A Pavia

Arriva il giorno del giudizio. Lunedì l’ospedale di Pavia mi aspetta per il grande esame, quello terribile che ho fatto qui senza esito esatto. Quello che mi aveva portato via giorni di sonno. E quando ricevetti la busta a casa, ci misi un’ora per aprirla.

Lo rifaccio ma con un altro stato d’animo.
Sono tranquilla. Sarà quel che sarà. Sto bene, qualsiasi cosa avrà poca importanza. Qualsiasi nome avrà la mia malattia avrà un altro senso. Sto bene. Mi daranno cure più mirate. Ma la cosa importante è di stare in piedi, camminare, parlare, pensare, ricordare.
Il resto farà il suo corso. Io posso fare zero, quindi… che senso ha preoccuparsene?

Pavia non è lontana. Ne approfitterò per fare una bella gita domani, per qualcosa che promette divertimento assicurato. Per guardare negli occhi quel bel visino buffo e passarci del tempo insieme. Finalmente.

Pavia sarà un’altra città da amare oppure da odiare. Vedremo.

Inizierà un nuovo corso. E va bene così.

Capito Papà? Sono tranquilla.

La verità è mia

Parlo di cose mie e di ciò che mi accade.
Non sono verità assolute, sono la mia verità.
Mai pensato di avere un potere così enorme da credere sia come dico io in generale.
Quel che dico o scrivo è così per me.
Giusto o sbagliato è ciò che penso poiché la penna è la mia.

A volte mi sento sola anche se ammetterlo è difficile.
Viviamo incastrati nelle vite altrui, volenti o nolenti abbiamo sempre a che fare con altre persone.

Le perdite non possono rallegrare.
Non rendono felice me. Una perdita è un fallimento. Tenere qualcuno lontano perché è più giusto per la propria vita è qualcosa che può costare e anche a caro prezzo. Te ne rendi conto e lo accetti. Ma come può rallegrare una cosa del genere?
Per chi si rallegra allora dico Confessa la tua verità. E poi procedi pure e nel modo che preferisci. Ma guardati dentro e pensa bene a ciò che hai combinato o detto o non detto.
Poi sì, puoi anche esser fiero di te. Ma, ed è ciò che penso io, sarà difficile possa essere così.

Quando do un’occhiata in giro, c’è tutto, proprio tutto, non manca nulla. Chi amo c’è ancora. E ne sono felice.
E non è pretendere l’impossibile. È avere qualcosa dentro da poter regalare o condividere. E mi sento di avere quel qualcosa, a discapito di chi pensa io sia una analfabeta emotiva.
Che poi… sì ok parole belle e ricercate… ma che cosa vorranno mai dire insieme?
Ho tanto da dare. Tanto ho dato, troppo. Ma non me ne sono mai pentita. E sì, ho ancora un cuore buono e grande. E sì è la mia verità.

A te

A te,
che mi hai aiutato a portare il dolore.
A te,
che mi hai presa per mano per non farmi sbandare.

È facile stare vicino nei momenti belli e spensierati. A chi non piace ridere?

A te,
che mi hai alleggerito il peso del giorno dopo giorno, di quando ti alzi e ti dici E ora?
A te, che hai cercato di rappezzare il mio cuore.

È facile dire ci sarò sempre quando non si ha bisogno che sia così.
Ma quando poi arriva quel momento?

A te, che mi hai asciugato le lacrime invisibili.
A te,
che mi hai preso in giro nel mio peggior momento.

È facile ridere con chi ride. Ma con chi proprio non può perché non è il momento? Sì, è più facile sparire.

Ma tu sei qui. Qui accanto sempre.
Non è facile e non sono facile.

Hai portato con me lo zaino pieno di libri di ogni materia, così pesante da pensare di cadere all’indietro.

Facile non è. Ma è un poco più dolce quando non ti senti solo.

A te.

Grazie.

Filo conduttore

Salire sulle scale mobili di Bignami, dove sei solo tu e inizia a partire appena metti su un piede.
Mettere i piedi paralleli e poco più avanti del gradino che si forma non appena partirà. Ecco. Le punte dei tuoi piedi salgono ad elle.
Bella quella sensazione. Lo facevo da piccola. Lo faccio ancora su ogni scala mobile che incontro.

Mi fa ridere.
Ci sono cose che ci portiamo dietro e che sappiamo solo noi.
Non diciamo nulla perché sono il risultato dei nostri dialoghi interiori. A chi può interessare?

Prendere le pile rettangolari e mettere la lingua nei due buchi in cima. Prendere  la scossa prima di posizionare la pila dove devi.
Bello, bello.
Belle sensazioni. Un filo conduttore del bambino fino l’età adulta. Adulta… si fa per dire.

Equilibrio

Emozioni non tradite.
Parole dette, desideri messi in atto.
Ti spaccherei anche a metà pur di averti dappertutto.
Dove andiamo non mi importa.

Sento scuse che così sincere mai ricevute.
Ascolto, accetto.

Essere scherniti non uccide. Allora rido anche io. Mi piace esser presa in giro. Crea un legame, crea una intimità.

Resti? Mi farai compagnia?

Ero abituata diversamente e, cambiare, non è facile. Ma può essere divertente.

Ho una pianta da curare: che eccellente simbolo di rinascita. Ha fatto i butti.

La mia vita ha bisogno di equilibrio. Resto in asse, i piedi aperti e paralleli. Resto sopra. E sai… la cosa bella è che non faccio fatica.

Ultimo taxi

L’ultimo taxi sul quale sono salita non è stato quello del mio papà. È stato quello per andare da lui.
Corra la prego, Niguarda padiglione sud. Faccia prima possibile.
In un lampo arrivai.

Ho iniziato a correre, mi fermò un’infermiera. Dove deve andare?
Terapia intensiva, unità coronarica e poi non ricordo altro. La accompagno.

Portata davanti alla porta. E ora? Aspetti, vado a sentire io…

Sono tutti lì per lui, è in buone mani, faranno tutto il possibile.

Fatemelo vedere.

Attesa infinita.

