Per te.

Per te
quando la vita aveva il sapore dell’inverno, come dentro alla tua sciarpa che pungeva.
Tu eri la casa, col cappello sulle ventitré e il cappotto blu e giallo che ti stava tanto bene.


Per te
quando mi sentivo sempre seguita, come avessi un ombra sempre attenta e che andava al mio stesso passo.
Tu eri quella casa coi pavimenti scivolosi.


Per te
quando mi aprivi le noci con le mani nodose e puntellate di macchie marroni e quelle unghie rimaste martoriate dalla bocca. O quando aprivi le castagne bollenti e le tue dita sembravano di amianto.


Per te
quando casa era stare in dieci, vicini vicini sulla tovaglia bianca ricamata, con quelle gocce di vino rosso che tentavano di rovinarla per sempre. Senza riuscirci mai.


Per te
quando ridevo per quelle parole straniere italianizzate. E per ogni soprannome che davi, in quel modo tanto azzeccato.
Quando la vita era tanto bella perché io ero tanto felice di mangiare il tuo brasato e le patate col sugo di pomodoro. E sai… bastava.


Per te
quando un profumo risveglia qualsiasi cosa bella del mio passato che sembra tanto remoto.
Quando correvo a specchiarmi nella tua camera, davanti, dietro e di fianco, con quella mia foto sul comodino.


Per te
quando mi guardo ora e mi sembra di riconoscerti in ogni mio modo di fare.
Quando ciò che faccio porta a qualcosa di buono. Quando aiuto qualcuno e lo faccio anche bene.


Per te
quando darei chissà che cosa per tornare ad allora anche solo per dieci minuti.
Quando ormai i ricordi mi fanno sorridere e non mi provocano più dolore.


Per te
quando capisco che non smetti di mancarmi mai.

Captare

Come leggere un libro davanti al mare.
La fine non si vede, nemmeno con impegno e nemmeno strizzando gli occhi miopi.


Conoscersi attraverso quello che si legge.
Può essere il libro preferito oppure qualsiasi altra cosa. Ma a volte si impara di noi, qualcosa in più.


Starsene seduti lì.
Le cose e le persone vanno e vengono. Sì. Qualcuno se ne va: o si allontana appositamente oppure muore.


Capire, fino in fondo, che le cose e le persone vanno godute appieno finché ci sono. Forse questo è il segreto.Guardare con un occhio aggiuntivo e tralasciare ciò che non ci rende gioiosi, se lo si può fare.
Tralasciare qualcosa… perché no?
Ma non ciò che ci potrebbe fare stare bene.


Cucinare e sperimentare, nonostante mai nulla venga fuori come le foto lucide sui libri e le dispense.
Ma godere di quel piatto, venuto tanto buono per il nostro palato. Aspettare di tornare a casa per pesare gli ingredienti. La voglia di fare e di creare e vedere qualcosa di finito. Essere talmente tanto sensibili da captare anche le più piccole vibrazioni.

Grazie dottor Oz

Lo avete mai visto quest’uomo?

Lo guardavo sempre. Più che altro scrutavo quella faccia da tipico americano rifatto…

La sua trasmissione sembrava far parte di una telenovela degli anni ottanta, quelle sudamericane dove c’era il belloccio di turno…

Ebbene… Quest’uomo mi ha salvato la vita!

Ale in macchina con suo fratello.


Vuoi una caramella? Sì, sì grazie.
Ha un gusto atroce… sembra di avere ingerito un anti zanzare…
Sì, è al gusto di citronella.


Ale sta per rispondere… un istante e si sta per soffocare: la caramella si incastra nella parte sbagliata.


Cosa hai? Cosa succede?


Un attimo, un istante…. Ale si fa la mossa, quella da farsi da soli che ha imparato dal dottor Oz.
Funziona. È stata brava.


Porca miseria…. anche oggi ha visto la morte in faccia. Il suo angioletto sarà esausto… troppo lavoro ultimamente…


Passato tutto ma è come se avesse ingerito una candela intera per tenere lontane le zanzare… tipico sapore dell’estate…


Grazie dottor Oz.

Ci ha provato…

Sì. Ci ha provato anche quest’anno a farmi lo scherzone….

Mai scherzare con un maestro…

Ed è così che saltò fuori la calza giusta…

Quanto amo questa festa…. È e rimane sempre la mia preferita😍

Happyfania a tutti, da una che è molto felice!

Mostrami qualcosa, ma fammelo percepire coi tuoi occhi

Il tempo passa.

Oggi mi sembra tanto veloce. Ieri sembrava quasi non volesse mai passare.

La voglia e la smania di crescere, di fare cose nuove. Eppure mi sentivo in costante evoluzione, nonostante  quei diciotto non volessero arrivare mai.

Dicevano Ma che fretta hai? Poi passa talmente tanto in fretta che vorrai fermarlo, il tempo. Una risata quasi sprezzante, la mia, come risposta.
Inutile stare qui a dar loro ragione.

Il tempo… Mi viene quasi da paragonarlo a quei silenzi che fanno tanto rumore. Come se la vita fosse un controsenso unico, eppure non potrebbe essere più coerente di così.


Non avere troppa fretta, Ale.


Prova, sali sopra alle esperienze e goditi ogni istante, bello o meno bello che sia.


Eppure ho fretta. Sempre avuta. Dal modo di camminare al modo di approcciarmi o, più semplicemente, nell’apparecchiare una tavola.

Fretta per arrivare a capire se sia possibile davvero guardare ciò che mi circonda con un occhio diverso.
Fretta di leggere un libro partendo dalla fine per sapere come va a finire e, solo poi, concentrarsi sugli sviluppi.
Leggere il giornale rigorosamente dall’ultima pagina. Ma perché? L’ho imparato da qualcuno?
No. È proprio come sono fatta io.


Come nascere e avere già il proprio gusto in fatto di cibi. Come farsi piacere una cosa piuttosto che un’altra.
Ecco.


Mostrami qualcosa, ma fammelo percepire coi tuoi occhi.

Grazie. A voi.

Io vi ringrazio, tutti.

Per essere stati carini e per avermi tenuto compagnia.

Un anno strano. Ho perso tanto e ho avuto altrettanto.

Ho conosciuto persone speciali, una in particolare mi ha presa per mano e accompagnata in momenti duri.

Siete stati preziosi e io vi dico grazie.

Mi avete fatta sorridere, ridere e commuovere. Ho aperto la parte più nascosta di me, non tenendomi nulla.

Ho conosciuto meglio qualcuno e ne sono stata felice.

Un saluto ad ognuno e un abbraccio forte.

Grazie davvero.

Basta un clic

Basta un clic

Per fare una foto

Un clic per spegnere una luce

Un clic e si spegne una vita

Un clic e si può ripartire

E mentre cade la neve

E mentre porta silenzio e pace

Penso

Clic… Una foto

Sì mi faccio una foto

E ricordo un momento felice

Quando giocavo e il cappello mi cadeva sugli occhi

Lo tiravo su

Clic… Ricadeva in un secondo.

