mi ritrovo grande. In un battito di ciglia sono io di nuovo.

Fiducia saldata

Saldare un debito di un caffè.
Stamattina sono uscita presto.
Avevo quel pensiero. Non era solo saldare un debito ma anche ripagare la fiducia riposta. Ieri sono entrata in un bar. Per la prima volta. La barista mi ha subito sorriso. Le sorridevano anche gli occhi. Faccio per pagare e volevo nascondermi sotto alla cassa… non ho soldi… Avevo lasciato tutto nello zaino e meno male che mi era venuta voglia di camminare e ho raggiunto lavoro a piedi.
La ragazza mi dice Me lo paghi domani. Eh ma come fai a sapere che torno?
Perché mi fido.
Ringrazio ed esco.


Stamattina ho saldato conto e fiducia. Non sarai venuta qui apposta per pagare il caffè?
Sì sì invece. Avevo il pensiero da stanotte e un post it sul telefono.
Grazie.
No, grazie a te per la fiducia.

Paura? Non pervenuta.

Le sale di attesa mi hanno sempre regalato momenti di profonda umanità.
Anche il mio nonno lo diceva sempre.
Quando stai male è lì che gli esseri diventano umani.
Vero.
Accade quasi sempre che si iniziano a raccontare le proprie cose. Si dispensano consigli e si condividono esperienze. Non per farsi compatire come succede nella quotidianità, ma per essere vicini.
A me succede sempre così.
Ieri il gesto di una coppia che, nonostante fosse lì da tempo a causa del ritardo del medico, è stato bello.
Andate. Entrate che avete un treno da prendere. Grazie. 
Sono cose che, apparentemente, possono sembrare piccole e insignificanti invece hanno una valenza enorme. Gesti che riportano alla pace, che ti fanno vedere il mondo in maniera differente. Essere grati a qualcuno.

Condividere e aiutarsi anche quando nemmeno ci si conosce. Essere un sostegno o quel volto che, una volta fuori dalla stanza, rivedi e ti sorride. Ti cerca e ti saluta.

Nelle tragedie e nei momenti critici si trova un risvolto bello e appagante. Qualcosa che ti riempie.

Sapete, non ho più paura.
Saper trovare il bello ti fa scavalcare quel gradino.
Fermarsi venti minuti sotto una galleria del treno e non sapere nemmeno se e quando si ripartirà, sarebbe stata una cosa che, al solo pensiero, mi avrebbe fatta stare male.
Ho mantenuto il controllo, ho mantenuto i nervi saldi, non ho avuto terrore alcuno.
Non so se Ape sia cresciuta davvero oppure non ne possa più degli eventi tanto che, ormai, nemmeno si fa più toccare.
Non lo sa esattamente ma non ha più paura.

Alcatraz

Ritornare ai concerti.

Ritornare senza maschere.

Tornare a stare in mezzo agli altri. Senza paura.

Ritornare all’Alcatraz, finalmente aperto.

Ritornare tra buttafuori e bevitori di birra.

Non ha prezzo la vita. Nemmeno la felicità. Bisogna andare a prenderle e buttarsi nella mischia il più possibile.

E poi c’è lui…

Mi sento libera

Adesso sì che puoi vedermi.
Entra in me attraverso il percorso che preferisci.
Entra in me, nella mia sfera privata come fossi un dono.

Non ho più necessità alcuna di restare entro determinati confini. Invado lo spazio che mi circonda.

L’incontro con te mi ha permesso di rileggere il mio passato. Ora capisco meglio ciò che è accaduto e ciò che non andava, ciò che non era giusto, ciò che mi faceva così tanto male da passare alcune notti a piangere.

L’amore che provo per le persone e per ciò che faccio è linfa che mi spinge a fare e a comportarmi meglio.
Penso. Miglioro.
Studio.

Sono qui e sono come sono.

Mi vedi? Mi senti?

Fiducia riposta da entrambe le parti. Ricavo spunti.
Mi sento libera.

Uno a uno

Niente di meglio scaccia via la malinconia come un abbraccio.
Uno di quelli veri dove stringi forte e vieni stretto forte.
Dove ti metti in modalità di venire accolto senza orpelli.
Sentire un pianto sommesso tra il collo e l’orecchio.
Senti e stringi.
Ti dai e vieni stretto.

E poi ci si guarda negli occhi.
Non badi alle lacrime ma nemmeno fai finta che non ci siano.
Prendi tutto il pacchetto.
E stringi ancora. Stringi forte come se fossi un adulto che si prende cura del proprio bimbo. O del bimbo di un altro ma bisognoso di cure immediate.

Sentirsi fragile. Sentirsi scoperto come un cavo elettrico senza la plastica attorno.

Si lavora sodo per crescere.
Si lavora sodo per esserci per chi ha bisogno.
Ci si affida e si prende in custodia come quando compri un biglietto di sola andata. Sì perché al resto, a tutto il resto, ci si occuperà poi. Al momento giusto. All’occorrenza.

Non esiste, per me, gestione oculata nei sentimenti. Arrivo dove desideravo. Da lì in poi mi lascio andare.

Stringo forte. Mi lascio trattenere per secondi che scadranno in braccia aperte. Spalancate per me.

Ributto sott’acqua teste inutili che non hanno avuto senso alcuno. Le spingo forte e me ne vado. E no. Non ho perso tutto perché ho sempre voglia di ricominciare.

Ricomincio. Da me. Da un abbraccio voluto e uno desiderato.

Se non ti dispiace

Vado e vengo spesso.
A volte ritorno. A volte attendo.
Ho trovato un luogo che pullula di vita.
Sbatto forte i piedi dentro l’acqua. Mi arriva addosso ed è fresca.

C’è fermento e qualcuno viene attirato dal baccano. Ci si ritrova nello stesso punto. Ehi. Rimani qui anche tu.

Quante volte mi hai ridato la vista?
Non le conto nemmeno più.
Le spiegazioni dei colori sono precise e puntuali.
Se mi aiuti posso ancora distinguerli.
Sai una cosa?
Sto bene nel mio corpo anche se ammaccato come una portiera dopo una precedenza non data.
Ma qui, proprio qui, la precedenza è stata rispettata.

Sì. Corpo e pelle stanno a loro agio e nella persona giusta.

Sai, grazie per avere parlato con me. Grazie per quell’abbraccio. È stato bello. Mi hai creato una sorta di protezione come la crema solare 50.
Vengo con te se non ti dispiace.

Non si scappa

Prima di entrare a lavoro vengo colta e coperta da un profumo alla mela verde. Che cos’è? Chiedo.
Il nostro igienizzante per le mani. Ma quanto è buono? Di che marca è?
Me ne regala una bottiglietta.