Un’attesa snervante di ore.

E poi si sono presi cura di lui.

Ho visto una carezza e degli occhi lucidi di un infermiere.

Una stretta di mano forte per le condoglianze.

Poco altro ricordo.

Fate tutto il possibile per il mio papà vi prego.

Le mie ultime parole dette.

Un ciao papino. Siamo qui tutti per te.

Ci hai fatto un gran bello scherzone.

E non eri il tipo da fare grandi scherzi.

E basta taxi. Per almeno un sacco di altro tempo.

Lumaca

Lasciarsi andare non è una delle opzioni.
Sedersi a guardare la mia vita come uno spettatore nemmeno.


C’è chi per natura nasce per stare fermo e c’è chi nasce per correre.
Corro. Veloce o piano non è importante.

Mi fermo solo per dialogare. E per rispondere alle domande.

Andare sempre. Fermarsi solo per riparare i danni per poi ripartire.

Mi specchio per vedere se sia ancora tutto a posto, almeno in apparenza.
Vedersi bene è un buon motivo per continuare. Un buon inizio.

Non mi tengo dentro nulla. Parlo. Anche di ciò di cui non vado fiera. Vedrai che sarà così Ale: avrai una vita bella.
Certo, a volte è difficile crederlo. A volte è difficile mettersi in modalità positiva.
Ma ci provo, ogni giorno. E corro. Di continuo, mi sposto da un luogo all’altro, da una parte all’altra della città. Sì, lo faccio anche quando correre equivale a farsi superare da una lumaca. Ma sto dietro facendo finta di ammirare il suo guscio e la sua andatura.

Si possono avere buone visioni anche stando arretrati. Anche in ultima fila. E ci vuole coraggio anche per farsi vedere in ultima posizione. Prima o poi qualcuno lo oltrepasserò.

Serena

La vita cambia. Anche nel giro di mezzo secondo. Volenti o nolenti.
Cambia tutto il proprio corso, cambia la nostra visione, l’importanza che diamo al tempo.

Sì, me lo sono goduto e sa bene quanto l’ho amato. E so bene quanto lo abbia fatto lui. Saper le cose e dirsele sempre.

Impotenza.

Avere il papà è bello perché ti senti protetto. Puoi fare qualsiasi cosa che sarà sempre dalla tua parte. Puoi litigarci e amarlo comunque .
Sai dove tornare sempre. Sai a chi chiedere anche da persona adulta e indipendente. Sai sempre che c’è.
Lo vedi nell’intimità che crea con la donna che ha scelto per la vita. Lo vedi mentre ci scherza e la chiama col suo nome e con quello che le dà.
Lo vedi da lontano nel suo rapporto nel quale tu vorresti sempre dire la tua ma non puoi. E non devi. Vorresti metterti nei loro momenti più belli ma in quelli non puoi starci perché sono i loro. Allora li vedi felice da lontano e ringrazi per l’esempio e per poterti vivere quel rapporto completo in silenzio. Impari dal loro modo di sostenersi nel bello e nel brutto. Di esserci sempre l’uno per l’altra e dove non esiste mio, tuo, io, tu. Esiste nostro ed esiste noi.

Li sapevo felici e sereni. Li sapevo in un rapporto completo dove tutto era a disposizione di tutti. Tutti davano e tutti prendevano. Non c’era chi dava di più o di meno. Chi poteva dava a suo modo. Soldi, sentimenti, emozioni, amore. Cose materiali. E non. Ho assorbito questo da quando ero molto piccola. Non c’era bisogno di imparare le cose se avevi l’esempio.
L’amore verso l’altro non si può insegnare. Ma si assorbe un giorno dietro l’altro. I figli sanno bene. Vedono, assorbono. Magari non parlano perché ciò che vedono sembra loro normale. Anche se sei piccolo capisci quanto si amino i tuoi genitori e in che modo lo fanno. Le famiglie perfette non esistono e la mia mai lo è stata. Ma era una casa colma e strabordante di amore.

E allora grazie. Sì, così è ancora più dura senza te ma che altro potevi darmi? Mi hai dato tutto. E sono serena.

Al mio fianco

Guardo nel vuoto. A volte mi ci perdo. Penso alle cose mie.
Mi estraneo per dedicarmi a qualcuno o a qualcosa, anche in mezzo alle persone.

Riscopro me. Posso ancora dare ed essere capace di ricevere e di dire grazie.

Mantengo con gelosia quel perimetro di difesa che mi occorre per sentirmi libera.

Ale, intervieni sempre, diceva. Non buttarti a stare in una vita sprecata.
Poi chiediti… oggi ho fatto qualcosa che ne sia valsa la pena per me, solo per me? Sì. E i suggerimenti e i consigli me li tengo ben stretti e scolpiti come fossero stati detti ieri.

Ale, non odiare: è uno spreco inutile di energia. Odia solo le atmosfere tristi e stanne alla larga. Vero. Ma, a volte, non posso fare a meno di odiare qualcuno.

Quando tengo a una persona glielo faccio sapere. E quando mi costringerà ad andare gli dispiacerà così tanto da credere di impazzire.

Osservo. Apprezzo la verità, la bellezza e la fragilità. Non riesco a sfuggire proprio alle cose belle.

Sono il punto centrale della mia vita. E amo chi decide di camminare al mio fianco.

Scusi, scende anche lei?

Sento il rumore e l’odore delle rotaie che si sprigiona ad ogni scambio azionato. Sento aroma di metallo nella mia bocca. Quelli arancioni sono i più belli di sicuro. Le finestre si abbassano solo con l’uso delle due mani. La targhetta vietato sputare ancora ben visibile.
Il poggia schiena è proprio all’altezza giusta per farti male. I sedili sono appena lucidati.

Bello il tram. Bella Milano vista dai suoi finestrini.
Gelido d’inverno, caldo umido d’estate anche se lasci tutti i vetri giù.

Un’atmosfera romantica e ovattata.
Un sottofondo che concilia i pensieri.

Ho un progetto in mente già da tanto e lo voglio attuare.

