Il posto perfetto

Ho trovato un posto perfetto.

Eppure mi ha insegnato che di perfetto non c’è nulla e tantomeno nessuno. Diceva che le cose più insignificanti, così tanto da non fare nemmeno il minimo rumore, potevano essere proprio quelle a cambiare il corso delle cose. E della storia. Studiala e lo capirai per bene, anche da sola.

Ho studiato. Letto. Capito. E sono molto curiosa.

Eppure… ho trovato il posto perfetto dove Alessandra è Alessandra e basta. Ad Alessandra seguono una sfilza di aggettivi. E non è perfetta. Ma ha tanti aggettivi che la descrivono.
Alessandra ha trovato il posto che cercava. Ed è perfetto.

Ho lasciato a casa i pensieri meno simpatici e ho sorriso. Ho anche ballato. E ho sentito un legame forte con quel posto, creato su misura per me. Se ingrasso ci sto lo stesso. Se dimagrisco mi segue, accorciando il suo diametro.

Quel posto è tutto ciò che possiedo ed è quello nel quale faccio un’entrata trionfale, ogni volta.

Sono lieta di incontrare Alessandra proprio lì. E poi è così di buon umore come se avesse perseguito uno straordinario successo.

Per te che hai costruito quel posto perfetto.

Scegliere

Il punto esatto.
Proprio quello.
Quello, dove si sorride sempre perché i pensieri più brutti li lasciamo chiusi dentro casa, a doppia mandata. No, non per tenerli nascosti, no. Ma per liberarcene per un po’. Tanto li ritroviamo ma, almeno per poco, possiamo lasciarli indietro. Significa scegliere e, la scelta, è l’unica cosa che possiamo comandare noi.
Scegliere di ripartire. Scegliere di vedere la vita con gli occhi del bambino che eravamo e che, se scaviamo bene, possiamo ancora ritrovare.
Ho scelto. Scelgo ogni giorno. Mi fermo per ascoltare un buon profumo. Penso. Pondero. Scelgo. Qual è il luogo nel quale mi trovo meglio e a mio agio?
Tra quali braccia sento di essere viva?
Scelgo.
Ai problemi penserò poi… ho una vita intera per le preoccupazioni.
Essere legati come fossimo una famiglia vera. Scegliere di esserlo. Scelgo di avere un desiderio e lo esprimo, ogni anno, soffiando sopra una candelina.

Lettera a trenitalia(spedita ad ogni redazione di giornale)

Buongiorno. Vorrei raccontarle un fatto capitato in data 27 giugno.
Mi devo recare a Verona. Decido di comprare il biglietto per il regionale veloce. Clicco compra. Compro. Ecco il mio biglietto per tale treno, per quell’ora e per quel giorno stabiliti. Arrivo in anticipo. Il treno è già pronto sul binario. Salgo e mi siedo. Inizia a salire la gente. Nel giro di poco, il treno si riempie. Partiamo puntualissimi su un carro bestiame. Siamo, praticamente, uno sopra l’altra. Le fermate passano e il treno si riempie sempre più. Arriviamo a Treviglio. Qualcuno decide che non si può procedere se le persone in piedi non scendono. Giustamente, nessuno scende. Tutti quanti siamo in possesso del biglietto per quel determinato treno. Trenitalia ha venduto biglietti a tutti, nonostante conoscesse, e meglio di tutti noi, il numero di capienza del treno. Non si parte. Aspettiamo il treno successivo, partito da Milano un’ora dopo. Naturalmente partono i litigi contro qualsiasi lavoratore Trenitalia. Il controllore ci urla La prossima volta prendete Frecciarossa. Io credo si commenti da solo. Le persone vengono suddivise. I treni ripartono. Arriviamo a destinazione con più di un’ora di ritardo.
Trenitalia ha venduto biglietti a dismisura. Ecco.
Anche questo credo si commenti da solo. Le regole Covid sono state rispettate alla quarta fermata del suddetto treno.
Dico. Sapete che un treno regionale ha una certa capienza… in questo periodo di virus… ci vuole così tanto a vendere solamente un tot di biglietti? Ritorno uguale. Decido di prendere Frecciarossa per non arrivare a casa con tre o quattro ore di ritardo. A me chi rimborsa tempo, soldi e, soprattutto, salute? Di certo, se non ho preso il Covid su questo treno, non lo prenderò mai più.
Alessandra Marcotti

Corridoio

Andare. Viaggiare. Incontro a qualcosa o a qualcuno.
Andare. Mettere pezze ad ogni intoppo e non perdersi mai. Reagire prontamente anche se ti si rompe una borsa. Farsi una risata se proprio non c’è altra soluzione immediata.
Azione-reazione.
Prendere decisioni o risolvere impedimenti nel minor tempo possibile.
Vedere sempre il corridoio lungo. Essere lesti con la mente. Avere un’idea di riserva. Non un piano ma un’idea. I piani tanto saltano spesso ma le idee… no quelle no. Quelle ne possiamo creare quante ne vogliamo.
Essere pronti. E non perdersi d’animo. Ecco. Quello non lo perdo proprio mai. Ad ogni intoppo mi faccio una risata e poi trovo sempre un rimedio anche rattoppato all’ultimo. Il corridoio sì, è tanto lungo. Ed è pure illuminato.


E rispetto sempre le distanze. E anche le regole. Se mi dicono 𝚂𝚝𝚊𝚒 𝚚𝚞𝚒… Io ci sto.

Esta-the

Ci prendeva per mano e iniziavamo la salita. Prima fermata: la bocciofila. Non si poteva iniziare a camminare per la ripida strada senza bersi, prima, un estathe al limone. Un bicchierino a testa. La cosa più bella era scegliere dove bucare il coperchio di alluminio. Io sempre nel disegno delle bolle, mio fratello optava per il limone. Lo bevevo fin l’ultimo goccio e poi leccavo il bicchierino. Quanto era buono. Salivamo fino in alto per prendere le more… erano giganti. Il nonno ci avvicinava i rovi con un ramo e poi stava a noi coglierli e metterli nel nostro sacchetto. Il mio tornava sempre , al punto di partenza, mezzo vuoto: me le mangiavo per la strada. L’estate era tutta in quel bicchierino. L’estate, per me, è ancora in quel bicchiere. La bottiglia non ha lo stesso sapore. Ricordo me, davanti ad una macchinetta di bibite a lavoro. La scoperta che avessero messo anche la mia bevanda preferita. Ricordo me, mentre supplicavo un collega ingordo di lasciarmi l’ultimo. Prendi la bottiglietta tu. E no. Prendila tu. No. Non è la stessa cosa. Eh no. Lo so bene.

Volete farmi il regalo più bello? Ecco. Bastano tre bicchierini di estathe al limone ma… Occhio… Controllate che non abbiano rubato le cannucce.

Splende il sole

Chiudo gli occhi. Ora riaprili!
Li sgrano. Li faccio sporgere per vedere bene. Per vedere che cosa?
Il panorama, ad esempio.
Le persone.
Ammirare e farsi trasportare dagli odori. Quel grande tiglio… riconosco quel profumo della mia infanzia. Ora me lo gusto e me lo godo.
Sbrigati, vai a cercarlo.
Torno a casa ma non a mani vuote.
Ho un pezzo in più, un pezzo che avevo lasciato indietro.
Torno a casa, prendo un passaggio. Ho arricchito quel patrimonio che mi avevano lasciato in eredità. Torno a casa, con qualcosa. Faccio grandi passi. Corro: voglio metterlo al sicuro, magari sotto al cuscino. Voglio tenerlo lì , dove sia facile raggiungerlo. No. Non dimentico se ho qualcosa tra le dita.
E c’è una buona notizia: splende il sole.

Trova un posto. Il posto più bello fra tutti e liberati di tutto ciò che non ti piace. E poi? Poi torna a casa e guarda sotto il tuo cuscino.