Ricordo il Campus, era il mio shampoo preferito da piccola.
Il colore era di un verde bellissimo, il tappo era a forma di pallone dello stesso colore del liquido. E il profumo… era qualcosa di eccezionale. Non me lo presero più quando provai ad assaggiarlo. Era davvero buono.
Solo shampoo trasparente da lì in poi, solo qualcosa che non fosse bello ingerire.
E quando sei piccolo puoi solo ascoltare e adeguarti alle regole.
Non si scappa.

Io e il mio papà

Ti prenderei la faccia tra le mie mani infantili.
Ti direi non avere paura.
Proteggere chi è diventato grande, così tanto da diventare fragile.
Vorrei ancora riempire le labbra e baciarti la faccia col sottofondo della barba che, di sera, iniziava a pungere.
Da piccola ti guardavo mentre la facevi, alzando il mento e dicendo state attenti se no il papà si taglia.
La pelle profumata di buono. Ti vedo mentre stendi il dopobarba picchiettando sulle gote e sugli zigomi che confondevo coi miei.

Ti vedo davanti alle specchio del corridoio mentre ti fai il nodo alla cravatta, al collo di una camicia stirata in modo perfetto.

Ti vedo mentre scegli i vestiti accuratamente e l’orologio giusto, sul tuo polso piccolo come i nostri.

Sai, Daniele ti assomiglia tanto. È un uomo. È un grande lavoratore come te. È onesto e serio.
Anche io ti somiglio nella faccia. Rivedo te, il mio papà.

La tua risata interrogativa sulle cose che raccontavo a macchinetta.

Il tuo affetto nei gesti e nel voler sempre esserci.

Le litigate per gli orari assurdi da rispettare. Ma come faccio a tornare a casa alle undici e un quarto se esco alle dieci?

Il tuo aspettarmi con la lucina accesa. E rientravo e sentivo clic. Buio.

I tuoi regali quando tornavi dai viaggi distrutto. Avevi sempre la forza di aprire la valigia e noi tre lì attorno ad aspettare che tirassi fuori le cose per noi.

Darei dieci anni della mia vita per avere indietro ancora cinque minuti di quei momenti. Magari quelli della domenica tutti insieme,  il pranzo in sala con la tovaglia che sapeva di bucato e le paste sul vassoio posizionate in modo ordinato. E tu in mezzo a noi per dividere i litigi e le botte che ci davamo per un nonnulla.

Nulla più è perfetto senza te. Nessuna festa sarà più all’apice della gioia. E sai. Ieri è stata una giornata triste e tu sai quanto amassi il mio giorno. Sì, ho festeggiato e lo farò ancora. Ma io rivoglio indietro te che sei il mio papà.

Solo il bello di me

Poi ho conosciuto lei.
Ha il cuore buono, forse il migliore mai conosciuto.
Mi ha accolto fra le sue braccia.
Le ho visto gli occhi lucidi per me. Cercherò di non farle male mai.

L’ho riconosciuta dal sorriso timido.
È come se avesse paura di non trovarsi nel posto giusto mai.
Come se dovesse chiedere scusa per esserci. È silenziosa ma io la sento eccome.

Le devo i miei pensieri migliori.
Non conosce il male, se non quello arrecatole. Sa amare in modo puro.
È capace di farlo e, forse, nemmeno lo sa.

Una persona tanto preziosa non l’ho mai conosciuta.
La riconosco in un bellissimo bicchiere di cristallo, di quelli col vetro tanto fine che sembrano spaccarsi solo allo sguardo.

E la guardo e mi sento bene così tanto da percepire che tutto può andare a posto.

E quando le sto accanto tutto va a posto davvero.

E allora grazie. E sai… non smetterò mai di dirtelo. Meriti solo il bello di me.

Per te che ami le rose. E i fiori tutti.

Il migliore dei regali

Ridarei indietro il più bello dei regali per la tua telefonata all’alba.
Auguri _ _ _ _ _ _ !
Quel nomignolo nostro, da quando ero ancora muta in un passeggino. Sai… non l’ho mai svelato a nessuno perché era cosa nostra.
Il tuo prendermi la faccia tra le tue mani.
Il tuo ultimo regalo l’ho mantenuto al polso.  Me lo guardo ed è bello sotto alla scritta Taxi.

Saresti sempre fiero di me.
Il tuo nome ancora in rubrica col tuo viso che mi sorride.

Oggi si festeggia. Non sarà la stessa cosa. Non è più così importante.
Manchi tu all’appello. Il tuo posto a tavola. Festeggio e ti porto dentro. Come ogni giorno, del resto.
Io, che ti somiglio così tanto. Mi faccio guardare da chi ti ha amato quanto me così magari ti ritrova un pochino.

Ciao Papà.
Sei stato tu il migliore dei regali.

E son 44…

Auguri Ale.

Guardiano

Essere un guardiano.
Controllare la propria aerea senza invadere.
Ho rispetto del tempo. So che è limitato, lo so molto bene.
Non voglio andarmene via senza lasciare una traccia.
Non mi sento impaurita. Anche perché, e l’ho sperimentato sulla mia pelle, la paura fa fare cose folli.
Il mio riscatto è dato dallo sfuggire dalle sensazioni di pericolo.
Non c’è medicina contro l’incessare del
tempo.

Interesse ed attenzione non scemano.

Non lo so spiegare ma se lo credo davvero, i miei sogni si avverano, come una bellissima magia.

Sono un po’ particolare, lo so. Forse strana. Sono perfetta così per me perché mi sento in sintonia con ciò che sono davvero.

E finalmente ho un guardiano sulla pelle che guarda negli occhi quella piccola ape con l’ala spezzata. Ma sapete… il colore si è espanso… l’ala si sta ricucendo. Da sola. Senza appellarmi a nulla di esterno.

Costola di Ape

Servivano solo alcuni scatoloni per potere giocare e per costruirsi una casa.
E così… ebbi una lavatrice con l’oblò tagliato alla perfezione con un taglierino.
I pulsanti col pennarello nero.
Giocavamo a fare i grandi e a fare il bucato.
Raccoglievamo da terra i nostri vestiti e poi via, tutto in lavatrice. Per un po’.
Bastava davvero poco per esaltarci.

Il resto arrivò per Natale.
Un forno di legno e un lavabo che sarebbe dovuto funzionare per davvero. Ma ecco che qui arrivò mio fratello l’inventore che, nei panni di un idraulico, smontò tutto e ricompose. Il rubinetto non andò mai più.