Voglio raccontare le storie vere o presunte di chi incontro abitualmente e di chi no. Ascoltare dialoghi e riportarveli.

Ho un fotografo attento che vedrà con gli occhi miei.

Stay tuned.

Spalle voltate

Fa freddo. A volte no. Oggi sì.
Fa freddo e non ho da coprirmi.
C’è una cosa che devi sapere: non ti serve un invito speciale.

Un giorno ho pensato che potesse esserci anche altro nella mia vita. C’era fuori un mondo che mi aspettava. Mi sono buttata là in mezzo, semplicemente e con la leggerezza e l’onnipotenza di un adolescente.
Beh sì. Lo faccio con tutto. Non si torna indietro mai. Tutto ciò che accade è così e basta. Non si può cambiare il posto delle pedine spostate. E, forse, per fortuna.

Chiedimelo. Perché sei qui?
Per essere spensierata. No, non dimentico il dolore che ho sentito e parecchio, ultimamente. Ho sofferto e soffro. Sarà anche un momento difficile ma se sono qui è perché voglio vivere e voglio vivere felice. Tu lo vorresti più di qualsiasi altra cosa.

Sono in viaggio. Sempre avanti. Cammino tanto: mi concentro meglio.

La libertà che mi hai donato e insegnato è un nuovo inizio, ogni volta.

E quando mi caccerò in un nuovo guaio? Starò in guardia. Sai, non ho più paura di niente. Se il risultato sarà disastroso, mi farò una risata a danno delle spalle voltate.

Con tutto il resto

L’emozione di tornare tra chi mi vuole bene mi fa svegliare alle quattro e poi alle cinque e poi alle cinque e mezza…
Mi alzo. Ma sì, anche se è presto, faccio tutto con calma.
Alla faccia della calma.
Sento anche già gli uccellini e fuori è ancora tanto buio.
Il pino svetta. Lo abbevero.
L’aria sembra pulita.
Ho già preparato i vestiti, manca solo la doccia. Forse oggi, essendo presto, riesco a fare asciugare i capelli senza uscire col solito umido sulla testa.

Già mi vedo immersa nei loro saluti.
È tanto bello stare bene. Così tanto da accantonare tutti i problemi. Da guardare tutto in maniera soddisfacente.

Leggo i giornali. Inizia ad arrivare un pochino di chiaro. Bevo il secondo caffè. Penso. Scrivo.

Mi manca solamente un uovo da aprire per scovare la mia sorpresa. L’uovo più grosso. Lo prendo e lo sbatto contro il tavolo. Dentro sì è aperto. Sciolgo l’incartamento e lo vedo dentro ad un sacchettino di plastica. Ecco il mio regalo: un gufetto. Con collanina annessa. Bello, bello. Già lo metto.

Inizia bene questa giornata. Sento di stare bene. Non penso al dolore, nemmeno a quello che mi è stato arrecato appositamente e senza motivo alcuno. Ognuno è felice con ciò che vuole. Ognuno avrà le sue soddisfazioni personali. Chissenefrega.
Un braccialetto azzurro sprecato che spero sia finito in spazzatura. Con tutto il resto.

Ci assesteremo

C’è chi viene a spiare perché rido tanto.
Mi basta poco per farlo: ogni occasione è buona. Perché? Perché non voglio affossarmi e perché tu sei inglobato in me. E allora sai, voglio renderti maledettamente visibile anche agli altri. Tu che eri silenzioso. Io così tanto rumorosa. Tu che illuminavi con la tua essenzialità.

Un gesto tenero e porto con delicatezza mi viene restituito. Sono i legami a farci recuperare dopo le tragedie. E a unirci nelle cose belle.

L’esistenza penso valga per ciò che si ha voglia di sperimentare e per il modo di condividere. Quando mi libero ho l’impressione che la mia vita diventi più leggera e sostenibile. La fiducia nei compagni di viaggio è completa.

Provo ad ascoltare e non faccio supposizioni. Le parole hanno un suono bello e mi accompagnano.

Tu sapevi tutto. Sapevi quanto potessi sognare ad occhi aperti.

Non voglio vedere la tristezza sui volti. Sì, la capto subito. Mi avvicino, chiedo.

Ho scelto il mio posto dove dimorare e dove la luce penetra attraverso le finestre. Mi alzo e c’è già un chiaro timido che vuole entrare. Non ha bisogno dell’invito, apro le ante e lo faccio partecipare per bene.

Parlerò di te a tutti quelli che cattureranno il mio interesse. Ultimamente non è stato nulla facile. Ma tutto si aggiusterà su nuovi equilibri. E ci assesteremo.

Ai nostri papà

Poi lì in quel punto vedi un’apertura e una possibilità e allora ti ci infili. Piano. E poi in modo irruente. Metti prima il naso e poi tutto il resto di te.

Ti si apre un panorama sconosciuto. L’acqua scorre continuamente e tu ti metti a saltellare su ogni sasso grande che incontri. C’è un luogo nuovo al di là del tuo corpo. Non ti fermi fin quando non trovi lo scorcio perfetto.

È proprio lì che ci si cura a vicenda con delicatezza.

Va bene, forse non siamo perfetti ma si fa sempre di tutto per sostenere. E per prepararsi alla vita, a quello che può offrirci e a ciò che ci può togliere.

E si vedono molte cose e vecchie e nuove conoscenze, persino dove la visibilità è minima.

Hai la sensazione di avere qualcuno addosso che ti protegge? Unito a te in modo indissolubile per la vita.


Io sì.

Buona Pasqua al mio papà e al papà di Gigi… Buon compleanno.

Abbi cura di te

Abbi cura di te.Perché se ti vedono forte,penseranno che basti a te stessa,che non hai bisogno di qualcuno che ti ascoltio che ti baci sulla fronte.Se ti vedono bella,penseranno che non hai miserie da accudire,che la vita è facile per tee che i problemi che toccano gli altriti sono risparmiati.Se ti vedono sorridente,penseranno che non […]

Abbi cura di te

Prepararsi

Si può essere più incoscienti?
No.
Buttarsi sempre a capo fitto perché non esiste il momento giusto. O meglio, se non ci si immerge nelle cose come si fa a sapere se era il tempo esatto?
Provarci. Per poi scoprirlo.