Regina Elisabetta

Festeggiamenti a non finire come la Regina Elisabetta. Festeggiare sempre. E, finalmente, ritrovarsi e stare insieme. Stare con qualcuno tutti i giorni, saperne vita, morte e miracoli e poi… Stop. Le persone mancano. Eccome. Ma stasera… Ritrovare i compagni di viaggio… Sentirsi amati… Sentirsi parte del mondo. Ecco. Riabbracciare… È bello riappropriarsi della vita, degli spazi, dello stare insieme. La libertà di ridere, la libertà di fare qualcosa… È impagabile.

Ritrovare qualcuno. Avere il cuore pronto a ricevere e tanto grande da fare entrare le persone. Ed io… Io che sembro sempre la più in salute di tutti… Rido sotto i baffi. E volo libera.

Foto

E le foto… sì, le foto, quelle che facevano i nostri nonni sulla spiaggia, quando avevano i costumi di lana… le foto dove vanno a finire? Io le ho nella scatola, quella che tiriamo fuori in famiglia, nelle feste, dopo un grande pranzo. La scatola delle foto. Preziosa. La scatola piena di ricordi degli altri e che facciamo nostri. I ricordi degli altri… e allora me lo chiedo… quali sono i ricordi più belli che hanno avuto i miei nonni?
Qual è il ricordo più bello di tutte le persone che ho perso?
E io… ho un ricordo più bello?
Le foto… che non stampiamo più. O ne stampiamo poche, sempre troppo poche.
E le foto di quelli che sono morti senza avere più nessuno? Quelle foto, dove sono andate a finire?
Trovare foto antiche di altre famiglie nei mercatini e comprarle a 0.99 … perché è triste sapere che i ricordi possano andare al macero, anche quelli di altri. Lo so… che ognuno si tenga i propri… ma è tanto bello poter salvare qualcosa di chi è vissuto prima e del quale nemmeno abbiamo mai saputo l’esistenza… e me lo chiedo… che vita avranno vissuto? Magari una vita eroica pur restando anonimi agli occhi dei più. Avere un dono… poi perso così e magari senza nemmeno esser riusciti a donarlo a qualcuno. Triste cosa.

Aspettare

Aspettare che la vista ritorni quella di prima. Aspettare e mettercela tutta, nonostante non dipenda dalla volontà umana. Aspettare. Come si aspetta qualcuno ad un appuntamento, magari fuori dalla stazione della metropolitana. E mentre tiri fuori il telefono e avvii la fotocamera per vedere se è tutto a posto, ti giri e… ecco che, all’improvviso, compare chi stavi aspettando con trepidazione. Ecco. Aspetto in quel modo, camminando avanti e indietro per stemperare la tensione volendo sembrare tranquilla. Così. Tornerà la vista? Tornerà. Il tempo non si può portare in avanti , nemmeno quando si ha fretta che le cose accadano. A volte sarebbe bello. Ma bisogna aspettare. E quando tornerà, sarà come voltarsi e avere occhi negli occhi quella persona che stavi aspettando. Sì. Sarà bello ed emozionante così.

Grazie

Grazie a tutti. Per gli auguri e per essere sempre carini con me.

Per le sorprese inaspettate… e pensate
Per i pacchi arrivati a sorpresa (grazie Laura)
Per tutto l’affetto ricevuto
Per i regali arrivati in anticipo… tutti
E per quelli che arriveranno, fatti col cuore e con le proprie mani
Per un regalo enorme già scartato e del quale ho tenuto la carta
Grazie davvero
Per 42 volte

Un pensiero a chi è triste per non avermi accanto in una giornata, per me, speciale.

E a chi è felice, insieme a me.

Come una maglia prestata

A volte ritornano…
Sì… eccomi. Sono tornata un po’. Va meglio, ma, stavolta, è stato peggio di sempre e, spero, si risolva il prima possibile. Succede. Lo avevo messo in conto ma non sono mai troppo preparata. Ma. C’è un ma. Il ma è che si può anche scegliere che, accanto a qualcosa di poco carino, possa accadere anche qualcosa di meraviglioso. Sì, meraviglioso. Così tanto da andare a compensare il resto. E può succedere. Un po’ capita e un po’ bisogna cercarlo e andarselo a prendere… Ecco. Ale. Ape. Con mascherina e occhio bendato. E occhiali. Piena di aggeggi sul viso più di Elettra Lamborghini. Ma mai alla moda quanto lei. Mi è mancato leggervi. Leggere gli altri è un po’ capire un po’ più sé stessi. Con molta calma recupero. Devo ancora stare attenta, l’occhio mi fa ancora male e il cervellone è come venisse tagliato in due emisferi da un’ascia. Ma passa. Passa tutto. Incomincio ad usare gli altri sensi un po’ di più. Soprattutto userò il naso per fare incetta di profumi, mischiarli e farli miei. Un po’ come andare a dormire con una maglia prestata da chi ti fa battere il cuore.

Espressione facciale

Giornata che peso un quintale. E faccio fatica a fare qualsiasi cosa; sono come un viaggiatore che ogni tanto si deve fermare perché scopre un panorama mozzafiato. Quindi mi fermo. Faccio finta di respirare aria pulita, ma è solamente una scusa per stopparmi un po’. È quasi come quando me ne stavo sul balcone, sopra alla stazione dei treni, a guardare chi andava e chi veniva. E valigie, tante. Portate o strisciate. Striscio un pochino. Anche io. Dolori che annientano. Ma, appena si placano, si prova quel senso di vittoria che conoscono in pochi. Chiedere la possibilità di estraniarsi da tutto. Sì… ma a chi? Vedo me…. chiedo a me. L’importante è provarci e contare su sé stessi. E far finta di camminare immersi nel profumo di rosmarino. E ripercorro con la mente qualcosa che mi ha preso il cuore e mi farà tornare la voglia di essere di nuovo Ale che saltella da una parte all’altra. Di tanto in tanto questa malattia ti taglia in due e allora hai voglia di farti qualche risata mostrando qualsiasi tipo di espressione facciale.

Torna

Scendi alla sua stessa fermata. Decidi di farlo. È una cosa voluta. Hai sentito qualcosa che ti ha spinto, qualcosa che è venuto da dentro di te. È come aver scoperto una finestra sul passato, una finestra che hai visto tu e che si è rivelata ai tuoi occhi, sempre così attenti. Apri la finestra, le pareti sono solide e delimitano l’apertura su qualcosa che avevi dimenticato quasi. Che panorama vedi? La neve si è sciolta. C’è il sole. Il fiume si è alimentato e trasporta tante cose. Rimani lì, bloccata, senza muoverti. Da quella finestra hai solamente un assaggio di quanto sia bello ciò che stai guardando. Sai la persona per la quale sei scesa qualche fermata prima? Si avvicina a te, riducendo lo spazio.

Rimaniamo vicini, non perdiamoci questa visione sul bello. La volontà di scoprire qualcosa di maestoso è la stessa, identica. Io direi che, ora che siamo qui vicini, non è proprio il caso di separarci. Hai dato un contributo essenziale alla mia vita e mi hai permesso di potermi esprimere in modo sublime. Quindi rimani e fatti strada in mezzo alle spaccature. E torna. Torna sempre da me.