Ti penso sai?

Mentre soffri e io non posso fare nulla

Vorrei con un clic riportare tutto a tre giorni fa

Ma non posso farlo.

Mai dimenticare

No. Non dimenticare.
Non posso dimenticare.


Gli auguri di quella persona, proprio quella che mi ha aiutato nel momento peggiore.
Era là. Poteva non esserci eppure è stata presente per me e per aiutarmi. Era Natale. Il peggiore mai passato.
Sembrano passati tantissimi anni, saranno quattro o cinque.
Ho chiesto una mano e lei c’è stata.


Stasera mi è arrivato un suo messaggio.

Io non mi sono fatta sentire per non romperle troppo, eppure, oggi, l’ho pensata e tanto.
Non dimentico. Non posso dimenticare chi mi ha aiutata negli anni peggiori di questa malattia.
Oggi l’ho pensata con un sorriso dolce e il mio cuore si è scaldato.


Ho pensato a quei due angeli delle infermiere che mi hanno sempre accudita come una figlia. E ho pensato a tutti quelli che mi hanno aiutata sempre là, in quelle stanze tutte uguali e che vivono lo stesso, nonostante le disgrazie. E si ride ugualmente. E si parla di tutto. Forse l’unica cosa della quale non si parla è proprio della malattia. E ricordo la signora che mi metteva i santini sotto al cuscino per farmi guarire prima. E ricordo tutti quelli che mi hanno aperto la bottiglia d’acqua e mi hanno messo il golf sulle spalle e chiamato l’infermiera per me.


No, non si dimentica. Non si può proprio.


Il suo messaggio oggi… il regalo più bello.

Togliere e mettere

Mmm… questo lo metto? No, no, questo lo tolgo!
Questo?
No, no, via, via!
Levare, levare! Mantenere solamente ciò che è importante.


Le cose le tengo o le levo?
Mmm… no. Tengo solamente le persone.

Quali?
Quelle che ridono. Ad una battuta o per una stupidata.
Quelle che hanno una faccia buffa.
Quelle che nel sorriso hanno un dentino sbeccato.
Sì. Metto al centro quelli di cui non posso proprio fare a meno.


Chi amo. Sì. Tengo.
Chi mi fa ridere. Sì.
Chi alleggerisce le mie giornate. Sì.
Chi si ricorda di me per un qualche particolare. E non per forza si fa sentire sovente. Sì. Tengo.
Chi mi racconta le sue cose belle. Sì.
Chi mi chiama perché gli è capitato qualcosa di positivo. Sì, sì, assolutamente.
Chi mi manda una foto buffa. Sì.
Chi vuole far festa. Sì, ovvio che sì!

Lasciarsi andare

Chiude gli occhi, li tiene stretti stretti e
si lascia guidare. Si fida. Sta andando bene, le sembra.


Si lascia andare, segue le indicazioni, si lascia prendere per mano.


Vuoi aprirli i tuoi occhi? Così, per controllare…
No. Li tiene chiusi.

Immagina ci sia tanta acqua attorno. Lo sa bene di essere all’aperto e non sente alcuna limitazione.


Sono collegati. Come tutti quanti nel mondo, del resto.


Quella luce crepuscolare si insinua tra gli spiragli delle ciglia.
No. Non conosce la paura: si fida.
Immagina sia un viaggio e lo pensa come ricco di incontri.


È un modo nuovo di affrontare le cose… Con qualcuno che la guidi, per la prima volta. Un po’ come lasciarsi spingere sull’altalena o come lasciarsi cullare dalle onde, su un materassino, al mare.
Buttarsi nelle cose, dicendo sì ogni mattina.

Il materassino… Il mare…

Ma se lo ricorda quando succedeva davvero, da piccola d’estate? Chiudeva gli occhi, si lasciava scottare  il naso dal sole e pensava ad aneddoti passati… ogni rumore si collegava, a grappolo, ad un altro fatto.


Il rumore della neve sotto le scarpe.
Il rumore delle foglie secche sotto i passi veloci.
Il rumore del fuoco sotto la padella bucata per le castagne.

Che cosa vuoi fare da grande?

Ho partecipato ad un concorso. Ora posso pubblicare ciò che ho mandato.

Da tutti gli scritti pervenuti, hanno preso delle frasi salienti e hanno composto un altro scritto.

Ecco il mio.

Che cosa vuoi fare da grande?
Alessandra, che cosa vuoi fare da grande?
Voglio fare grandi cose e voglio essere felice.
Grandi cose… Proprio così: immaginavo di fare qualcosa di importante.
Un giorno arriva Lei… quatta quatta e silenziosa come una biscia. È stata così tanto
delicata da entrare dentro di me senza quasi me ne accorgessi. Ma più il tempo passava e
più entrava nel mio corpo prepotentemente. Forte e risoluta. E si è impossessata di me,
completamente. Lei è ancora nella mia vita e lo sarà per sempre. Una compagna fedele,
una certezza, una delle poche della vita. Un po’ come le persone della tua famiglia: sai
che ti resteranno accanto qualsiasi cosa tu decida di fare. Ecco… così, Lei.
Una mattina d’estate la conferma: Sclerosi Multipla. Ah. E ora? E ora farò cose bellissime.
E ora non voglio più dare nulla per scontato. E ora non rimanderò la mia vita al giorno
dopo. Ora sono qui. Ora vivo. Ora assaggio con ingordigia e ho voglia di essere felice;
ogni giorno rido un po’ di più. Ci sono avvenimenti che accadono e ci sono fatti che
travolgono senza che sia tu a poter scegliere in prima persona. Ma si può decidere come
prendere ciò che arriva. E si può scegliere come essere. Eccome.
Alessandra, che cosa vuoi fare da grande?
Voglio fare grandi cose e voglio essere felice.

Che cosa ti sei portato via?

Che cosa ti sei portato via?

Un pezzo di me.

Il tuo modo unico di cucinare il risotto giallo con la salsiccia.

Quel tuo modo di pronunciare, rigorosamente in italiano, le parole straniere.

Il tuo sapere enorme, da persona così tanto innamorata della storia. E della vita.

Quelle grandi mani , puntellate di macchie marroni, capaci e pronte a tirare su tutti.

Pieno di cura….

Buon compleanno a te.

Nonno.

Il mio mondo

Il mio mondo è affollato.
Ho messo dentro tante persone.


Voglio esserci. Per me, prima di tutto, e per loro.


Nessun posto è come questo. C’è un profumo buonissimo, sa di fresco e di pulito.

Là fuori c’è ancora tanta vita… scorre in altri mondi paralleli. C’è bisogno di toccarli e gustarli e prendere qualcuno da là e portarlo qua.