Fare un sacco di strada, arrivare come si è, senza orpelli aggiuntivi.

Idee su dove si è diretti?
Sempre avanti. Sempre di buon passo.

Persone che si fanno notare poco per mille motivi.
Trovare un modo alternativo per scovarle: se non si possono vedere, si possono ascoltare.

Acuire i sensi, tutti. Stare attenti, stare all’erta.

Un po’ come riempire una borraccia alla fontana. La sciacqui e ci versi dentro acqua pulita e fresca e la tieni per un pezzo di strada. E la sorseggi per poi finirla  avidamente fino alla prossima stazione. Si vede già da qui: è vicina.

Fermarsi quando senti Ciao, come stai? Sì, fermarsi ad ascoltare davvero.

E poi, nel silenzio, ti fermi davvero a sentire se c’è qualcuno. Una presenza pacata e gentile arriva silenziosa come fosse senza scarpe.

Sai, mi stavo preparando per te anche prima di conoscerti.

Eri strano

La verità è che è ancora un dolore enorme.
I giorni passano e alla tua mancanza non mi ci abituo.
L’avvicinarsi delle feste è qualcosa di infame.
Ogni festa sarà così ma questa è la prima ufficiale senza te.
Eppure nemmeno eravamo soliti festeggiare insieme. Io partivo, facevo altro. Ma quest’anno la voglia di andarmene non è così invadente.
Cose, vicende, documenti che si accumulano e ai quali dare la priorità.
Altro che il mio solito ci penserò domani. Qui c’è poco da rimandare.

Certo che già una persona ha una perdita enorme della quale farsi carico, lo stato non aiuta in questo. Documenti su documenti da fare e portare avanti e indietro, dichiarare fatti che nemmeno si conoscono. Tutte queste cose vorrebbero portarti allo stremo. Nemmeno qualche giorno in pace per realizzare di avere avuto una delle perdite più grandi che esistano. E per farla propria.
Come essere sviati dal proprio dolore.
Ma chi lo dice che una persona vorrebbe sfuggirne?

Il tuo orologio suona a degli orari improbabili e anche quando non dovrebbe.
Ma che sveglia è 16.42?
Si vede che proprio non ci capivi nulla.
E che sveglia è le 2.20 di notte che mi ha fatta alzare nel buio più totale per cercare di spegnerla?
Mah. Certo che eri proprio strano.

Caos più totale

Apro l’armadio e capisco che qualcosa mi sta per cadere addosso.
La sensazione è quella di esplosione.
Eppure metto praticamente le solite cose per non andare a rovistare dietro.
Ma stavolta tutto cade.
È il momento di salvare il salvabile.
Tiro fuori tutto. Ahimè.
Caspita… pieno di cose mai indossate.
Cose che nemmeno ricordavo di avere.
Cose stirate ridotte a poveri stracci. Solo da rilavare e ristirare.
Il mio lunedì inizia proprio così, nel modo peggiore.. Eppure la mamma lo ha sempre detto…
Gli armadi vanno tenuti in ordine. Altrimenti sarà tutto da rifare e sarà solo una perdita di tempo poi.
Vero.
Eppure lavo, stiro e lancio dentro, chiudendo le ante per non vedere.
Faccio così, sempre.
A casa e a lavoro.
La filosofia è sempre quella… poi ci penserò.

Quando i colleghi vedono il mio armadietto a lavoro rimangono basiti.

Ne hanno ben donde.
Sono nata disordinata. Mica è colpa mia. La mamma ci ha provato in ogni modo. Nulla da fare. Certe cose non si riescono proprio ad assorbire. E non imparo. Nemmeno dopo l’esplosione che, ciclicamente, arriva.

No, non si impara l’ordine.
Non per altro, è che proprio non lo vedi che si sta creando del caos.

Non si percepisce. Non se ne ha un’idea  fin quando la situazione degenera.

Uno ci può provare ma non si ha la percezione. È proprio un modo diverso di vedere le cose. Mi impegno con gli altri ma i risultati sono sempre minimi.

C’era chi mi veniva a prendere e mi porgeva un sacchetto con dentro tutte le mie cose che lasciavo in giro.

La mamma ci buttava tutto a terra facendo mucchi che noi scavalcavamo con leggiadria.

La maestra mi buttava tutto in un angolo e mi nascondeva la cartella e io nemmeno me ne accorgevo. Credeva avessi problemi mentali gravi. Sì, proprio lei che odiava i lenti di comprendonio e i mancini. Proprio lei che usava la bacchetta di legno per torturarci le dita.

Corro veloce

Un’altalena.
Su e poi giù a piombo.
In altissimo e in un secondo in bassissimo.
Perché gli alti sono super alti e i bassi uno schifo totale.

Andare in altalena può essere divertente, bisogna trovare lo spirito giusto per andarci.

La giornata è sublime. Il vento si è lasciato dietro un cielo che raramente si vede.

Le montagne tra i palazzi, le rotaie di un vecchio tram arancione che arriva.

Odore di ferro che si alza e ti riporta a quando, da piccolo, aspettavi l’uno sull’angolo per andare dal dentista.

Inforchi gli occhiali da sole che, con la maschera, si appannano pure quelli.

Che giornata meravigliosa. Non vedo l’ora sia stasera per andare a correre col fresco.

Altro che altalena. La lascio ai bimbi per giocare e litigare per il proprio turno.

Oggi sto a metri da terra e corro veloce.

Battipanni. L’arma letale della nonna.

Il genio incompreso (io) si nascondeva dietro alle lenzuola stese.
Il posto perfetto per non essere visti.
Peccato l’ombra e peccato i piedi che sbucavano sotto.
Allora il genio (sempre io) si toglieva le scarpe in modo furbesco.
Ecco.
Arrivava il battipanni direttamente sul mio sedere, ogni volta.
Ma come facevano a vedermi? Non lo so. Ad ogni dispetto, una corsa per non essere presa.
Puntualmente trovata, ogni volta.
Quanto facevo arrabbiare la nonna.