Bugs Bunny

Ora capisco l’avversione della mia mamma nel pulire la verdura. Sì. Da quando ci hanno lasciato a casa per l’emergenza, qui sono due pasti al giorno da preparare… mai successo… nemmeno nel giorno di festa. Ora ho capito lei e il suo odio verso la pulizia delle verdure. Sgranare piselli, togliere le punte ai cornetti, sbucciare patate e carote e la peggiore: lavare e rilavare l’insalata. Sì: odio e avversione totale. Da piccola ricordo che, non appena la mamma pelava una carota, passavo io e la rubavo. Così la seconda e la terza… fino quando si accorgeva che non c’erano più carote nel lavandino… Mi urlava dietro di tutto. Bugs Bunny passava e rubava. Sempre.
Ora ho capito: odio pulire la verdura. E ricordo che tutte le vecchie vedove del palazzo venivano a trovarci e la mamma le metteva sotto a pulire piselli e cornetti per lei. Parlavano ore e pulivano chili di verdura. Arrivava il turno dell’insalata…. e poi una volta pulita la mettevano nell’ asciuga insalata… e lì arrivavamo io e mio fratello a girare la manovella… fin quando ebbi la brillante idea di sfidare la sorte e mettere il dito proprio dove girava il cestello… il punto dove la mamma diceva Lì state attenti alle dita… fu più forte di me.. mezza falange staccata e sangue ovunque… Ma perché lo hai fatto Alessandraaaaaaa… Non lo so… ne avevo voglia. Prese tutto e buttò via …. Asciuga insalata compreso… troppo pericoloso per quei due disgraziati di figli.

Invasione

Invasione totale, come quella di campo per una squadra ben affiatata. Sì, invadere qualcuno con tutto ciò che si possiede. Emergere e rituffarsi. Non avere scampo e non volerlo neppure. Sei ricco di qualcosa in particolare? Scopriti e regala. E diventa un ospite speciale. Cerca con molta attenzione negli anfratti… trova qualcosa da spargere verso qualcuno. Lo hai trovato?
Osservando gli altri si può capire qualcosa di noi. Osservare ha una forza spaventosa. E se ti togliessi quelle lastre di ghiaccio? Inizieresti a guardare chi hai attorno?
Spostandosi compatti e continuando ad osservare.
Non sempre si può ottenere ciò che si vuole ma i lieto fine possono anche essere dei più svariati e impensabili.

Chiedere

Chiedi a qualcuno di rimanere qualche minuto con te. Qualcuno che ti tenga la mano… per un poco. Vale la pena sentire che cosa abbia voglia di dirti. Ti può restituire qualcosa. O puoi restituire tu. Chiedi a qualcuno di camminare con te… senza sapere dove abbia voglia di portarti: non è così essenziale saperlo. Sai… potresti rimanere sorpresa di ciò che puoi ricevere. Rimanere insieme, per tanto o solamente per un po’. Ma insieme, riprendendo da ciò che si era lasciato in sospeso. Senza rinunciare e senza ricominciare da capo. Ci vuole poco per tenersi uniti… a volte è un regalo che ci si fa e che ci voleva proprio. Una meraviglia… come un gioco che facevamo da bambini, con gli occhi stupiti e il cuore ancora puro e incontaminato. Chiedi a qualcuno di aiutarti a sistemare qualcosa che non va oppure spera se ne possa occupare per te. Chi l’ha detto che starsi vicino debba per forza essere un lavoro faticoso e impegnativo? Esistono anche la felicità e la gioia nel farlo. E non mi stupisco di essere felice.

Dove si vuole andare

… e ci sono quelli dotati di rara bellezza. Graditi ospiti, sempre. E che hanno voglia di scherzare. E che sono attenti a non danneggiare gli altri. Sì, perché bisogna fare sempre molta attenzione. Ed è tanto bello contemplarli, in cornici diverse. Come una foto che non può scappare. Assorbire qualsiasi parola e ogni gesto, mentre ti ritrovi in pista, a girare vorticosamente. La fascinazione potente che esercitano su di te. Muoversi insieme, come se si fosse una cosa sola. Osservare. Trovare un senso a ciò che accade al di fuori della propria visuale. Voler fare qualcosa insieme… o dire qualcosa di buffo. O di gentile. Dove voglio andare? Dove si possa migliorare. E dove si possa venire accettati. E imparare cose nuove.

Vuoto

Sognavo da piccola di cadere nel vuoto. Mi ci lanciavo dentro e potevo volare… e non cadevo mai. Nessun livido, nessuna ferita.
Ora non lo sogno più. L’ho vissuto il vuoto. Ci sono caduta dentro e sono caduta. Lividi e ferite. Tante. Sì, nel vuoto. Quella sensazione di annaspare, di perdere il controllo, la sensazione del nulla. Sentirmi vuota e prosciugata. Ci son cascata dentro, senza volerlo e senza rendermene conto. Caduta. Mi sono fatta male. Quella cosa che arriva quando perdi qualcuno, per sempre o per un po’. Ma non arriva subito dopo la perdita… arriva dopo un po’… è arrivata quando ho ricominciato a sistemare i pezzi e a sentirmi vagamente meglio. Lì è arrivata… quando ero scoperta e più vulnerabile. Lì, in quell’istante, sono stata colpita. E mi è sembrato di non avere gli strumenti adatti… solamente perché non riuscivo a trovarli. Ma c’erano. Mi è venuta voglia di cercarli, successivamente. Mi è venuta voglia di trovare le ali per non cadere rovinosamente. Per smetterla di usare garze e cerotti… sì, ok… ne avevo in quantità industriale… ma non avevo più voglia di mettermeli addosso. Se potessi tornare a volare nel sogno senza cadere… guardando dall’alto e godendo in pieno i paesaggi… se solo potesse accadere… Ci vuole tempo e tanta voglia di riuscirci.

Ale

Me lo ha insegnato bene, quasi fino allo sfinimento: quando racconti qualcosa devi metterci la tua emozione. Qualunque essa sia in quel momento. Racconto ciò che provo. Non mi vergogno delle mie emozioni, ho sempre detto tutto, apertamente. Quindi sono qui, su questo blog, proprio per raccontarmi, con tutto ciò che sono alla luce del sole. Il bello, il brutto. Mi sono ambientata bene dentro di me. Poteva capitarmi di meglio o di peggio, ma questa sono: un contenitore pieno di sensazioni che vivo a pelle e profondamente, fino in fondo, anche a costo di stare male. Cerco di ricordarmi costantemente di sorridere. A me, agli altri, alle cose. Quando cerco risposte, seguo gli indizi. A volte sono proprio sotto al mio naso, altre volte no. Ma le cerco. Voglio essere padrona della mia mente, sempre. Spesso mi sento così tanto felice che potrei essere in grado di sopportare di tutto. Come è stato. A volte mi sento fragile quanto dei bicchieri di cristallo, proprio quelli che rompo con più frequenza nella mia vetrinetta. Come è stato. Non sono manovrabile: ciò che penso non lo cambio e non lo nego. Uso il tavolo come punto d’appoggio: solido, perfetto, stabile. Ciò che non sono io. Voglio sempre stare meglio di prima. Cerco di riuscirci. Ho riportato alla luce una vita nuova. Con molta forza. Volevo rinascere. Se non mi fossi ammalata probabilmente non sarebbe accaduto… o, per lo meno, non così presto. Gli insuccessi che mi capitano un po’ tentano di pressarmi… ho imparato che mi posso scansare, con il tempo e la mia forza. Ho avuto l’occasione di riscoprirmi ma senza la disperazione, la quale poteva tenermi a bada e sotto il suo controllo… la disperazione, fortunatamente, non è pervenuta mai.

Sentirsi

Sentirsi protetti come se niente di male potesse accadere.

Sentirsi come se si fosse tra le braccia di qualcuno che tiene a te. Nessuna domanda, come se si fosse tra le braccia della famiglia.

Sentirsi bene e pieni, di tutto ciò di cui si abbia bisogno e si sia sempre cercato.

Non aver bisogno di nulla d’altro.

Curati, accuditi, custoditi. Con grazia e con attenzione. Come fa una mamma, quando esce per andare a fare provviste.

Preoccuparsi e occuparsi.

Vedo una città, la più bella abbia mai visto. Nemmeno gli animali si nascondono più.

Alzarsi la mattina. Pronti a respirare.

Ciò che conosco meglio è dove sono cresciuta e con chi.

