Sul treno… un regionale bellissimo e pulito, prese per le ricariche sotto ogni poltrona. Mi siedo, con un’amica. Accanto a noi l’anziano che legge La stampa mi dice Scusi? Può smetterla di urlare? Urlare? Ma perché sto urlando? Si urla. Passiamo due minuti in silenzio. Nel frattempo gli rivolgo sguardi truci. Riprendiamo a parlare, il tono è basso così tanto che mi devo impegnare persino a sentire me stessa. Penso. Che cosa posso fargli? Appena arriva la mia fermata scenderò e lo chiamerò dal finestrino e inizierò a fargli le linguacce. Sorrido tra me e me aspettando quel momento. La mia compagna di viaggio ha capito e mi dice Ma lascia stare, non fare nulla e quello è grosso e ti riduce a pezzi. Lei non lo sa, io sono cresciuta a pane, wrestling e pugilato e quello era il mondo che esploravo. Menavo fratello, amici del fratello, cugino, amici del cugino e compagni di scuola. Era il mio gioco preferito, crescendo come fossi un essere maschile anche io, in un mondo, il mio, prettamente fatto di maschi. Scendiamo ma scende anche lui. Lo tengo d’occhio. La mia compagna di viaggio mi prende per un braccio e mi porta via. Mi giro, lui è lì…l’ultimo sguardo assassino e ce ne andiamo via.

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