Una volta io e mio fratello ce ne andammo in giro per il paese.
Nel giro di poco fummo colti da un acquazzone estivo tremendo.
Correvamo felici sotto la pioggia, completamente fradici.
Prendemmo la strada più lunga per tornare, fermandoci anche al cimitero, luogo delle storie macabre del nonno.
Per questo nessuno ci trovò.
Per questo il nonno non ci scorse sulla strada, venendoci a cercare in 112.

Quando tornammo in villa, il nonno era ancora in giro a cercarci e la nonna, spaventata, ci accolse con la scopa e il solito battipanni.
Andate a cambiarvi e ad asciugarvi, disgraziati.
E noi ridevamo e lei ci sbraitava addosso.
Chissà perché, ma il battipanni era sempre e solo sul mio sedere.

Grazie per tutto

Ci avete donato tutti gli strumenti per essere indipendenti e liberi.
E riusciamo sempre a cavarcela anche da soli.
Su una cosa avevate completamente ragione: studiate. Sarà l’unico modo per avere un bagaglio pieno e per farvi le vostre idee.

Ho una testa che ragiona. Sono libera. Indipendente fin da piccola. So sempre dove voglio andare. So fare bene e anche male ma di mio.

So che cosa è meglio per me senza chiedere.

So provare emozioni forti.

Essere semplici nell’esprimersi. Essere in grado di farlo.

Grazie per tutto.

Ci sarà musica stasera

Allontanare qualcuno non è mai facile. Anche se ti ha fatto tanto male.
Venire via perché non c’è più nulla da fare. Non c’è più posto per te. E non si tollerano elemosine.

Mi sento speciale per avere briciole di vite altrui. Io voglio tutto, voglio sempre di più. Perché me lo merito. Merito una vita bella.
Non discuto delle scelte altrui. Non è cosa che mi interessa. Ma non sto in panchina se ho la forza di giocare. Non è quello il mio ruolo.

Ho le mie speranze e i miei sogni, come tutti. E sono tanti.
Mi occupo di quelli.


Non si può curiosare né tanto meno infiltrarsi nelle teste altrui anche se so bene che è l’unico luogo dove si trovi la verità.
Pazienza. Se uno vuole essere sincero e puro, allora parla. Se no, pace. Odio il silenzio, le bugie e chi non affronta la vita di petto. E chi dà sempre la colpa ad altri.

Ale. Fai a modo tuo sempre. Perché? Perché è così che voglio vivere. Voglio le cose più belle. E voglio darle. E voglio portarmi via il meglio.

Me la cavo sempre.

E ci sarà musica stasera.

Sorrido

Sorrido a chi mi lascia passare anche se è rosso. Non mi suona e non sbraita ma vede che sto per perdere il tram.
Sorrido al tranviere che  riapre le porte perché mi vede da lontano.
Sorrido al bar mentre mi fanno il caffè e mi dicono ciao Ale. 

Perché mi sono alzata e ho deciso che oggi le cose andranno meglio. Oggi devo essere contenta e spensierata.

Ho messo addosso la crema della felicità. Quel profumo mi protegge e mi accompagna come un amico fedele.

Oggi decido di stare bene.
Certo, c’è quella sensazione di fondo che non  entusiasma al cento per cento. La mancanza è una voragine che si insinua. Ma decido come stare.
Mi sono alzata e ho deciso.
Sorrido. Un pochino di più.

Ritorna del bello se mi sento predisposta in maniera positiva.

La giornata è spettacolare come in una gita in montagna. Qui non c’è nebbia. Il cimitero svetta come un luogo bellissimo. Il castello laggiù in fondo sembra proteggere chi corre.

Sorrido dentro e fuori.
Ho messo il tuo orologio anche se, ancora, non so leggere le ore. Eppure mi avevi insegnato sull’orologio grande in cucina.
Nulla di fatto. Nemmeno so distinguere la destra dalla sinistra.
Ma questa è un’altra storia.

Polpette

Ho imparato a fare le polpette esattamente come piacevano a te.
Niente aglio e tanto prezzemolo.
Le faccio ancora così. Non cambio nulla.
Perché quando te le portavo ti si illuminavano gli occhi. E allora le lascio così. E sono buone da non capirci più nulla.

Capita di uscire a mangiare in qualche posto speciale, mangiare così bene che pensi Caspita, se morissi adesso morirei felice.

Apprezzare il cibo e il buon vino l’ho imparato da te.
E anche di ringraziare chi ti prepara qualcosa di buono. Farlo sapere, perché è giusto così.
Cercare il cuoco e dirgli Grazie ho mangiato benissimo.

A chi non fa piacere ricevere un complimento? O sentirsi dire Grazie?

Avevi il cuore buono. Resistevi nella tua raffinatezza.

Dico sempre Grazie perché me lo hai insegnato. E so quanto possa fare piacere.

Quando lo dicono a me è qualcosa che riempie. Fare qualcosa per qualcuno fa stare bene.

Friggevi tu le polpette nei giorni di festa. Chiudevate la porta della cucina e tutte le altre per non lasciare odore. Vi sento ancora sbraitare perché in cucina non c’era posto per due cuochi.
Che ridere.
E io che passavo per caso e ne mettevo in tasca un paio senza essere vista mentre erano sullo Scottex a raffreddare.

Forse non si vede ma sono felice

Gli inizi di qualcosa sono belli.
Una vita nuova, un nuovo lavoro, una casa, un matrimonio, una nuova amicizia. Di qualunque cosa si tratti, è bello. Avere un respiro diverso, una visione differente. È qualcosa che elettrizza. E oggi mi sento così.

L’inizio ti fa lasciare dietro ciò che non piace, qualcosa che ti ha devastata completamente nel cuore, nel fisico e nella mente.

Oggi respiro bene. L’aria è fresca.
Ho avuto un weekend speciale.
Ho ritrovato la fiducia negli altri e, forse, mai l’avevo perduta.