Ora esco. Guardami le spalle. Non sciupo nulla.

Che cosa cerco? Nulla d’altro che non abbia già trovato.

Sto bene

Mattinate che passano veloci, anche troppo e senza nemmeno che me ne accorga. Passano così. Sempre tanto intense di tutto. Ascolto una canzone.

E sto bene…
sto bene come uno che si sogna…
non lo so se mi conviene
ma sto bene, che vergogna…
Io sto bene…
proprio ora, proprio qui…
non è mica colpa mia se mi capita così…

E’ come un’illogica allegria
di cui non so il motivo, non so che cosa sia…
E’ come se improvvisamente
mi fossi preso il diritto
di vivere il presente…

E sto tanto bene anche io. Mi sono presa lo stesso diritto, quello di stare bene nel presente.

Bagaglio

La mia necessità in questo momento? Abbracciare chi amo. Ne ho bisogno. Nel più breve tempo possibile. Sì, sono qui. In attesa. E sembra che io abbia fretta…
Non ho appunti sull’agenda, come se il tempo fosse svanito nel nulla e fosse stato inghiottito e fosse sparito. A volte corre via veloce, anche troppo, e, altre volte, non passa mai. La distanza temporale tra me e chi amo, però, è sempre tanto lontana. Così sembra: troppo in là. Quella non svanisce. Anzi…. più girano le date sul calendario e più sembra quasi insopportabile resistere al giorno nel quale l’attesa cesserà. Sarà bello? Sarà meraviglioso, così tanto da non riuscire nemmeno a descrivere. Lo so , semplicemente perché lo sento.
Capisco e accetto le cose così come stanno… ma dico ugualmente che è dura. Raccolgo le mie parole, osservo, provo emozioni… saranno il mio bagaglio… saranno le uniche cose da portare e che mi serviranno.
Resto nei paraggi e piena di speranza e, prima di avvicinarmi, accenderò la luce.

Svuotare una bottiglia del suo contenuto e riempirla fino al collo con un liquido diverso e mai assaggiato prima. Guardo la mia vita quotidiana di questo periodo e la vedo così. Come quella bottiglia. Sì. È piena fino all’orlo di cose nuove e mai fatte o viste prima. Emozioni mai provate, sensazioni riscoperte. Un po’ mi sento nuova anche io. Certo… ci sono dei sorrisi che mi mancano e mi manca anche restare negli abbracci di chi mi ama. Ma sto bene. Mi sento tanto bene. È come se stessi dando attenzione ai sentimenti autentici, essenziali per me. E dove andrò quando sarò libera? Ovunque decida e abbia voglia di andare. Ovunque si possa assorbire il valore immenso di qualcuno e ovunque si possa condividere. Ecco.. Là. Andrò esattamente là.

Giulietto Chiesa

“Giulietto Chiesa è morto”. A dare notizia della morte del giornalista è stato l’amico Vauro Senesi sulla sua pagina Facebook. Il disegnatore aggiunge: “Non riesco ancora a salutarlo. Ricordo i suoi occhi lucidi di lacrime, a Kabul, davanti a un bambino ferito dallo scoppio di una mina. È morto un uomo ancora capace di piangere per l’orrore della guerra. I suoi occhi sono un po’ anche i miei”.

Di che colore è?

Ero piccola e non riuscivo più a vedere, in modo nitido, ciò che c’era scritto alla lavagna. Credevo fosse normale. Strizzando gli occhi riuscivo a leggere abbastanza. Quindi andava bene così. Con la classe andavamo a fare le visite agli occhi. Ci riempivano di gocce che bruciavano tanto. Odiavo quel posto e gli adulti che ci lavoravano dentro: erano tutti piuttosto rudi. E antipatici. Poi trovavano sempre il modo di tenermi dentro quella stanza di più: c’era sempre qualcosa che non andasse per loro. E avevo un occhio che rientrava in modo strabico. Ce l’ho ancora. Con gli anni è diventato un punto di forza ma all’epoca no… non andava mai bene. E mi riempivano di gocce infuocate spingendomi il mento verso l’alto. Poi anche la mia mamma se ne accorse che avevo problemi con la vista. Mi portò a fare una visita. Appena vidi il dottore con quelle gocce in mano… scappai urlando. Mi dovettero tenere in due per mettermele. Miopia. Occhialetti. Iniziai subito a non metterli mai. Mi piaceva vedere il mondo distorto e mi piaceva vedere le luci dei lampioni come fossero palle di fuoco giganti. Poi con la prima neurite ottica ho iniziato a perdere i colori. Che colore è? Bianco. No. Fucsia. Che colore è? Bianco. No. Giallo. Che colore è? Nero. No è verde. Perdere. Perdere qualcosa di sé è difficile da accettare. Ed è difficile riuscire a compensarlo con altre cose. Ma si può. Si può imparare a vedere in un modo tutto nuovo e proprio. Si impara a distinguere i colori anche quando appaiono tutti uguali. Apparentemente. E si impara a notare le sfumature, quelle che nemmeno credevi potessero esistere, semplicemente perché non ci si sofferma sui particolari. Ma è proprio grazie a quelli che si può presentare lo stratagemma giusto per imparare di nuovo a vedere. E poi trovi chi ha la pazienza di spiegarti bene che cosa stai guardando e di raccontarti talmente bene ogni particolare che ti sembra proprio di vedere anche tu e molto bene. E poi trovi chi ha voglia di ridere insieme a te quando chiedi Di che colore è? E poi inizi a guardare con gli altri sensi che hai a disposizione, anche chiudendo gli occhi. E sì. Puoi immaginare e puoi ascoltare.

Casa è

Casa è quando si parla la stessa lingua. Quando le espressioni e le parole usate sono entrate nel tuo dizionario. A volte capita di tirarle fuori con le persone che guardano basite. Qualcuno, timidamente, ne chiede il significato. Ribatti con un’espressione interrogativa… Come si fa a non sapere? Già. E come si potrebbe sapere?
Casa è qualcuno che ti ascolta e che ti dice… Non ho paura di sbagliare con te. E, tra parentesi, questa è una delle più belle frasi mi abbiano mai detto.
Casa è piena di gesti affettuosi e di parole belle. È dirsi buon appetito prima di ogni pasto e dirsi Ciao quando si prende la porta. Anche quando si è arrabbiati.
Casa è la base nella quale ci si stabilizza e nella quale si trasmette energia a chi ti abbraccia. Casa è sentirsi bene oppure anche male ma senza vergogna.

Tempo adatto

Si va avanti sempre. Piccoli o grossi drammi, gioie e cose felici. Ma avanti si va, sempre. Ci sono persone che non tornano nemmeno per un Ciao. Ci sono cose che non tornano più, perché così è la vita e ogni tempo ha la sua meraviglia.
Non tornano i panini al latte delle feste di compleanno. A me non facevano impazzire ma… erano tanto belli da vedere sul vassoio. La mia mamma li farciva col prosciutto cotto e li chiudeva nel mezzo con degli stuzzicadenti con le bandierine. E poi quel modo che hanno solo le mamme di tagliare le torte. La punta che affonda nel centro, sempre tenuta verso il basso, rigorosamente, e quel modo di fare le porzioni in modo di essere sicure che tutti i bambini abbiano la propria parte.
Non tornano i pranzi a casa dei nonni. Nemmeno le cene. Neppure esiste più la loro casa. Non tornano i ‘ Guai se vai dietro al motorino di qualcuno e, per giunta, senza casco’. Eh sì, non è più quel tempo per sfrecciare in motorino in due col cappellino. Quello era il momento del ‘ Ma che cosa può mai capitare di male a me, proprio a me? “. Il tempo nel quale ci si sente con una vita intera e meravigliosa davanti poiché si è invincibili e indistruttibili. Non tornano le autogestioni e nemmeno le occupazioni, dove ti tremava il cuore perché avresti visto di più il fidanzatino dell’epoca. Non ci saranno più le attese dei cantanti fuori dagli hotel e la corsa sfrenata a casa in tempo per il pranzo, stando attenti a non farsi scoprire. E non ci saranno più le gite, le ore estenuanti in pullman tutti insieme, schiacciati uno addosso all’altra, mentre si ascoltava una cassetta nel walkman, dividendo le cuffiette. E nemmeno i diari da riempire di cose e le note sul registro perché non si tornava in tempo dalla ricreazione. Non che ora non ci siano cose belle, anzi. Ma sono diverse e ti regalano emozioni differenti. E poi ti ritrovi a pensare, a volte, a tutto quello che non vivrai più, semplicemente perché non è più il tempo adatto.