Ci costruimmo anche la televisione senza tubo catodico.
Cambiavamo anche canale. Io ero al quiz, mio fratello al telegiornale.

Bastava davvero un non nulla.
Non che adesso mi ci voglia di più per divertirmi. Mi occorre ancora tanto poco. E ieri… caspita non ridevo così tanto da un secolo. Forse è stata la prima volta dopo la morte del mio papà.
Sapete quando sembra di aver fatto un centinaio di addominali?
Mi faceva male tutto, per un attimo ho anche creduto mi si fosse rotta una costola.

Non andrò via

Girovago nel mondo ma sento mi manchi qualcosa dietro.
Allora glielo dico.
È come se, dovessi mai cadere, mi manchi il cuscino dietro.
Mi prendi se cado?
Se non ingrassi, sì.
Ti prendiamo tutti.
È questo il tuo cuscino.

Mi fa ridere. Anche nel mio momento di sconforto.

La vita è davvero in gamba nel cambiare le priorità. Forse è l’unica che può farlo anche in un batti baleno. Decide per noi. I suoi snodi possono cambiare direzione in qualsiasi modo e in qualsiasi momento.

Ho imparato a dire le cose. A volte male. A volte meglio. Quando mi sento fragile cerco quella fonte di energia continua. Poi c’è lui in grado di ridarmi la carica.

Quando c’è un problema intervengo sempre. Non lo blocco, anche quando sarebbe meglio lasciare andare. Non mi viene da minimizzare nulla ma riesco a rimpicciolire le cose nelle loro dimensioni. Quando sono piccole si incastrano meglio senza patire.

Non andrò via.

Debitrice

Il caldo che colpisce.
I nervi che si stoppano.
Che poi… se facesse caldo senza farmi danni lo accetterei anche. Come tutti.
Magari solo qualche lamentela.

Nemmeno mi viene da lamentarmi.
E vorrei tanto. Ogni tanto, mica di continuo.

Ogni ritiro dei farmaci è un ringraziamento a chi paga le tasse per permettere anche a me di curarmi.
Poiché, diciamocelo, se così non fosse nemmeno potrei farlo.

Un sacchetto con dentro novemila euro. Per nemmeno tre mesi di cura.
E lo difendo con le unghie per poi correre a casa e porlo nell’armadio.
Non possiedo nulla di così prezioso se non quel sacchetto.

Me ne sto al fresco. Accendo l’aria. Ma oggi va così. Oggi me ne sto sul divano aspettando che passi.

La doccia dura circa mezz’ora.
Mi pettino in venti minuti.
Mi vesto in un tempo che sembra interminabile.
Meno male che non mi metto le scarpe, altrimenti sarebbe un’altra mezz’oretta perduta.

Rispetto i suoi tempi. Rispetto i miei.
Chi non ama lei o la maltratta farà la stessa cosa con me.
Chi non la capisce e non la vuole comprendere farà la stessa cosa con me.
Chi non la accetta e non accetta ciò che comporta e porta lo farà con me.
E così è stato in un passato nemmeno troppo remoto.

E sai, amica mia, ti sono debitrice della pulizia che hai fatto.

Viaggio tra colori

Aspettami. Vado a prendere la giacca e arrivo.
Mettiamo in campo un poco del nostro spirito di avventura. Andiamo là, nel luogo incantato.

Anche tu sei attratto dalla bellezza?

Ci avviciniamo con lentezza per godere meglio del panorama.

Che cosa ci offre questo luogo da esplorare? Andiamo sempre più all’interno, conosciamoci. Siamo a nudo, fragili e inesplorati. Ma sai che cresci in fretta? Ti stai espandendo. Sembri felice.

Dici che si vedono i colori. Mi chiedi ne hai mai visti di così brillanti? Ne hai mai visti così tanti tutti insieme?

Raccontameli. Descrivimi i colori che cambiano. Vedo che sono brillanti in una tonalità di grigi.  Anche una scala in bianco e nero può essere bellissima. Come si arriva a godere di tinte così belle? Guardando. Facendo attenzione al dettaglio. Prendendo tutto quello che la vita mostra.

Ehi. Raccontami qualcosa di te. Mi metto qui accanto. E poi faccio un passo indietro per metterti a fuoco.

Sai, in questo viaggio che mi ha portato qui, sono felice.

Il segreto di Napoleone

Stavo là. Mi passava i libri come faceva con le caramelle alla menta che la nonna gli metteva nelle tasche per le crisi di glicemia bassa.

Sì, nello stesso modo.


Lo leggi qui, lo finisci e lo rimetti a posto. I libri sono tesori. Non li presto.
Va bene nonno.
Ma sai… questi sono libri difficili per me.
Leggili. Non possono che farti bene.


E fu così che imparai tutto su Napoleone. E lo portai all’esame di quinta elementare.
La mia maestra e quella della Commissione rimasero senza parole quando parlai di quel personaggio. Conoscevo tantissime cose. Più di quante me ne avessero insegnate a scuola.
Immagino sia merito del nonno…
Mmm… no… farina del mio sacco, lui mi ha solo dato da leggere la biografia.
La bimba parla sempre del suo nonno.


Mica solo la bimba Ale. Anche la ragazza Ale. Anche la donna Ale. Prima e ora. Sempre.

E poi raccontai quell’aneddoto che, invece, lessi in una storia sul Topolino.  Risero teneramente. E rimasi un pochino offesa.

Topolino andò a ritroso nella storia e incontrò Napoleone. Fu così che, a dispetto di tante inchieste storiche, scoprì il motivo del braccio nella giacca:  aveva un pettine nella tasca interna. Ogni tanto Napoleone si guardava allo specchio e, vedendosi in disordine, si pettinava.

Pensai fu una scoperta geniale. Topolino aveva fatto centro. E lo dissi alle maestre in modo fiero.

Qualcosa di bellissimo

E come sta il tuo cervello?
Eh. Non saprei.
Certo, sa bene ciò che è successo.
Ha sempre fretta di riprendersi dopo ogni intoppo e quindi va veloce. Velocissimo. Come quando in banca contano le banconote. Veloce così.

Quando sa che non è facile va in un’altra direzione. Ha una capacità di prendere strade differenti al primo ostacolo. Come il nuovo aspirapolvere che sta per terra e non lo trovo mai ma, appena viene sfiorato, gira i tacchi e se ne va.

Ecco. A volte è come se volesse andarsene quando qualcosa lo tocca e lo urta.
Ma c’è quella cosa in fondo che lo fa rimanere vigile. All’erta come le antenne che svettano sui tetti.