In questo mondo ci vivo, giorno per giorno, stipendio dopo stipendio, incontro dopo incontro. Qui mi godo la vita senza pensare al domani. Penso al qui e ora, penso al vivermi le persone quotidianamente, prima che tutto possa finire.


Ale… che cosa faresti se stessi per perdere tutto ciò che ti rende ciò che sei?
Vivrei. Ogni attimo a fondo, cercando di non dare nulla e nessuno per scontati.
Ci proverei.


Giro per la mia città. Il mio cuore fa un balzo e si riempie, saluto persone che conosco da sempre..


Ale… che cosa fai oggi?
Porto gioia in ciò che faccio, fuori e dentro di me.
Sono ovunque e piena di famiglia.
Cerco di rendermi felice.

Non saprai per chi ma saprai sempre il perché

https://www.cbmitalia.org/cartoline-solidali/occhiali-da-vista-a-un-bambino/

… e vedo quella foto che, su di me, ha una potenza enorme, un forte impatto.
Occhi neri giganti. E quel sorriso felice e sdentato, tipico dei bambini.


Regalami un paio di occhiali.


Ah sì.
Lo so bene che cosa significhi vedere un mondo diverso rispetto a quello percepito dagli altri.
Un mondo parallelo. Un mondo strano e poco definito, dove i puntini diventano palle giganti. E dove i colori  devi andarli a cercare tra i tuoi ricordi.

Basta un paio di occhiali?


E qui ti ritorna alla mente quel forte senso di ingiustizia che ti accompagna da quando sei piccolo. L’ingiustizia profonda, il renderti conto che esistono i forti ed esistono i deboli. Esistono quelli che hanno e quelli che non hanno. Quando lo capisci? Credo già negli anni dell’asilo… quando ti accorgi che i piatti dei grandi sono più pieni. Che il trancio di pizza è più grosso del tuo. Che al venerdì a loro viene dato il gelato ma a te no, in quanto troppo piccolo.


E davvero potrebbero bastare degli occhiali per rimuovere i limiti?


Davvero potrei fare felice qualcuno?
E allora… perché no?
Io compro quella cartolina, io compro quel paio di occhiali. Se potessi li regalerei a tutti. Riempire così il senso del vivere, il mio e non solo il mio. Forse il mio è secondario.


Prendi quell’oggetto e abbine cura, per vedere i puntini che siano puntini.
Un oggetto di libertà. Un oggetto per non dipendere da nessuno. Un oggetto per leggere anche il numero di un tram lontano.

Io me lo sono regalata.

La vecchia via

La mamma faceva la spesa dal droghiere, mentre noi buttavamo giù di tutto. Il bancone era tanto alto, nessuno si accorgeva di noi. La testa del commesso faceva capolino tra un uovo gigante di Pasqua e una pila di biscotti.

I soldini… o le crostatine al cioccolato, non aveva importanza il modello ma solamente la sorpresa. Quella scatoletta gialla con il mulino. La parte che scorreva e la sorpresa che era lì ad aspettare noi. Una gomma piccola a forma di tegolino. A me piaceva il soldino, lo toglievo di nascosto da ogni pacchetto. Una lastra spessa e tonda di puro cioccolato fondente: uno solo non poteva bastare.


Era una via piena di negozi. C’era quello che macinava i grani di caffè… quel profumo si sentiva per tutta la via.
E poi il lattaio. Un buco di negozio con una piccola parte di bar. Un tipo vecchio, dietro al bancone, apriva scatole di plastica piene di caramelle…. Duecento lire erano cinque cocacoline frizzanti, ma frizzanti davvero, di quelle che ti facevano strizzare gli occhi.


La cartoleria era di fronte. Due vetrine piene zeppe di cose interessanti. Entravamo a prendere ciò che ci serviva per la scuola o i regali per le feste di compleanno. Io quell’odore lo ricordo molto bene. Tutto, là dentro, sapeva di buono. Anche i fogli protocollo avevano un profumo particolare. Peccato che ci fosse anche la pescheria: l’odore del pesce impregnava persino il marciapiede.
Conoscevamo tutti, anche quelli che non salutavamo.

Ricordo i resti in caramelle.

Ricordo i soggetti dai quali dovevamo stare lontani. Tassativamente.

Ricordo i profumi.

Ricordo i rumori dei treni che mi cullavano di notte.

Ricordo quanto tremassero i muri e le finestre quando, sotto, passava il tram 1.

Colpevole

Ah sì,

dillo che sei colpevole.


Hai dimenticato. Eppure… eppure eri l’unico custode di quei ricordi.

Ricorda, però, quanto era affollata la casa.


Diceva di non dimenticare.
Diceva di ascoltare attentamente e di scrivere. Erano storie magnifiche, storie da non perdere. Storie da regalare a qualcuno pronto a riceverle.


Ricordare… un corpo a corpo… una fatica che ti lascia senza forze. Lottare contro qualcosa che sembra andare perduto.


Semplici spettatori. Passaggi nel mondo.

Avrà abbastanza tempo davanti per recuperare?


Eccellere in qualcosa per poter essere ricordati. Chiedersi sovente  che cosa si sia conseguito. Per rimanere.


Ma ha prestato poca attenzione, è stato disattento e ora si sente colpevole.

Merito di essere genitore di qualcuno

Nessuno ha il diritto di scegliere per me.
Nessuno. E persino nulla.

Lo penso da quando ero bambina e la mia famiglia ne sa qualcosa.
Testona. Crapone. Testa dura. E chi più ne ha più ne metta.
La mia mamma mi vestiva con dei pezzi bellissimi, da bambina. Io, già all’asilo, mi strappavo via tutto.
È rimasto un vestitino mai indossato, nonostante abbia quasi la mia età; è pieno di buchi, dovuti ai miei strappi vigorosi.
Ora lo guardo e lo trovo tanto bello.


Un maschiaccio. Picchiavo e mi difendevo. E difendevo chi amavo.
Sono ancora così. Anche se non picchio. Ma sapete…. mi piacerebbe tanto essere ancora in età per farlo!

Nessuno decide per me. So sempre la cosa giusta da fare. Anche se poi non si rivela in quel modo. Ma se penso sia giusto… vado.

Se qualcosa si mette in mezzo… Che fare? Sbraito ma accetto.
Come è successo per la mia malattia.


No, a dire il vero è l’unica cosa per la quale non ho mai creduto fosse una cosa ingiusta: nemmeno pensavo ad una possibilità del genere per la mia vita.
Ma l’ho presa e messa in tasca.


Ma c’è una cosa per la quale mi sono sempre girate le balle… una cosa che non ho scelto e non ho voluto.
Accetto anche questa. L’ho ben digerita sapete… ma la trovo comunque un’ingiustizia bella e buona.


Questo pensiero è scaturito dopo aver letto un articolo bellissimo, un’intervista ad una attrice che nemmeno conosco.
Questa è la frase che ho amato.