On

Mi sveglio all’alba e accendo tutto ciò che è rimasto spento durante la notte. Luci, radio, televisione. Tutto ciò che trovo off lo giro su on. On. Come me. Accesa. Inizio a canticchiare a bassa voce, sia mai che la vicina si metta a battere pugni sul muro già alle sei del mattino. Sistemo i piatti. Faccio partire la prima lavatrice. Saltello di qua e di là. Finisco di leggere i giornali di ieri, in piedi, in cucina. La luce cambia. Diventa un po’ più chiara, nonostante piova e sembri una giornata di autunno. Fa freddo. Gli uccellini cantano, le cornacchie gracchiano. Bevo il mio caffè doppio all’aria aperta, per svegliarmi un po’ di più. Canticchio.
Le sirene si sentono ancora in sottofondo, in misura minore rispetto a una decina di giorni fa. È così che abbiamo imparato a conteggiare morti e feriti prima del bollettino ufficiale della protezione civile: tante, meno, troppe, sempre tante.
C’è quiete. Quasi sempre. Inizio ad abituarmi a questo silenzio da entrata in un cimitero. Sì. Quello. Avvolgente e totale, quello che non lascia indifferenti. Quello che ovatta i rumori dello scricchiolio dei passi sui sassolini infarinati. E che infarinano anche te, fino alle caviglie.
Ricordo quando guardavo dall’alto le mie Kickers blu allacciate alla caviglia, all’ultimo buco. Le calze bianche traforate tirate fino sotto le ginocchia. Guardavo in basso poiché, attorno a me, erano tutti tanto alti. Quanto erano belle le mie scarpe. Era come se fossero state messe lì per farsi ammirare e per brillare, nonostante il colore scuro e opaco. Sentivo i piedi attaccati al suolo; li sento ancora adesso. Stanno bene ancorati. Quando penso a me nel più profondo… sento quanto rimangano lì ben fissi, come fossero radici. E ripenso alla bellezza magnetica di quelle scarpe blu.
‘Torneranno le piogge’ … Hanno detto. Eh sì… la pioggia è tornata. La vedo rimbalzare sul cornicione. Mi metto le scarpe e vado a fare un piccolo giro dell’isolato.

Angelo in moto

Oggi un Angelo ha bussato anche alla mia porta. Lo aspettavo da tanto e finalmente è arrivato.

Sì… Sono arrivati i miei salva vita è sono felice.

Sapere che qualcuno è arrivato per me e per farmi del bene…

Io non lo so come mai mi stiano capitando così tante cose belle… Ma domande non me le faccio. Prendo.

Oggi è arrivato tutto ciò che doveva arrivare.

Sono ancora scombussolata.

Ritornare alla villa

Preparava la colazione e io uscivo dalla porta per vedere il cielo. Con le calze la maglietta e i calzoncini; correvo fuori. Sentivo il fresco e l’odore dei fiori e del pino e della magnolia. Mi correva dietro, per farmi rientrare. Ti verrà un accidente. No, impossibile. Mi prendeva per un braccio e mi faceva sedere, al tavolo della cucina dove c’era mio fratello che mi aspettava da un pezzo per la colazione. Il tavolo di marmo lo ricordo bene ed era tanto freddo: così sì che mi sarebbe venuto un accidente. Schiaccia il cacao, diceva, non lasciare i grumi. Ma io li lasciavo eccome, per sentire mentre si scioglievano nella mia bocca, insieme al latte caldo. Ecco, come al solito non hai schiacciato bene. Vero. Ma a me piaceva così. Facevo già come mi pareva, di nascosto. Mentre facevamo colazione, la nonna andava ad aprire tutte le finestre delle camere e chiudeva le porte. Si portava la radio arancione dappertutto e io sentivo il telegiornale rai in sottofondo. Pensavo a quanto mi sembrasse una cosa tanto antiquata… quella voce ovattata usciva dalle piccole casse. E mi piaceva sentirla. Pensavo Ma perché non si sentono mai le canzoni… che stazione può mai essere… e poi c’era la radionovela delle dieci…
Andavamo a lavarci, litigando per essere secondi e non primi…
Poi uscivamo… Tutt’e tre. Direzione prestinaio del paese, dove la nonna ci avrebbe preso la focaccia rotonda, arrotolata nella carta marroncina. La nonna ci faceva fare la strada interna sia all’andata sia al ritorno: i marciapiedi erano più larghi. Col nonno tornavamo prendendo la strada esterna, quella sulla strada dove sfrecciavano le auto. E facevamo una fermata al cimitero, per controllare fosse tutto a posto. E ricordo che inseguivo le lucertole sulle lapidi vecchie e consunte dal tempo. Non riuscivo mai a prenderle tra le mani. E i sassolini avevano imbiancato le mie scarpe. Tornavamo alla villa correndo mentre la nonna ci urlava di fermarci prima della strada. Sentivo già il profumo dei fiori bianchi che ci aspettava prima del pranzo. Verso la una aspettavamo che arrivasse il nonno… era sempre puntuale. Sentivamo il rumore della sua guida che si avvicinava al cancello e correvamo fuori per salutarlo… da lì a poco avremmo mangiato, prima però c’era la sua ricognizione sui fuochi, per controllare che la nonna, tanto restia alla cucina, avesse fatto tutto per bene.

Trottare

Dormire poco ed esser sempre desta e pronta a iniziare la giornata. Dormire sempre poco, sempre meno. Sempre pronta anche ora dove, effettivamente, le cose da fare bisogna un po’ inventarsele. La smania di fare è sempre la solita. Fare cose e conoscere persone. Mettersi a girare loro attorno per rubare più cose possibili da qualsiasi angolazione. Come quando, in tram, mi metto a fissare qualcuno per un po’, per venire colpita da qualcosa che, a me, non appartiene. Fisico o comportamentale. Trottare incessantemente, come diceva il nonno. Trottare. Sì, perché di questo si tratta. Essere così tanto in movimento continuo che le persone prima ti guardano stupite, poi ammirate e poi indispettite. Stai ferma un po’, rimani seduta, non urlare sempre. Calmati.
Ale è in movimento continuo, come i suoi pensieri. Da uno ne arriva un altro. Una mente curiosa e instancabile. Come il corpo: faccio una cosa e già mi viene in mente di farne un’altra e lascio sempre tutto così. Non finisco quasi mai nulla. Aprire una confezione di biscotti per poi guardare avidamente quella nuova e aprirla. Avere così tante confezioni di biscotti aperte per poi ritrovarli molli e immangiabili. Un caos. Sono un caos. Giro attorno per vedere davvero o, almeno, così mi sembra. Soffermarsi sui pensieri altrui e fare una sfilza di domande. Essere attratta dai contrasti ma non gradirli sempre. E continuare con le domande. Anche se, a volte, possono sembrare inopportune. Questo mi fa sentire tanto libera di essere me stessa.