Mi faccio dare un passaggio.
Non voglio guidare, voglio lasciarmi trasportare. Non voglio fare le regole né seguirle fin quando vengo colta di sorpresa da qualcosa o da qualcuno. .

Arriva ancora il momento di farsi conoscere. Ci si spoglia degli orpelli e ci si presenta per come si è. Eccomi, sono qui, guardatemi. Ciò che sono. Ciò che penso.

Do la possibilità di risvegliare la vita.
Come un butto su quel pino spelacchiato. Ogni giorno prende acqua e sono io a portargliela.

Mi annaffio. Mi abbevero alla fonte e poi ritorno. Mi sento ancora viva. Pronta a farmi travolgere da qualcosa di bellissimo.

Ciliegi in favola.

Eh sì. Slogan per pubblicità occulta:

QUESTO LIBRO È QUALCOSA DI BELLISSIMO.

Qualcosa rimane sempre uguale

Torna per un giorno. Da molto lontano. Da un posto bello. Ed è me che vuole vedere.  Anche se quasi mai ci sentiamo. Ma ci ricordiamo l’una dell’altra.
Essere state complici. Compagne di lavoro. Amiche per quel poco che ci siamo godute.
Lei a chiedermi consigli. Come la vedi Ale? Tu che sei più grande… come è dalla tua parte?
Io a regalarle un poco di brio per tirarla fuori dalla sua serietà.
Lei a regalarmi un po’ di regolarità e anche di regole.

Ci saresti Ale?
Beh, non ti perderei per nulla al mondo.
Un aperitivo.
Un lasciarsi fisicamente ma portarsi sempre nel cuore. Ricordi che affiorano condivisi.
Qualche lacrima anche. Sua.
Farle da guida. Consigliarle solo il meglio. Vai. Vai. E poi vai ancora. Sei brava, vai a farti vedere in giro. Non restare. Non fermarti qui dove non avresti il palcoscenico che meriti.

Andata. Triste un pochino. Ma andata.
Sbocciata come il fiore più bello, bello come la sua pelle trasparente incorniciata dalle lentiggini simpatiche di un bimbo buffo.

Ritrovare qualcuno. Cercare nel fisico se qualcosa è cambiato. Ma il sorriso, ecco, quello è ciò che rimane sempre uguale.

Olivia

Il fermo immagine di una bambina buffa e tanto colorata di suo.
Le gote rosse su una pelle bianca come il latte. Inizia proprio lì, su quel bel visetto, il suo amare i colori.
Una faccia bianca e rossa è una faccia sana. La réclame della salute, come avrebbe detto la nonna.

Guardo la mia ape con l’ala spezzata.
Il colore si è espanso, così tanto da unirne i due lembi.
Un’ape che vola. Ora è un’ape integra. Allargarsi così tanto da ricostruirsi e rimarginarsi, come fanno le ferite con il loro tempo.

La bimba colorata sfiora il corrimano lungo la strada con di fronte il mare.
Un metro almeno davanti agli adulti.
Una corsa in libertà. Dietro di lei, una bimba con le gambotte ancora impacciate per camminare senza una supervisione.

Un’ape vola, scrutando ogni fiore che incontra. Viaggia sicura da sola.
La benda  è stretta bene, talmente tanto da far passare inosservato il suo modo incerto di andare.

Restare in equilibrio. Seguire una linea impercettibile con lo sguardo.

La serenità è nello stare al proprio posto, trovarlo sgombro e accomodarsi. Entrare, sedersi e restare. Volare con la benda, osservare una bimbetta, trovare il tempo per gustare un fiore.

Collimano i pezzi

Perdo a braccio di ferro.
Chiedo la rivincita.
Sì, così.
Mi devi la rivincita. Come riprendersi un pezzo di vita che è stato tolto.

Guardare sempre negli occhi, stringere forte la mano. Così mi ha insegnato, così ho fatto.

E poi mi metteva ad incollare oggetti piccoli. Prendevo l’Attack, poco alla volta con uno stuzzicadenti.
Si impara anche quello.
Le prime prove erano disastrose. Quel piccolo bastoncino di legno si appiccicava al mio oggetto.

Ripulirsi, ripulire.
Riprovare. Come avere la rivincita accordata.

Come un puzzle.

Pezzi ricostruiti, assemblati, messi insieme in modo meticoloso fino a renderli perfetti insieme.

Incastrare gli angoli. Incastrarsi.

Prima di iniziare bisogna sia tutto pulito e ordinato. Ora puoi organizzare il lavoro. Si impiega tempo solo all’inizio ma poi tutto va e si recuperano i minuti perduti.

Quindi faccio così. La tavola è sgombra, i pezzi sono lì.

Incollo facendo combaciare i bordi.
Pezzi che collimano e si incastrano.

Sai. È tutto perfetto.

Guardo da lontano come fossi estranea al mio corpo. Rivedo l’originale che era andato perso.

Sai. Oggi il mio cuore è più grande ancora.

Resta. Qui o chissà dove ma resta.

Là sto bene

C’è una cosa importante che il mio papà mi ha insegnato. Bere bene e mangiare bene.
A tavola si sta insieme, si gode del cibo e si brinda.
Mi porto dietro il piacere della tavola, di sedersi con qualcuno di fronte che ti guarda, ride e condivide.
Google foto me lo ricorda ogni mattina.
Nelle mie foto c’è sempre qualcosa da mangiare o da bere.
Mi arrivano spesso messaggi… Oggi andiamo a pranzo?
Sto andando a mangiare, vieni?
Domenica andiamo? Ho prenotato…

Eccome se voglio esserci e cerco di farlo.

Quattro anni fa ero a Bologna.
Caschetto ultra corto e frangia.
Ero al bar a fare colazione mentre aspettavo che la Robi si alzasse. Era il nostro viaggio dei quaranta.
Io super mattiniera, uscita dalla stanza all’alba per non svegliarla.

E fra non molto saranno 44.
Numero doppio. Due volte il quattro che, come numero, non è uno dei miei preferiti.

Dunque, cade di sabato…

Dove andare a festeggiare?
Voglio qualcosa di speciale.

E voglio un viaggio. Andare magari nella mia città preferita su quell’isola non così lontana.
Sì. Londra mi aspetta. Già da troppo.
E, nonostante tutto, ricordo una mangiata favolosa anche lì con due pinte accanto. Sì, è ora di tornare nella seconda dimora perché là sto bene e tanto.

Riempivi la mia vita

Sono arrivati.
Sono negativi.
Non ho quella forma di sclerosi, quella che mi avrebbe fatto ancora più male.