Sì. Lo avrei meritato anche io. E quel qualcuno avrebbe meritato me.

Signor Drummond

Gli orari di lavoro sono attaccati al frigorifero… sono fermi a febbraio.
Sì. Il soggetto fragile, che è anche un numero di pratica, non sta lavorando. Le cose sono due: o trovano il vaccino oppure la cura per uscire dalla sclerosi multipla.


Che cosa ho fatto?


Ho fatto parecchi corsi. Qualcuno di scrittura, per poi passare alle cose più assurde, per un soggetto come me.
Ho scritto tanto. E creato cose.


Sto monitorando la felicità di Belen Rodriguez… Google me lo sta imponendo da quando ho voluto sapere quanti anni avesse… 🤦‍♀️
Al giorno d’oggi è felice. Ora spero possiate stare tranquilli quanto me.

La mia neurologa mi ha chiesto se non mi annoiassi… Beh… Sì. Quando gli hobby diventano la tua quotidianità…
Ma altre alternative non ci sono. 

Non avendo ancora un balcone agibile,
passeggio tanto per Milano. Stando sempre nei dintorni di casa… Ovvio.
Esco col buio.
Per non dare troppo nell’occhio…


Ormai conosco tutti i buttafuori dei supermercati, quelli che ti accolgono sparandoti il termometro in testa.
Sono gli unici che hanno voglia di dire due parole senza troppa paura.


Appena tutto questo finirà… ho già allertato tutti… faremo un pranzo spettacolare. E staremo tanto insieme.
Per un po’ smetterò di leggere il giornale così da evitare quella faccia da oltre tomba del mio edicolante e per pensare solo a svolazzare in giro come un’ape regina!

La cosa che mi ha tenuta a galla è stata la mia voglia di fare: una vera fortuna.

Pensare di trovarsi in gabbia e starci da febbraio… Impazzirebbe persino quel serafico del Signor Drummond!

Provarle tutte

Eh sì. Le ho provate tutte.

Ho fatto delle ricerche.

Nulla di fatto.

Li ho lavati col sapone e fatti asciugare all’aria.

Ho infilato sotto la mascherina un fazzoletto di carta, come i medici giapponesi.

Nulla. Nebbia non solo in Val Padana.

Nebbia ovunque. Palloni al posto dei semafori. Annebbiati.

Il puffo Quattrocchi sarebbe fregato anche lui.

Il puffo Brontolone urlerebbe Io odio gli occhiali.

Mascherina sui miopi è una cosa che non s’ha da fare.

Non basta mai

Resistere alle perdite subite.


Sopravvivere, chiudendo gli occhi,  cercando di ritrovare quel modo di parlare, quella lingua così familiare.


La voce no, impossibile ritrovarla cristallina. La imbastardiamo con frammenti di ricordi e di dialoghi, improvvisati nella nostra mente.


Mi spazzolo i capelli e riconosco quegli stessi gesti.
Un fatto banale che mi regala un sorriso, ma che pesa  almeno quanto un baule pieno di cose da gettare.


E se il segreto fosse quello di lasciare andare?
Ma se anche riuscissimo in questa impresa…

…riproduciamo gesti come fossimo specchi, impregnati di una vita vissuta insieme a qualcuno. A stretto contatto.


Vita sufficiente o meno… no, non basta mai.

Andrea Fasani

“Sono dell’idea che si sia persa l’abitudine di stampare le proprie foto, assieme a questo anche la passione di osservarle, di custodirle, di tenerle tra le mani, sentirne l’odore, quel profumo particolare che la carta fotografica acquisisce dopo anni, profumo di ricordi – ha proseguito il fotoreporter -. Non abbiamo più quei pacchi di fotografie da far sfogliare ai nostri ospiti, ci limitiamo a far osservare lo schermo di un freddo dispositivo elettronico. Abbiamo cellulari, computer, cloud pieni di foto ma si è smarrito il gusto per l’unicità e la magia che può restituirci una foto stampata. Avevo bisogno di rendervi partecipi, donarvi un immagine che potesse rappresentare una linea di fuga dalla vostra quotidianità e che spero vi spinga a fermarvi ed osservare. Ho sentito il bisogno di farlo in strada, perché la strada è il mio ufficio, da sempre ne respiro l’odore”. 

https://www.milanotoday.it/attualita/foto-andrea-fasani-fermati-istante.html

E così…. Ci sono andata. La passeggiata è concessa a Milano. Ci volevo andare assolutamente, l’ho trovata un’idea bellissima da subito. E qualche foto l’ho fatta.

E poi ecco… Durante la passeggiata…

Passaggi dalle mie parti

È passata e ha saccheggiato tutto ciò che le serviva. Rimane sempre qui attorno, per tenere tutto sotto controllo. Dove la natura è generosa, lei porta via.


Del mio benessere me ne prendo cura io. Ci provo, ce la metto tutta.
Posso fare tutto. Nel mio giardino segreto e incantato, scrivo. Con amore. Con dedizione. Scrivo di me e di ciò che mi commuove.

La ragazza cresce e colpisce. Non ha un bell’aspetto. Forse ha gli stessi miei diritti, però.

Mi occupo di me. Forse non ho sempre ragione, ma so io che cosa sia giusto e cosa no.


Lei sconfina sovente. Ho imparato ad accettare questo suo aspetto. Accettare. E prepararsi a riceverla. Ogni volta, ad ogni visita indesiderata e inattesa.
Tornare nella vita di qualcuno, entrando sempre dalla stessa strada.
Accogliere senza protezione alcuna.


Accetto. Con cautela. Con riguardo.
Restano segni tangibili del suo passaggio? Sì. Sono evidenti.


Eppure lei sta seguendo la donna sbagliata.

Il mio compito è quello di proteggermi. Quindi, qualche volta, può solo farsi da parte… tanto si vede ugualmente.


Sono passati così tanti anni che stento a ricordare il suo primo passaggio dalle mie parti.

Errori di calcolo

Ero il numero sedici alla scuola elementare. Stavo nel mezzo dell’elenco.


Dovevamo sempre ricordarci il nostro numero e scriverlo sempre accanto al nome. La maestra, diceva, faceva prima quando correggeva i temi e li doveva restituire.


Dovevamo scrivere il numero sui biglietti del tram quando andavamo in gita. Lei li ritirava e li timbrava per noi, così da avere sotto controllo chi avesse consegnato i biglietti e chi no.


Poi arrivò la campana per il ritiro della carta. Era una novità, fuori da scuola. Così facevamo un sacchetto e, a turno, lo andavamo a buttare.
La maestra aveva impostato la cosa così: si andava  in ordine di numero. Ogni settimana, per un mese, ogni numero andava a buttare il sacchetto. Un mese… quattro volte toccava ad una persona sola… ma che senso aveva? Avrei dovuto aspettare sedici mesi…. più di un anno scolastico…


Ci tenevo. Ma la campana arrivò in terza elementare e il mio turno non arrivò mai.