Vecchio castello

La potenza di un paio di occhi. Occhi che diventano enormi quando mangiano.
Occhi che cambiano espressione di continuo e che passano dalla felicità alla malinconia in un battito di ali.
Che potenza può avere uno sguardo? Enorme. Ti può entrare dentro come se scavasse con veemenza. Eppure… Ti senti al sicuro perché non hai paura di venire scoperta. No. Nessuna paura. Anzi… sei lì per farti scoprire.
La semplicità con la quale ti puoi fare attraversare. Senza ostacoli. Esatto. Senza ostacolo alcuno, semplicemente perché non li metti.
E poi arriva il momento magico. Quando da uno sguardo su qualcuno passi velocemente a vedere il mare. Sì. Come se fossi stata presa per mano, come se ti avessero fatta girare più volte su te stessa… e poi ti fermi e sei proprio davanti ad una distesa di acqua calma. E ti indicano le cose più belle da vedere e ti raccontano la storia del vecchio castello. E ti raccontano i colori del mare e ti indicano le meduse enormi. E le cozze. Magia. Semplicemente magia.

Cassetti

Come il cassetto del comodino.
Ti ci siedi davanti
e inizi a tirare fuori di tutto.
Pezzi di vita. Vita tua.
Pezzi scordati.
Pezzi ritrovati.
Pezzi che commuovono
e altri fanno ridere, tanto.
Tirare fuori.
Foto. Lettere.
Libretto di lavoro e dell’Università.
Stralci di vita, vissuta.
Da sola o con qualcuno.
Tutto quello che è passato
lo ritrovo lì
in cose stipate con ordine a caso.
Come tutto ciò che è nella mia vita.
Tutto casuale.
Tutto da tenere.
Tutto da conservare dentro oppure in un cassetto.
Quaderni pieni di pensieri.
Articoli staccati da chissà quali giornali.
Eppure sembra tutto utile.
Persino la bussola in argento.
Rotta immediatamente nella sua chiusura,
appena scartata , quel giorno di Santa Lucia.
Una cassetta.
Un tizio che suona e canta per me.
Nemmeno ricordo il suo volto.
Orologi accatastati;
cambierò le pile.
Carta di giornale tenuta salda da punti di cucitrice.
Per non perdere mai.

Per te.

So che sei: e mi fermo nella notte.

Vivi felice

Vivi felice
così diceva
mentre le mani grandi
stringevano la mia faccia piccola.
Vivi felice
così mi salutava
e ricordo l’ultimo lampo
che hanno avuto i suoi occhi grigi.
Vivi felice
due parole
che contenevano tutto.
Vivo felice?
Sì. Sì, nonno.
Vivo felice.
Nonostante tutto.
Vivo felice
come se stessi davanti al mare
ogni giorno.
Vivo felice e
accompagnata.
Vivo felice
come se l’acqua riportasse indietro
quegli occhi grigio verde.
Vivo felice e
rubo.
Rubo.
Da chi è allegro
da chi ha il cuore buono
da chi sparge energia senza riserve
da chi sente e prova
da chi è delicato con me
da chi fa domande
da chi ha gli occhi grandi e stupiti
da chi è malinconico.
Vivo felice
ogni giorno
anche quando vado a letto distrutta
e mi alzo stremata.
Vivo felice.
Sempre. Sempre e per sempre, nonno.

Essere unico

Ho letto parole bellissime oggi. Per me. Sì. Mi sono state riservate delle parole speciali. Le ho lette. Rilette. E rilette. Dopo qualche ora le ho riassaporate. E credo lo farò ancora e ancora. Leggere qualcosa è già, di per sé, un momento unico. Ci sono parole capaci di entrare dentro, senza chiedere il permesso. Per questo sottolineo, nei libri ma non solo, le cose che più mi colpiscono. Voglio ricordare. Sì. Voglio ricordare più cose possibili.
Leggere parole che sono state scritte per te… è impagabile. Sì. Il regalo più bello poiché inaspettato. E perché essere musa ispiratrice o anche solo una persona speciale capace di valere tanto… ecco… che dire? Un sogno, per me. E leggere qualcosa di tanto bello… ti fa capire quanto tu possa essere un essere unico. Sì. Mi sono sentita così : un essere unico. C’è cosa più bella di valere tanto per una persona e della sua voglia di fartelo sapere? No. Non c’è. Nemmeno a Santa Lucia ho mai chiesto così tanto, esatto, nemmeno a Lei. Mi sento un essere prezioso.
Oggi è bello.

C’era rumore. C’è silenzio.

C’era tanto rumore. Alle sette del mattino un po’ meno ma solamente perché era come se il sonno, ancora presente, ovattasse tutto e rendesse le orecchie poco sensibili.
Quanto rumore. Macchine già impazzite ai semafori. Fretta. Sembrava quasi avessimo tutti fretta. Le macchine sì, ti lasciavano passare ma tu lo vedevi… quanto sbuffava il guidatore se non eri lesto. Rumore e fretta. Da quando uscivi di casa a quando vi facevi ritorno. E le file? Non esistevano. Non si poteva restare in fila, no, per paura di perdere tempo prezioso. La fila no, nemmeno per godersi un caffè. Essere già come corde di violino dalla mattina presto. Mangiare veloce per uscire subito.

Non esco più alle sette del mattino, nemmeno se mi sono abituata ad andare a dormire prima. Rumore? Da qui non lo sento più. Solo uccellini e solo sirene che mi ricordano che qualcosa non va. Andare a prendere il giornale nel silenzio più totale. Le uniche parole che sento sono quelle del giornalaio che dice… Oggi i giornali li ho finiti.. Ma come? Eravamo in quattro a comprarlo… cerco di andare all’altra edicola… Passo, a un paio di metri, scorrendo con gli occhi una fila quieta di persone alle porte del supermercato. Sì. Quieta. Precisa. Ordinata. Paziente. Come quella alla prima porta di un autobus londinese.
Che bello cucinare, ogni giorno, qualcosa di diverso. Che bello sedersi e mangiare.
Nemmeno mi ricordo più che giorno sia. Prima lo riconoscevo dal tipo di traffico ma ora, personalmente, i giorni vengono scanditi dalle mie pastiglie.
Sempre tutto uguale. Calmo e tranquillo. Quasi silenzioso. Se non fosse per le ambulanze crederei di essere in un paese sperduto e dimenticato da tutti.

8Volante

Delle volte mi sento come se la vita mi volesse restituire qualcosa… Tipo che mi sento dentro così tanto felice… come se mi scoppiasse tutto. Come quando fuori piove (cit.). Come quando si è in attesa di un incontro. Ecco. Così. Come quando si mantengono gli occhi fissi su qualcosa che piace oppure su una persona… senza che essa se ne accorga. O forse sì, ma a te non sembra. Oppure come quando hai fame e mangi per quello. E magari il centro di un panino, la parte migliore, quella piena di cose. Ecco.
Delle volte mi sento come fossi su un OttoVolante… Su, tanto su, tantissimo su. Sempre su. La meraviglia… Guardo dall’alto con gli occhi spalancati e stupiti. Eh sì, la vita mi sta restituendo qualcosa… vorrà mettersi in pari con ciò che mi ha portato via? E io? Sì, io prendo, apro porte, faccio entrare e rido. I capelli stanno crescendo tanto; mi faccio i codini e torno sull’ OttoVolante. E ci voglio salire sempre.

Prendimi per mano

Non andartene. Non andare via. Non te ne andare.

Rimani. Qui, ovunque tu voglia ma rimani.

Balla e canta insieme a me.

Divertiamoci.

Facciamo fracasso.

Tanto, tanto rumore.

Urliamo.

Problemi? Fa niente. Rimani e balla insieme a me.

Triste? Ok. Ma dopo. Balliamo ora.

Malinconico? Perfetto… Carroll, sì metto Jim Carroll sul piatto.

Gira, gira… Ecco… Vieni. Prendimi per mano e gira anche tu, insieme a me.

Oggi lasciamo tutto fuori dalla porta: ho chiuso a chiave. Sopra e sotto. Non entra nessuno.