Papà, te lo dico.
Nemmeno sai che ero andata a farli.
Nemmeno sai che ho aspettato quasi un mese.

Ieri mi ha scritto il medico.
Buona notizia, no?

Mah, si, certo.

Non riesco ad essere così felice.
Non so. Forse lo so.

Sai… non lo dovrei dire… ma che me ne può interessare se non sarò con te a brindare?

Ho tasse altissime da pagare… non mi interessa nemmeno questo.

Non è che sono diventata apatica. È che adesso è tutto senza te e non sono più queste le cose che mi interessano.

La neurologa è di sicuro più felice di me di questa notizia.

Fra poco compio gli anni.
Io che festeggiavo per una settimana intera mentre mi dicevi basito Ma come fai ad essere così piena di vita?

Non avrò i tuoi auguri alle sette del mattino mentre mi ricordavi che scricciolo che ero.
Non avrò il tuo regalo personale, scelto per me.
Che bello farti i regali Ale… sei sempre così felice.
E il nostro pranzo fuori? Con la bottiglia migliore  da finirci io e te.

E le tue mani che si riempivano della mia faccia. Io che mi buttavo addosso e tu che mi tenevi stretta.

Il mio papà riempiva la mia vita.

Dalla mia finestra

Per me il senso più bello arriva dall’interno.
Chiedere scusa se sei stato inopportuno.
Farsi vedere per come si è, senza alcun tipo di finzione.

No, non fingo. Non ci riesco.
Sono così.

Chiedo scusa.
La accetto anche, di buon grado.

Il senso più bello, quando accarezzi la pelle. Quando sotto le dita senti qualcosa di nuovo e mai sentito prima.
Come le impronte digitali, tutte diverse.

Non fingo e mi piace ciò che vedo e ciò che sento.

Il senso di un bambino seduto ben ritto, che si tiene al sostegno, guardando fuori dal finestrino.

Curiosità primitive. Non ne siamo più capaci. Per questo mi affido ad altro.

Chiudo gli occhi per sentire e persino per vedere meglio.

Ricordo. Ricordo ancora i colori.
So come sono fatti.
Ricordo il semaforo, e, pensandolo, lo riesco a vedere ancora per come è davvero.

Mi fermo. Ascolto. Accolgo il glicine che allarga le mie narici. Buono. E poi diventa forte e poi mi fa nausea.

Sale il profumo. Lo sento dalla mia finestra.

Qualche margherita per te.

Ciao Lucio ciao Peppe

Volevo scrivere una cosa su questa giornata speciale per Milano.

Poi è arrivato il mio amico speciale e ci ha pensato lui.

Non avrei trovato parole migliori.

E ora aspettiamo.. 

Ciao Lucio ciao Peppe,

Oggi tutta Milano si prepara con ansia e voi non siete qui con noi.

Tu Lucio, interista da una vita con l’inter nel cuore. E tu Peppe, tifoso del Napoli ma milanista d’adozione, pronto a tifare affianco al tuo bambino.

Al di là di chi vinca oggi, ci mancate, più di ogni altro giorno. Perché vincere senza voi affianco non è vera felicità. Perché perdere e non potervi abbracciare è un tuffo nella solitudine.

Mancate come l’aria, oggi più degli altri giorni. E’ solo calcio ma ci ricorda sempre quelle giornate al vostro fianco, perché avere un padre vicino vuol dire permettersi di perdere e cadere, tanto c’è sempre qualcuno che ti rialza.

Noi ci siamo dovuti rialzare da soli, giorno dopo giorno. E oggi mascheriamo dietro il sorriso della vittoria, o la lacrima della sconfitta, il nostro dolore.

Se dovesse vincere l’inter ti penserò sorridente Lucio, così come la tua splendida figlia. Se dovesse vincere il Milan ti immaginerò alla finestra a vedermi esultare come 20 anni fa papà.

Ciao Peppe ciao Lucio. Milan e inter sono solo un pezzettino di tutto ciò che ci avete lasciato.
Voi non ci lasciate mai

Grazie Gigi. Sì, oggi mi hai fatta piangere.

Fontanella

Di cattiverie e odio ne ho avuti. Coperta di bugie gratuite che, almeno spero, siano valse la pena per la parte non lesa.

Ma di amore anche.
Colma rasa. Di continuo come un drago verde che non cessa mai di andare.

Ma ultimamente… sì, ultimamente quell’amore mi circonda totalmente come non l’ho mai sentito prima.

Perché sapete, quando una persona ti chiede… scusa ti rattrista se ti parlo di mio padre? Ti dà fastidio?
Quella è una formula di amore che circonda.
La cura che le persone mettono. L’attenzione. Come se fosse una colpa avere la fortuna di avercelo ancora.

No. Non mi dà fastidio, anzi.

Il mio papà tanto non me lo ridà nessuno. E non è una colpa che gli altri debbono espiare.
Sanno tutti quanto l’ho amato e so che, se solo potessero, me lo ridarebbero indietro.

Mi piace sapere che ci siano figli che amano parlare del proprio papà.
Io ascolto.
Così… penso anche al mio. Più di ciò che ho fatto non avrei potuto. Sapeva quanto lo amassi visceralmente.
Ogni giorno facevo in modo lo sapesse.

Quindi grazie a chi mi ha riservato tutte queste attenzioni dimostrandomi quanto possa fare l’amore. Quanto si possa stare vicino senza parole dette al vento.
Dimostrare coi fatti. Volere esserci. Sapere che ci sarà sempre per te perché è ciò che vuole davvero e che, per nulla al mondo, ti lascerebbe scappare.
Cose che si sanno. Cose che si sentono.
Cose che mai ti verrebbe di mettere in dubbio perché nemmeno te le fai certe domande.
Quanto è bello sentirsi speciali e importanti. Raccontarsi le proprie giornate. Esserci. Sostenersi e fare il tifo. Gioire per qualcuno rende coperti di bello. Dire la propria in modo libero. E sapere di venire presi in considerazione.

Ah sai… Perché la mia vita è ancora più bella da quando ci sei tu.

Soffio

Riprendo in mano quel pezzo di vita che mi era stato tolto.
Mi ripulisco. Mi disinfetto con l’alcool che brucia su una ferita. Soffio. Soffio forte. Il bruciore si quieta.

Lo facevamo da bambini.
Acqua ossigenata che faceva la schiuma e il rumore in sottofondo come un bicchiere di Coca Cola versata veloce.

Stavamo a guardare. Soffia, soffia diceva la mamma mentre anche la sua bocca faceva aria per calmare quella sensazione.