Grazie a te che ci sei per restare.


Grazie a chi mi vuole nel suo progetto nuovo e mi fa sentire parte di  qualcosa.


Grazie a me. Grazie al mio carattere che ogni volta mi riporta in vetta.

Ritrovare la fiducia e affidarsi.
Non perdere entusiasmo e avere sempre voglia di proseguire.

Ritrovare un’affinità bella, col gusto dello scherzo e della risata.

Essere nella vita di qualcuno con leggerezza e con le risate.

Avere voglia di passare bei momenti e che siano spensierati.
Avere quella volontà di essere cosa bella.
Sono una cosa bella? Sì, perché voglio esserlo.

Ale, sei felice?
Sì, sono felice papà. Voglio che tu lo sappia.

Ritorno presto

Trovare il sole quando, invece, era prevista la pioggia.
Venire scaldati mentre si fanno passi su passi.
Essere aspettati al binario. Che cosa bella.
Guardare cose nuove immersi in un dialogo continuo.
Mangiare con qualcuno. Brindare e bersi un bicchiere di vino.

Condividere momenti.
Andare in posti appena scoperti e riviverli condivisi.

Farsi foto. Da tenere per ricordo.

Un tempo che passa troppo veloce e quanto ti dispiace. Sì, certo, tornerai.

Felicità mischiata a tristezza e malinconia, le stesse che ti riporti indietro, su un treno che, senza motivo, è in ritardo.

Arrivare a lavoro al pelo e avere gli occhi ancora pieni di cose.

Un saluto, un arrivederci, un abbraccio forte. Una promessa.

Sì, ritorno presto.

A chi racconto le mie cose

Andare, partire.
Prendere un treno per andare a trovare qualcuno.
Lo zaino pieno di cose.
Un regalo, qualcosa che hai preso pensando a qualcuno.

E poi venire aspettati al binario mentre cerchi con gli occhi dal finestrino.
Lo sai che ti abbraccerà ed è quello di cui più hai bisogno.

Un senso di vuoto profondo che si riaffaccia. Quell’uomo che hai amato che ti manca da morire. Quell’uomo che è stato il primo che hai conosciuto. Si è sempre preso cura di te. E che cercavi con le tue manine.

Un dolore dolce. Un dolore che ti riporta a ritrovarlo e a cercarlo.

Infame, a volte, la vita.

Io che vado incontro al bello e tu che nemmeno lo saprai.

A chi racconto le mie cose?

Mi manchi sempre. Mi manchi di più quando sto bene e faccio cose perché, poi, non te le posso raccontare.

.

Girotondo

Un luogo dove  mondi diversi si incontrano. Un punto da dove passano tutte le rette. È quello il centro esatto che aggrega. È quello il luogo che dà senso vitale.

Il punto da cui passa tutto ha un cuore buono. Là, i guai finiscono. Sì, perché l’appartenenza fa sentire invincibili e fa sparire i problemi di ognuno. Anzi no. Non li fa sparire ma li fa accantonare per un bel po’.

Sentirsi parte di una famiglia che si trova per caso o per scelta propria.

Le paure infondate spariscono. Puoi salire in ascensore con qualcuno accanto e non avere timore.

Ti chiedi mai quanto sei riuscito a ridere in quel punto? Ridere per qualcosa che aveva senso solo lì. Le persone fuori da quel centro non avrebbero capito.

Condividere e rivivere momenti passati per superare un trauma.

Portare qualcuno di nuovo e appena conosciuto  in quel punto nevralgico. Sapere qualcosa di lui e riscoprire  qualcosa di sé che magari era andato perduto.

Le cose fatte insieme agli altri si ricordano. Hanno un senso. Condividere i propri occhi e ciò che si prova.

Qualcuno se ne va. Decide che è meglio così. Fa una scelta che ricade passivamente sugli altri.
Il suo silenzio è una punizione impartita  in modo arrogante. C’è eccome chi crede di essere superiore e di contare di più. Per questo  gli altri si uniscono e decidono di rimanere uniti. E decidono di prendersi per mano e continuare a girare in tondo come un gioco da bambini.

Come avere una vista bionica

La cosa che amo di te è che ti si sente sempre.
Si sente che parli e che ridi.
Ogni volta che arrivo sento l’Ale e sono felice. Mi rallegri. Anche dalla stanza accanto. E poi urli sempre non tieni mai un tono basso. So sempre dove sei.

Questo è il regalo più bello. La cosa più bella che potessi dirmi.

Ma come fai Ale a esser sempre così piena di energia ed entusiasmo? Dammi un po’ della tua forza vitale che sono allo stremo. Troppo entusiasmo, però, già alle nove del mattino. Magari un pochino meno.

Vero. Entusiasmo. Mai perduto.
Queste sono le cose mi danno la carica. Queste sono le frasi che mi riempiono le giornate.

Ogni dramma della mia vita mi accende di carica nuova.

La mia mamma me lo ha sempre detto. Ma come fai a esser sempre così e ti fermano tutti e ti abbracciano sempre. Ma che voglia hai?

Anche il mio papà. Hai preso da mio padre. Era come te. Eppure nemmeno lo hai mai  conosciuto.

Eppure di nemici ne ho. Mi fanno anche gli occhi neri sulle foto a lavoro e vedersi così non è cosa bella. Solo sulle mie. Sì, ne ho. Che vanno e vengono. Alcuni restano per sempre. Ma sanno bene il mio nome. Forse uno dei pochi che ricordano. E va bene anche così. Litigate a iosa anche, e spesso, sopra le righe. A volte vorrei anche infilarmi in qualche pestaggio. Ma l’età non l’ho più per farlo. Ma rimango fedele agli amici di Quarto.

O mi amano molto o mi detestano proprio. Niente mezze misure. Ma, d’altra parte, sono così anche io.
O amo o odio.
Nulla in mezzo.
Bianco o nero come la mia vista bionica.

Buona compagnia

Alzarsi presto con gli uccellini che cantano fuori.
Uscire  sul balcone a vedere che tempo fa.
Fa fresco.
Respirare a lungo.
Prepararsi un caffè.