Ci tenevo. Mi maledivo perché il mio cognome mi aveva imposto una metà classifica. Non era giusto.

Una mattina alzai la mano e parlai di quella ingiustizia. Avevo anche una proposta… Non si poteva turnare una volta la settimana? Così saremmo andati tutti a buttare la carta.


Sai, Alessandra. Le cose non vanno sempre come vorremmo noi. Imparalo adesso e tienilo a mente bene.


Una cosa la imparai. A volte gli adulti commettono delle vere e proprie ingiustizie per non riconoscere e ammettere i loro errori di calcolo.

Giorno 1

Milano, 6 novembre 2020.


Primo giorno del nuovo lock down.


Sensazioni ed emozioni: delusione, tristezza, solitudine.


Ho fatto un salto a comprare il giornale. La città è abbastanza vuota, nonostante il tg3 abbia detto il contrario. Ho in tasca l’autocertificazione nuova.
Ho in tasca anche la tristezza e una punta di preoccupazione per chi è stato investito da quello che avevamo iniziato a sentire un poco più lontano.

Come quando ti ritrovi a passare un dolore che avevi già vissuto.
Come quando, brillantemente, esci da un problema e, poi, ti si ripresenta.
Come quando vinci e poi riperdi ancora.
Come stare bene dopo una lesione e, prontamente, ti si ripresenta.


Così.

Ci si sente sconfitti e senza la stessa voglia che si aveva prima di combattere.
Poi capisci di non avere alternative. Accetti e vai avanti. La forza la ritrovi, il telefono lo rimetti sotto carica.
Ma è dura. Ripiombare nella stessa difficoltà che hai già superato, non ti fa venire la forza di riaffrontarla. Non subito.
Allora ti poni nell’ottica che devi trovare la ripartenza, anche questa volta.


Come ha fatto la tua mamma al secondo tumore e, poi, anche al terzo.
Come hai fatto tu alla seconda neurite e alla seconda ondata di attacchi di depersonalizzazione.


Ci si prova. Ci si mette davanti a un Western di terza categoria e si riparte. E mentre ti dici… ma porca miseria che cosa sto guardando? sorridi.


E si può anche decidere di cambiare telefono

Milano è tanta roba. Cit.

Sai? Diecimila passi. Almeno diecimila passi al giorno, per me.

Per rafforzare la muscolatura. E per evitare i mezzi pubblici in questo periodo.

Cammino. Nella mia città. In questa giornata nebbiosa.

Raggiungo l’ospedale. Aspettando la visita dalla neurologa.
Febbre provata, sono stata igienizzata e la mia mascherina è risultata perfetta.

Un ospedale che sembra una vecchia città. Lo stanno ricostruendo sai, purtroppo. Peccato, un vero peccato. Ogni palazzina era tanto carina. Certo…. in via di disfacimento…

… il vecchio pronto soccorso… dove a sei anni mi portarono per essere finita in una vetrata. Un mese di medicazioni giornaliere al braccio sinistro mezzo staccato.

Io, la mamma e mio fratello , sullo stesso autobus di oggi. La 94. Rimasta a fare il medesimo percorso di allora. Cicatrici ancora sulla pelle… cresciute insieme alla mia altezza.

Sai… Ho rivisto il dottore che mi ha salvato la vita. Solamente qualche anno fa. E il primario. Di nuovo qui. Sì, sono di nuovo qui.

Guardo bene e vedo che, anche qui, può nascere vita nuova.

Come hanno riportato me a nuova vita, donandomi nuova linfa.

Curata, accudita, seguita. Amata anche.  E parecchio.

Sai… Quanto è bella Milano, anche da vuota…

Milano… Tanta roba, sai?

Te la vorrei fare scoprire. Vorrei che la guardassi con i miei occhi e la amassi almeno un poco, non dico quanto me, ma un poco.

Festeggio tutto

Eccome! Sì, festeggio qualsiasi cosa.

Festeggio i compleanni e gli onomastici e tutte le feste.

Ho solo un nome ma ne festeggio due.

Mi chiamano Elisabetta in casa perché festeggio il compleanno per tutta una settimana, peggio della Regina.

E così… Hanno iniziato a farmi il regalo e gli auguri anche per Santa Elisabetta. Mica male, no?

Festeggio i vivi e i morti.

E stasera festeggio anche quella che De Luca ha chiamato Americanata.

Sì, lo è… Ma… Come direbbe un mio amico speciale… Chi se ne ciava?

Ci stanno per richiudere. Il mio sottofondo è tornato ad essere quello delle sirene.

Quindi?

Festeggio. Per i vivi e per i morti. E per me. E anche per la Regina.

Tutto ciò che desideri

Un momento nel quale bisogna stare lontani.
Chi si avvicina viene guardato con sospetto.


Sorrisi perduti. Ancora per chissà quanto.


C’è chi manca più di altri.


Come entrare in una sala di Brera e non trovare più tutte quelle tele che fanno ormai parte del palazzo.


Così.


La mancanza di chi entra e irrompe nella tua vita come se dicesse Eccomi. Ecco. Sono qua. Col suo caos oppure con la sua stabilità. Sì. Dice Eccomi. In modo diretto e involontario.


Chi ti guarda in quel modo… con quella padronanza di sé e ti acquieta e ti porta a pensare che è tutto a posto, sotto controllo. Oppure, se così non fosse, ti convince che si può divenire pronti ad affrontare tutto.

E ti senti come se potessi avere tutto ciò che desideri.

Sentirsi accolti

Passare sotto quel balcone.

Prendere il treno e girarsi, per controllare ci sia
ancora quella casa gialla che, per anni, ti ha ospitata.


La mamma pronta a salutare, con un braccio alzato e, con l’altro, a mandare baci. Anche se avessimo litigato, poco prima di uscire.


Girarsi e avere la certezza di quel saluto felice. Sì, felice.


Nutrirsi sempre di emozioni, di sensazioni e di profumi.


Il profumo del bucato al gusto di sapone di marsiglia.
Il profumo di talco di un piumino rosa sulla pelle.
Il profumo della saponetta alla lavanda che, nel mio bagno, non è così forte come in quel bagno là.


Alla base di tutto… che cosa c’è?


C’è quel sentimento che nemmeno te lo sogni di pensare sia vero o meno. C’è. È un dato di fatto. Si nasce così: amati. Non facciamo domande.


Essere salutati da un balcone, venire
aspettati sulla soglia e con la porta ben spalancata.

Essere accolti.

Ti fai male

Presente tutte quelle volte che fai cose sbadatamente e ti fai male?

Quando non pensi tanto, o affatto, e non presti attenzione e ti fai male?

Quando pensi ma ti fai male lo stesso?

Quando sai che il forno è acceso ma ti scotti ugualmente e ti fai male?