Le croste si creavano da sole, il giorno dopo. Lasciale, non levartele o ti rimarranno i segni. Per questo ho stampe indelebili sulla pelle bianca e trasparente.
Marchi impressi accanto al colore scuro delle vene sotto.

Soffiare sulle candeline mentre qualcuno, dietro, non resiste e lo fa per te.
E allora? Sarà mica che devo condividere il mio desiderio? O regalarlo?

Io lo esprimo. La festa è mia e ne ho diritto io.
Chiudo gli occhi.

Due bimbetti si fanno dispetti.
Gli adulti riaccendono di continuo quelle candele. Una mano sulla bocca per il tempo dello spegnimento.

No, non regalo nulla, il desiderio è tutto mio. Il tempo che mi è stato tolto in modo arbitrario non lo recupero più. Quel patto è finito. Scatto veloce, non lascio vantaggio alcuno.

E se l’Inter vince lo scudetto ti porto con me sotto la curva Nord.

Aspetto, ancora. Sempre.

Sono passati 19 giorni. Gli esiti tardano ad arrivare.
Avevano detto 15. E sì, cambia. Quei giorni in più cambiano parecchio la vita di una persona.


Aspetto.
Ogni giorno guardo la mail, quella dedicata solo alle questioni mediche.
Nulla, ancora nulla.
Mica credevo di dover aspettare tanto per un esito.


Beh che aspetto da anni di poter scoprire qualcosa di diverso.
Una verità che mai vedrò arrivare. Sarà sempre troppo tardi per togliersi mille curiosità.
Sì, perché ora diventa una questione del genere: ho voglia di sapere perché.
Non perché a me, perché accade. Punto e basta.
Sul perché sia capitato a me poco mi importa. Anzi, nulla.
Mi piacerebbe scoprire qualcosa in più rispetto a questa malattia ambigua e misteriosa.

Il caldo fa tremare i miei nervi. No, nessuna scossa di terremoto, nessuna vibrazione del telefono. Nessun uomo che mi stia colpendo le gambe con un’ascia.

Caldo che arriva. Aria condizionata costante, giorno e notte. Brevi uscite ma soltanto per andare in luoghi ben climatizzati.
Scegliere un supermercato che abbia  i frigoriferi già alla prima corsia.
Scegliere una gelateria piuttosto che un pub.

Ora però… sarebbe anche il caso che arrivino gli esiti.
Ho provato a mandare una mail… nulla. Che dico… Mica è una questione che riguarda solo me. Poi dovrò riportare la notizia felice o infelice ma sarò io a doverla riferire.

Vedremo. Intanto aspetto anche che Clapton si faccia passare il Covid almeno per la data di Bologna.

Giallo

Associare un colore ad ogni fase della vita.
Il lutto, parola corta e chiusa con quella U e quella O, dovrebbe essere nero.
Per me è giallo.
Sì, ok, colore che non vedo più ma me lo ricordo bene. So come è fatto e che tinte ha quel giallo intenso che piace a me.  Un giallo forte, che ti fa accendere dentro come la legna incendiata nel camino del nonno.

Giallo. Come una delle tue camicie preferite.
Come quel colore che attira i moscerini e che ti senti addosso e cerchi di lanciare via con le mani.

Giallo come un orologio col cinturino di plastica regalato in estate col simbolo di quell’auto che avresti voluto avere.

Giallo è un sorriso. Il tuo, quando mi aspettavi trepidante sul balcone e vedevo da lontano quella testolina che spuntava.

Giallo come le gare che facevamo da piccoli, tenendo gli occhi aperti verso il sole. E quei lampi ci rimanevano dentro per un sacco di tempo mentre le lacrime scendevano copiose.

Giallo sei tu in una foto con me. Un sorriso che splendeva forte e siamo riusciti ad immortalare. Rimarrà per sempre.

Giallo come la rinascita.
Come mille ricordi custoditi.
Giallo come una caramella al limone o alla melissa.

Giallo come il limone spremuto sulle cotolette che scrocchiavano sotto ai denti come patatine.

Ancora più forte

Tendo una mano.
Qualcuno la afferra forte.

Muovo le labbra come se volessi parlare. Ma non c’è bisogno sempre di dire qualcosa. Ecco, questo lo devo ancora imparare.

Posso aspettare domani per dire la mia?
Ecco, anche questo devo ancora imparare.

Parlo di cose che non sempre si possono visualizzare o dar loro una forma concreta.

La concretezza è lo stare forti nelle braccia dell’altro. Tenersi e aggrapparsi con la. compagnia di uno scambio di sguardi.

Sento dentro .

Rifletto un pochino prima di affrontare questa nuova giornata.

Mordo il momento.
Non perdo il contatto e mi stringo ancora più forte.

Guarda le nuvole

E si fondono insieme.
Ed è come quando, nei viaggi lunghi in macchina, facevamo passare il tempo.
Vedi il dinosauro?
No. Proprio no. Per me rimane un elefante.

E allora le guardo ancora.
Tiro su la testa e il naso.
Le guardo attenta nel cielo e si spostano. A volte sembrano ferme.  A volte no. Corrono e si fondono.

Le guardo. Per me è il cane di Fantasylandia.
Ci vedo quello.

E corre via quel cane. Si amalgama con la nuvola vicina.

Si abbracciano. Si uniscono. Diventano tutt’uno.

È un pochino come quando guardi dentro le persone. Un po’ con paura. Ma ti ci butti. Scopri segreti, ti poni in modalità aperta. Accogli.

So

Google me lo ricorda… un anno fa come oggi.
Un anno fa, quando avevamo paura degli altri e anche di noi stessi.
Potevamo essere una bomba ad orologeria. E allora stavamo a debita distanza da chi amavamo come sorta di protezione. E anche da chi non amavi.

Sul tram eravamo in pochi. E sparsi e lontani come le pedine bianche sulla Dama.

Andavo ad un corso. E stavo bene. Spensierata. Sì, Google me lo ricorda.

Foto per la città, foto con gli amici, foto col mio libro, l’altro.

Foto col mio papà. Foto per lo scudetto sotto la curva. Foto con la maglia e poi le mandavo a lui e lui che le mostrava, fiero, ai colleghi.

Un bacio al mio papà. Un bacio d’amore puro, quello che si prova solo verso la propria famiglia di sangue.

E poi provi amore anche per altri, quelli che si mescolano alla tua vita, per restare o per piccoli passi. A volte inutili ma, dicono, servono ugualmente anche quelli.

Io non l’ho ancora capito se servano davvero. Di certe persone credo si possa fare anche a meno di conoscerle, talmente sono incentrate solo ed esclusivamente alla propria piccola cerchia ristretta.