Dolori? Fa nulla tanto li ritrovo dopo.

Debolezza… Dai balliamo. Canta, canta.

Sì, prendimi per mano.

Due. Anche tre.

Due di tutto. Anche tre. Sempre. Portare a casa due di tutto, o anche tre, perché non nasci solo se hai fratelli e sorelle. Chiedere sempre qualcosa in più. Impari subito che devi dividere, anche contro voglia, e spesso.
Sì. Pensare che non può mai bastare perché non sei tu da sola. Dividere e condividere. A volte picchiarsi, ma fare pace. Imparare il metodo migliore per entrare furtivamente nel frigorifero per rubare il più possibile dell’ovetto Kinder di tuo fratello. Sempre di più… fino a quando ti dici Ehi, quasi quasi… Lascio solo la carta di alluminio. Sì. Lo hai fatto; ormai è dentro la tua pancia e non si torna indietro… ma il senso di colpa rimane… quindi … vuol dire che, dentro, sei sensibile. Può bastare. E, a me, piace farmi le leggi da sola. La dualità e le contraddizioni convivono bene dentro di me. Nata e sbattuta subito in incubatrice. Forse , da lì, è nata la mia sindrome dell’abbandono. Sì perché la sento presente. La mancanza dei miei affetti mi sconquassa ancora l’anima. Eppure la voglia di divertimento e di felicità sono quelle che mi rimettono, ogni volta, in pista. Come se una cosa andasse a neutralizzare l’altra. Due parti. Due. Anche tre. E mi mancano le persone anche quando le ho dentro al mio abbraccio. Eppure… Difendo libertà e indipendenza da tutto e da tutti. Due parti. E tre, spesso. Sentire la mancanza di qualcuno anche quando lo hai lì davanti. Sì, perché c’è quella cosa dentro che vorresti le cose non finissero mai. Come se l’unica cosa che abbia il diritto di finire sia l’ovetto Kinder. Prima il tuo e poi quello del fratello.

Lettere

Qual è il gesto d’amore più bello che si possa fare per qualcuno?

Scrivere. Scrivere una lettera. C’è chi apprezza e chi no.

Io trovo che scrivere una lettera sia uno dei più bei gesti che si possa donare. Impugnare una penna e scegliere il foglio più bello.

Scrivere di sé, aprire qualcosa dentro che avvicini due anime. Lo trovo meraviglioso. L’intimità sviluppata su un qualcosa che rende nudi. Avere voglia di far sapere e non avere alcun tipo di paura poiché, quel foglio, nasconde tutto il resto del mondo fuori.

Si è soli con la propria penna. Si è pronti. Sì, si è pronti a svelarsi.

Scegliere le parole esatte, avere quell’immagine di fronte e gioire nel mostrare la parte nascosta.

Arrivare nel profondo di chi ami, colpire con ciò che si è riusciti a cogliere.

Cogliere un’anima che ti si para davanti come fosse la cosa più preziosa.

Proteggere e ricordare.

Trasmettere ciò che vedi e avere la voglia di poterlo condividere.

Grazie nonna

E poi mi giro ed è lì. Il cestone del cucito della mia nonna. Lo avevo portato a casa io e messo in sala. Saperlo lì era come essere a casa. Non lo ho mai aperto… Avevo paura di entrare nel suo mondo… Era il suo mondo. Oggi è successo. Oggi, dopo quasi quindici anni, ho deciso di aprirlo. E se trovassi qualcosa di intimo? Se trovassi un diario segreto? Come faccio a ficcare il naso nelle sue cose? Fatto. Sono entrata nel suo mondo senza chiedere il permesso. La curiosità era davvero tanta di quel cestone… Già quando ero a casa e lo vedevo… Facevo fatica a stargli lontana. Apro. Nessun diario. Tessuti, tanti. Bottoni… Più che tanti e così belli… Scava e scava… Un paio di pantaloni del mio nonno pronti per fargli l’orlo… E una camicia del nonno con un bottone da attaccare… Lo diceva un biglietto… Cercare madreperla per polsino. Quanto lo ha amato. Lo amava e stravedeva per lui. Quei pantaloni pronti per venire cuciti mi hanno donato una sensazione di amore profondo, quello che, forse, non tutti provano nella vita. La completezza, una vita insieme. L’amore da quel paio di pantaloni si è sentito in modo vivido. E poi tre sacchetti in tela che faceva lei per il pane. Per tre nipoti… Facendo i conti… Manca quello per me… Tre sacchetti ancora non completati. Quelli li completerò io, lo farò per lei… Manca il mio, manca quello per Alessandra… Ma come è possibile? Sai? Nonna… Mi hai fatto crepare dal ridere… Oggi mi hai fatto ridere come mai in vita. Manca quello per la piccola Ale, la nipotina con quel rapporto così speciale col nonno. Nonna… Ti adoro. Fossi qui ti avrei stretta nei tuoi braccioni cicciottelli. Il mio… Voglio sperare fosse a causa della mia età di allora… Nonna grazie per la risata… E io che credevo potessi intristirmi… Ho riso e sognato pensando al vostro amore. Che giornata… Nemmeno le sirene fuori hanno rovinato il nostro momento insieme, nonna.

La promessa

I reparti? Chiusi. Il mio padiglione? Tutto Covid, ormai. Alessandra cerca di non avere ricadute pesanti proprio adesso. Alessandra non ti ammalare. Alessandra, presta attenzione. Ora non si può proprio. Ora la priorità è altra. Ora non si può proprio. Certo. Starò molto attenta. E poi… L’ho promesso ad una persona speciale. Sì, devo mantenere la promessa. Io sono una che le promesse le mantiene. Certo. Una promessa a lungo termine. Io conosco bene il mio corpo. L’unico suo problema è che, a volte, impazzisce da solo. Il mio corpo è ingordo del mio corpo. Mi vuole, quando decide lui. Quindi…. Io spero che abbia voglia, per una volta, di inseguire testa, anima e cuore miei. Perché le promesse si mantengono. Presterò attenzione e avrò cura di me, il più possibile. Io quella promessa la manterrò. Sì, il mio nemico acerrimo lo custodisco io eppure è lui ad avere in pugno me. Ma, d’altra parte, una persona dispettosa quanto me che altro poteva avere se non una malattia capace di prendere in giro quando meno uno se l’aspetta? Sì, siamo dispettose e ci siamo proprio trovate.

Succede che momenti di quiete vengano spezzati da momenti di burrasca. Cellule sane aggredite perché non vengono riconosciute come tali. Guaina dei nervi smangiata come fili elettrici da un topo. E dopo il grande boato del terremoto ecco… Arrivano le scosse di assestamento. Che durano anche mesi. Tremori sotto pelle, formicolii, dolori, parestesie che poi vanno via via scemando fino alla tregua. Per poi ricominciare tutto, al prossimo terremoto. Un lavoro duro quello di questa malattia.

Il pino

Lo seguivo. Lo guardavo. Ogni tanto lo vedevo che si voltava per tenermi sotto controllo. Camminava a passo lento ma le gambe erano lunghe. Tre piccoli e veloci passi miei per star lui dietro. Che belle mani. Incrociate dietro la schiena. Forti. Mani che sapevano lavorare. Il mio mondo. Era tutto lì, in quella andatura così fiera e sicura. Tutto. Pensavo a quanto fosse tutto. Anzi no: non lo pensavo nemmeno, perché le cose stavano così da sempre. Nemmeno mi ponevo domande. Avevo tutto lì. Ora sì che ci ripenso. La mia vita affidata a lui. Così. Poi tocca a te, arriva il tuo turno. Affidare qualcosa di prezioso oppure prendere in custodia qualcosa di prezioso. Prendere in consegna con le braccia aperte senza alcuna paura.
Lo vedo davanti, ancora, quel pino. Eccome. Io sotto, tanto piccola e minuta che lo abbracciavo senza arrivare al punto che le mie mani si potessero congiungere. Trasmettere l’energia tua a chi vuoi abbracciare. E prendere la sua ma non in prestito. Prendere e conservare, con cura. Eh sì, perché bisogna avere cura delle cose altrui, dei sentimenti altrui, delle emozioni altrui. E delle proprie. Sì, quello sempre. Prendersi cura di sé. Con amore e dolcezza e con un sorriso. E perdonarsi e provare gioia nell’essere come si è. Avere qualcosa di prezioso tra le mani. Custodirlo sempre e per sempre come un ricordo che si costruisce. Io ho tutto dentro. Scrivo per non perdere. Se questa malattia mi vorrà portare via le mie cose e i miei ricordi ecco… io rileggerò, con cura. E ci saranno un sorriso, una risata, una lacrima. E avrò ancora voglia di abbracciare quel pino.