Quando stai stirando e ti bruci e ti fai male?

Quando usi la colla a caldo e ti appiccichi le dita, e non solo, e ti fai male?


Ecco.


Fuori da casa c’è un ponteggio: stanno rifacendo i balconi. Il mio è già stato tirato giù. Ho aperto la finestra per fare cambiare aria e l’operaio mi ha urlato Occhio signora! Ma certo. Faccio solo entrare un poco di aria o soffoco.


Bene.

Conoscendo il soggetto in questione… Ho deciso di mettere un cartello alla tenda… non si sa mai.

Cos’è casa

In treno, sul lato destro, accanto al finestrino.

La nebbia sale, lievitando verso l’alto, e le nuvole si abbassano e a me sembra di stare in mezzo ai fumi.

Ricostruisco un paesaggio, a mio modo. Vedo cose stupende se alzo lo sguardo. Sembra tutto diverso dal solito. È tutto completamente differente da ciò che ho già guardato in precedenza. C’è quel punto esatto di collisione, quello, proprio quello nel quale la nebbia si scontra con le nubi. Un impatto forte, così tanto da sembrare di vivere in un mondo magico, quello che conoscono bene i bambini. Ma non solo loro.

Tutto appare tranquillo. Tutto, sopra di me, è libero. È un caos ma sembra tanto pulito e ordinato.

Dirigo i miei occhi là sopra. Li mantengo. Respiro.

Dietro di me sento un vociare leggero e mi tiene compagnia. Come quando accendo il forno, butto dentro le patate e mi allontano.

Il profumo di un luogo, a me vicino e conosciuto, mi regala malinconia. Una dolce sensazione di casa, quella coi vetri perennemente appannati, nelle domeniche invernali. Quel gas sempre acceso sotto vecchie pentole robuste. La polenta. Il brasato. Il mio naso sempre rosso per il freddo. Un abbraccio dentro un golf di lana al gusto di dopobarba e pulito.

Sempre gozzovigliare

Ogni gozzovigliata alla quale non partecipi, la lasci indietro. La perdi. La lasci qui, non usufruita.


Ogni occasione è buona per festeggiare. Insieme a qualcuno o no. Anche da soli si può festeggiare. Che cosa? Sé stessi. Ogni piccolo passo va celebrato. O si perde per sempre.


Ale è entrata fieramente nel tubone.
No. Cioè sì, ci è entrata ma non fieramente. E non eroicamente. Ma l’ha fatta. Meno di due ore, immobile. Senza fiatare. Forse è addirittura rimasta in apnea, per paura si potesse protrarre il supplizio.


Ale ha iniziato a contare. Arrivata al centomila si è fermata… e ora? Che numero c’è ora? Ha pensato alle lire. Che cosa veniva dopo la banconota da centomila lire?
Là dentro non le è sovvenuto. Ha ripreso a contare da zero, fino allo sfinimento. E ne è uscita, sfinita. Come dopo un allenamento di basket. Come dopo una corsa da dieci chilometri. Come cinque fermate di metro. Anche meno. Ma ce l’ha fatta.

Basta poco affinché diventi un soggetto docile. Basta una risonanza.

Prima e dopo, a questa Ape potete chiedere di tutto. È scoperta, è senza protezioni. Diventa tanto buona.


Stasera Ape si celebra, prima dell’arrivo degli esiti.
Ha cucinato le polpette più buone del mondo poiché c’era quella bottiglia meravigliosa e speciale che la aspettava da tanto.
Oggi era giorno. Oggi la gozzovigliata è un diritto.
Buon tutto Ape.


E grazie a tutti voi.

Sai Ale…

Perché sei qui?
Perché credo di essere in gamba. E ho qualcosa da dire.


Ho conservato un oggetto e mi crea così tanti ricordi… Che cosa ha significato quella persona per me? Ciò che ne è rimasto lo tengo stretto.


Sai Ale, è stata una giornata bellissima.

Ho dialogato e ho chiesto cose. Ho accolto. Sono stata attenta. Mi sono guardata intorno. Ho spalancato gli occhi. Ho notato un viso. Ho notato lo sguardo di stupore.


Ho capito di avere un disegno meraviglioso di fronte a me. E che qualcosa arriva. No, tutto no. Ma qualcosa di bello sì.


Sai Ale, a volte basta anche solo un sorriso. A volte dei denti sono capaci di creare un legame. È bello pensarlo.


C’è chi ti sostiene e crede in te. Come a casa.

E allora dici grazie.

Sai Ale, hai presente quando ti dicono non c’è nulla per la quale continuare a dire grazie…

Eh no. Dissento.

Ale, ringrazia sempre. E sorridi.

Rave claustrofobico

Prepararsi per andare in risonanza senza nessuno che possa venire con te.

Come quando saluti una persona alla quale tieni e te ne vai verso un treno, da solo. Lì, rimani con tutta la tua tristezza mentre facce sconosciute ti passano di fianco e sfrecciano nelle tue orbite.


Ecco. Quella sensazione di solitudine. Quella sensazione di smarrimento.
Quella.

Certo. Ci si mette poco a rimettere tutto nelle tasche in modo ordinato e andare avanti comunque. Sì, perché avanti si va sempre. E ce la si fa anche da soli, se proprio si deve. Sì, perché possiamo essere ottimi compagni anche per noi stessi.
Compagni. E amici. A volte dobbiamo fare con ciò che abbiamo. E lo facciamo. E piuttosto bene, addirittura.

Ma quando vado a quell’appuntamento così odioso e detestabile… è tanto bello trovare una schiera di persone che aspettano me. È tanto bello farsi coccolare e viziare.

Lunedì il tubone sarà solamente mio. E la vittoria sarà tutta mia. Mia e di quell’essere spregevole che mi costringe ad un esame tanto odioso.


Un weekend e poi il rave claustrofobico mi aspetta!

Per Sabri.

Un mondo nuovo con nuovi colori. Anche le sfumature possono essere interpretate come tinte diverse.


Tolgo gli occhiali in un lampo. I fari delle auto diventano palle giganti di fuoco. Gioco. Provo a schivarle. Anzi no. Ci vado contro. Entrare in una luce e chiudere gli occhi.


Li riapro e rimetto gli occhiali. Tutto al proprio posto. Tutto nitido e pulito.
Era più divertente il mondo nuovo.

Ritolgo gli occhiali. Gioco di nuovo. Guardo lassù… le stelle sono grandi quanto le ruote delle auto. I lampioni sono come palloncini colorati. Ma non volano via.

Questo corpo non si arrende mai. Si rimette sempre in piedi.

E sai… non ti permetto di abbandonare così…
Rimettiti in piedi anche tu. Almeno provaci. Prova a togliere gli occhiali.

La fretta

Ma perché trattenersi?
Perché stare col freno tirato?