Ma lo si capirà a che cosa siano servite.

Io so quello che ho oggi.

So quello che sono oggi.

So che le mie braccia sono ancora bene aperte e fiduciose. So che rido ancora, nonostante le tragedie.

So che mio fratello Daniele è la persona che più amo al mondo. Perché è dentro di me.

So che sono ricolma di amore puro.

E so che le persone con me si sentono a proprio agio e al posto giusto.

Intoppo

E come reagisci a qualcosa di bello?
Sei pronto a prenderlo?
O hai paura?
Paura di perdere quel qualcosa o paura di poterne gioire?
Perché siamo sempre pronti a prendere batoste e meno di accogliere  meraviglia?
È davvero più facile rimboccarsi le maniche dello sentire quella sensazione che ti fa scoppiare il cuore?
Perché siamo meno pronti di fronte alla luce del sole piuttosto che alla penombra?

Nascondersi nel buio, magari dietro un divano. Non farsi vedere. Non mettersi in evidenza. Stare lì, in un angolo aspettando che passi e arrivi l’alba.

E siamo, invece, capaci di metterci sotto la luce del sole, con le braccia aperte e, magari, salutare qualcuno agitando le braccia? Siamo capaci di attirare l’attenzione su di noi e dire ehi gente, mi è capitato qualcosa di bellissimo!

No. Le cose bellissime tendiamo a non sottolinearle,  sia mai possano scappare dalle mani.
Ma fermiamo le persone per raccontare loro se ci capita qualche intoppo.

Alle mamme

Auguri alle mamme.
A quelle che ti abbracciano quando sei in lacrime e ti riempiono le guance di baci mentre ti dicono non crescere resta sempre così.
Alle mamme allegre che riempiono la casa mentre cantano canzoni improbabili.
Alle mamme che si travestono da ladro per farti passare la paura degli intrusi.
Alle mamme che, mentre portano un vassoio di vitello tonnato ballando Heather Parisi, cadono sul sedere e si rompono il codino.
Alle mamme che ti dicono non devi pensarci tu, tu devi pensare solo a essere felice sempre.
Alle mamme che si nascondono dietro all’armadio per poi fare bu.
Alle mamme che ti spronano a studiare, ad essere curioso, a fare domande, ad essere educato e gentile e che ti insegnano a ridere ogni giorno.
Alle mamme dalle quali impari a non prenderti sul serio e ti danno esempio di onestà.
Alle mamme che ti fanno sentire a casa, in ogni luogo si trovino.
Alle mamme che lo sono e a quelle che si sentono così e hanno cura anche dei figli degli altri.

Salvata

Come un profumo lasciato addosso, anche sui capelli.

Come una lacrima che scende nascosta.

Un saluto. Te ne vai. E vorrei salire su quel treno e scendere alla prima fermata solo per non lasciarti.

Ma poi non basterebbe nemmeno una sola fermata.

Ti giri e te ne vai. Sensazione strana dentro. Tristezza.

E il tempo passa sempre troppo veloce che non è giusto.

Solo in certe circostanze sembra non scorrere mai.

Un arrivederci al più presto che viene da dentro.

Le foto insieme gelosamente custodite come un ciondolo prezioso dal nome improbabile.

E la pioggia non ha mantenuto la promessa di cadere copiosa.

Ci sono parole, gesti e braccia che mettono in salvo.

Mi sento salva e salvata.

Manca solo il cappuccino

Guardo su e mi sento subito meglio.
Sì, ok, il tempo non promette nulla di buono ma amo la pioggia. E oggi ho anche le scarpe giuste.

Vado a stare in mezzo alla gente. Non voglio vite separate, non le amo. Amo il chiasso. E amo quel faccino da furetto che mi sta davanti a lavoro e mi dice sempre meno male che sei qui e che sei arrivata. Porti allegria. Credo non ci sia nulla di più bello.
Portare qualcosa di sé è magico e resta.

E ora sto solo pensando a qualcosa del passato mentre sono su un tram mezzo vuoto. Ho tristi ricordi laggiù. E altri tanto belli da fare esplodere dentro.

Dimenticare qualcuno è impossibile anche se ti ha causato tanti problemi. E allora sarà un arrivederci, mi piace pensare possa essere così. Poi ti giri, guardi dall’esterno come fossi uno spettatore stanco e te ne vai.

Il nonno me lo diceva spesso Se dai tanto mancherai tanto.
Sarà vero? Certo è che gli ho sempre creduto. Perché mi amava e io amavo lui quindi era così.

Piove. Sembra una mattinata londinese qualsiasi, manca solo il cappuccino in mano mentre scendi le scale della metropolitana.

Starò bene come sempre. Ha sempre funzionato così. Già uscendo dal proprio guscio è un buon inizio.

Ovunque tu vada, voglio stare con te. Dappertutto, qualsiasi posto sia.

E resterò a ridere e a ballare fino a tarda serata anche se so bene che qualcuno lo rivedrò fra chissà quanto.

Che sia un compleanno bello

Sì, bello. Forse diverso, forse strano. Ma bello.

Che sia pieno di messaggi di auguri dalle persone lontane. Ma vicine, a loro modo.

Che sia pieno di tante cose da ricordare e di pasticcini da mangiare.

Che torni indietro tutto il bello che hai lasciato in giro.

Non conviene morire

Sono giunta alla conclusione che morire non conviene proprio.
Solo problemi burocratici che continuano, incessanti, a ricordarti che devi provare dolore su dolore.

Chiudere un conto.
Chiudere.
Tagliare cordoni che ti mettono davanti alla paura che, farlo, è come dimenticare.
Ma no, non si dimentica.
Ma la paura è quella.

Avvisare la compagnia telefonica per chiudere quella linea che ti è stata accanto per anni nelle prime posizioni della tua lista. Forse la prima.

E se poi qualcuno lo chiama? E se poi qualcun altro avrà il suo numero?

Smarrimento. Paura. Desolazione. Uno prova a trovare sempre un lato comico di ogni vicenda, ma, qui, proprio non lo vedo.  Eppure bisogna trovarlo. Qualcosa che faccia sorridere per non affogare o annaspare completamente.

Ho sempre buttato tutto sul ridere per restare a galla. Mi viene difficile oggi come oggi.

Trovare il lato positivo mi aiuta sempre. Oppure fare dell’ironia. Ma qui non ce la faccio.

Per questo è tutto difficile. Per questo vorrei fossero già passati anni luce anche se, ciò che è accaduto, è ancora tanto vivido in me nella sua più totale tragedia.

Troverò il modo per tenere la testa all’aria aperta senza affogare.