I problemi incombono.
Ci penso domani. Oggi no. Oggi proprio no.

Ieri era giovedì. Ho la settimana enigmistica rimasta in borsa perfetta.
Ho un gioco da fare, il mio preferito.
Una gara settimanale che amo fare. La mia penna nera è pronta sul tavolo.

Oggi la giornata è tutta per me. Mia. Solo mia. Niente lavatrici, nessun ferro da stiro.

Controllo le piante, le annaffio.

Ho comprato lo smalto, aspetta solo me. Avrò unghie rosso ciliegia bellissime e lucide.

Tutti i miei sensi sono ben attivi. E attivati.

Oggi mi ascolto. In silenzio perché fa bene. Cerco di svuotare la mente: ultimamente ha fatto troppo rumore, era diventata persino assordante.

Mi lascio far compagnia dal canto degli animaletti fuori. Li sento ovattati ma li sento e oltrepassano gli infissi che sanno di nuovo.

Fuori c’è

Se mi impegno distinguo i colori.


Vedi la differenza tra le scritte?
Mmm… no.
Questo che colore è? Nero.
Mmm. No. Verde.

Bla, bla, bla. Solite cose.
Soliti esami.

Ti mandiamo a Pavia. C’è un centro specializzato.
Abbiamo scoperto che sono molto più accurati nello svolgere questo esame.
Va bene.


L’altra volta ho perso quindici giorni di vita ad aspettare quell’esito.
Stavolta no, non sarà così.
Non perdo più tempo prezioso a preoccuparmi.
Quel che sarà, sarà.
Fai questo esame. Poi vedremo il da farsi.
Va bene. Aspetto venerdì a chiamare. Ho bisogno dei miei tempi. Mi prendo qualche giorno.
Va bene, Alessandra. Non lasciar passare troppo. È importante. Va bene.

Sono stata preparata nel caso avessi avuto bisogno di avere forza aggiuntiva. E nella resistenza e nell’occuparmi  anche di cose più grandi di me.

Quando la strada non è sicura, ho imparato che si può tornare indietro e scegliere una soluzione alternativa.

Cerco di dare un senso alle cose e alla mia vita.

Me lo hanno sempre ripetuto fino quasi allo sfinimento. Fuori c’è qualcosa di magnifico. Cercalo e fai in modo di trovarlo. Continua a cercare in modo incessante.

L’uomo che amava i colori

Il mio uomo preferito amava i colori.
Aveva una figlia che si vestiva principalmente di nero.
Aveva la mia stessa faccia, no anzi sono io che ho la sua.
Amava il giallo, il verde, l’arancione e l’azzurro.
Amava gli orologi, ogni giorno ne aveva uno diverso al polso piccolo, come il mio.

Si sedeva sullo sgabello ogni mattina per radersi di fino.
Da piccola ricordo che, di sera, mi salutava con un bacio ma la barba era già ricresciuta. Mi pungeva. Mi lasciava le guance rosse. Quanto era bello.

Mai nessuno mi amerà in quel modo incontrastato. Nessuno.

Amava i boeri, le caramelle Rossana, i Buondì Motta al cioccolato. Era goloso. Lo vedo davanti mentre si guarda l’Inter, sorseggiando un bicchierino di Grappa.

Da piccoli, in cucina, mangiavo di fronte a lui. In sala ero alla sua sinistra.

Scriveva solcando i fogli.

Riconoscerei ancora la sua scrittura.
Di tutti quelli della famiglia, nonni compresi.

Oggi mi manca un poco più del solito. Oggi che avrei voluto raccontargli la mia giornata. Sarebbe stato orgoglioso di me.

Ehi, papà. Il libro che non sei riuscito a leggere è uscito. Ci ho messo troppo ma io che ne sapevo che quel ci vediamo sabato era un ci vediamo mai più?

Casso se mi manchi. Mi hai lasciata qui.

Volare bene

Non riempirti la bocca di parole troppo grosse: uscirebbero e qualcuno potrebbe anche crederci.
Non dire sì quando sai che le cose non sono fattibili.
Non tenere qualcuno legato a te solo per puro egoismo quando sai bene che la tua vita sta andando da un’altra parte. Anzi era già proiettata da altra parte.
Non volere per forza stare nella vita altrui se sai che non hai volontà alcuna.
Non lamentarti di una vita imperfetta se ne sei tu l’artefice.

Non fare beneficenza se non riesci a prenderti cura di chi ti sta accanto.
Non riempirti la testa di progetti se sai già in partenza che non avranno mai un luogo.

Questo è quello che ho imparato.
Stare attenti.
Stare all’erta.
Non tirare in mezzo persone pure se sai già che ti occuperai solo di quei pochi che fanno parte della tua cerchia.

Lasciare liberi chi ha imparato a volare da solo. Non intralciare il suo volo sicuro. Non intromettersi se non si è sicuri di voler vedere ali spiegate.

Ho imparato a rialzarmi sempre e a volare bene.

Che si fa oggi?

Voglio uno spazio pulito.
Accordi che mai potranno vedere la luce cessano.
Ciò che non è realizzabile lo tolgo di mezzo.


C’è chi si è attaccato a succhiare la mia energia senza che me ne accorgessi. No, non è vero: un poco l’ho permesso.
Ma ora basta far crollare il terreno per non permettere più di mangiare in modo incontrollato.

Mi riempio di nuova linfa vitale. Rido anche con chi non conosco. Sfamo me.
Mi nutro di stimoli e mi riempio di progetti. E li voglio portare a termine. Li metto in fila davanti  e me ne occupo. Un passo alla volta. Uno e poi l’altro.

Pensare di avere tutta una vita ancora. E non fermarsi a dire no, è troppo tardi.
Non è tardi mai. Non per me.


La vita ha inizio ogni giorno che mi alzo e mi dico ehi ciao Ale che si fa oggi?