Sarà che sono una esagerata in tutto e super spendacciona…  sarà che mi piacciono il frastuono e gli eccessi…
Non parlo… urlo.
Non vedo… invento.
Non percepisco i colori… li immagino.
Non penso… sono un vortice.


Ho sempre fretta.


Non cammino… corro.
Non mi fermo mai e non penso… esagero e faccio errori madornali.
Per qualcuno sono fastidiosa, è vero.
Ma amo gli esagerati, i clacson, il rumore, chi fa sentire che c’è. Il caos.


Ho sempre fretta, voglio fare tutto quello che posso ora che sto ancora ancora bene.
Voglio correre fin quando le gambe funzionano e guardare bene, per poi tenere da parte per un domani.


Sì! Ho fretta.

Odio aspettare; in cassa cambio la fila di continuo ed è per questo che ci metto sempre più degli altri, quelli che aspettano pazienti. Non aspetto mai il tram nemmeno per due minuti…. vado direttamente a piedi mentre nel tragitto me ne scorrono almeno quattro a fianco.

Ho troppa fretta.

Azione e reazione

Siamo esseri spinti ad agire a seconda di ciò che la vita ci mette davanti.


Non c’è mai troppo tempo per analizzare gli imprevisti. Ma lo facciamo: non abbiamo altra scelta.  Azione reazione.

Sì. Bisogna reagire in un lasso di tempo piccolissimo. Trovare l’uscita di sicurezza più vicina. Sbarrare gli occhi e assicurarsi la via più breve che ci porti al punto di raccolta. La zona protetta. Facce care che non ci faranno del male mai.

A volte bisogna chiedere. Non possiamo aspettarci che qualcuno si accorga di un malessere. Soprattutto se lo accogliamo con un sorriso. Chiedere. Un aiuto, una mano, una condivisione, una risata. Sì. Perché si può condividere un momento brutto ma è ancora più speciale condividere qualcosa che ci faccia ridere. E sia in grado di farci scomparire le rughe. E smaltire le calorie.

I momenti tristi li vediamo come lontani, quasi da diventare dolci e rassicuranti. Come lo è un ricordo. Un momento bello e la comparsa, nella mente, di un odore ad esso associato.

Avanti tutta

Mi piacciono le persone che ce la mettono tutta. In qualsiasi cosa.

Mi piacciono quelli che hanno voglia di fare e di imparare. E quelli che si buttano in progetti totalmente nuovi. Anche dall’esito incerto. Ma che rendono qualsiasi cosa la migliore. E che riescono a rendere certo anche quel risultato.

Il risultato che si raggiunge è un onore e un privilegio per sé stessi e per gli altri. Per quelli che fanno da sfondo, gli spettatori.

Non conoscevo quel posto. Ma è tanto carino. Sì. Un luogo accogliente perché qualcuno ha fatto in modo fosse proprio così.

Io cerco di mettercela tutta. A volte con scarsi esiti ma ci provo. Sempre.

Faccio cose. E mi riempio. Quando sono colma… Sto bene. Due parole apparentemente semplici ma tanto belle da pronunciare.

Stare bene. Dicono tutto. E mi basta.

Il giorno del prelievo

Prelievo del sangue.
Mai che esca una volta con un sol buco. Non che sia così importante, ma è un allungamento dei tempi. Per tutti. E uno spreco di farfalline e aghi.

Gli esiti arrivano prima di subito. Una strage. Una serie di asterischi mi ricordano un cimitero americano in Normandia. O una vecchia schedina. Non ho fatto tredici. Ma dodici sì. L’unico valore che speravo non andasse… . Ecco è andato bene. Ed è quello che mi porterà dritta nel tubo, senza passare dal via.

Certo. Ho fatto più risonanze che ecografie… ma parlare di passeggiata sarebbe un oltraggio verso la mia paura. E quella paura, almeno quella, vorrei tenerla nella mia vita. Sì, almeno una, per potermi definire soggetto ansioso. Eh sì, un filo lungo dalla nascita al giorno d’oggi.

Entrerò in quel fracasso da rave che mi terrà compagnia per un paio di orette. E ne uscirò.

Sugli esiti… che dire? Credo che entrare in quel tubone sarà davvero tanto una vittoria che il verdetto passerà in secondo piano.

Eppure sento che la compagna mangia e mangia avidamente. E lo fa con gusto. Le piaccio. Le piaccio parecchio. E le piace il mio cervellone che sprizza idee e gioie da tutte le cellule. O ha buon gusto… o è una invidiosa.

A me piace pensarla così.

A me piace associarla a un volto. A me piace credere che siamo un po’ come cane e gatto. Lei torna col Topolino in bocca e io le do delle gran codate sul muso.

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La tana e il lupo

Uscire di rado dal tuo rifugio.
Sentire quel qualcosa dentro che dice qual è il tuo posto. Decidere di starci. Non occorre chiedere il permesso. È il luogo dove ti senti utile e dove ti senti a tuo agio.

Osare, allargare gli spazi. Come si fa con il cuore, quello che si occupa delle emozioni. In caso… si è sempre in tempo per tornare indietro e rifare i passi che, magari, ti riportano ancora lì. Proprio lì. Come in una tana. Come Cappuccetto Rosso quando ha incontrato il suo lupo.

Essere capaci di capire le ingiustizie, anche quando non ci riguardano direttamente. Vederle e capire e prendere una posizione. Essere in grado di farsi una propria idea.

Che cosa siamo non relazionati agli altri? Nulla. Costruire qualcosa, tessere relazioni, avere entusiasmo.

Valorizzare qualcuno. Valorizzare sé stessi.

Essere soddisfatti quando ti giri e capisci di non aver rovinato una cosa bella.

Non come il lupo.

Il tuffo

Tuffarsi dal trampolino della piscina. Vai giù, giù, giù e poi con la punta dei piedi tocchi il fondale e ti dai quella spinta verso la luce sopra di te. Esci. Fuori. Con la testa. Ti strizzi gli occhi e li riapri. E torni a vedere.
Così.

Poi arriva Lei. Arriva come me: un terremoto. Si sente. Urla quanto me.
Ma Lei la vedo solamente io, come fosse l’amico immaginario. Come quando parlavi al tuo peluche preferito da piccolo. Sì, al tuo peluche. Quello al quale confidavi la vita.

Torni giù. Un altro tuffo. Altra spinta verso l’alto.
Stavolta stai giù un po’ perché qualcosa ti trattiene. Picchi i piedi ancora più forte perché sopra ci vuoi risalire, sempre.

Poi torna Lei. Ti sconquassa e ti lascia stordita. Ti senti oltrepassata da un orango tango. Ma Lei, il tango, lo balla solamente per te perché sei la sua unica spettatrice.
Inizi ad ammirarLa. Lei vuole essere guardata. Vissuta. Lei vuole la tua attenzione anche quando, fortemente, ti giri dall’altra parte. Lei. Forse è il caso di prestarLe attenzione. Come quando un bimbo ti dà i pugni sul ginocchio perché non ti accorgi che vuole la tua mano. Tendi la mano. Le sorridi.