Senza parole

Tiro fuori lo spazzolino. Mi lavo i denti con la solita cura. La mia bocca ha sapore del mio profumo al muschio.
Qualcosa nell’astuccio deve aver perduto.
Lo spazzolino è impregnato.
Prendo e getto tutto.
Dovevo fare come il mio papà.
Quando si partiva prendeva gli spazzolini e li incartava tutti nella stagnola.
Un ricordo che mi è balzato alla mente così, potevo anche non ricordarmene più.

Me lo chiedevo perché lo facesse. Ora forse ho capito.

Tutto questo mi ricorda di una vacanza fantastica insieme, io e lui in America.
Quindici giorni lontani da tutti e dalla scuola. Realizzare quel sogno senza farsi troppe domande, pensando solo a ciò che poteva accadere di bello.
E fu bellissimo.

La voglia di partire, di andarsene in giro per posti nuovi o vecchi me l’ha passata lui.
La voglia di imparare e vivere i luoghi. Io, di mio, ho solo aggiunto la voglia di conoscere persone.

E ieri ho sentito un’amica. Il nostro progetto ha ripreso forza ed era così tanto entusiasta che le ho detto al volo Sì, sì lo faremo eccome. Insieme.

Passare gioia ripaga sempre. Perché? Perché quando ne hai un po’ di meno tu c’è qualcuno che te la ripassa come una palla. E l’ho ripresa con me. Stavolta, però, non la perdo più.

E finalmente rivedo un purissimo incanto visivo che mi lascia di stucco e senza parole.

Sento cose belle

Esame fatto.
Accolta in modo carino, a braccia aperte.
Una chiacchierata e via, tutto pronto per i marcatori.
Qualche buco di troppo sulle braccia ma ci sono abituata a queste vene piccole e che si sfaldano.
Ora partono i quindici giorni di attesa. L’esito arriverà per mail: ora tutto è facile e immediato.

Ale ce l’ha fatta, anche questa volta.

Il mio papà sarebbe stato fiero, sarebbe stato là fuori ad aspettarmi, facendo andare nervosamente la gamba accavallata.

Ale ha messo in scena il suo destino, un’altra volta senza paura.

Certo è che se davvero la mia malattia avrà un altro nome… me ne hanno fatto perdere di tempo. Non che la cosa mi cambi la vita… non che nulla cambi in me… però a me piace sapere sempre come stanno le cose. Però fa niente. Si vede che così doveva andare.

Mai visto così tanta gente messa male tutta insieme come oggi. Soprattutto bambini. Quelli che ti fanno chiudere il cuore e che ti mettono davanti a domande essenziali sulla vita. Perché?
Perché i bambini?
Perché non bastano gli adulti?

Sono finita nella stanza di una ragazzina in flebo. Cortisone, lesione ecc. Sì, sì. Conosco bene l’iter. Ma perché?

Alla faccia di chi mi ha detto cose squallide per rabbia. Il mio cuore è fragile davanti alle ingiustizie. Un bimbo malato è una ingiustizia.
Sarò anche una viscida opportunista, sarò una sprezzante menefreghista ma ho un cuore che sussulta. E che pulsa. E tutto ciò che prova lo butta fuori. E parla. E ascolta. E dà sempre possibilità di ribattere. E no, non si rallegra per chi sta male. Mai.

E continuo a pensare che un bimbo non sano sia la cosa più ingiusta possa capitare.

E sì. Il mio cuore è buono e mi fa sentire cose belle.

Aspettando…

Aspettando Pavia… Aspettando l’esame atroce…

Cosa c’è di meglio se non buttarsi in un parco a tema cowboy?

E cercare di divertirsi in un giorno, a me, molto caro.

E ballare come fanno gli americani

Sono felice e me lo merito.

Domani ci penserò.

A Pavia

Arriva il giorno del giudizio. Lunedì l’ospedale di Pavia mi aspetta per il grande esame, quello terribile che ho fatto qui senza esito esatto. Quello che mi aveva portato via giorni di sonno. E quando ricevetti la busta a casa, ci misi un’ora per aprirla.

Lo rifaccio ma con un altro stato d’animo.
Sono tranquilla. Sarà quel che sarà. Sto bene, qualsiasi cosa avrà poca importanza. Qualsiasi nome avrà la mia malattia avrà un altro senso. Sto bene. Mi daranno cure più mirate. Ma la cosa importante è di stare in piedi, camminare, parlare, pensare, ricordare.
Il resto farà il suo corso. Io posso fare zero, quindi… che senso ha preoccuparsene?

Pavia non è lontana. Ne approfitterò per fare una bella gita domani, per qualcosa che promette divertimento assicurato. Per guardare negli occhi quel bel visino buffo e passarci del tempo insieme. Finalmente.

Pavia sarà un’altra città da amare oppure da odiare. Vedremo.

Inizierà un nuovo corso. E va bene così.

Capito Papà? Sono tranquilla.

La verità è mia

Parlo di cose mie e di ciò che mi accade.
Non sono verità assolute, sono la mia verità.
Mai pensato di avere un potere così enorme da credere sia come dico io in generale.
Quel che dico o scrivo è così per me.
Giusto o sbagliato è ciò che penso poiché la penna è la mia.

A volte mi sento sola anche se ammetterlo è difficile.
Viviamo incastrati nelle vite altrui, volenti o nolenti abbiamo sempre a che fare con altre persone.

Le perdite non possono rallegrare.
Non rendono felice me. Una perdita è un fallimento. Tenere qualcuno lontano perché è più giusto per la propria vita è qualcosa che può costare e anche a caro prezzo. Te ne rendi conto e lo accetti. Ma come può rallegrare una cosa del genere?
Per chi si rallegra allora dico Confessa la tua verità. E poi procedi pure e nel modo che preferisci. Ma guardati dentro e pensa bene a ciò che hai combinato o detto o non detto.
Poi sì, puoi anche esser fiero di te. Ma, ed è ciò che penso io, sarà difficile possa essere così.

Quando do un’occhiata in giro, c’è tutto, proprio tutto, non manca nulla. Chi amo c’è ancora. E ne sono felice.
E non è pretendere l’impossibile. È avere qualcosa dentro da poter regalare o condividere. E mi sento di avere quel qualcosa, a discapito di chi pensa io sia una analfabeta emotiva.
Che poi… sì ok parole belle e ricercate… ma che cosa vorranno mai dire insieme?
Ho tanto da dare. Tanto ho dato, troppo. Ma non me ne sono mai pentita. E sì, ho ancora un cuore buono e grande. E sì è la mia verità.