Si compra un libro😍

Ciliegi in favola

Tornare

Ale, oggi sarà la tua giornata più bella.
Si torna casa.
Casa. Dove riconosci il profumo dell’ ammorbidente  al muschio bianco, dove ti giri e c’è chi sa dello stesso tuo odore.
Casa, dove le lenzuola stirate sanno di fresco.

Dove ti attende la tua piccola amica, con le braccia lunghe e la tua tutina di quando eri piccola.

E poi c’è quell’orso, quello che ha fatto compagnia a un’altra bimbetta settanta anni fa.
Sa di buono anche lui.

Casa, dove vieni accolto con calore e dove ti chiedono come stai, come è andata, hai dormito bene.

Torno là con un bozzo gigante e una ferita che mi ha aperto la testa in due per aver sbattuto contro un armadio.

Una vita salva. E salvata.

Non è proprio questo il mare che volevo vedere.
Lascio perdere, non posso proprio farci niente.

Voglio vedere il nostro mare, quello che mi ha accompagnata da piccola, soprattutto quando i miei polmoni si riempivano di bronchite.

Il ruolo più facile sarebbe quello di non muoversi nemmeno. Ma io eccome se mi muovo. La mia camminata è una corsa bella e buona. Sono tanto veloce, troppo veloce in tutto,  quasi da far girare la testa a chi mi sta vicino.

Ale, non andare così forte, rischi di cadere.
Ale, non correre per i corridoio che non c’è alcuna fretta.

Sono un furetto. Mi rallegro e rallegro.
Lo so che mi prendono in giro, in modo carino e bonario.

Ale, non mangiare così in fretta che fa male. Nessuno ti ruba il cibo.

Eh.

Se vai veloce, Ale, non distinguerai differenze. Non godrai dei momenti.

Eh. E chi lo dice? Io ho qualcuno che mi protegge, dietro.
Cerco di trovare meraviglia e la perseguo di continuo. Ho gli occhi pieni di scenari e, quando qualcosa mi cattura, allora, lì, mi fermo. E ci sto anche un po’.

Ale, ho paura che esageri. Ce la fai a fare tutto? Te la senti davvero?

Tutto. Voglio tutto e con ingordigia. Lo vuoi capire che non so quanto tempo avrò ancora per correre veloce? Mettimi alla prova: ce la farò. Perché voglio sia così. Qualche comando potrò pur darlo anche io visto che si sta parlando di me?

La fretta di vedere cose mi ha salvato la vita.

Viaggio

Quasi sembrava un incubo.
Si va in trasferta.
Che bello. E dove?
Ah no, scordatelo. Là proprio no.
Non era una domanda. È così e basta.
Ma se una volta ci volevi andare?
Una volta. Tempo passato più del remoto.
Hai ammazzato qualcuno? Mmm no.
Hanno ammazzato me però.
Eh sì, ma sei ancora qui.
Si parte domani e si torna dopodomani.
Nooo oooo.

Si va.
E va bene così.

Penso a frasi passate che mi sono rimaste in eredità dai nonni.

Le cose esistono solo quando le si vedono coi propri occhi.
Vero.

Ho imparato a volere solo il meglio per me. Non sempre è facile ma cerco di mettere in atto il mio progetto.
Come sarebbe andata se avessi scelto un’altra direzione? Male. Molto male, non c’è dubbio alcuno.

Che bello specchiarsi e vedersi. Ciao Ale. Bene o male è come volevo vedermi. Importa solo ciò che dicono i miei occhi.
Sono proprio ciò che volevo essere.

Si parte e si può non perdersi.
Rimanere fedeli a sé stessi prima di tutto.
Avere la vita che si voleva assolutamente, dove si è il protagonista.
Mettersi al centro di ogni viaggio.
Avere un desiderio per sé è metterlo in atto.

Sono ciò che desideravo essere. Ho  sogni e desideri che sono giusti per me.
L’immagine che vedo mi piace ed è ciò a cui tendevo. Sto bene nei miei panni, mi sento a mio agio.

Ale… sei felice?
Sì. Sono felice.

E sapete…. Mi vedo benissimo.

Lenzuola tatuate

Come quando ero piccola.
Mi alzavo dal letto con le lenzuola stampate sul corpo.
Ogni mattina.

Mi svegliavo nel più completo caos.

Ciao. Al mio primo compagno di stanza, così tanto uguale a me. Ma con gli occhi ancora più belli.

Litigare per il bagno anche se toccava sempre a me entrarci per prima e quindi svegliarmi all’alba.

Fare la doccia con quei segni che ancora non se ne erano andati.

Vestirsi e dare un bacio a Klinsmann a grandezza naturale sul muro.

Oggi è la stessa cosa, ma niente Jürgen sul muro.

La stampa sulla pelle è la stessa. E le usanze e l’iter sempre quelli. Semplicemente perché mi hanno insegnato così.
Lavarsi all’alba per riprendersi in mano il gusto della vita, per svegliarsi e per uscire lasciando dietro la propria scia.
E c’era quel biondo che mi seguiva e mi diceva Che profumo di buono che lasci, Ale.
Sai… puoi farlo anche tu, volendo.

E sì, allo specchio mi guardo ancora. E ciò che vedo mi piace ancora. Sorrido di fronte a quei segni. E alle mie cicatrici. E alla mia pelle tatuata.  Dico Ciao Ale. Mica male, mentre mi stendo la crema. Sto così bene. Si vede che sono felice. E mi faccio bella per me. E mi metto anche lo smalto così non mi distruggo le unghie. E nemmeno i denti.

Basta poco per piacersi? Non lo so. La mia nonna si metteva il rossetto. Ed era tanto bella. Era il suo unico gesto per meritarsi la sua stessa ammirazione.


Io mi sorrido. Mi saluto. Mi guardo.

Voglio solo andare avanti sempre. E c’è quel bel faccino con quegli occhi tanto grandi che mi guarda e mi sorride. Un compagno di avventure che mi sprona, mi fa domande, mi consiglia, mi ascolta. Mi dà la sua visione del mondo. E dove posso trovare spazio.  E ride, ride sempre per quelle righe impresse dalle lenzuola.