Torni giù. E se qualcuno si fosse buttato con te? Qualcuno che, magari, ha paura di restare sott’acqua. Torni giù. Gli prendi una mano. Gli tiri i capelli e lo porti fuori da quel liquido. Ora le teste sono libere entrambe.

Metti su un disco. Volume alto. Inizi a ballare.

InvitaLa a ballare insieme a te.

A 2 anni. Come a 42.

Ho trovato una mia foto a due anni. Era proprio il giorno del mio compleanno. Seduta e con le ginocchia ammaccate. Viso felice.

Me la tengo a mente perché quella bimbetta furba non voglio perderla mai. Voglio ancora un po’ di quegli occhi disincantati.

Oggi, entrando da Tiger, la mia amica mi ha detto “Che bello, entrare qui dentro è come tornare bambini”.Quanto è vero.

Tornare bambini. Tornare su quel seggiolone, che poi tanto seggiolone non era, con le ginocchia sbucciate. Le ginocchia in quelle condizioni sono l’anello di congiunzione di tutte le fasi della mia vita. Sì. Persino oggi ho un bel segnaccio nero sull’osso.
Ho le gambe piene di ferite in quasi tutte le mie foto. L’apice lo raggiunsi cadendo in bici nel fosso.

E poi ho rivisto quelle grandi mani. Sì. Ci salutava mettendoci in fila e avvolgeva quelle manone sulle nostre facce e, baciandoci, diceva Vivi Felice. L’ho preso alla lettera, l’ho sempre preso alla lettera.

Vivo felice perché, nonostante tutto, lo sono eccome.

Ma sì… Così.

Ma sì, perché stasera va bene così.
Perché doveva piovere ma poi il sole ha fatto capolino.
Ma sì, perché il cielo è sempre bello.

Da piccola mi sdraiavo a terra molto più spesso, guardando il cielo. Oggi lo fotograferei con una diversa angolazione perché, a terra, sull’erba, non mi sdraio quasi più. Ci sono cose che non faccio più. Ma ne faccio tante altre, persino quelle che non ho mai preso in considerazione prima.

Nello zainetto ho scordato di mettere azioni e modi di fare e di dire. Li ho dimenticati a terra, là, proprio là dove mi sdraiavo sul verde morbido.

Ma sì, va bene anche così. Perché io in mezzo alle nuvole guardo ancora, anche se in modo diverso e con una visione cambiata. E storpiata. Guardo e cerco delle figure… quel gioco che facevo tra me e me … ebbene sì! Lo faccio ancora. E dico Guarda… guarda là… vedi quel pallone? Ma sì… che importanza ha? Tanto lo vedo io quel pallone.

E se tornassi indietro? Prenderei altre cose per il mio zainetto, cose che, ora, considero essenziali.

Ho guardato dentro però, visto che sono curiosa: straborda eppure non mi pesa sulle spalle. E c’è quella mano che, ogni tanto, esce e mi aiuta.

Fanciulle che ridono

Ti arriva un messaggio. Inaspettato. Inizi a ridere così forte come non succedeva da tanto. Pensi a quanto possa essere bello poterlo condividere con la persona giusta. Pensi a lei. Hai voglia di ridere con lei. Inoltri il messaggio. Già te la immagini mentre, basita, apre quel messaggio e inizia a ridere forte e di gusto. Sì. Hai immaginato giusto. Ti risponde con un vocale mentre ride come una matta. Ridi, sentendola ridere. Quanto è mancata quella risata? Tanto. Quanto manca ridere con lei? Tanto. Che bello. Le affinità permangono, anche dopo tanto e anche da lontano. A volte le giornate più fastidiose prendono una svolta del tutto nuova e in modo inaspettato. A volte un minuscolo particolare può cambiare il corso della giornata. Ecco. Sono queste le cose preziose che ripongo nella borsa. Sono queste le cose che testimoniano che può esserci sempre qualcosa di bellissimo dietro l’angolo in grado di salvarci nel momento giusto. Bisogna solo aver tanta voglia di condividere e di trovare qualcuno con il tuo stesso spirito fanciullesco, uno spirito che capisce e dà importanza anche alle cose più insignificanti.

Obiettivo

Immagino un viaggio.
Sento una brezza leggera.
Valuto la distanza dal mio obiettivo. Il mio istinto mi dice che manca poco.
Qualcosa mi travolge e mi lascia emozionata.
Mi faccio un bagno di sole per aumentare il mio buonumore. Mi scaldo.
Sento che qualcuno sta tirando fuori il meglio di me. Eppure rimango qui con gli occhi chiusi e mantengo lontane le voci altrui. Anche quando sento che si vogliono avvicinare.
Non si vive in un mondo senza suoni e senza odori. Anche il silenzio lo si può sentire nelle orecchie come fosse un ronzio. E quel profumo… lo ricordo bene quando aprivo l’armadietto in cucina. Quel rapporto tra lo zucchero e il caffè rimasti chiusi, vicini, al buio. I ricordi arrivano come flash, uno di seguito all’altro. Uno invita l’altro ad aggrapparsi nella mia mente. E ci stanno. Vedo persone in modo poco nitido e ripenso alle loro voci.
Tutto mi sembra tanto vicino. E la distanza dal mio obiettivo si fa sempre più minima.

Dopo il panino…

E dopo quel panino…. Praticamente sono rimasta senza connessione.

Ma sono tornata alla realtà…. Strano trovarsi senza connessione, soprattutto quando si è abituati a stare sempre connessi… E sapere tutto di tutto e di tutti.

Ho fatto tante foto. Ho mangiato tanto. Ho anche preso il sole, inavvertitamente. La crema a protezione totale mi ha comunque regalato un color biscotto.

Cercherò di recuperare ciò che ho perso di voi.

Quanto è importante?

Quanto è importante avere accanto qualcuno in grado di spronarci?
Quanto è esaltante che qualcuno sia felice per noi, successi e sogni inclusi?
Quanto è bello dire Ciao. Torna da me. Appena puoi, ogni volta che puoi.
Sì. È la sensazione dell’approdo.
È una sensazione di gioia. Essere in grado di essere felici per le vittorie altrui. Essere la parte che sprona, la parte che spinge.
Farsi portare da quella sensazione di essere ancora più forti.
Poter condividere e saper riuscire a farlo.
Quanto è bello avere attorno persone positive e che abbiano grande voglia di fare? E respirare da loro, continuamente.
Non fermarsi mai. Non occorre fare cose eccezionali ma occorre quello stimolo che porta le cose ad una loro concretezza.
È bello. La vita è una continua evoluzione. Ed è soltanto una. Piena di guai e di caos ma anche stracolma di avvenimenti unici e da ricordare con una risata.