A ca’

E mentre per Milano impazza la canzone L’è mei sta a ca’ … ecco il risultato:

Lista della mia quarantena:
gamba mozzata
spaccata quasi la totalità bicchieri
rotti due piatti con conseguenti ferite alle dita
scottatura con forno
rottura vetro del telefono
golf lana rovinato causa svista in lavatrice
scottatura con ferro da stiro
rottura pezzo macchina del caffè
caduta di sale
birra finita
lavatrice che emette bip strani

Sì, l’è propri mei sta a ca’.

Ma…. la mia casa splende e non è nemmeno Pasqua. Potrei mangiare sui pavimenti anche senza tovaglia stirata a puntino, cucino tanto e vi dirò… anche molto bene, ascolto musica e canto. Canto a squarciagola per le notizie brutte ma anche per quelle belle e pure senza motivo. La vicina di casa è stranita… preferiva la quiete di una casa di lavoratori.

Ma… sì, l’è minga mei sta a ca’ ma d’altra parte… va bene anche così.

Ecco… L’eroe del giorno per me. Si è messa disposizione in questo momento tragico. Ecco. Laura che fa per non stare a ca’ a fa na got.

Realizzare

Incessante quel rumore che gira dentro le orecchie, sempre, di continuo. Ogni dieci minuti, ogni due, ogni ora, sempre per tutto il giorno e la notte, pure. È proprio tutto vero. Si inizia a realizzare ciò che sembrava così distante e lontano. Realizzare la vita… E tornerai? Realizzare che… ma come abbiamo vissuto? C’è stato qualcosa per la quale ne è valsa la pena davvero? Realizzare se qualcosa di anche piccolo è stato un tuffo dentro che ci abbia scombussolato davvero, magari in mezzo alla quotidianità e alla noia. C’è stato? Perché è questo che è importante ora. Realizzare che no, non ci si può separare da ciò che è bello ma del quale non siamo riusciti a godere. E tornerai? Eh sì… tornerai? Realizzare che è vero, che i posti e gli spazi mancano e allora? Dove ti staranno portando? Lontano. Tanto lontano. Sola e per giunta lontana. Ehi.. hai vissuto qualcosa di così tanto intenso che ti potrà apparire davanti per magia? L’unica cosa che conta è questa… non aver perso troppo tempo a far finta di nulla, a far finta andasse tutto bene, a non essere Stati felici, almeno per un po’, almeno per un momento anche piccolo. Realizzare… sai che cosa ho realizzato? Ho realizzato che Cavolo ma quante litigate sprecate su dove si appoggino le chiavi o dove si lascino i bicchieri svuotati… Quante? Anche solo una è stata di troppo. Sì perché, fondamentalmente, che cosa importa dove si abbia voglia di appoggiare un bicchiere? Un rantolo che senti da lontano ma è così vivido che ti entra dentro e sotto la pelle. Disturba e mi tappo le orecchie.

Realizzo. Ho vissuto intensamente. Quasi sempre. Qualche piccolo stop ma poi ho rimesso il turbo. Sensazioni forti mi hanno spaccata dentro, piacevolmente. Ho vissuto le persone e la famiglia e li vivo tutt’ora. Ho provato emozioni fortissime. Belle e meno belle, a volte tragiche. Ma vivo al massimo della mia potenza. Voglio godere della mia vita al massimo. Voglio ridere ancora tanto ma ho avuto risate epiche quasi da soffocamento. Voglio continuare a provare e sentire. Usare i sensi, farmi le trecce coi capelli bagnati per poi scioglierle libere. Io voglio vivere tante cose ancora. Tipo la sensazione che qualcosa non ti basti mai… Ecco. Quella.

Curiosità

Domande su domande. Me lo insegnò bene. “Fai domande e colma la tua curiosità e sii sempre pronta a volere sapere. Domanda sempre, piccola bimba. Sempre. Non stancarti e, se non ti ascoltano, urla. Urla più forte che puoi così sentiranno che ci sei. E ti vedranno, eccome se ti vedranno. Saranno costretti a vederti. O tu continuerai ad urlare.”
Sì. Eppure lui mi ascoltava. Eccome se mi ascoltava. E rispondeva a qualsiasi domanda facessi. “Impara solamente molto bene l’italiano e porgimi domande corrette. Usa le parole più appropriate”… appropriate… io nemmeno sapevo dire questa parola… la erre è sempre stato un problema di famiglia.
“Senti, vecchio amico, … ma i morti? Li hai mai visti e dimmi… come sono i morti? Come si fa a riconoscerne uno? Ed è vero che bisogna averne paura? E il sangue… lo hai mai visto del sangue sgorgare tanto? Dimmi dimmi raccontami.” La bimba tornava a casa. E non dormiva… aveva immagini che le facevano solo avere tanta paura…E se qualcuno domani sparasse a me? Caspita! E se domani dovessi vedere un morto? Che cosa potrò fare? E come farò a imparare la storia se qualcuno non continuerà a raccontarmela così bene? Perché, caspita, come me la racconti bene. Mi fai sempre capire tutto. E il Re… caspita che bello quando parlavi di Re e Regine. E ora? Chi racconta ora la storia alla bimba?

Le quaranta carte. C. De André

Tutto il giorno la musica va. Questa è la canzone che racchiude tutto. Ci sono anche i ragni e le giostre coi cavalli. E c’è il mare. E sia benvenuta sempre la voglia di vivere.

Il silenzioso argento della luna / che questa notte piano si consuma / io voglio amare di più / e come una sorgente / andare verso il mare / andare fino al mare / nei miei sogni si aprono infinite onde / è con i tuoi sogni che io sono nato / e questa terra ferita che un po’ mi confonde, confonde / Le quaranta carte ed i tarocchi falsi / girano le giostre con i cavali rossi / il cielo, i suoi pianeti e le comete spente / cristalli ed amuleti per tirar la sorte / la luna per i ragni con le gambe corte / sei come la mia terra tu sei la mia barca / tu sei come il mio mare tu sei corda e vela / sei sangue del mio sangue e ancora mi consola / Dietro ogni sguardo c’è una luna e un treno / ed un bambino con l’arcobaleno / che vuole amore di più / e come una sorgente / andava verso il mare / andare fino al mare / E benvenuta sia voglia di vivere / che ci fai piangere, che poi ci fai ridere / e benvenuta sia tra queste pagine / da scrivere, ancora da scrivere / nei miei sogni si aprono infinite onde / è con i tuoi sogni che io sono nato / e questa terra ferita che / un po’ mi confonde, confonde / Le quaranta carte ed i tarocchi falsi / girano le giostre con i cavali rossi / il cielo, i suoi pianeti e le comete spente / cristalli ed amuleti per tirar la sorte / la luna per i ragni con le gambe corte / sei come la mia terra tu sei la mia barca / tu sei come il mio mare tu sei corda e vela / sei sangue del mio sangue e ancora mi consola / Nei miei sogni si aprono infinite onde / e questa terra ferita che / un po’ mi confonde, confonde…